“Bergamo e la marea” Davide Maria De Luca minimum fax

 

“Di Bergamo e di quello che hanno vissuto i suoi abitanti dovremo parlare ancora.

Dovremo ascoltare di nuovo la voce di chi ha vissuto quei giorni e fare tesoro delle loro esperienze e testimonianze.

La seconda ondata non sarà l’ultimo colpo che riceveremo dal coronavirus. E il coronavirus non sarà l’ultimo essere microscopico a fare il salto da un animale esotico alla specie umana.

Su questo non abbiamo alcun potere: è accaduto e accadrà di nuovo. Ma di una cosa possiamo invece assicurarci.

Possiamo fare sì che la marea che ha travolto Bergamo sia l’ultima a cui permetteremo di sommergere una comunità del tutto impreparata ad affrontarla.

Per farlo, però, dobbiamo continuare a raccontare quello che è accaduto a questa comunità in quelle quattro settimane di primavera.”

La premessa di “Bergamo e la marea”, pubblicato da minimum fax, è voglia di comprendere.

Imperativo morale a non far calare l’oblio su una strage.

Coraggio di ricomporre gli eventi come tasselli di un puzzle devastante.

Impegno a far luce su verità scomode.

Davide Maria De Luca fa una ricostruzione giornalistica impeccabile, riporta dati, testimonianze.

Individua il primo focolaio ad Alzano Lombardo quando con leggerezza i primi casi furono scambiati per influenza.

“Ufficialmente, i primi casi di coronavirus a Bergamo sono stati i pazienti trovati positivi domenica 23 febbraio.

Ma in realtà alla fine di febbraio l’ospedale di Alzano era stato sommerso dal virus.

Il coronavirus circolava nei pazienti del reparto di medicina generale.

Era sulle superfici, sui letti, sulle pareti, trasportato dai colpi di tosse dei malati.”

Ricostruisce la mappa geopolica della Lombardia e non fa sconti a nessuno.

Con un linguaggio chiaro e non aggressivo si fa voce di una città che ha avuto più di 4500 vittime.

Le gravi responsabilità del governo centrale, la inadeguatezza delle autorità politiche regionali e comunali emergono e lasciano sgomenti.

La debolezza della medicina territoriale, la carenza di medici e infermieri, l’affollamento nelle case di cura sono solo alcuni aspetti di una tragedia che si poteva evitare.

“Tutto quello che sappiamo lo dobbiamo alle interviste anonime di medici dirigenti e personale sanitario e alle memorie difensive che i dirigenti bergamaschi hanno consegnato alla magistratura che sta indagando sulla vicenda.

Quella che emerge è una situazione di incredibile caos, di panico generalizzato e disorganizzazione paralizzante.”

Il saggio non ha solo lo spessore di una denuncia, è l’accorato bisogno di dare risposte ai parenti di chi non ha superato la marea.

La mancanza di mascherine e guanti, l’incapacità di segnalare in tempo i positivi, l’assenza di tamponi non possono giustificare e assolvere.

Un libro che lascia un segno profondo invitando a riflettere su come rialzarsi e come guarire le ferite.

Un monito per tutti noi perché la battaglia non è ancora finita.

Incipit tratto da “Il vizio assurdo” Davide Lajolo minimum fax

 

 

 

“L’immagine più caratteristica della sua infanzia me l’aveva confidata Pavese stesso, il giorno che eravamo andati insieme, durante le ferie d’agosto, a rivedere a Santo Stefano Belbo la cascina di San Sebastiano dov’era nato.

Mi aveva detto: «La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro».

Ritrovammo la cascina qualche centinaio di metri prima del paese, prospiciente alla strada che da Canelli porta a Santo Stefano Belbo.

Era allora una grossa cascina con il fienile, la stalla e sull’altro fianco le stanze d’abitazione.

Ora è molto cambiata.

È rimasta la stanza col balcone dove egli è nato, ma il rustico è scomparso, perché i frati Giuseppini, che l’avevano acquistata, ne hanno fatto un collegio e là dove c’era l’orto hanno piantato alti pini scuri.

Adesso anche il collegio è scomparso, è tornata casa di contadini.

Solo la facciata principale è rimasta intatta, chiusa in mezzo alle tre colline di Moncucco, Crevalcuore e Bauda.”

Incipit di “Ripartire dal desiderio” Elisa Cuter minimumfax

 

 

Quando avevo circa sei anni i miei genitori vennero convocati a scuola.

