“Mia madre è un fiume” Donatella Di Pietrantonio Einaudi Editore

 

“I conti non si chiudono mai tra me e lei.

Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro.

Ancora la cerco.

Non la trovo.

La cerco.

Madre dolorosa.”

“Mia madre è un fiume”, pubblicato da Einaudi Editore, ci trascina dentro una asimmetria affettiva.

Il contrasto tra due sentimenti: il bisogno della bambina e la distanza dell’adulta.

La scrittura deve avvicinare questi poli, trovare il coraggio di perdonare.

Lei, figlia, trascurata per troppo lavoro, per i residui di una educazione che non prevede baci.

Lei, pronta a cercare l’odore contadino della mamma e sentire che ci sono perimetri sassosi da attraversare.

Lei, donna, imprigionata in un involucro che dovrebbe proteggerla dal dolore.

E quella figura rattrappita in un presente offuscato, affetta da grave amnesia non è più torre inaccessibile.

È mamma ferita, indifesa, chiusa in un mondo di ombre.

Bisogna ripercorrere i ricordi, aiutarla a non perdersi nell’inesistente.

Come sfogliando un vecchio album la figlia si fa voce narrante.

Emerge piano piano il prima in una terra aspra che costringe i maschi ad emigrare e le femmine ad occuparsi della campagna, della prole e degli animali.

Vita sacrificata, fatta di giorni di attesa del ritorno del marito.

Matrimoni e nascite, feste contadine, semplici rituali che raccontano l’Abruzzo.

Le parole sanno essere poetiche quando si cede alla pietà, lancinanti se riaffiora il torto subito, taglienti quando a prevalere è la razionalità.

Donatella Di Pietrantonio scrive con quella prosa affabulatoria e incantatrice che tanto amiamo.

Esplora la relazione che è origine e fine, si fa interprete di una generazione.

Quella stirpe di giovani donne che come lei hanno sentito lo strappo violento dal cordone ombelicale.

Attonite, impaurite hanno affrontato il nuovo che avanzava.

Hanno ripudiato con infinita sofferenza il legame che è metafora di appartenenza.

Ogni passo è stato appesantito da un continuo contrasto tra la ragazzina e l’adulta.

“Brancola in questa nebbia opaca.

Mi vede a tratti e lo sgomento che mi legge negli occhi moltiplica il suo.

Delle nostre paure non diciamo niente.

Continuiamo a rimandarcele l’una con l’altra in un gioco che ancora non ci sfinisce.”

Una lettera di amore straziante, la testimonianza che non si azzera e non estirpa il gene della dipendenza al ventre materno.

E a quel ventre si torna quando la paura si fa invadente, basta chiudere gli occhi, immaginare un abbraccio, risentire quella voce per sapere che lei ci sarà sempre.

È in noi, vigile o distratta non importa.

“Mia madre è un albero.

Alla sua ombra mi sono giustificata.

Si secca, anche l’ombra si riduce.

Presto sarò allo scoperto.”