“Noi non abbiamo colpa” Marta Zura Puntaroni minimum fax

 

“Nei pochi giorni di gioia i girasoli aprono le corolle, illuminano le colline di gialli abbaglianti, come a voler godere tutto quello che c’è da godere nella loro breve vita vegetale, già rassegnati a sfiorire, perdere i petali e chinare i grossi capi bruni e tristi sotto l’ardore di agosto.

Ma l’estate finisce rapida e nelle notti di settembre gli anziani tirano fuori dagli armadi le vecchie coperte di lana, la pioggia si accanisce sulle rotoballe, la grandine massacra i tetti di lamiera ondulata, stacca i frutti dagli ulivi garantendo raccolti grami, le suole degli scarponi si bordano di fango pesante.”

Colori, suoni e odori sono segno distintivo della scrittura di Marta Zura Puntaroni.

Il respiro di una Natura presente e partecipe, cornice che addolcisce e colma di tenerezza.

“Noi non abbiamo colpa”, pubblicato da minimum fax, è testimonianza sincera, elegia che annoda insieme storie.

Racconto che ci appartiene, ci rappresenta e ci consola.

Non siamo soli ad affrontare il tempo che disgrega e distrugge.

Le parole, i dubbi, i tentennamenti dell’autrice sono nostri e finalmente possiamo riconoscerli ed accettarli.

Marta torna nella terra d’origine cercando radici e conferme.

“Mi conforta l’idea di essere fatta di cellule del paese, cellule delle Marche.”

Tra le macerie del terremoto ci sono i segni di un’inquietudine arcaica, che da sempre scandisce la fragilità dell’esistenza.

Ad accoglierla la madre e in questa relazione che non sempre ha bisogno di parole si intuisce qualcosa che va aldilà dell’amore filiale.

È ideale connubio di sangue e di carne, anello tra il prima e il dopo.

Sperimentazione di una comunicazione che è complice.

Zolla di un terreno che non cede, non si arrende, non assolve.

“Da qualche anno il tempo sembra aver iniziato a scorrere al rallentatore per tutti.

Mia nonna, la madre di mia madre, è ancora viva, mia madre non è ancora nonna, io non sono ancora madre.”

Cosa accomuna queste tre generazioni?

Quanto la perdita di memoria della matriarca sarà trauma?

Il romanzo indaga con lucidità sulla paura di perdere i contorni degli eventi, di essere vento che confonde la realtà.

La scelta delle badanti, il terrore di non assumersi responsabilità, l’inadeguatezza di fronte alla disabilità.

Le parole arrivano come invito ad interrogarci sul valore dei ricordi.

L’infanzia con le sue favole e le amicizie e la spensierata euforia di trovare sempre braccia accoglienti.

La comunità che chiude in un cerchio le vite di tutti, mantiene le amicizie, rinsalda la memoria.

“Mi riconoscono, mi accettano, non pretendono da me nulla di più di quello che posso dare.”

L’autrice nel suo percorso intimo di consapevolezza costruisce una scala di valori, sceglie di esserci fino all’ultimo rullo di tamburo.

Ci regala una prova narrativa che esce dal pietismo mostrando che gli attimo, le ore, i giorni sono dono inaspettato.

Basta seperne cogliere ogni sussurro, ogni emozione come fossero primi e ultimi.