“Passeggiata sotto gli alberi” Philippe Jaccottet Marcos Y Marcos

 

 

Andare all’origine della Parola, raggiungere il culmine dell’oblio, percepire la meraviglia dell’istante.

Incontrare la luce, immergersi nel suo splendore.

Vivere l’esperienza dell’essenza della Natura.

Alberi che raccontano il passato, montagne che riflettono splendore.

Provare ad attraversare l’infinito.

Camminare nel buio della notte mentre vita e morte potrebbero essere fantasiose invenzioni.

“Passeggiata sotto gli alberi”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto da Cristian Rossatti, è saggio filosofico,  viaggio verso la purezza.

È studio linguistico, esigenza di trovare una voce unica, ricerca di suggestioni.

È immagine percepita come visione, brezza creativa, critica letteraria.

È “rapporto profondo tra espressione poetica e coscienza della realtà, tra parola e intensità dell’essere”.

Philippe Jaccottet non cerca frammenti di ricordi, rivive insieme a noi la meraviglia e lo stupore.

La sua è ricerca mistica, dubbio che esplode, ricamo di sogni.

Bisogna abbandonarsi al testo, fidarsi del flusso di pensieri.

Non cercare una logica propria ma seguire il fiume delle impressioni.

Entrare nel castello di “cristallo trasparente”, imparare ad immaginare l’Assoluto.

“La bellezza si manifesta nel mutevole, nell’effimero, nel fragile; l’estrema bellezza luccica forse dell’estrema contraddizione.”

Sciogliere l’enigma, cercare la simbologia di un territorio.

Sfidare le nebbie più fini, seguire le orme della luna, raccogliere le “lacrime lente” di un mondo che ha perso la voglia di guardare.

“C’è un affaticamento nella civiltà

È difficile vivere quando si moltiplicano le minacce di annientamento.”

Affidarsi ai bagliori enigmatici della poesia e ritrovare quel centro che “sembra essersi infinitamente allontanato da noi.”

 

 

“Il grande azzurro” Ayesha Harruna Attah Marcos Y Marcos

 

“Potrei raccontarvi la più brutta giornata della mia vita, quella in cui mi strapparono dalla mia sorella gemella.

Comincerò invece dal momento in cui decisi di non tollerare più che altri avessero il controllo su quello che faccio, su dove vado, su quel che mi accade.

Comincerò dal momento in cui ho scelto la libertà.”

“Il grande azzurro”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto da Francesca Conte, è storia di riscatto che nasce da una lenta maturazione interiore.

È voce di donne stanche di essere schiavizzate.

Rulli di tamburi che annunciano una nuova era.

Ambientato nel 1892 offre una panoramica culturale dell’Africa vera dove le tradizioni sono valori.

Leggendo ho la sensazione che il romanzo non abbia tempo, sia stato scritto per tutti noi, uomini e donne, incapaci di cogliere l’importanza di poter scegliere.

Le infinite simbologie sono tracce da seguire per interpretare il forte messaggio lanciato da Ayesha Harruna Attah.

“Tutto intorno a noi c’è acqua, acqua che riflette un azzurro più scuro del cielo.

Ci sono persone, intorno a noi, e guardano l’acqua, che alle nostre spalle si estende oltre i confini della Terra.”

Elemento vitale che attraversa tutta la narrazione, assumendo un ruolo fondamentale.

È la separazione e l’unione, il pericolo e la salvezza, l’ignoto e la scoperta.

Entra nel testo come fosse il coro di un popolo che ieri ed oggi sente nel sangue il desiderio di esserci, di scrivere il proprio destino, di ribellarsi al giogo del colonialismo.

Hassana e Husseina sono due gemelle che hanno subito la separazione.

Seguiamo la loro sorte raccontata con un pathos che infiamma le pagine.

La scrittrice da spazio ad entrambe e con una prosa che attinge ad una profonda conoscenza del Continente africano mostra le loro sofferenze, le umiliazioni ma soprattutto la forza d’animo.

Se una delle due vuole trovare la sua metà, l’altra desidera dimenticare.

Due sentieri psicologici che si sviluppano in un contesto dove spiritualità e credenze ataviche hanno il loro peso.

Riusciranno a riabbracciarsi, a ricomporre la famiglia?

