“Il nero abisso esistente tra noi” Luca Ricci La Nave di Teseo

 

 

“Quando le cose che si pensano non hanno spazi ecco che se ne affaccia uno, angusto e immenso come certi lavori spericolati di Escher, salvifico, il regno del paradosso e degli esperimenti, quello della letteratura.”

Luca Ricci sa trovare le parole che abbiamo tenute prigioniere mentre la pandemia si abbatteva impietosa.

Ritrovarle in “Il nero abisso esistente tra noi”, pubblicato da La Nave di Teseo ci fa sentire liberi.

Possiamo insieme all’autore ripetere ad alta voce che “la vita è l’argento vivo che abbiamo in corpo.”

Il confinamento non è solo fisico ma abbraccia la sfera emotiva, disintegra le passioni, provocando una stasi.

Leggendo ci accorgiamo che il virus trasformato in “Divo” non ha il diritto di confinare le nostre emozioni.

Il racconto di un incontro casuale può essere metafora di un nuovo approccio affettivo?

Un uomo che vive nell’infingimento con una lucidità straziante, una donna che è affamata d’amore.

Le due figure  escono dalle pagine, si muovono in una città desolata, raccontano nella gestualità del desiderio una fragilità solitaria.

“Le ore ristagnano nella stanza, si forma un aerosol di tempo, i periodi si distorcono, gli intervalli si protraggono.”

La sopraesposizione delle immagini mostra le qualità letterarie di uno scrittore che sa andare in profondità.

Ha il coraggio di esporsi, di mostrare la follia quotidiana che i mezzi di informazione dilatano ossessivamente.

Mostra il lato oscuro del nostro animo, quella ribellione carica di rabbia e di tensione, invita a ritrovare l’immaginazione.

Un libro straordinario, uno stile asciutto, implacabile e vero.

 

Recensione di Arturo De Luca (@artdielle) “Gli estivi” Luca Ricci La Nave di Teseo

Recensione di Arturo De Luca (@artdielle) “Gli estivi” Luca Ricci La Nave di Teseo

 

“Le relazioni non sono profonde, possono andare in profondità, andarci per davvero o per finta, ma è uno stato temporaneo, non permanente.
Lo stato di quiete, e per così dire naturale, di ogni relazione era [è] la superficie. Bisognava sforzarsi per stare sotto, in profondità, ed era una condizione che terminava con la fine della passione amorosa. Uomini e donne non erano profondi e di conseguenza neppure le loro relazioni lo sarebbero state. L’amore portava temporaneamente in profondità ciò che era nato per stare in superficie.”

Dopo Gli autunnali, Luca Ricci torna in libreria con #GliEstivi, il secondo capitolo della quadrilogia dedicata alle stagioni, e lo fa con un tema a lui molto caro – quello dei sentimenti– ma trattato con maestria che lo porta all’adozione di una scrittura ancora più disincantata, a volte “sconfortante” ma sempre brillante, sulle passioni terrene dell’uomo.
Il protagonista, senza nome, è un impiegato RAI (di fatto) e scrittore (di nome) che non scrive più, un borghese benestante romano. Sposato con Ester, padre di un figlio ormai adulto, passa tutte le estati alla casa al Circeo. E proprio durante una di queste estati si imbatte nella sua “Circe”, un incontro fortuito con una ragazzina che però lascerà il segno, una liaison crudele che arriverà, estate dopo estate, ad un epilogo felliniano.

Ma quello che in realtà esplode in questo romanzo è “l’altro” personaggio, Lello Annibali, l’amico/editore. Una figura “epica” che nella sua smaccata semplicità eclissa il protagonista, troppo spesso preso da un’altissima considerazione di se stesso, considerazione intellettuale ma, pur avendo superato la cinquantina, anche smaccatamente fisica.
Lello è un romantico sconfitto dal lavoro e dalle donne che trascorre giornate identiche, sopraffatto dalla noia e dai rimpianti.

Ma nonostante questo si innalza a strenuo difensore della letteratura, a occhio critico perfettamente capace di enunciare tutte le categorie di editori, scrittori, critici e lettori che hanno distrutto la vera letteratura per svilirla a merce che deve adeguarsi ai gusti del mercato.
E l’epilogo sarà poetico, immolandosi per “lei” (la letteratura) per lasciare ai posteri un patrimonio di nomi e esempi illustri.

Un esempio di elevazione morale che non riuscirà a seguire il protagonista, lasciando solo in Rosa, la nipotina che non ama il suo proprio nome, la traccia della sua esistenza terrena.

“Pensai anche che in quel preciso momento, dall’altra parte della spiaggia, mia nipote si stava scegliendo un nome nuovo. Chissà se lo aveva già scritto sulla sabbia. E chissà se un’onda del mare glielo aveva già cancellato.”