Le maestre avevano notato che i miei disegni erano piuttosto strani: i soggetti femminili avevano il seno e indossavano tacchi alti.

Mi piaceva molto disegnare, mi ripetevano tutti quanto fossi portata – e probabilmente a piacermi era soprattutto quello: sentirmi lodare per il tratto sicuro.

Non ho mai davvero considerato il disegno un mezzo per esprimermi e non ho mai sperimentato più di tanto, né spaziato nei soggetti, e infatti credo che tanta sicurezza derivasse dalla pratica reiterata, dal fatto insomma che disegnavo sempre le stesse cose – le stesse cose che mi trovo a scarabocchiare tuttora quando sono al telefono o a una conferenza noiosa: donnine procaci.

Quelle che facevo all’inizio delle elementari erano buffe, delle pin-up deformi: teste enormi e corpi piccolissimi, fronti bombate, fiocchi sparsi sui capelli lunghi e voluminosi come quelli della Sirenetta Disney.

Quanto impatto quel film d’animazione uscito nel 1990 avesse avuto nella mia giovane esistenza è testimoniato anche dall’estate in cui volevo cambiare nome: mi scrivevo ogni giorno (ero al mare, puntualmente sbiadiva dopo il bagno) sul braccio ARIEL in caratteri cubitali e lo mostravo a mia madre ogniqualvolta si ostinasse a chiamarmi Elisa, e finché non si correggeva la ignoravo.

Quegli esilaranti piccoli cloni della Sirenetta che uscivano dalla mia penna, dicevo, avevano sempre una curva del seno che sporgeva addirittura più delle già prominenti fronti e, che stessero andando a un ballo o a fare una gita in montagna, erano invariabilmente in bilico su tacchi altissimi: il piede, piatto e orizzontale, era sospeso su una lineetta verticale che intersecava quella del suolo – tipica, quella sì, delle rappresentazioni infantili che non hanno ancora compreso la prospettiva.

“Noi non abbiamo colpa” Marta Zura Puntaroni minimum fax

 

“Nei pochi giorni di gioia i girasoli aprono le corolle, illuminano le colline di gialli abbaglianti, come a voler godere tutto quello che c’è da godere nella loro breve vita vegetale, già rassegnati a sfiorire, perdere i petali e chinare i grossi capi bruni e tristi sotto l’ardore di agosto.

Ma l’estate finisce rapida e nelle notti di settembre gli anziani tirano fuori dagli armadi le vecchie coperte di lana, la pioggia si accanisce sulle rotoballe, la grandine massacra i tetti di lamiera ondulata, stacca i frutti dagli ulivi garantendo raccolti grami, le suole degli scarponi si bordano di fango pesante.”

Colori, suoni e odori sono segno distintivo della scrittura di Marta Zura Puntaroni.

Il respiro di una Natura presente e partecipe, cornice che addolcisce e colma di tenerezza.

“Noi non abbiamo colpa”, pubblicato da minimum fax, è testimonianza sincera, elegia che annoda insieme storie.

Racconto che ci appartiene, ci rappresenta e ci consola.

Non siamo soli ad affrontare il tempo che disgrega e distrugge.

Le parole, i dubbi, i tentennamenti dell’autrice sono nostri e finalmente possiamo riconoscerli ed accettarli.

Marta torna nella terra d’origine cercando radici e conferme.

“Mi conforta l’idea di essere fatta di cellule del paese, cellule delle Marche.”

Tra le macerie del terremoto ci sono i segni di un’inquietudine arcaica, che da sempre scandisce la fragilità dell’esistenza.

Ad accoglierla la madre e in questa relazione che non sempre ha bisogno di parole si intuisce qualcosa che va aldilà dell’amore filiale.

È ideale connubio di sangue e di carne, anello tra il prima e il dopo.

Sperimentazione di una comunicazione che è complice.

Zolla di un terreno che non cede, non si arrende, non assolve.

“Da qualche anno il tempo sembra aver iniziato a scorrere al rallentatore per tutti.

Mia nonna, la madre di mia madre, è ancora viva, mia madre non è ancora nonna, io non sono ancora madre.”

Cosa accomuna queste tre generazioni?

Quanto la perdita di memoria della matriarca sarà trauma?

Il romanzo indaga con lucidità sulla paura di perdere i contorni degli eventi, di essere vento che confonde la realtà.

La scelta delle badanti, il terrore di non assumersi responsabilità, l’inadeguatezza di fronte alla disabilità.

