“Mare aperto” Caleb Azumah Nelson Atlantide

 

“Lo sguardo non ha alcun bisogno di parole: è un incontro sincero.

Sei venuto qui a parlare della vergogna e del suo rapporto con il desiderio.

Non dovrebbe esserci vergogna nel dire apertamente: Voglio questo.

Non dovrebbe esserci vergogna nel non sapere cosa si vuole.”

Due giovani, lei ballerina, lui fotografo.

L’ incontro in un pub di Londra trasforma la casualità in un magnetismo strano.

Nasce una complicità che attraversa i corpi e le menti.

La purezza di due anime che stanno sull’orlo di un grande sentimento.

Lo osservano mentre cresce come un fiore dai mille colori ma hanno timore di sfiorarlo.

C’è una comunione fatta di confidenze, risate, pensieri volanti.

Caleb Azumah Nelson scrive un poema sull’intensità delle relazioni.

“Hai la sensazione che non siate mai stati sconosciuti.

Non volete separarvi, perché andarsene significherebbe far morire la forma attuale di questa cosa, e c’è qualcosa, c’è qualcosa in questo a cui nessuno dei due è disposto a rinunciare.”

Una danza ritmata attraversa “Mare aperto”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Anna Mioni, una musica che viene da lontano, dalle terre degli avi, dai ricordi di bambini.

È l’Africa che resta nelle vene, incancellabile segno di appartenenza.

Ma questa appartenenza in un paese Occidentale è una colpa, una macchia nel bianco dei volti che si incrociano.

“Tutti soffriamo, ti sei detto.

Tutti stiamo cercando di vivere, di respirare e ce lo impedisce qualcosa di ingovernabile.

Ci ritroviamo invisibili.

Ci ritroviamo inascoltati.

Ci ritroviamo vittime di stereotipi.

Noi che siamo chiassosi e arrabbiati.

Noi che siamo Neri.

Ci ritroviamo spaventati.

Ci ritroviamo messi a tacere.”

Le parole sgorgano e sono lacrime rapprese.

Testimoniano la sofferenza e la paura di essere diversi, costretti a continue perquisizioni, ad ingiuste provocazioni.

L’autore con voce quieta racconta la realtà delle nostre metropoli, lo fa attraverso

lo sguardo di una delle tante vittime di un razzismo che mura ogni speranza di integrazione.

Una storia sincera, appassionata, un invito ad abbandonare i nascondigli nel quale il sistema vuole rinchiuderci.

È tempo di nuotare in mare aperto.