“Un Rabbi che amava i banchetti” Enzo Bianchi Marietti 1820

 

“L’Eucaristia è un pane, un cibo per i mendicanti, per i viandanti, per i malati, per quelli che non si sentono a posto con Dio e che hanno bisogno di quel pane per camminare dietro a Gesù perché da soli non ce la fanno.”

Parole che emozionano nella loro estrema semplicità.

Avvicinano ad una spiritualità per tutti dove quello che conta è l’Incontro con Dio.

Fanno sentire fratelli in una comunità che crede ancora al bene e alla solidarietà.

Danno il brivido nel percepire l’abbraccio del Figlio, il suo Amore infinito.

“Un Rabbi che amava i banchetti”, pubblicato da Mattioli 1820, nasce come lettera rivolta ai bambini ma è un inno che sgorga limpido dalla fonte della Luce.

Chi è Gesù? È l’Uomo che scende sulla terra a portare il suo messaggio di pace, è il compagno di viaggio per chi ha perso la direzione, è l’amico per il sofferente, è il confidente per il peccatore.

È Colui che si unisce agli Ultimi e infonde coraggio.

L’incontro con Simone, le nozze di Cana, le parole rivolte a Matteo: racconti che riescono a regalare serenità in questo tempo affollato di pensieri negativi.

Enzo Bianchi sa porgere la Parola attraverso una narrazione esente da sovrastrutture intellettuali.

Si rivolge ai più piccoli con voce pacata evocando passi del Vangelo, spinto dal desiderio di rendere il Verbo qualcosa che ci appartiene.

Mentre il mondo è dilaniato da conflitti e si alzano muri per difendere i confini risuona l’invito ad edificare una società unita.

“State attenti al lievito degli uomini che vogliono miracoli e grandi segni, i farisei, e a quelli che pensano di risolvere tutto con il potere.”

È tempo di rivedere la nostra fede e questo meraviglioso libri apre strade inaspettate.

Bellissime le illustrazioni di Emanuele Luzzati, coloratissime e molto espressive.

In quei volti ci ritroviamo e commossi ripensiamo alla nostra infanzia quando con innocenza e purezza di cuore ci sentivamo Figli di Dio.

“Gesù, venuto sulla terra, ha cominciato a fare proprio così, andava a banchetti dicendo a tutti: Dio vi ama e voi siete suoi figli.

Amico, l’Eucaristia è una festa, vuoi danzare anche tu?”

“I colori del tempo” Emanuele Luzzati Marietti 1820 Editore

 

 

“Nelle otto opere del Museo Ebraico di Bologna, Emanuele Luzzati ha dato colore e forma ad alcuni dei momenti più significativi della vita individuale e dell’anno nel mondo ebraico sintetizzando la lunga e complessa genesi di ricorrenze e simboli.”

Abbiamo la fortuna di ammirare queste meravigliose testimonianze grazie a “I colori del tempo Otto scene di vita ebraica”, pubblicato da Marietti 1820 Editore.

Ci si commuove osservando la profondità del tratto, l’essenzialità delle linee, il contrasto dei colori.

Ci si sente in famiglia con i personaggi che animano le tavole e nel partecipare alla quotidianità ci si sente comunità.

Non c’è posto per il pregiudizio e per la balorda idea che il diverso è nemico.

Viene esaltata la fratellanza e non è casuale l’illustrazione delle festività.

“È la festa che dà senso al tempo, mettendo insieme presente e futuro e dando forma e legando con un filo conduttore la successione dei giorni.

Senza la festa, che dà valore alla storia e alla vita, il domani sarebbe uguale all’oggi.”

È proprio il Tempo a dominare nelle scene, a scandire il ritmo del Calendario segnando, attraverso tecniche miste, una forte attenzione ad una sperimentazione mai forzata.

È come se l’artista volesse riempire i vuoti storici dando voce ad un popolo perseguitato, offeso ma ancora capace di trasmettere valori.

La “Rosh ha – Shanà”, detto anche “Giorno del Ricordo”, è inizio e creazione, riflessione e rinnovamento.

Due figure in preghiera mentre le note dello “shofàr” ricordano il sacrificio di Isacco.

Molto simbolico è il “Sukkòt”, un invito ad abbandonarsi alla misericordia di Dio.

Viene esaltata l’importanza del nucleo familiare che nella riunione vive le sue radici profonde.

Bisogna osservare i volti perchè raccontano il misticismo nella semplicità.

Sono importanti le rotazioni del corpo del rabbino (rav significa grande) che si rivolge all’assemblea con un atteggiamento “inclusivo e aperto al dialogo.”

