“Iniziazione di un uomo” John Dos Passos Marietti Editore

Leggendo “Iniziazione di un uomo”, pubblicato da Marietti Editore, se ne coglie la tragica attualità.

Suoni che squarciano il cielo come uccelli impazziti, lampi delle granate che lasciano una scia dolorosa, terra squassata dai bombordamenti.

Una scrittura visiva, fluida, dal forte impatto emotivo, un reportage che in certi momenti sembra irreale.

Un crescendo che nel realismo delle descrizioni trova il suo apice.

John Dos Passos nel suo primo romanzo traspone l’esperienza personale dando un taglio giornalistico.

I fatti si snodano con lucidità e il protagonista Martin riesce ad interpretare un susseguirsi di stati d’animo.

È un osservatore che riesce a percepire cosa si nasconde nei volti e nelle parole degli uomini che incontra.

Nei dialoghi sciolti le prospettive dialettiche si aprono come ventagli mostrando l’essenza dell’essere umano, le sue reazioni, le sue rabbie e paure.

Il cambiamento che prende forma nell’animo del giovane alleggerisce l’atmosfera creando uno stacco, una pausa necessaria anche per il lettore.

Considerare il testo un romanzo di formazione è riduttivo.

Sono presenti risvolti analitici, una struttura narrativa compatta e una interessante ricerca della propria identità.

Si ritrovano quegli elementi stilistici innovativi che anticipano il post modernismo.

Si percepisce la presenza dell’autore, un accompagnatore che conosce bene lo sconvolgimento affettivo di fronte alla follia della guerra.

“Stiamo tutti combattendo per niente”.

La testimonianza di un uomo che non ha voluto edulcorare la realtà, che con coraggio ha trasformato la parola scritta in denuncia sociale.

“La casa degli angeli spezzati” Luis Alberto Urrea Einaudi Stile Libero

“Big Angel era in ritardo al funerale di sua madre”.

L’incipit di “La casa degli angeli spezzati”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Marco Rossari, è anticipazione di un romanzo che ci lascerà inchiodati alla pagina.

Il protagonista, patriarca di una famiglia numerosa e strampalata, riesce ad affrontare anche gli eventi più complicati con ironia graffiante.

Sa di essere arrivato al capolinea e invece di disperarsi scrive “Le mie preghiere sciocche”.

“I fiori di campo dopo un acquazzone

Il cuore si apre e ne cadono fuori dei piccoli semi luccicanti”.

La sorpresa di scoprire quella parte di sé che aveva sempre rinnegato, affannato ad essere un uomo retto.

“Invitò ogni ricordo a tornare a lui e a rivestirlo di bellezza.”

Ogni giorno, ogni ora, ora secondo diventano preziosi per riannodare insieme episodi del passato.

L’amore per Perla, i contrasti con il fratellastro, il legame instabile con il padre sono mattoni di una casa costruita con fatica.

Una pellicola dove le immagini hanno il colore della nostalgia.

Il protagonista rende omaggio alle tradizioni del popolo messicano, in antitesi al desiderio di essere Il perfetto americano.

Luis Alberto Urrea riesce a rendere con pochi tocchi magistrali la conflittualità dell’emigrato, sempre in bilico tra due culture.

Una saga familiare dove ogni personaggio cerca di farsi accettare e nel raccontarsi mostra le crepe di un’esistenza che li ha segnati.

È presente la morte come “una transizione”, un cambiamento di prospettiva.

“Morire è come prendere un treno per Chicago.

Ci sono milioni di ferrovie e i treni corrono per tutta la notte.

Qualcuno fa tante fermate panoramiche e qualcuno è diretto.”

Un romanzo che con scioltezza passa da un racconto individuale alla storia di un popolo migrante.

“All’epoca il confine era diverso.

Non c’erano muri.

Non c’erano droni, non c’erano torri con gli infrarossi”.

Analisi di un altro tempo che non nasconde le difficoltà di inserimento, la continua ricerca di adattamento.

Nella festa che unisce il clan si può leggere la metafora di uomini e donne che hanno conquistato una libertà che nessuno potrà cancellare.

 

“Quello era il premio: rendersi conto, alla fine, che valeva la pena combattere per ogni minuto con ogni goccia di sangue e di grinta.”

Una lezione che difficilmente si cancellerà.

