“Amen” Massimo Recalcati Einaudi Editore

 

“Volevo dirti quanto ti ho aspettato, quanto ti ho cercato, quanto già mi eri mancato ancora prima di esistere.

Ogni madre sa cosa significa attendere, aspettare…

Io ti aspettavo mentre ti portavo con me, nelle viscere del mio corpo, confuso nel mio sangue.

Ti avevo con me e ti aspettavo, ti sentivo e mi mancavi, eri dentro di me ma eri già fuori di me.”

La maternità e la forza di un amore che non conosce resa.

Mani tese a reggere quel figlio che sta per scivolare nel buio del non essere.

Parole che entrano nel bozzolo di ghiaccio dove un neonato lotta ad ogni respiro.

“Amen”, pubblicato da Einaudi Editore, è la prima opera teatrale di Massimo Recalcati.

Minimalismo nella scenografia dove domina il bianco della neve.

Pochi personaggi tracciano una trama che si sviluppa attraverso immagini essenziali, di una bellezza lancinante.

I suoni spezzano l’attesa, il tempo si muove lento.

È il momento della riflessione, dei pensieri che sostituiscono la preghiera.

“Il tuo piccolo cuore sul mio.

Il miracolo del tuo cuore che batteva da solo vicino al mio…

Un battito nell’assoluto vuoto, nell’assoluto buio di tutti i mondi, di tutti i tempi, di tutte le madri…”

Una figura che sa genuflettersi di fronte alla sofferenza, pronta a lottare, certa che il suo compito è solo quello di dare.

La voce di Enne arriva da lontano, si rivolge al pubblico e le sue domande sono accorate.

Cosa significa passare sulla riva del nulla?

Può esistere qualcosa o qualcuno che colmi il gelo dell’assenza?

La saggezza del soldato ci costringe ad ascoltare.

“Lí fuori c’è neve dappertutto e tanto freddo.

Ma bisognava uscire, mettere la testa fuori, partire, lasciare il caposaldo.

Uscire allo scoperto in piena notte dove non si vedeva nulla.

Solo freddo e il vento ghiacciato sulla faccia, la tormenta e la neve dappertutto…”

La guerra nell’insensato passo di giovani spaesati, il sacrificio in nome di una ruota che annienta e raggela.

“È tutto il giorno che passano elicotteri sopra le nostre teste.

Controllano che nessuno esca, che tutti restino a casa.

La morte adesso è dappertutto. Si è infiltrata in ogni cosa. Nell’amico, nel fratello, nel padre, nella madre, nei figli, nelle nostre case…

Non c’è piú riparo.

È ignota, sconosciuta, invisibile ma è ovunque, dappertutto…

Non sarebbe allora meglio andarle incontro?

Farla fuori una volta per tutte?

Uscire?

Non avere piú paura?

Lasciarsi andare tra le sue braccia?”

Il respiro stanco, forse l’ultimo verso l’ignoto.

Si congiungono in un unico canto la nascita e la morte.

La luce tenta di spegnersi ma qualcosa resta.

È la memoria e il coraggio, è la resistenza di chi continua a narrare.

È l’abbraccio della pace, il respiro del bambino, le mani della madre.

È la forza delle parole che trasmettono dolcezza.

È il linguaggio diretto che aiuta ad attraversare la notte.

 

“Il grido di Giobbe” Massimo Recalcati Einaudi Editore

 

Siamo protagonisti insieme a Giobbe e il suo urlo è il nostro.

Lo conosciamo, ne abbiamo assaporato il gusto amaro, abbiamo sentito il tormento nostro e del mondo.

Ci siamo posti la stessa, tragica domanda: “Perché proprio io?”

“Il grido è il modo più estremo della domanda.

Non si articola nelle parole, non risponde alle leggi del linguaggio, non è adottato da nessun significante.

Esce dal corpo come un altro corpo.

È uno strappo, una lesione, una nuda voce.”

Difficile commentare “Il grido di Giobbe”, pubblicato da Einaudi Editore.

È  libro intimo, incontro con la fede,  rivisitazione dei nostri dubbi.

È  parola che si fa viva e scava facendo emergere substrati ideologici fuorvianti.

Porta in superficie il senso di abbandono provato di fronte alle avversità, colpisce la nostra arroganza di uomini retti, svela i nostri limiti.

Comprendiamo che non siamo padroni del dolore, che “la potenza di Dio non è la potenza del male, ma quella ontologica della Creazione.”

Mentre nella cultura greca ci si ferma ad accettare l’insensatezza e la crudeltà della sofferenza, l’uomo biblico si ribella e vuole un confronto diretto con il Padre.

In questo bisogno c’è una rivoluzione delle prospettive teologiche, si evidenzia “Il fallimento sintomatico della Legge.”

