“La ragazza dal fazzoletto rosso” Činghiz Ajtmatov Marcos Y Marcos

 

“Forse avremmo dovuto viaggiare all’infinito, per non lasciarci più.”

L’incontro tra Il’Jas e Asel’ scatena una magia.

Un camionista e una giovane donna in un paesaggio sperduto e arido.

A fare da cornice le montagne, simbolica rappresentazione di un limite invalicabile.

La ragazza è promessa sposa ad un parente come è in uso nella sua comunità.

Disobbedire significa recidere i legami con la famiglia d’origine.

L’amore dà coraggio e “l’esile pioppo” si fa albero dalle fronde larghe.

“La ragazza dal fazzoletto rosso”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto dal russo da Ljlijana Avirovič, è una storia delicata, un fiore che nasce spontaneo.

La semplicità della vita in comune, la nascita del primo figlio: tutto perfetto.

E da questa perfezione siamo attratti, desiderosi di respirare insieme ai protagonisti l’atmosfera poetica e romantica.

Ma spesso le perfezioni si incrinano, basta un piccolo guizzo del destino e le carte si confondono, i colori si incupiscono.

La felicità subisce uno strappo e tutto precipita.

Činghiz Ajtmatov ci fa percepire l’estasi e ci fa precipitare dal burrone.

Mette alla prova la nostra resistenza e mentre cerchiamo di dare una spiegazione logica agli eventi abbiamo un’illuminazione.

Il tracollo avviene per un atto di presunzione, il bisogno di sfidare se stessi e la Natura.

Sentirsi invincibili senza fare i conti con le proprie forze.

Lo scrittore, da sempre impegnato sul fronte delle battaglie ambientaliste, costruisce un canovaccio educativo.

Nel testo tante sono le virate narrative interessanti che ci fanno apprezzare la originalità dell’autore.

La ricostruzione degli eventi avviene su un treno e testimone della lunga confessione è un giornalista.

Niente è casuale, ogni scelta ha un suo preciso obiettivo.

Certamente forte è la denuncia di una mentalità chiusa e dello sfruttamento sul lavoro.

Una prova letteraria che conferma la cifra stilistica di Činghiz Ajtmatov e quell’intrigante oscilllazione tra poli opposti.

Quali?

Leggete il romanzo e lo scoprirete.

 

 

 

“La casa vuota” Yari Bernasconi Marcos Y Marcos Editore

 

Leggendo la raccolta poetica “La casa vuota”, pubblicata da Marcos Y Marcos Editore, ci sentiamo “in fuga dal miraggio di qualcun altro.”

Siamo trasportati in un tempo dove tutto perde consistenza, si dissolve, sta per scomparire.

Restano le rovine di una civiltà che sentiamo lontana, non più nostra mentre “il vento dissolve i confini con musiche antiche, giunte alle nostre orecchie come un regalo.”

Esistono gli eroi?

Che senso ha la guerra?

Martellanti domande entrano nel vivo dell’attualità, trasformano il verso in strumento di denuncia.

La parola stride, si contorce, allude.

Viola i confini del non detto, esprime sentimenti contrastanti.

“Non ci sono stendardi e mitologie

Da rianimare: solo sofferenze minime,

Comuni sacrifici.”

E noi superstiti cerchiamo di colmare i solchi profondi dell’odio.

Luci vuote di colori mentre il sole impazzito penetra tra i dirupi.

Vertigini nuove e vecchie alle quali ci aggrappiamo.

Restano a mostrarci il limite del nostro vagare.

“Ti seguo

Siamo due punti di un bianco senza fondo

I due brevi respiri di un immenso

Polmone.”

La lirica si contamina con la prosa, le frasi si allungano, si sfilacciano nella fuga dal centro di gravità.

Domina l’imperfezione, pietraie e vecchi tronchi piegati in una preghiera laica.

Si torna nella casa, quella dei ricordi, ma la porta è sbarrata e il silenzio evoca presenze di un altro tempo.

“In questo inverno

Che cancella l’eterno

Il tuo assoluto

È una vetrina vuota.”

Esiste un noi senza tempo?

