“Un tempo gentile” Milena Agus Nottetempo

“I nostri figli avevano fatto bene a prendere in mano il proprio destino e ad andarsene, ma il nostro cruccio era che prima o poi ci avrebbero dimenticati.

All’inizio venivano, almeno qualche volta, ma si annoiavano e dispezzavano ogni cosa.

Con loro ci vergognavamo dei blocchetti di cemento, del gres, della plastica, dell’eternit, dell’alluminio che avevamo sostituito alle pietre, al cotto, al legno, alle tegole, e ci vergognavamo della spazzatura che veniva portata via soltanto due volte alla settimana.”

Un paese sardo dove stentatamente si cerca di sopravvivere.

Si sono spenti entusiasmi, sogni, passioni.

Il tempo si è fermato, stanca clessidra di un’immobilita che segna la comunità.

Poche case e i colori sbiaditi della solitudine.

“Qui non nascevano più bambini, per questo avevano tolto perfino le scuole elementari.

I nipotini, per chi li aveva, crescevano senza conoscerci, perché vivevano lontano e non venivano mai a trovare i nonni.”

“Un tempo gentile”, pubblicato da Nottetempo, è la rappresentazione simbolica di un Sud isolato, spaesato, vuoto di progetti.

Un nido che non sa accogliere, un non luogo, metafora di una frattura profonda tra arretratezza e civiltà.

Quando arriva un gruppo di migranti la prima reazione è carica di rabbia, frutto di pregiudizi e di maldicenze.

Milena Agus con il tono mite che la contraddistingue racconta la paura del diverso, lo spaesamento di fronte alla “novità”.

Culture diverse che devono imparare a conoscersi, a confrontare gestualità quotidiane, linguaggi emozionali, tradizioni, religioni.

Il romanzo è un piccolo gioiello, una conca di acqua pura.

È la speranza, il passo incerto verso l’altro.

È la condivisione di una nascita, il dolore per coloro che non sono riusciti ad attraversare il mediterraneo.

“Certo, eravamo poveri, ma adesso nelle nostre vite si era insinuata un’umanità ancora più povera.

Ci faceva uno strano effetto averli proprio lì, all’accampamento, gli affamati, i fuggitivi dalle guerre.”

Un minestrone di razze che diventa famiglia e plasma un nuovo modo di sentire e di vedere.

La scrittura si diffonde come un canto di pace, esplora il senso di appartenenza, apre nuovi confini.

Un testo da leggere nelle scuole per educare a sentirsi fratelli.

“Davanti a mare, che non sta mai fermo e arriva a bagnare tutte le terre del mondo e si mischia con gli immensi oceani, avremmo capito che l’ansia, lo smarrimento, la paura, il senso di angoscia fanno parte della condizione umana.”