“Il mare sottosopra” Marie Darrieussecq Einaudi Editore

 

“È sua madre che l’ha convinta a fare quella crociera.

Un modo per prendere le distanze.

Per riflettere sul suo matrimonio, sul suo mestiere, sul trasloco imminente. Partire da sola con i bambini.

Cambiare aria.

Cambiare acqua. Il Mediterraneo. Per una ragazza dell’Atlantico. È piatto. Un mare piccolo. Le coste sono ravvicinate.

Si ha l’impressione che l’Africa spinga di testa contro l’Europa, del resto può darsi che sia cosí. Un mare tettonico, destinato a chiudersi.”

Marie Darrieussecq ha una scrittura immediata, suadente e carica di poesia.

Con coraggio propone una storia che indaga sul senso di appartenenza, sulla capacità di sentirsi ancora vivi.

Imparare ad uscire dagli spazi di un’osservazione passiva e tornare ad esserci, a costo di riorientare la propria esistenza.

“Il mare sottosopra”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Maurizia Balmelli, è  vento di primavera, faro che illumina una società accecata da pregiudizi.

È luce della conoscenza dell’altro, contatto, contaminazione.

Magia di culture che nella diversità sanno trovare linguaggi comuni.

Il percorso di Rose è emblema di una necessaria trasformazione dell’Occidente.

Quando nella nave lussuosa la protagonista assiste al naufragio e al sorcorso di una barchetta di migranti è spiazzata.

Corpi reali, volti impauriti, voci confuse.

“Loro, i naufraghi, avevano qualcosa di consunto, come se la loro figura, seduti, distesi, accovacciati o anche in piedi, la faccia, le mani, i vestiti, i segni che lanciavano, le gocce che perdevano, come se tutto si protendesse in avanti ma fosse bloccato, impedito, raschiato e trattenuto fino all’osso.”

Negli occhi bassi del giovane Younès si cela il mistero di un sogno difficile da decifrare.

È un attimo, il gesto di cedere il cellulare del figlio, la voglia di fare un gesto rompendo gli argini di un’insofferenza per il proprio presente.

Sì crea un legame che potrebbe essere filiale ma è molto di più.

È scoperta delle proprie fragilità affettive, ragione che viene accantonata in un angolo.

La narrazione è coinvolgente perché entra nella sfera intima di chi comprende di essere in bilico.

E quella deviazione dalla presunta e gelida normalità è un’acceleratore di emozioni.

L’autrice non si ferma ad un’analisi introspettiva.

Racconta la migrazione, il disagio e l’umiliazione.

La permanenza in Libia, il terrore in mare, la difficoltà ad attraversare le frontiere.

“La zattera della medusa” diventa metafora di una speranza.

“Il problema, con i migranti, è quanto ci angosciano.”

Da leggere per imparare che “se la tua compassione non include te stesso, è incompleta.”