L’immagine dell’Europa unita e un sogno impossibile.

Solo “un disordine di desideri”.

Le poesie di Yari Bernasconi non celano nulla, non fingono passione, non improvvisano costrutti.

Raccontano il nostro oggi, difficile, doloroso, angusto, frastagliato.

Un plauso per una sincerità che non maschera ma esplora.

E … si riprende a camminare cercando

“Un carruggio, un vano fra le case,

Il vicolo più stretto.”

 

“L’offesa” Ricardo Menéndez Salmón Marcos y Marcos Editore

 

“Il mondo era un teatro di comizi e rumore avvolto nel cellofan piacevole della velocità, della precisione, della meccanica della seduzione.”

La propaganda nazista trasforma la Seconda Guerra Mondiale nel teatro del potere e della mistificazione.

In questa atmosfera menzognera il protagonista di “L’offesa”, pubblicato da Marcos y Marcos Editore e tradotto da Claudia Tarolo, dovrà sventare l’inganno.

Kurt Crüwell è un giovane semplice, sarto e appassionato di musica.

Quando al compimento del ventiquattresimo compleanno viene reclutato non sa ancora che “l’orrido mostro della storia” lascerà segni perenni all’umanità.

Assistiamo al momento della rivelazione quando un atroce evento mostrerà il vero volto della sanguinaria sfida che la Germania ha lanciato.

“Di fronte alle aggressioni del mondo, il corpo si tutela.”

Pagine sublimi nelle quali scorre la linfa di un infinito dolore.

L’uomo è solo di fronte all’abisso della barbarie, e per proteggersi dimentica se stesso.

Perde la sensibilità, stacca mente e corpo.

“Può un corpo distaccarsi dalla realtà?

Può un corpo, di fronte all’aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all’orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare ad essere corpo, sospendere le proprie facoltà?”

Ricardo Menéndez Salmón scrive un’opera di denuncia meravigliosa.

Non si serve di frasi retoriche ma racconta cosa significhi vivere e comprendere la brutalità umana.

Sceglie un personaggio qualunque, non un eroe, perché questo siamo.

Fragili canne al vento quando le tempeste della Storia si insinuano nelle nostre vite.

Sarà necessario imparare l’alfabeto dell’amore e della condivisione quotidiana per riprovare a camminare a passo stentato verso il futuro.

Nessuno potrà cancellare quello che gli occhi hanno memorizzato, niente potrà restituire l’innocenza perduta.

Esiste però un “sacro scampolo di vita” al quale ci si aggrappa.

Un romanzo che con lucidità ci regala “quel minuto tremendo in cui ogni uomo deve fare i conti con l’eternità o con il puro nulla.”

“Racconti di una nonna” George Sand Marcos y Marcos Editore

 

“Tutto in natura ha una voce, ma la parola può essere attribuita solo agli esseri viventi.”

La magia di favole senza tempo dove tutto è possibile.

Non ci sono incantesimi o strane alchimie.

“Racconti di una nonna”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto da Monica Bedana, è immensione nello splendore di una Natura viva.

È il suono appassionato di Zefiro, il chiacchiericcio allegro dei fiori, l’insolenza del ruscello.

È l’incontro con la Fata Zuccherina, il re dei Geni, la dama velata.

È la realtà che si contamina con la fantasia e la creazione che ne nasce è suggestiva e intrigante.

Ci appassionerà la figura di Diane che sa anticipare i tempi.

L’arte diventa sperimentazione, gusto e ricerca del bello.

“Doveva resistere alla voce della musa materna, che l’aveva presa per mano e condotta nei territori del bello e del vero, per mostrarle il cammino infinito, lungo il quale l’artista non deve mai fermarsi?”

Il conflitto che tormenta l’umanità viene ridisegnato con contorni favolistici ma il messaggio risulta chiaro.

Spicca nel romanzo la personalità di George Sand, donna che seppe trovare la sua strada attraverso la scrittura.

Non cedette ad obblighi sociali, scelse la libertà rifiutando i legami di un matrimonio finito.

I suoi racconti, dedicati alle nipoti, sono istruttivi anche per gli adulti.