Le parole arrivano come invito ad interrogarci sul valore dei ricordi.

L’infanzia con le sue favole e le amicizie e la spensierata euforia di trovare sempre braccia accoglienti.

La comunità che chiude in un cerchio le vite di tutti, mantiene le amicizie, rinsalda la memoria.

“Mi riconoscono, mi accettano, non pretendono da me nulla di più di quello che posso dare.”

L’autrice nel suo percorso intimo di consapevolezza costruisce una scala di valori, sceglie di esserci fino all’ultimo rullo di tamburo.

Ci regala una prova narrativa che esce dal pietismo mostrando che gli attimo, le ore, i giorni sono dono inaspettato.

Basta seperne cogliere ogni sussurro, ogni emozione come fossero primi e ultimi.

 

 

 

 

 

Incipit “Il cielo è dei violenti” Flannery O’Connor minimum fax

 

“Lo zio di Francis Marion Tarwater era morto da appena mezza giornata quando il ragazzo si ubriacò troppo per finire di scavargli la fossa, e così toccò a un negro di nome Buford Munson, che era venuto a farsi riempire una brocca, completare l’opera, trascinando il cadavere dal tavolo della colazione dov’era ancora seduto per dargli una degna e cristiana sepoltura, piantando le insegne del Salvatore in testa alla tomba e ricoprendola di una quantità di terra sufficiente a evitare che i cani lo disseppellissero.

Buford era arrivato pressappoco a mezzogiorno e quando se ne andò, al tramonto, il ragazzo, Tarwater, non era ancora tornato dalla distilleria.

Il vecchio era il prozio di Tarwater, o almeno così diceva, e, da quel che sapeva lui, avevano sempre vissuto insieme.

Lo zio gli aveva detto che aveva settant’anni all’epoca in cui lo aveva salvato e iniziato a educarlo; ne aveva ottantaquattro quando morì.

Secondo i suoi calcoli, quindi, Tarwater doveva avere quattordici anni. Lo zio gli aveva insegnato a far di conto, a leggere, a scrivere e poi la storia, a cominciare dalla cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden, passando per i presidenti, compreso Herbert Hoover, e proseguendo con le sue congetture riguardo il Secondo Avvento e il Giorno del Giudizio. Oltre a dargli una buona istruzione, lo aveva salvato dall’unico altro parente, il nipote del vecchio Tarwater, un maestro di scuola che in quel periodo non aveva figli, e che voleva crescere il figlio della sorella morta secondo i suoi principi.”

“Un segno invisibile e mio” Aimee Bender minimum fax

 

“Niente piano. Niente dolci. Niente atletica. Niente. Sono innamorata dello smettere. A suo modo è un’arte.”

“Un segno invisibile e mio”, pubblicato da minimum fax, invita a riflettere sulle strategie per sopravvivere al dolore.

Mona ferita dalla malattia del padre, dal grigiore che ha invaso la casa, dalla madre che finge normalità, alza barriere contro il mondo.

Si chiude a riccio imparando a diventare ombra.

La distanza che si impone è accompagnata da tanti rituali scaramantici, segno di un’infanzia frenata nel suo sbocciare. Unica grande passione è la matematica e in una scuola elementare riesce a far sperimentare ai suoi piccoli allievi la magia dei numeri, il gioco delle probabilità, la capacità di rappresentare il proprio disagio.

Già in “L’inconfondibile tristezza della torta al limone” Aime Bender traccia la psicologia dei personaggi creando un’aura di mistero e di attesa.

In questa nuova prova narrativa mostra che bisogna attraversare le sfide che l’esistenza ci impone trovando una via di fuga.

Rispetto alle raccolte di racconti, “Creature ostinate” e “La maestra dei colori”, il realismo magico viene amalgamato con l’ironia e una maggiore consapevolezza critica.

Un romanzo che conferma le rare qualità letterarie della scrittrice perché non è facile saper inventare e condividere  un proprio codice di resilienza.

Agenda Letteraria 8 agosto 2020

 

 

“Se vuoi scrivere seriamente – ti do già i segreti al capitolo due ma il prezzo da pagare è che ti toccano anche le note dolenti – dovrai togliere tempo a molte cose, e in ogni momento avere con te un libro.

In genere gli altri interessi scompaiono e anche la vita privata ne patisce.”

