“I cura cari” Marco Annicchiarico Einaudi Editore

 

“Anche se le ore scorrono lente,

Le mie svaniscono veloci.

Mia madre, invece,

Moltiplica i minuti e vive

Diverse giornate in una sola.

Si sposta di continuo

Nello spazio e nel tempo,

Da Milano al suo paese,

Dai giorni di oggi

A quelli dei suoi vent’anni.

Noi non riusciamo mai a starle dietro.”

Una madre affetta da Alzheimer e un figlio che deve imparare ad accettare la malattia.

Riconoscere quella donna dispersa in una realtà che non riconosce, smarrita tra i ricordi di un prima e i deliri di un presente sfocato.

È come un giocattolo rotto che ripete ossessivamente le frasi quasi a voler costruire una tela alla quale aggrapparsi.

Confusa e disorientata in una casa che non sente più  sua, con un marito che assume diverse sembianze in un susseguirsi estenuante di ossessioni.

Marco Annicchiarico, raccontando con lucidità la sua esperienza, ci invita a seguirlo, a fare nostra la sua paura di addentrarsi in un territorio sconosciuto.

Non è solo la patologia a spaventare, è il terrore di aver perso l’identità.

Di essere una nuvola di passaggio, un fiore reciso, un prato incolto.

Perdere il riconoscimento significa schiantarsi, brancolare nel buio, perdere punti di riferimento certi.

Accanto alla narrazione dell’incedere della cancellazione lenta e inesorabile del presente c’è il viaggio di un uomo all’interno di sé stesso.

Percorso solitario che esclude ogni interesse, ogni passione, ogni amore.

Resta solo quella figura scomposta, come marionetta senza fili.

Mamma che non sa più esserlo, che nella gestualità affannata perde il contatto con il quotidiano.

E il padre, compagno di una sventura dai confini slabbrati, è unico punto fermo finchè la sorte non recide la vita.

La solitudine diventa macigno, a volte impazienza venata dai sensi di colpa, dal timore di non reggere, di crollare fisicamente e psicologicamente.

“I cura cari”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana “Unici”, ideata e diretta da Dalia Oggero, è testimonianza perturbante e bellissima.

La scrittura segue un flusso che sa interrompersi per dare spazio al lettore.

Libera nella scelta di introdurre la poesia che ha il ritmo di una canzone senza accordi.

È un bisogno, forse l’unica certezza e i giorni scorrono come infinite notti senza stelle.

In questa tempesta di emozioni grande è la forza per evitare di lasciarsi andare.

Imparare i tempi di una malattia spietata, provare a comprendere l’intrigo mentale con quel sentimento e quel trasporto che solo un figlio può provare.

“Quando mia madre inventa parole nuove, io le faccio mie e torniamo a parlare la stessa lingua, una sorta di nuovo esperanto.”

Lo scrittore ci ricorda cosa è l’affetto filiale, ci regala la sua storia invitandoci ad inventare nuovi linguaggi, nuove carezze da concedere ai nostri anziani.

Un libro terapeutico per chi ha “una madre albero”, per chi non sa gestire il tempo che passa, per chi ha paura della morte.

Grazie di cuore!