Aiutano a credere in una dimensione soggettiva e intimista.

Invitano a cercare sempre il soprannaturale nella semplicità del quotidiano.

Narrano lo straordinario potere della creatività che non va confusa con la distorsione della storia.

È solo un modo nuovo di ascoltare il proprio cuore, dando spazio alle fiamme del sogno.

Crescendo si perde il desiderio di osservare una nuvola, un tramonto, un sasso levigato dall’acqua.

La scrittrice ci fa tornare l’innocenza di quella fase dell’esistenza che abbiamo nascosto nel profondo di noi stessi.

“Solo una canzone” Roberto Livi Marcos Y Marcos Editore

 

“Una cosa che non sopporto nel mio mestiere sono quei clienti che parlano senza guardarmi negli occhi.

Si siedono al tavolo e tengono lo sguardo fisso sul menú.

Mi fanno delle domande, dicono grazie, grazie, mi ringraziano anche troppo.

Poi guardano gli altri commensali, poi ancora il menù, ma per loro è come se non esistessi.

Forse non si rendono conto di quant’è brutto non essere, anche per me che sono un cameriere.”

Il protagonista di “Solo una canzone”, pubblicato da Marcos Y Marcos Editore, ha ereditato dalla famiglia il ristorante “La luna nel pozzo”, una catena e un intoppo per il suo animo sognatore.

Un uomo che appare inconcludente, incapace di gestire il lavoro, le relazioni e l’amore.

La storia di coppia con Ave è fallimentare e sbilanciata.

Le recensioni sui social ai suoi piatti sono negative e non a torto.

Se tutto sembra precipare, il nostro personaggio continua a carezzare il suo sogno.

Vorrebbe scrivere una canzone di quelle che fanno battere il cuore, che raccontano la sua vera identità.

Ma il ritornello non arriva, l’ispirazione fugge lontano e i giorni scorrono uguali nella esasperazione del non essere.

“Non so il perchè ma sono convinto che se riuscissi a scrivere una canzone tipo Capocabana, da quel giorno potrei sopportare qualsiasi cosa.

E anche se dovessi continuare a fare il cameriere, sarei comunque contento.”

Roberto Livi racconta il nostro tempo con una verve ironica velata dalla malinconia.

Con una scrittura semplice si concentra sulla discrepanza che esiste tra noi e i nostri desideri.

Mostra come corollario una società che non vede più l’individuo, ma una macchina che compie il suo lavoro.

Individua gli sbilanciamenti affettivi e nella figura della moglie descrive l’arroganza e la prevaricazione di chi non ha più amore da donare.

Si diverte a smontare l’idea di comunità nella quale vince chi è più scaltro o più ricco.

“È nelle cose semplici che si nascondono le verità fondamentali.”

Un messaggio forte per tutti noi che abbiamo perso la voglia di respirare il valori fondamentali.

E forse anche poche note possono cambiare la vita.

 

“In terra straniera gli alberi parlano arabo” Usama Al Shahmani Marcos Y Marcos Editore

 

“In terra straniera gli alberi parlano arabo”, pubblicato da Marcos Y Marcos e tradotto da Sandro Bianconi, travolge ed emoziona.

È verità narrata con l’umiltà di chi vuole trasmettere un messaggio forte.

È dolore dell’esule, coraggio e voglia di ricominciare nella terra che accoglie.

Umiliazione per una patria che non sa essere madre.

Ricerca di pace nella comunione con la natura.

Ogni capitolo è dedicato ad un albero, simbolica trasposizione del bisogno di appartenenza.

Tanti i ricordi dell’infanzia in Iraq accompagnati da una nostalgia lancinante.

“Chi nasce in Iraq ha due possibilità: fuggire o morire.”

Si può ancora scomparire nel nulla, avvolti dalla nebbia di un regime che calpesta ogni diritto.

Usama Al Shahmani ha il coraggio di fare un’analisi politica impietosa pur mantenendo un linguaggio poetico.

“A Bagdad viviamo uno dei momenti peggiori dagli anni Novanta.

A Bagdad i criminali si possono muovere liberaramente.

