“Sacrifici umani” María Fernanda Ampuero Gran Vía Edizioni

 

“Guardatemi, guardatemi.

Poca roba nel mondo, sacrificio umano, niente.”

Un urlo al nulla che si ripete come un mantra.

È la storia di chi non ha diritti.

Il velo delle ipocrisie si squarcia ed ecco la donna, una delle tante, immigrata, senza documenti, senza lavoro.

Uccello tra mani brutali, bambina che conosce il silenzio, femmina violata.

Emblematica esistenza di quella che non è normalità.

È il brutale assalto dell’uomo avido di carne, il volto contraffatto dalla violenza.

Mentre assistiamo impotenti al tentativo di resistenza di questo povero essere risuona un monito che ci atterrisce.

“Loro se ne stanno lí, imperturbabili, estranei, assorti in sé stessi.”

È uno schiaffo che non ci aspettavamo, la notte entra nelle vene, il tormento si espande come un fiume insanguinato.

“Sacrifici umani”, pubblicato da Gran Vía Edizioni e tradotto da Francesca Lazzarato, è una raccolta di racconti.

In ognuno il segno di una lacerazione, la denuncia di un mondo senza pace.

I luoghi non hanno definizioni o nomi, non servono a rappresentare un vissuto di dolore.

Assistiamo da lontano ad uno sciopero, ascoltiamo gli spari, capiamo che le regole del vivere civile sono sovvertite e vorremmo abbracciare quelle due ragazzine che sono stavolte dagli eventi.

La mamma che protegge la figlia da storie che potrebbero turbarla, le giovani desiderose di essere amate,  Mariela e l’odore di povertà.

Uniche nel loro angolo senza luce, forti nelle loro rabbie rapprese.

Immagini forti, parole come vetri aguzzi, intermittenze che fanno intravedere ipotetici altri scenari.

È un attimo e la visione scompare lasciando scolorire la realtà in macchie che penetrano nel terreno, inzuppano le radici e le acque.

Sembra di vivere in un altro pianeta, dove si è radicato il disagio e il conflitto sociale.

María Fernanda Ampuero viola tutte le regole che obbligano alla rassegnazione.

La sua scrittura è tragica, furiosa, scarna di aggettivi.

È essenza di corpi e carni, di sangue e lotta.

È il bisogno di essere stella, di trovare la casa dove fioriscono i gerani.

“Correre verso la scogliera sussurrando che andrà bene.”