Saremo invitati al matrimonio, assisteremo al primo giorno di scuola di un ragazzino, visiteremo il cimitero ed ogni tappa sarà esperienza indimenticabile.

Ad accompagnarci in questo viaggio di forte impatto esperenziale ed emotivo i testi di Vincenza Maugeri e Caterina Quareni.

Parole semplici che mettono in luce con estrema chiarezza il percorso artistico ed intellettuale di un grande Artista.

Mi piacerebbe che questo testo diventi compagno di chi ha perso la strada che indica la speranza.

Sa trasmettere gioia e pace, sa mostrarci chi siamo veramente, spogliati da ogni sovrastruttura.

“Il dito” Doruntina Basha Marietti 1820

Zoja e la nuora Shkurta sono le voci del testo teatrale “Il dito”, pubblicato da Marietti  e tradotto da Elisa Copetti.

Convivenza difficile che nell’asprezza delle parole nasconde un dramma celato con maestria.

Il ritmo è quello di un noir che nel finale spiazzerà il lettore.

I dialoghi non danno tregua, esprimono una conflittualità insanabile.

Doruntina Basha mette in scena l’incapacità di comunicare di due generazioni che solo nello scontro possono dialogare.

Si percepisce la rabbia di chi non ha mai avuto spazi propri e nel rimpianto cova il suo dolore.

“Se un figlio asseconda la madre, significa che l’ama.

Invece quando asseconda la moglie, significa che non è sincero.”

Le parole della suocera scavano un divario, indicano priorità affettive.

Ma il tema di fondo è la condizione delle figure femminili in una società maschilista che annulla ogni diritto.

Il testo sa cogliere il pathos di vite ai margini, costrette ad ubbidire.

Nel primo Intermezzo c’è una splendida disgressione rappresentata dal “negozio della felicità”.

Un gioiello inventivo dove il sogno può sostituire la realtà.

“Dalla mia finestra voglio vedere tante case e strade infinite, automobili che ronzano avanti e indietro nel traffico fitto e tutto intorno fermate dell’autobus, cassette postali, manifesti.

In casa mia voglio sentire continuamente il rumore dei clacson, le sirene delle ambulanze e della polizia.

E che il cielo sia coperto dai grattacieli da tutte le parti.”

L’immaginazione penetra negli strati profondi della coscienza, cerca il luogo affidandogli il compito di riempire la mancanza di affetto.

Non c’è una sola frase che stride o lascia indifferenti.

Si è travolti dalla trama e nelle ultime pagine finalmente si comprende quanto il canovaccio abbia una carica di denuncia politica.

Scorrono davanti ai nostri occhi i troppi desaparecidos del mondo e comprendiamo la madre che per dieci anni ha vissuto di fantasie.

E nel suo ultimo grido accorato ritroviamo tutta l’umanità che solo chi ama profondamente sa esprimere.

Un viaggio da non perdere nella certezza che il perdono può aiutare a sopravvivere.

 

“Iniziazione di un uomo” John Dos Passos Marietti Editore

Leggendo “Iniziazione di un uomo”, pubblicato da Marietti Editore, se ne coglie la tragica attualità.

Suoni che squarciano il cielo come uccelli impazziti, lampi delle granate che lasciano una scia dolorosa, terra squassata dai bombordamenti.

Una scrittura visiva, fluida, dal forte impatto emotivo, un reportage che in certi momenti sembra irreale.

Un crescendo che nel realismo delle descrizioni trova il suo apice.

John Dos Passos nel suo primo romanzo traspone l’esperienza personale dando un taglio giornalistico.

I fatti si snodano con lucidità e il protagonista Martin riesce ad interpretare un susseguirsi di stati d’animo.

È un osservatore che riesce a percepire cosa si nasconde nei volti e nelle parole degli uomini che incontra.

Nei dialoghi sciolti le prospettive dialettiche si aprono come ventagli mostrando l’essenza dell’essere umano, le sue reazioni, le sue rabbie e paure.

Il cambiamento che prende forma nell’animo del giovane alleggerisce l’atmosfera creando uno stacco, una pausa necessaria anche per il lettore.

Considerare il testo un romanzo di formazione è riduttivo.

Sono presenti risvolti analitici, una struttura narrativa compatta e una interessante ricerca della propria identità.

Si ritrovano quegli elementi stilistici innovativi che anticipano il post modernismo.

Si percepisce la presenza dell’autore, un accompagnatore che conosce bene lo sconvolgimento affettivo di fronte alla follia della guerra.

“Stiamo tutti combattendo per niente”.

La testimonianza di un uomo che non ha voluto edulcorare la realtà, che con coraggio ha trasformato la parola scritta in denuncia sociale.