Poco importa, quello che conta è trovare la propria strada e la propria identità.

L’autrice ancora una volta sa regalarci i vissuti di chi scava a mani nude tra le macerie e riesce a trovare un tesoro.

Quale? Ad lettore il compito di sperimentare la stessa esperienza e certamente “la paura si fa piccola piccola ed è risucchiata nel vortice.”

 

“Feel good” Thomas Gunzig Marcos Y Marcos

“Tornava come un lugubre mantra: quando serviva qualcosa per la scuola erano “al limite”, quando bisognava pagare un dentista erano “al limite”, quando arrivava la bolletta dell’acqua o della luce erano “al limite”, quando bisognava vestirsi erano “al limite”.

Fino a diciannove anni, quando cominciò a lavorare, ad Alice non mancò niente, non ebbe mai fame o freddo, non ci fu mai miseria, lei non fu mai una bisognosa, ma fu sempre “al limite”.

A quarantacinque anni la precarietà continua ad essere una costante e Alice con coraggio, determinazione e un pizzico di inventiva prova a cambiare l’orientamento del destino.

Conosce “l’aritmetica dei poveri”, la mortificazione del sussidio dei poveri, la rabbia nel dover negare al figlio quel benessere che lei non ha mai conosciuto.

“Accettando tutti i lavori che le proponevano, essendo ultraflessibile, non storcendo il naso né davanti ad orari ballerini né davanti a orari notturni, né davanti all’ingratitudine dei compiti, nè davanti ai malumori dei diversi responsabili di posti diversi, né davanti all’assurditá di certe attività, riuscì a limitare, in una certa misura, la perdita del salario.”

“Feel good”, pubblicato da Marcos Y Marcos, è una brillante commedia del nostro tempo.

Con una scrittura discorsiva Thomas Gunzig propone una lettura critica delle disparità sociali.

La narrazione ha slanci ideativi e una verve ironica molto coinvolgente.

Mentre seguiamo le peripezie del personaggio entra in scena una figura chiave.

Tom che fin da ragazzino sogna di diventare scrittore affermato non riesce con i suoi libri a raggiungere il successo.

“Lavorò copiando ciò che aveva letto e che gli era piaciuto.

Lavorò iniettando oscurità e stranezza nelle sue storie perchè, a parer suo, oscurità e stranezza erano le caratteristiche più utili a fare di lui un “autore di culto.”

Impietosa la critica, basse le vendite in un universo editoriale che non fa sconti.

Quando per una strana e divertente coincidenza Alice e Tom si incontrano nasce l’idea geniale: scrivere un testo nel quale il lettore medio si può identificare, dandogli la certezza che le sue idee sono vincenti.

La critica alla narrativa usa e getta è feroce e argomentata.

Mi auguro che il romanzo apra un dibattito sulla qualità della parola scritta, sui casi editoriali che sono scritti a tavolino con l’obiettivo di vendere.

L’analisi spietata dell’autore pone tanti interrogativi sul ruolo della letteratura, sul legame tra realtà e finzione, sull’uso sconsiderato dei social nella promozione delle novità editoriali e sull’amore che nasce lentamente come un piccolo fiore nel giardino della condivisione.

 

 

 

Angolo Poetico “Tutti gli occhi che ho aperto” Franca Mancinelli Marcos y Marcos

 

 

“In me ora scrivi con inchiostro bianco

in questo nulla portato a compiersi.”

 

 

“Il ritratto di chi

si china come pregando a uno specchio:

la luce è la lingua di un luogo.”

 

 

“Ogni città è una radura

– terra battuta per dormire

polvere e braci spente.”

 

 

 

“Figlia del cuore” Rita Charbonnier Marcos y Marcos

Ayodele è una ragazzina di origini nigeriana, tosta, decisa a non arrendersi alla decisione del Tribunale dei Minori che ha scelto di affidarla a Sara.

La convivenza non è facile ed il racconto della giovane protagonista è divertentissimo.

Troppe regole, un contesto abitativo differente, un affetto inconcepibile per chi non conosce carezze.

“Secondo la superdonna, tutto quello che nella mia vita c’era stato prima che mi trasferissi a casa sua era da buttare, e bisognava ricominciare dal numero zero.”

Un lento, graduale percorso di adattamento fatto di piccoli passi.