Chi comanda sono ladri, uomini dalla lunga barba, milizie, soldati, jiahadisti e altri assassini…

Per strada i soldati americani si muovono con estrema cautela e uccidono chiunque appaia come un nemico.”

Accanto a frammenti di storia contemporanea le usanze, le leggende, la mitologia del popolo.

Le parole sono un balsamo e una carezza.

L’autore riesce a regalare la sua esperienza di catarsi, un percorso fatto di piccoli passi.

Vedere non solo i muri e le barriere, scegliere i varchi che portano all’ inclusione.

Straziante la ricerca del fratello disperso, il ricordo della madre, la necessità di non dimenticare.

“Se scrivo della patria, preferisco farlo in arabo.

Le cose di ogni giorno accadono soprattutto in tedesco, mentre l’arabo si ritira sullo sfondo, con il vantaggio di creare una sorta di distanza da questo argomento, una sorta di pellicola sottile.”

Interessante riflessione sulla dicotomia mentale e psicologica.

Una testimonianza grandiosa, libera, arguta, sentita.

Da leggere per imparare ad ascoltare il canto sommesso del Creato.

 

“Come governare il mondo” Tibor Fischer Marcos Y Marcos

 

“Mi rendo conto, con orrore, che sto perdendo la mia voglia di risse, di scarpate, di testate, di cazzo – ti – guardi?

L’ho già persa.

Vorrei soltanto che qualcuno mi coprisse di terra.

Soldi, piacere, successo: sono questi gli obiettivi della giovinezza; più avanti ti accontenti di un pò di serenità.”

 

Chi è veramente Baxter,  protagonista di “Come governare il mondo”, pubblicato da Marcos Y Marcos e tradotto da Marco Rossari?

È l’uomo dai mille volti e dalle infinite risorse.

Seguirlo significa perdere la strada maestra e imboccare sentieri che forse non portano da nessuna parte.

Non è importante l’arrivo ma la traiettoria che si attraversa.

Avventure strampalate, amicizie originali inseguendo l’ombra di qualcosa che sfugge.

Chi ha letto “La Gang del pensiero” sa che da Tibor Fischer ci si può aspettare di tutto.

Non conosce le mezze misure e il mondo che descrive sembra uscito da una favola grottesca dove ognuno recita a soggetto.

Se si va in profondità e si prova a cogliere il messaggio profondo si resta sorpresi.

L’autore ha il coraggio di togliere patine luccicanti alla quotidianità.

La mostra come una grottesca farsa.

La provocazione è continua, ossessiva, arricchita da un umorismo sagace.

“Londra è una città grigia, e tornare indietro da qualsiasi altro paese la rende ancora più grigia.

Se avesse un clima soleggiato sarebbe la città più bella del mondo, ma non ce l’ha.

Ha più nuvole di qualsiasi posto io abbia mai visto.

Il cielo è un grande coperchio grigio.”

Il clima è solo una delle tante metafore per raccontare una città che ha perso il suo baricentro.

Il riferimento alle scelte politiche dell’Inghilterra è molto presente ma sempre celato nel contesto.

Non è casuale che il protagonista sia un film -maker.

Emerge la necessità di confrontare realtà e finzione in un gioco intelligente di destrutturazione delle certezze.

Riuscire a sorridere delle proprie sfortune, affrontare le catastrofi personali e collettive come sfide è un invito a rimodulare la fiducia in sè stessi.

Una genialità scomoda per chi si è adattato e non sa più reagire.

Una scrittura che sa coniugare il sarcasmo a riflessioni molto intense.

Una cosa è certa: non ci si annoia.

“Non tutto è dei corpi” Giorgio Luzzi Marcos y Marcos

“Parlare di esistenza pensare resilienza

Nutrirsi per esistere è il modo di persistere

Distogliersi o dissolversi nell’alibi di un vino

È come opacizzare lo specchio del destino.

Ho conosciuto tempi di vento e di evasioni

Di amori e di illusioni e di cortei sonori.”

Le parole hanno cadenze musicali e nella composizione del verso creano assonanze e dissonanze.

Un concerto strano dove quello che conta è il contenuto del testo, la necessità di comunicare.

