“Mal di casa” Catrina Davies Atlantide

 

“Nel libro cerco di spiegare che vivere in un capanno non è né una scusa, né una scelta da barbona o un romantico sogno hippy, ma la mia risposta a una domanda impossibile: come restare in equilibrio in un sistema economico sostanzialmente malato.”

 

In “Mal di casa”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Paola De Angelis, si combina una spietata analisi della mentalità capitalista a una confessione molto intima.

Catrina Davies è un’artista che non nasconde le profonde ferite che l’hanno segnata.

L’infanzia sballottata da un luogo all’altro, le difficoltà economiche, i lavoretti occasionali che non placano la verve creativa, i disturbi alimentari che sono “nostalgia del grande vuoto incompiuto delle avventure immaginarie”, vengono descritti con voce pacata.

È come se l’autrice volesse scusarsi di non saper vivere.

La scelta di abitare in un capanno abbandonato, lo sforzo per renderlo abitabile sono frutto di un bisogno di pace interiore.

“Luce di stella, stella abbagliante,

Prima stella che vedo stanotte scintillante

Vorrei che davvero si avverasse

Il mio desiderio così ammaliante.”

Si alternano diversi registri narrativi ed ognuno è controcanto di due spinte emotive.

La ricerca di un proprio linguaggio espressivo si alterna alla convinzione che il mondo vada salvato partendo da se stessi.

Eliminare il superfluo, cercare il contatto con la Natura, imparare a rispettarla e amarla.

Trovare una dimensione ancestrale di figlia della Terra, guerriera indomita nella difesa della bellezza.

E l’Oceano in tempesta, la danza delle onde, la sconfinata immensità di azzurro vengono restituiti al lettore con  potenza descrittiva.

“Tutto sembrava tornare all’oceano.

Il mare è dove ogni forma di vita è iniziata e dove tutta la materia – e tutto ciò che conta – si dissolve.

La spiaggia era il luogo di confine dove le cose solide si sbriciolavano in polvere, poi erano inghiottite dal mare che a sua volta si scoglieva nel cielo.”

 

Scorci di meraviglia mentre il silenzio è interrotto da un Creato che si concede.

“La spiaggia pietrosa era piena di ricordi, alcuni così vividi che sembravano più che altro allucinazioni.

Potevo vedere tutti i miei io precedenti …

Che cosa ne sarebbe stato di ricordi come i miei quando un posto veniva distrutto dalla guerra, dal livello del mare che si alzava o dallo sviluppo?”

Il libro invita a difendere i castelli in aria, a costruire fondamenta solide per accogliere i sogni.

A ritrovare “la via di casa”, spazio interiore dove ci si può permettere anche la conflittualità.

A credere nelle proprie capacità di resistenza, ad inventare il proprio luogo sicuro.

Nicchia, capanna, grotta dove finalmente rinascere.