 

“La scrittura non si insegna”  Vanni Santoni  Minimum fax

“A casa e ritorno” Chris Offutt minimum fax

 

“La scrittura di Chris Offutt continua ad essere folgorante, capace di fotografare i luoghi della sconfitta, i personaggi marginali.

La sua America non è stampata su carta patinata, ma è vera. Sembra la mappa geografica emozionale di chi non ha più nulla da perdere.

Se già in “Nelle terre di nessuno” avevamo assorbito il sapore aspro del rimpianto, in “A casa e ritorno”, pubblicato da minimum fax, la linea di congiunzione con il marchio d’origine diventa una condanna e una espiazione.

Il Kentucky è cimitero delle speranze e contemporaneamente immaginario di redenzione.

È rappresentazione di una fuga da se stessi, dalla noia di un quotidiano troppo uguale ma è anche simbolicamente cattedrale di ricordi.

È famiglia, bosco, collina, colore, tragedia.

È originaria colpa degli avi, condanna scritta sulla carne viva.

Nei nove racconti forte è l’attrazione verso un Altrove che possa garantire una svolta.

“Non importa da dove veniamo. Importa chi siamo adesso.”

Una frase che contiene una speranza e saranno i personaggi con le loro vite sghembe, gli sguardi persi in chimere irrealizzabili a raccontarci un’altra verità.

Mentre Tucker, protagonista di “Country dark”, sceglie di difendere ciò che ama, in questa prova narrativa si coglie lo spaesamento di un Paese che non è capace di far intravedere chance.

Un romanzo politico nel senso alto del termine, una descrizione realistica di chi fugge dai tanti muri di una società che troppo spesso giudica  le apparenze.

Resta la strada ed un bivio, a noi il compito di rimanere o fuggire.

“Terrapiena” Carola Susani minimum fax

 

“Italo lo avevamo trovato a Ponte di Leno, alla fine dell’estate”.

In “Terrapiena”, pubblicato da minimum fax, torna il personaggio ideato da Carola Susani in “La prima vita di Italo Orlando”.

Una figura sfuggente, spigolosa, misteriosa.

Riesce ad attrarre perché rappresenta il punto di rottura che apre gli spazi alla eccezione.

“La sua faccia era sguaiata, irridente,  benevola, boh.”

Voce narrante è Ciccio, un ragazzino che registra i mutamenti che capricciosi trasformano l’incedere stentato della sua Terra.

La Sicilia è una cartolina che si sgrana e mostra le differenze sociali che la attraversano.

Gli anni settanta portano il peso del terremoto e le baracche trasudano povertà e un misto di resa e ira contenuta.

La mancanza di acqua corrente, i colori che si sparpagliano tra le pagine, il senso di attesa, la trascuratezza della madre, l’invadenza arrogante dello “zio”: la scrittura poetica compie il miracolo di rendere viva una scenografia inquietante.

Un gruppo di hippie risveglia la comunità dal suo torpore atavico, ma è solo una voce di fondo, “canzoni dal ritmo antico” e cartelloni “che volevano Ricostruzione e Lavoro.”

Una dimensione altra al quale il nostro giovane personaggio si accosta con una curiosità che lo scuote dentro, gli promette una prospettiva di futuro.

La sua è un’allegria rabbiosa che ricorda gli scatti di Letizia Battaglia.

Non esiste un fermo immagine, il ritmo narrativo non si placa, incede nella vertigine di un’attrazione.

Storia proibita di una tenerezza infinita e Saverio forse è l’unico che riesce a cogliere nella personalità di Italo la fioritura di un sentimento.

Il romanzo è folgorante, bellissimo, allegorico.

Il dialetto è modulato con leggerezza creando un controcanto che accarezza e nel finale proviamo a risolvere non pochi interrogativi e la voglia di rileggere il testo, sentirne la Potenza evocativa, lasciarsi incantare da un misto di stupore e leggenda.

 

Agenda Letteraria del 13 marzo 2020

 

“Dopo il terremoto le famiglie degli impiegati e dei commercianti si erano ritrovate con i minatori, i delinquenti e i braccianti, nella stessa baraccopoli.

Ma l’eco della catastrofe che livella era presto stata soffocata dal ritorno alla vita.

Quando arrivò Italo, l’ordine si era già da tempo ricomposto lasciando i minatori e i braccianti a est e i delinquenti giù per la discesa.

Le famiglie bene erano riuscite a farsi mettere vicine, nella parte occidentale, alta e ventosa del villaggio.”

 

Carola Susani “Terrapiena” minimum fax