Una legge rigorosa che nell’antico Testamento punisce i cattivi.

Finalmente si ha una purificazione dalla colpa, dalla visione antropocentrica della religione.

Massimo Recalcati ci invita a confrontarci con la nostra visione del Creatore.

Dio con il suo Silenzio ci offre uno spazio di libertà, ci propone di scegliere, di accogliere o di negare l’amore incondizionato al Padre.

Un saggio che in ogni capitolo approfondisce il ruolo e l’interpretazione della psicoanalisi che considera il dolore non “come una mera alterazione del funzionamento del pensiero e del corpo, ma come luogo di una sofferenza singolare che veicola un significato cifrato, ovvero rimosso.”

Testo che fa rinascere, propone una sfida ad elaborare il tormento trasformandolo “in una esperienza umana e storica di senso.”

Dalla teoria teologica della retribuzione, dalla egoistica concezione di un’asservimento al bene per ricavarne il Dono alla libertà di accogliere la Parola, accostandoci alla Luce con cuore aperto.

Dalla teologia della maledizione alla rivelazione della Bontà.

Una lezione indimenticabile e indispensabile: vivere con consapevolezza il tempo della scelta.

Recensione di Lisa Molaro (@LisaMolaro1) Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Recensione di Lisa Molaro (LisaMolaro1) “Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Come l’Autore specifica nell’introduzione del libro, “Mantieni il bacio” nasce come una sorta di “copione” del ciclo di trasmissioni televisive -sette- andato in onda su Rai 3 con il titolo di Lessico amoroso (gennaio-marzo 2019); monologhi di cui non mi son persa una puntata poiché avevo messo la registrazione in “collega serie”.
Psicoanalista lacaniano, saggista e accademico, Massimo Recalcati rendeva il silenzio che circondava le sue parole assoluto.

Io ero rapita dalla sua ritmica espositiva, dal suo tono di voce pacato e sicuro, dalla sua sensibilità che trapelava dalla sua gestualità e dalle sue parole quanto dalle sue pause. Sì perché non c’erano silenzi calati senza motivo d’essere. Parole, immagini e citazioni che si amalgamavano dentro un cerchio armonico di cultura e beltà.
Avendo già letto – e adorato – “A libro aperto. Una vita è i suoi libri” ed essendo catturata dalla saggistica come i riflessi di miele che restano appiccicati all’alveare, capite bene che questo suo “copione” non me lo potevo perdere!
Peccato si sia trattato di una lettura troppo breve, in questo libro di pagine ne avrei lette ancora e ancora e ancora… anzi, certi temi li avrei proprio voluti sviscerare ancor di più!
Ma andiamo per ordine.
Una copertina meravigliosa – un fotogramma da Spellbound, di Alfred Hitchcock – mi ha fatto calare sin da subito dentro un contesto che profuma di buono, di eleganza di tempi andati (spero non del tutto), di corteggiamento, di schiene diritte e mani protese.
Com’è nato il titolo?
L’autore ci spiega che tutto è iniziato con la complicità della lezione di Pilates unita alla sua attività onirica, al suo inconscio:
“Il titolo di questo libro nasce da un mio breve sogno. Il giorno precedente Arianna, la mia insegnante di pilates che da tempo mi aiuta a tenere in sesto la mia povera schiena logorata da trent’anni di pratica della psicoanalisi, mi aveva sottoposto a un esercizio particolare: sdraiato a pancia in su, tenendo le ginocchia unite, dovevo ruotare alternativamente una delle gambe. Arianna mi invitava in questa postura scomoda e innaturale a “mantenere il bacio” tra le ginocchia che la rotazione della gamba tendeva invece a disfare. “Massimo,” mi diceva seriamente, “mantieni il bacio.” (…)”
Mantieni il bacio… che bel titolo!
“Mentre mantengo il bacio, tocco la tua lingua, la tua voce, la tua parola, il tuo nome. Mentre mantengo il bacio, trasformo il tuo corpo in una nuova lingua e in un nuovo alfabeto. Sento tutta la storia del tuo corpo depositata sul mistero unico della tua lingua. Sento tutta la vita che ho vissuto passare in questa nuova lingua che siamo diventati ora.Mantengo allora il bacio; lo trattengo nella memoria e nel tempo. La tua lingua di rosa o di caramella, di pioggia o di neve, di mare o di vento. (…)”
Per me, questo, è lirismo puro!
Ed è con questo senso di beatitudine nel cuore che ho divorato i sette capitoli del libro, capitoli in cui Massimo Recalcati narra – perché questo fa: narra, romanza, rende vivi – di Promessa, di Desiderio, di Figli, di tradimento e perdono, di violenza, di separazioni e, infine, di amore che dura.
Ovviamente la sua prospettiva è psicoanalitica e Lacan è spesso citato ma i riferimenti e le citazioni attinte dai saggi di letteratura -ma non solo- sono molteplici: s’incappa in Barthes – ma non potrebbe essere altrimenti, anzi, questo mi pare quasi doveroso!–quanto in Neruda, in Benigni, in Sartre, in Omero, in Roth, in Schopenhauer,Salter, in Gualtieri,in Lévinas e potrei proseguire ancora per una riga di certo!
D’altra parte cosa c’è di più narrato, ammirato, studiato dell’amore? Non l’odio, ché di lui ne è parte!
Come ho scritto prima, questo libro richiama alla mente il meraviglioso saggio di Barthes (che ora sto rileggendo) perché, come in quel caso, inanella tra di loro le figure composte dalle emozioni di cui questo “Sentimento” si pregna. Perché tali siamo: figure, rappresentazioni, capsule di gelosia, di ardore, di stereotipi che si credono originali… ma che di originale hanno solo la propria tela e le scelte dei colori con cui riempiranno una cornice scolpita all’inizio della Storia, quella con la S maiuscola.