 

 

 

Recensione di Monica Rosa (@MonicaBissoBlu) a “L’angolo dei lettori ribelli” Rebecca Makkai Editore Piemme

 

Recensione di Monica Rosa (@MonicaBissoBlu ) al romanzo “L’angolo dei lettori ribelli” Rebecca Makkai Editore Piemme

 

Ian Drake ha 10 anni, indossa un paio di occhiali tondi, la sua più grande passione è leggere, divorare libri a più non posso.

Frequenta una biblioteca in una piccola città di provincia, sezione ragazzi, gestita da Lucy Hull una giovane donna di 26 anni, discendente di rivoluzionari Russi. È fermamente convinta che i libri hanno il potere di salvarti la vita.

Entrambi non riescono a resistere alla tentazione di sbirciare l’ ultima riga dei romanzi. Tra loro nasce un’ immediata complicità. Ian frequenta spesso la biblioteca, che abbia la febbre alta o la varicella lui deve sbirciare fra gli scaffali che ospitano i libri, a patto che rispetti fermamente la regola che gli hanno dato i suoi genitori, niente libri di magia specialmente quelli di Harry Potter.

Amo questo libro, comprato per caso in un piccolo mercatino di Milano, perché la lettura è sempre stata la mia passione, deve essere una passione fin da bambini per avere un modo migliore. La cultura è l’ unico antidoto all’ignoranza e all’odio.

“Le ribelli” Chandler Baker Longanesi

“Le ribelli”, pubblicato da Longanesi, lascia senza parole per il coraggio che trasmette, per l’attualità di una storia che ci coinvolge tutte.

Un atto d’accusa, la necessità di rompere il silenzio, di raccontare la prepotenza maschile.

La scrittura è incisiva, essenziale, scorre veloce ideando un thriller che ribalta ogni canone narrativo.

Chandler Baker è geniale nel creare un falso sviluppo fin dalle prime pagine.

“Finchè tutto cambiò.

Il giorno in cui morì il nostro CEO, d’un tratto ci rendemmo conto che il nostro treno aveva una ruota difettosa e che stavamo per essere scaraventate fuori dai binari.”

Inizia per il lettore l’attesa, qualcosa sta per succedere mentre entrano in scena le protagoniste.

Sloane, Ardie, Grace, Rosalita, Katherine: personalità differenti che improvvisamente trovano un comune nemico.

Del superiore Ames Garrett i dettagli sono pochi.

Intuiamo l’arroganza e il predominio maschile attraverso piccoli scorci.

Una strategia non solo narrativa.

Alla scrittrice non serve un capro espiatorio, l’obiettivo è ben più profondo.

È messa in discussione una società che riserva alle figure femminili ruoli subalterni, le educa all’accettazione e alla sottomissione.

Un evento inaspettato riorganizza la trama e mostra le reazioni emotive, le paure, le rabbie, le incertezze dell’universo femminile.

Unite finalmente, pronte a sfidare la menzogna, a svelare le trame di un potere sessuale devastante.

La velocità dei dialoghi, la concatenazione degli eventi, il respiro lungo delle analisi introspettive ci regalano una storia importante.

Un urlo di ribellione che è corale, un invito a denunciare i carnefici.

“Quando una di noi parlava, non lo faceva solo per sè. Era per noi. E si offriva come vittima sacrificale.

Un altro ciocco aggiunto alla pira delle nostre storie, delle nostre voci.

E noi avremmo alimentato le fiamme.

Propagato la verità.

Avremmo raso tutto al suolo, se necessario.

Per ricominciare da zero.”

L’importanza della parola che nel testo si fa speranza di cambiamento.

“Quanto blu” Percival Everett La Nave di Teseo

“Tutto quello che vi dirò è vero, ma non ho idea di cosa sia essere vero.”

La scrittura per Percival Everett è pura invenzione, gioco ad incastro di tante storie unite da un senso di irrisolto che affascina il lettore.

Le trame sono sempre imprevedibili, costruite su più piani sia temporali che stilistici.

Entrare in “Quanto blu”, pubblicato da La Nave di Teseo, significa attraversare un dedalo di possibili interpretazioni.

Voce narrante è Kevin Pace, un artista eccentrico e divertente.

Da anni lavora ad un quadro che tiene segreto.