“Figlia del cuore” pubblicato da Marcos y Marcos è il vissuto di chi sa di essere diverso,  la rabbia di sottostare alla decisione degli adulti, lo sgomento per un passato doloroso.

È riflessione sulla migrazione, invito a comprendere il senso del viaggio verso la speranza.

È la maternità non solo di chi i figli li costodisce in grembo.

È amore fatto di pazienza e attesa e nella figura di Sara si concentra l’esperienza di tante donne generose.

È l’idea di famiglia: “un cerchio che diventa cuore”.

È il fidarsi e il sostenersi accettando e abbracciando l’universo dell’altro.

Rita Charbonnier riesce a restituire la voce di un’adolescente con le incertezze e le paure, le conquiste giornaliere, gli affetti che si cementano col tempo.

Ha  purezza e immediatezza di linguaggio, scioltezza nella costruzione dei dialoghi.

Compone una trama fitta, intensa che sa concedere risate e pianti.

Racconta con delicatezza della tratta delle africane, del mare in tempesta durante la traversata verso l’Europa.

Parla di razzismo e integrazione con le parole dell’anima.

Non giudica, non forza il percorso interiore dei personaggi.

E quando giunge il tempo di prendere una decisione sulla sorte di Ayodele si apre la voragine di una burocrazia che non conosce sentimenti.

“Secondo la legge italiana, solo le coppie sposate possono adottare bambini.

Le persone singole possono chiedere l’affidamento di un bambino, ma non la sua adozione.”

Una svolta nella trama che terrà il lettore con il fiato sospeso.

Un romanzo che nel trasformare la pietra grezza in diamante educa ad ascoltare e a provare a comprendere.

 

 

 

 

 

“Stupidistan” Stefano Amato Marcos y Marcos

 

“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sicuri di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”

L’esergo di “Stupidistan”, pubblicato da Marcos y Marcos, è un invito a cogliere il sarcasmo di Stefano Amato.

Siracusano appassionato di letteratura costruisce una commedia aspra, tagliente, provocatoria.

Conosce bene i peccati e i buchi neri della sua terra e può permettersi il lusso di narrarli esasperando i contorni.

Una tecnica narrativa interessante, pensata nei minimi dettagli.

Deformando la realtà, dilatando e dissacrando, compie un atto coraggioso.

Si libera dal sentimentalismo, dai panorami idilliaci, dai profumi e dai colori.

Quando Patty Carnemolla, dopo una serie di incredibili peripezie, arriva sull’isola osserva e registra sbigottita.

La terra natia è un non luogo dove ogni regola di convivenza civile è stata cancellata.

Sono state abolite le scuole, si è tornati ad un linguaggio primordiale.

Nei volti della gente è stampata la maschera tragica dell’abbrutimento in un totale livellamento.

Un unico modello sguaiato, indisciplinato e indifferente.

Strade invase da cumuli di immondizia, gioco d’azzardo come unico passatempo, case abusive che deturpano il concetto di bellezza.

C’è ancora una speranza?

Si può tornare a vivere nella legalità?

È questo l’urlo soffocato dello scrittore, una rabbia travestita da ironia.

Leggendo ci si accorge che bisogna cogliere la metafora che pervade il romanzo.

Stupidistan è dovunque, è il morbo che contagia e infetta.

È l’abbandono della ragione, il trionfo dell’animalità.

Potrà una ragazzina fare il miracolo, edificare un nuovo scenario?

Quali strategie e quali compagni di avventura?

“È che non sappiamo mai di cosa siamo capaci di fare fino a quando non lo facciamo.”

Una scrittura molto modulata e tracce sparse di un bagaglio culturale che si rifà alla visione pirandelliana dell’esistenza.

 

 

 

 

“La tua bellezza” Sahar Mustafah Marcos y Marcos

Chi è quell’uomo che entra armato in un liceo islamico di Chicago ed uccide decine di ragazze? Come nasce il suo odio?

Quanto la tragedia dell’11 settembre ha travolto le certezze creando voragini di risentimento.

“La tua bellezza”, pubblicato da Marcos y Marcos, è storia straziante di solitudini.

Ricerca di identità, disperato bisogno di amore.

È il cambiamento della giovane Afaf, figlia di emigrati palestinesi.

