“Mia diletta” Marieke Lucas Rijneveld Nutrimenti Editore

 

Forti contrasti cromatici ed emotivi in “Mia diletta”, pubblicato da Nutrimenti Editore.

Già nel titolo si intravede un legame con la scrittura classica, e queste due parole che ricorrono spesso tracciano una linea netta tra ciò che trasmettono e il testo.

È come se nella difficoltà di narrare gli eventi si volesse creare una lingua della purezza.

La prima voce è quella di Kurt, veterinario cinquantenne.

Accorata, logorroica, a tratti disperata.

Insistente, pungente, remissiva.

Invadente, inquietante, mai forzata.

“Io ero il complice della follia, non sapevo come fare a non desiderarti,

Tu, la divina prediletta.”

Sono fondamentali le parole anche quando sono martellanti, visionarie, strazianti.

Scandiscono il tormento di un uomo divorato dalla passione per una ragazzina, una voragine che permette di “esistere”.

La colpa anche solo per il pensiero peccaminoso, la voglia di arrendersi al piacere, il disgusto di sè.

E quella giovane è l’adolescenza purificata dai ricordi, è il passato libero dalla violenza della madre.

Potrebbe essere una nuova nascita ma è impossibile.

La protagonista femminile sconta una pena che non si può cancellare e prova a trasformarsi nel dolore che copre il mondo.

Come possono incontrarsi questi due esseri feriti?

Quale linguaggio potrà unirli?

Sogni che si trasformano in allucinazioni, aerei che si schiantano, “ali spezzate, equilibrio precario, apatia.”

“Solo chi inciampa spesso sa davvero come restare in piedi.”

Un invito o una scommessa mentre si cerca di scoprire di cosa aver paura.

In questo gioco a due altre presenze marginali e destabilizzanti.

Rappresentano quel “possibile” così irraggiungibile.

“Mi facevi sentire giovane.”

Marieke Lucas Rijneveld in questa nuova prova letteraria, vincitrice del Flemish Boon Prize 2022, trova una cifra narrativa completamente autonoma rispetto a “Il disagio della sera”.

Si ha l’impressione che ci sia un totale ribaltamento del punto di osservazione.

Nel primo romanzo la perdita dell’innocenza creava una barriera necessaria per sopravvivere.

In “Mia diletta” ci si misura con la sopravvivenza del bambino che è in noi.

E quel bambino ritorna con le sue ossessioni, urla il suo bisogno di attenzioni, si aggrappa a chi gli cede briciole d’amore.

Le disgressioni letterarie puntellano il romanzo cercando simmetrie forse inesistenti.

È il viaggio necessario per diventare adulti e per accettare il tempo che devasta i sogni.

Tragico e bellissimo, impietoso e dissacrante, focoso e ardito, racconta la solitudini infinite del nostro tempo.