E questo è bello, affascinante, carico di vita che ci si porta appresso dai tempi dei tempi. E leggerne non può che avvincermi permettendomi di continuare sempre a pormi domande senza volerne mai conoscere tutte le risposte… ché quello è impossibile, perché, come diceva qualcuno più importante di me: “So di non sapere” e voglio continuare a non sapere per sempre!
E quindi anche da queste pagine mi sono uscite riflessioni e immagini sull’amor ardente, su fiamme che rendono cenere, su lingue di fuoco che salgono al cielo in un turbinio di scintille impazzite e su braci che, invece, invece si mantengono in vita perché alimentate dal giusto alito e dal giusto bouquet di ramoscelli. Questo non significa, però, che l’amor che dura è l’amore parco, tirchio di attenzioni… tutt’altro!
L’amore non è un letto che può essere disfatto o abbandonato, spostato o cambiato. Ulisse ricava il suo letto da un albero, lo rende talamo. Sceglie un olivo, che è un albero dalla crescita lenta e longevo, un albero che conosce il mistero della durata. Il suo letto è un’immagine della forza solida del suo amore, della sua fedeltà alla promessa. Per questo può rinunciare all’immortalità offertagli dalla dea Calipso per ritornare a casa, per ritrovare la propria donna. È la follia dell’amore quando c’è: il letto degli amanti dovrebbe avere sempre la forma dell’albero.
“Per sempre” è l’espressione che abita ogni discorso d’amore degno di questo nome. “Per sempre” è il tentativo che ogni amore compie per significare la propria pura e stupida casualità in una manifestazione dell’eterno.
Mi è piaciuto molto il capitolo sulla genitorialità. Non sono madre – se non d’idee e parole -e guardandomi attorno capisco l’importanza di dover evidenziare il fatto che il figlio debba essere figlio non del seme o dell’utero, ma del desiderio di chi lo ha messo al mondo. Figlio del desiderio… che bella espressione! Una frase che sembra scontata -tanto assodata dovrebbe essere – eppure così delle volte non è.
Massimo Recalcati espone azioni e reazioni in spot amalgamati tra loro con fluidità e compartecipazione.
Temi importanti, temi di un’attualità che è tale da tempo andato e sarà tale nel futuro.
Parole come chiavi in elenco…
Sacrifici d’amore, amputazioni di parte di sé, cuori offerti, sofferti, accarezzati, sbeffeggiati. Cuori piangenti, economia del risarcimento del rimborso, donazioni a mani piene e occhi chiusi.
Istinto, parte selvaggia, fuoco, follia, passione, matrice erotica, segreto, teorie freudiane, riproduzione della specie, eccedenza lussuriosa, corpi che diventano libri.
Perdono, rielaborazione, imperfezione, consapevolezza, impossibilità decisionale, ferite che diventano poesie.
Libertà, possesso, Achille e la tartaruga, “essere in fuga”, Proust.
Separtizione, separazione, lacerazione, lutto, squarcio, buco nero, voragine, odio, attaccamento.
Amor che dura, amor che ama, amor che respira “lontananza”, amor che dà ciò che non ha.
Termino scrivendo che questa raccolta di brevi lezioni sull’amore non ha mai il tono della saccenza, della pomposità, del tedio. Com’è tipico dell’autore, invece, pare sempre di essergli innanzi, seduti insieme durante un convivio, una comunione di idee e riflessioni.
Certi pezzi – molti a onor del vero – sono di una dolcezza poetica infinita, dolcezza che però non rende mai banale ciò di cui tratta. Un libro godibilissimo!