La vediamo incerta in una famiglia disarmonica, rifiutata dai compagni perchè diversa.

Tormentata dalla scomparsa della sorella, dall’instabilità della madre.

Sarà la scoperta di Dio ad aprire uno spiraglio di luce, a spazzare i fantasmi del passato.

È finalmente il tempo dell’amore, la gioia di dirigere una scuola, il desiderio di regalare alle allieve un futuro ricco di opportunità.

Quando riecheggiano gli spari sa che è giunto il momento di scegliere e di  assumersi le  proprie responsabilità e capire le radici di tanta ferocia.

Sahar Mustafah ha una scrittura fulminea, capace di gestire insieme tempi ed esistenze.

Ha cura nel cogliere in ogni personaggio le conflittualità, le lacerazioni e di cercarne le cause.

Offre una rilettura della Storia contemporanea attraverso lo sguardo pietoso di chi non giudica ma ascolta.

Si ferma, rallenta quando gli eventi si infuocano, ritorna a narrare con la pacata consapevolezza che per tutti esiste una seconda possibilità.

Nel parlare di emarginazione unisce insieme bianchi e neri, uomini e donne.

Il romanzo è una tempesta emotiva, un viaggio tra culture, una luce che squarcia l’indifferenza.

Da leggere lasciando che le parole siano capaci di ferire e guarire.

 

 

 

“Eva e le sue sorelle” Tieta Madia Marcos y Marcos

 

“Sono incinta: il significato non coincideva con ciò che provavo.

Era quasi un’ossessione, una sfida contro il mio corpo, era mettere un punto da qualche parte.”

Una madre con troppi fidamzati e la testa in aria.

Un padre precisino che scegliendo una nuova compagna tradisce la paternità.

“Oltre all’incertezza sul futuro, mi angosciava rimanere sola con me stessa: uscivo tutte le sere stordendomi di birra doppio malto, in un affanno costante per evitare la solitudine.”

La protagonista di “Eva e le sue sorelle”, pubblicato da Marcos y Marcos, cerca di costruire una famiglia normale e le disavventure amorose, le delusioni, la noia vengono a galla.

Una scrittura divertente affollata da episodi che tratteggiano una ragazza  insicura che prova a travestirsi da adulta.

“Chi sono io? Mi domandavo di tanto in tanto, e la risposta era: e chissene importa”.

Sembra la normale storia di una donna del nostro tempo, sballottata da una relazione all’altra, in bilico tra una esistenza borghese e la fanciullezza che bussa alla porta.

Ma c’è un dolore sordo, la negazione della maternità.

Gli aborti vissuti cercando di staccare il corpo dalla mente, provando ad accettare quello che viene considerato un fallimento.

Le lacrime imprigionate come uccelli notturni che svolazzano solo nel sogno.

Il desiderio che si fa struggente ma implode incapace di prendere forma.

“Volevo un figlio per essere qualcosa di più, credo, perché io continuavo a sentirmi il nulla.”

Tieta Madia libera quel peso che molte donne non riescono ad allontanare.

La sua è una confessione, un monologo che si apre ai lettori con spontaneità.

È la sconfitta e la speranza, il senso di perdita e la frantumazione di una parte di sé.

È la luce che arriva inaspettata come il dono di una fata buona.

È tempo “di vivere a contatto con il nucleo centrale della Terra.”

 

 

Intervista a Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

@CasaLettori dialoga con Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

 

Come definirebbe con 3 aggettivi Michele?

“Michele è ingenuo, lucido, ossessivo.”

 

 

Siamo tutti inguaribili?

“Ognuno di noi è alla ricerca delle proprie passioni e della propria felicità; spinti da questi impulsi siamo più o meno capaci di combattere inguaribilmente. Ognuno lo fa a partire dalla propria storia e con i mezzi che ha.”

 

 

Giorgia e Gemma, due opposti?

“Non lo so, davvero. Penso che possano essere amate entrambe, che ci sia del bello in entrambe. Michele, però, non ha dubbi: Gemma lo muove, lo sorprende, lo turba, lo affascina.”

 

 

Cosa l’ha spinta ad introdurre nel romanzo la figura del “coniglio bianco”?