Ed ecco la genialità dello scrittore, tenere avvinti ad un oggetto, metafora di un nulla o di un tutto, specchio ambizioso di un progetto etereo.

“I colori e i loro nomi sono ovunque, su ogni cosa. Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se lo sapessi non lo direi”.

La dissociazione tra pensiero e rappresentazione è un costante, curioso interrogativo che non prevede risposte.

L’arte come mutamento, incessante ricerca di una insoddisfazione esistenziale, che si contorce senza approdare alla verità?

Parola che si nasconde tra le pagine in dissonanza con i sentimenti del protagonista.

I luoghi, gli affetti, le amicizie sono ombre che delineano un paesaggio sempre in fermento, senza strade parallele.

Il tempo scolpito nelle istantanee del 1979 raccontano la frattura tra passato e presente, il rimpianto e la certezza che qualcosa è sparita per sempre.

Casa e Parigi: capitoli che si alternano e bisogna trovare il nesso tra affettività e distanza.

Tutto è in sospensione anche l’amore e le scelte si conficcano nel cuore, creano ripensamenti e il desiderio forte di perdono.

Un romanzo che ha “una luce irreale, aspra, ruvida, stridula”, necessario per chi cerca assoluzioni.

 

 

 

“Lingua nera” Rita Bullwinkel Black Coffee

In “Lingua nera”, pubblicato da “Black Coffee, le immagini “esibiscono insieme sia il passato che il presente, creando l’illusione che il tempo sia contemporaneamente più grandioso e meno rigido”.

Racconti costruiti ad arte nel laboratorio della creatività.

Le schegge di realtà sembrano nuvole passeggere mentre prende corpo una sostanza narrativa che ti si appiccica addosso.

Una boccata d’aria pura dove tutto è possibile.

Incontri con fantasmi, rappresentazioni divertenti di un’insoddisfazione emozionale, “mariti dimezzati”, chiusi nel cerchio di un linguaggio noioso, figure stilizzate pronte a trasformarsi in oggetti.

A tenere alta l’attenzione è la descrizione minuziosa del contesto e l’incastro perfetto tra pensiero e azione.

“Perché mi sentivo così profondamente inanimata?

Perchè avevo sempre avuto la sensazione di essere compressa in una scatola chiusa a chiave?”

Ricorrente è la percezione di una insoddisfazione latente e il bisogno di fuggire in un territorio neutrale.

Spazio di assoluta libertà dove la visione onirica ha funzione catartica.

La morte è quella regione intermedia dove l’essere continua a insinuarsi nella narrazione.

Rita Bullwinkel, vincitrice del “Believer Book Award in Fiction” nel 2018, non utilizza un solo registro narrativo.

Passa dalla prima alla terza persona, collega frammenti di storie, individua un oggetto e ne dilata le proporzioni.

Insiste sulla consistenza del corpo, dando sempre una diversa versione, una lettura dell’essere che sa ribellarsi alla costrizione spaziale.

Si ha la sensazione di perdersi in un quadro di De Chirico ed è divertente accorgersi che “i pensieri, simili a spessi fili di lana appiccicosa”, possano intrecciarsi ed edificare un Castello di suggestioni.

“A me puoi dirlo” Catherine Lacey SUR

“È come se il tempo fosse altrove e quello che mi circonda non fosse il presente, bensì il futuro, un futuro possibile, mentre il presente è confinato in qualche posto che io non posso raggiungere per cui mi tocca vivere qui, in un futuro non meglio definito”.

“A me puoi dirlo”, pubblicato da SUR e tradotto da Teresa Ciuffoletti, è metafora perfetta dello spaesamento che accompagna la contemporaneità.

È la rotazione delle prospettive spaziali, il luogo in cui il corpo si inabissa ed emerge l’anima.

Ricerca di una memoria che si è confusa, increspata come un mare in tempesta.

È un nome proprio che ha perso significato, relegato in angolo buio dove non c’è spazio per la diversità.

La lingua come modalità espressiva è rauca, inopportuna, sovrastata dallo stridio insopportabile di suoni prepotenti.

È comunità che nella follia di perfezione mescola sacro e profano.

“Nessuno aveva motivo di cercare me, neppure per trovarmi. Una madre dovevo averla avuta, ma sapevo anche che non ce l’avevo.

Non ero nè figlio nè figlia di nessuno.

Che libertà e che condanna questa, non avere una casa a cui tornare”.