“Non tutto è dei corpi”, pubblicato da Marcos y Marcos, è un gioco fonetico, la sperimentazione di un linguaggio innovativo.

“Non La allettano i verbi sommersi?

Mi tallonano i versi e i dissesti.”

Nel costrutto delle frasi si ha la sensazione di scalare una montagna, arrivare in cima e sentire il brivido dell’insondabile.

La tensione nell’affacciarsi al Nulla, ritrovarsi “dentro un teatro festoso un atterrito evaso.”

Irreale che si fa tangibile grazie alle visioni oniriche e alla realizzazione di paesaggi che franano e debordano dai confini dello spazio.

“C’è una folla che aspetta

Con coperchi e fucili

Silenziosa ed enigmatica

Non sarà consentito di evitarla.”

Si procede incontrando miraggi, “gentildonne stinte da stoffe a paralumi azzurrochiari”, voci acute che incantano e distraggono.

Giorgio Luzzi cerca quel silenzio interiore che è incontro con il sè ma “il tempo procede tra orologi scompagnati.”

Vorrebbe che i sogni fossero protetti da limpide teche e che i versi si disperdessero nell’aria afosa.

Il tempo è una tagliola che ferisce e distrugge.

Resta la Memoria, eterna Signora a danzare in una notte piena.

“Ma ora prendi fiato

Prova a dimenticare”

Accettare un mondo che ha perso l’Io,  un mondo dove girovagare senza meta, cercando di raggiungere “la inquietante unità tra morte e vita”.

 

 

“Swing Low” Miriam Toews Marcos y Marcos Editore

“Il mio cervello è ancora ingolfato.

Volevo scrivere di me bambino ma… indietro, avanti, indietro…ingolfato.”

“Swing Low”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto da Maurizia Balmelli, è viaggio nella psiche di un uomo.

La ricostruzione di un’esistenza segnata da una psicosi maniaco depressiva ma la malattia è solo una delle tracce di un romanzo meraviglioso.

Nelle pagine che alternano presente e passato emerge la sfida di ognuno di noi.

Il bisogno di razionalità lotta con l’incessante lavorio mentale di chi non sa perdonarsi.

L’alcolismo della madre, la carenza affettiva dell’infanzia sono strazianti tasselli di un distacco dalla realtà.

L’introspezione è profonda, dolorosa e tenerissima perché ogni frase è frutto di una ricerca spietata di normalità.

Miriam Toews nel cercare di comprendere il padre e il suo ultimo gesto disperato gli offre il ruolo di narratore.

Atto di amore che non è solo sentimento di figlia.

È cedere parte di sè, consegnare al genitore il diritto di esserci, di uscire dal bozzolo scuro nel quale è stato confinato.

“Il baratro.. quel luogo dove l’ottimismo precipita.

(Mi spiace.)

Sto cercando di essere preciso.

Sto cercando di mettere per iscritto i fatti.”

Tradurre in parole i giorni e le ore mentre la memoria si sfalda e non sa trovare i ricordi.

Figura sempre presente è Elvira, moglie, compagna, ancora di salvezza.

L’impegno come insegnante, la passione che rende la scuola il luogo della speranza.

Tante le simbologie che aprono spiragli di luce, che invitano a cercare sempre approdi quando il terreno sta franando.

“Ho passato la vita a leggere biografie di donne e uomini famosi, perlopiù politici e giornalisti, e quelle storie di vita contribuiscono a dare un vago contesto, nonchè ispirare la mia.

Mi danno qualche dritta sul vivere, sugli obiettivi per cui combattere, sulle insidie da evitare, mi insegnano la vita.

Li ammiro.”

Modelli da imitare per scappare dalla follia, aggrapparsi con forza a chi può indicare la via.

Un testo fortemente educativo non solo perchè si accosta alla patologia mentale con rispetto e coraggio.

È un inno alla parola scritta, al valore della testimonianza, alla frantumazione di una cultura che preferisce il silenzio di fronte alle difficoltà del vivere.

È una luce purificatrice che abbraccia il lettore offrendogli occasione di ripensarsi.