“L’ultima battaglia del capitano Ni’Mat” Mohamed Leftah Edizioni e/o

 

“Che appartenga all’inferno o al cielo,

che importa,

Bellezza,

mostro

enorme,

terribile,

incantato,

se con gli occhi ridenti e col piede

le porte schiudi

d’un Infinito che amo

e fin qui vietato?”

I versi tratti da “Inno alla bellezza” di Charles Baudelaire ci fanno da guida durante la lettura di “L’ultima battaglia del capitano Ni’Mat”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca.

Il romanzo con sguardo profondo ci permette di andare alla radice del Bello in un percorso di conoscenza che sa essere sbigottito e incredulo.

È il risveglio dei sensi, l’incanto di fronte alla perfezione.

Ci viene in mente l’eleganza dell’arte greca, lo studio delle linee di un corpo, la cura nel dettaglio.

La statua che vive nei secoli e tramanda il potente messaggio di uscire dalla mediocrità e puntare gli occhi in alto.

“La bellezza come rivelazione tardiva, come promessa e al tempo stesso minaccia,

la bellezza consolante e inquietante,

una e multipla, cangiante, misteriosa, ambigua, indecidibile.”

Il protagonista, il Capitano Ni’mat, radiato dall’esercito, passa le sue giornate in compagnia degli amici tra chiacchiere e pettegolezzi alla piscina del club Maadi.

È un torrido agosto, una giornata qualunque quando un gruppo di giovani entra in acqua con movenze aggraziate.

Un colpo di fulmine, una rivelazione che scuote e disorienta.

Quelle carni perfette rappresentano il peccato e al contempo la redenzione.

Redenzione da un’esistenza vissuta nella menzogna, nella negazione di pensieri audaci.

In un primo momento la resistenza e una preghiera:

“O Dio, hai creato per noi la bellezza come una fitna, ma ci hai prescritto di adorare solo te.

Tu sei bello e ami la bellezza, come potrebbero mai le tue creature essere insensibili a essa e non soccombervi?”

Il bisogno di assoluzione, il tormento del dubbio, il terrore di contravvenire alle ferree leggi islamiche.

Scopriamo che in arabo antico “la parola fitna significa seduzione, ma anche disordine, guerra civile, quella in grado di dilaniare sia un individuo che una città.”

Se ci pensiamo bene viene introdotto un elemento molto interessante: l’origine e il senso delle parole, la loro ambiguità.

Mohamed Leftah, nato a Settat, in Marocco, usa una scrittura che oscilla tra la realtà e la visione.

Utilizza il sogno e la sua interpretazione in un gioco di allusioni spettacolari.

“Noi che l’amore pazzo aveva trasformato

facendoci perdere la memoria di forme,

nomi e credenze antiche,

come se tutte quelle realtà colossali

fossero solo un fuscello di paglia?

Amore o tsunami?

L’amore tsunami.”

Lo scrittore ha il coraggio di travolgere un modo di pensare e con una prosa meravigliosa dimostra quanto costi la libertà di essere se stesso.

Un libro politico nel senso più alto del termine, un’elegia alla passione che non conosce steccati.

“Via l’ancora,

m’annoia troppo questo paese.

Se neri come inchiostro

sono il cielo ed il mare,

le nostre menti, sai,

di luci sono accese.”

Le parole di Baudelaire nella certezza che questo libro sappia illuminare mente e cuore.