Panca, protagonista e voce narrante, è quel nessuno che nella storia della letteratura ha radici antiche.

Catherine Lacey  si appropria di un’icona e la modernizza.

Colloca il romanzo in un paese di provincia e con questa geniale strategia aggiunge mistero a mistero.

Gli attori del suo romanzo nel raccontarsi mostrano lacune e inciampi.

Rielaborando il passato provano a ricucire ferite.

Un’umanità varia appare e scompare, si racconta con l’ossessione di ribadire la propria esistenza.

Siamo avvolti da un’atmosfera nebulosa che non vorremmo abbandonare.

Il corpo è solo un inutile orpello, i concetti la negazione della razionalità.

“Un mondo dove le idee potevano contenere altre idee, dove i pensieri potevano vedere altri pensieri e la morte non poteva fine ai pensieri.”

Le domande esistenziali si inseguono e  nel finale ci si libera dalle sovrastrutture mentali, cadono le maschere, vengono sconfitte le ipocrisie mentre “sembra che il cielo sia azzurro e abbia una fine ma è solo un’impressione.”

 

 

 

 

“Vasi Rotti” Andre Dubus Mattioli 1885

“Vidi solo il vuoto del mio io interiore.”

In “Vasi rotti”, pubblicato da “Mattioli 1885”, i luoghi si presentano come schizzi perfetti, ricchi di dettagli e di sfumature.

Si percepisce però una frattura, un senso di smarrimento che solo un Maestro come Andre Dubus sa far affiorare.

“All’epoca non sapevo esprimere a parole ciò che sentivo dentro”.

I sogni giovanili svaniti come sfere luminose perdendosi nell’oscurità, il giorno da scandire come una lenta passeggiata, l’America con il suo volto triste osservata da un finestrino in corsa: scorci di una scrittura evanescente, intrisa di malinconia.

Paesaggi che si rincorrono, si sovrappongono nella concitazione di narrare il non visto, il meraviglioso, l’esclusivo.

È sbalorditiva la capacità di far emergere il sensazionale dalla normalità, da un quotidiano che non ha nulla di speciale.

“In un appartamento la solitudine è costruita da acciaio e cemento che si elevano da sopra la strada, i soli colori sono quelli delle pareti.”

Non c’è un verbo o un aggettivo di troppo, nella schematicità della frase si apprezza il guizzo sentimentale, la scintilla di una percezione.

“Il romanticismo è duro a morire, perché è nella sua natura voler sopravvivere a tutti i costi.”

C’è tanta tenerezza nel raccontare una terra di conflitti, nel sentirla profondamente intima, nel cercarne ogni colore, ogni asperità e pendio.

La consapevolezza che ogni giorno confina con inizio e fine, il senso di straniamento di fronte alla morte, la mancanza di filtri metaforici trasformano il testo in una appassionata meditazione.

Un invito a lottare contro i bulli di ogni tempo, ad amare senza far appassire il desiderio e soprattutto a non lasciarsi sfuggere le ingiustizie, i torti e le bugie di una società sempre più assente.

“Dobbiamo cercare di conoscerci, capirci e amarci come meglio possiamo”.

 

E forse le parole non sempre sono necessarie.

L’autore si concede con una libertà mentale che travolge, ogni evento viene distillato in parole accorate e brilla come una cometa in una notte buia la personalità ferita, le delusioni, la simbiosi con il racconto.

Liberare le storie imprigionate nel cuore, fare i conti con se stessi e con il lettore: un libro che entra nella pelle, si fa sangue e vita.

 

 

Agenda Letteraria del 7 febbraio 2020

 

“Non possiamo vivere la vita degli altri, né possiamo vedere i ricordi o i sentimenti degli altri, per cui bisogna trovare dei metodi per condividerli.

Cosa c’è accanto a questo ricordo dentro di te?

Quali altri ricordi o sentimenti gli stanno vicino?”

 

Catherine Lacey “A me puoi dirlo” traduzione di Teresa Ciuffoletti SUR

Agenda Letteraria 30 gennaio 2020

 

“Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se sapessi non lo direi.

I loro nomi sono più descrittivi della loro presenza, perchè la loro presenza non ha bisogno di descrivere, e non descrive, nulla.

Questa è la mia scrittura.”

 

Percival Everett “Quanto blu” La Nave di Teseo