“Il “coniglio bianco” è una specie di Virgilio sfuggente, che porta Michele ad attraversare altre forme di realtà, ricompare anche nel film “Matrix”, tatuato sulla spalla di una ragazza che Neo, il protagonista, seguirà per incontrare Trinity e il suo destino di liberatore dell’umanità. Infine è anche il personaggio più libero del film “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, innamoratissimo di Jessica. Mi è sembrato doveroso che Miché avesse almeno una specie di guida da seguire, che nel romanzo si chiama Ratter e che, in modi non proprio ordinari e classici, lo aiuta a non perdere il contatto con sé stesso.”

 

 

“Ci siamo trasformati, seduti, sfilacciati” Non siamo più capaci di riconoscere il cambiamento dell’altro?

“Penso che i miei personaggi lottino con le proiezioni che tendono a formarsi dell’altro. Amarsi, forse, è riuscire ad andare oltre, è tenere vivo il ricordo del bello che ci è successo, ma anche capire che c’è molto altro bello che può venire, fuori dalla Petite Princesse, nella vita che si vive da coscienti. Gemma e Michele ci provano e, forse, ce la faranno.”

 

 

Quanto il mondo virtuale ha influenzato la sua scrittura?

“Sono uno che legge il giornale mentre fa colazione (quindi su schermo), paga le fatture da casa, risponde alle email, recupera film o trasmissioni televisive sul computer. Il mondo virtuale ha trasformato anche la mia vita, in modo profondo, persino troppo. Ho però scelto di non frequentare le reti sociali, non perché abbia un giudizio negativo ma perché, come forse direbbe DFW, rischiano di tenerti attaccato allo schermo fino a farti vivere una vita alternativa-alienante. Questo tema mi interroga, credo sia interessante e, tutto sommato, un modo concreto per rinnovare la domanda sulla relazione tra mondo onirico e realtà (Si pensi a “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler)”

 

 

La trasgressione come necessità di riscoprirsi?

“C’è un filosofo inglese che dice che ogni società ha bisogno di trasgressione, anche solo per rinnovare la fiducia dei cittadini nelle leggi che hanno scelto. Come a dire che il senso delle cose, se non lo sentiamo più, rischia di sfuggirci, di diventare abitudine e di stemperarsi nello scontato. Trasgredire una regola può essere un buon modo per capire se quel valore ci abita ancora, non è però detto che sia il solo modo.”

 

 

Tornerà Miché?

“Lo sa che, proprio in questi giorni, per la prima volta, me lo sono chiesto anch’io? Lei che cosa ne pensa?”

“L’inguaribile” Tommaso Soldini Marcos y Marcos

“Amarsi a lungo è la cosa più difficile”.

Perché finisce un amore? Cosa scatena l’allontanamento della tua donna?

Come sopravvivere da single dopo aver perduto il giaciglio protettivo di una famiglia?

Se lo chiede Michè, protagonista di “L’inguaribile”, pubblicato da “Marcos y Marcos.

Perde Gemma e non ne conosce il motivo, non ha voluto capire o semplicemente ha rimandato il momento di osservare a distanza cosa sia diventata la loro storia.

Per le figlie diventa colui che non ha più diritti.

Continua svogliatamente ad occuparsi di cronaca giudiziaria sempre più disorientato.

Una commedia divertente che sa disegnare i tratti della fragilità maschile, spesso oscurata da una falsa sicurezza.

Nelle movenze del personaggio, nell’aggrovigliarsi dei pensieri, nei dirottamenti della trama sta la maestria di Tommaso Soldini.

Costruisce uno scenario credibile, scandisce i capitoli con le date quasi a voler sottolineare la relazione tra consapevolezza e tempo.

È questa la spinta innovativa del narrare, la ricerca del perché.

Percorso tortuoso che porterà il nostro uomo a sbarazzarsi di infiniti tabù.

Geniale la storia parallela di un’altra coppia che pur nelle diversità mostrano le stesse sfaldature, le medesime finzioni.

Attraverso l’osservazione delle esistenze altrui ripercorre al contrario il labirinto in cui si è nascosto.

E le donne come vengono rappresentate in questo teatrino contemporaneo?

Forse si sono stancate di ritrovarsi sempre in perenne attesa.

Penelope finalmente assume una simbologia alternativa e si mostra in tutta la sua fierezza di donna.

Un finale che fortunatamente apre diverse prospettive e forse propone di liberare il desiderio.