“A sua immagine” Jérôme Ferrari Edizioni e/o

 

 

“La fotografia però non dice niente dell’eternità, si compiace dell’effimero, attesta l’irreversibilità e rimanda tutto al nulla.”

Antonia fin da piccola si è divertita a fotografare e nei suoi tentativi incerti, impacciati c’è il desiderio di comprendere cosa si nasconde dietro ai volti, agli sguardi.

“L’enigma era l’esistenza della traccia stessa: la luce riflessa da corpi ormai invecchiati o da tempo ridotti in polvere era stata captata e conservata”.

Cerca di cogliere l’attimo sospeso, quello che può rivelarle senza filtri l’anima.

Cosa resta sulla pellicola? È una traccia o semplicemente un segno insignificante?

“La loro infanzia scomparsa aveva depositato sulla pellicola una traccia della propria realtà tangibile e immediata quanto un’orma nell’argilla, e ad Antonia sembrava che i luoghi familiari, e per estensione l’immensità del mondo, si riempissero di forme silenziose, come se tutti gli istanti del passato sussistessero simultaneamente non nell’eternità, ma in un’inconcepibile permanenza del presente.”

“A sua immagine” pubblicato da Edizioni e/o, segue il percorso della giovane, una rivisitazione avventurosa ambientata in una terra di conflitti.

Gli indipendentisti corsi sono marionette in uno scenario che sembra irreale.

Jérôme Ferrari ha l’onestà di mostrare le incoerenze, i falsi miti e le illusioni di un popolo che conosce bene.

Costruisce un romanzo che non si trastulla con il presente, lo sfiora, lo accenna, ne delinea dettagli che serviranno ad aprire altre finestre.

Indaga sulla Storia e nelle guerre che descrive c’è l’occhio che non si ferma alle ragioni dell’una o dell’altra parte.

Riesce a mostrare il lato abietto e violento e lo fa attraverso le immagini.

La morte precoce della protagonista offre un’ulteriore lettura.

È l’assenza che apre la via all’incertezza, al dubbio e nella figura del sacerdote si raccoglie e si condensa il senso della fede.

È l’abbandono dell’uomo, la voragine spaventosa della fine.

Pagine che registrano lo scorrere del tempo, inesorabile, non sempre compagno.

La scrittura è somma di una lunga riflessione sul rapporto tra vero e falso, tra bellezza e orrore, purezza e peccato.

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 23 marzo 2020

 

“La stragrande maggioranza dei fotografi non esercitava un mestiere onorevole, dava importanza a soggetti futili o, peggio, fabbricava futilità, e se per giunta i fotografi avevano pretese artistiche era peggio ancora, un qualsiasi ritratto di famiglia sia pure sfocato o mal inquadrato valeva infinitamente più della gran parte delle foto sui giornali, per non parlare di quelle della pubblicità e della moda, in cui i limiti dell’ignominia erano varcati senza vergogna, al punto che in fin dei conti le riviste più prestigiose non erano altro che giornalacci ancora più ripugnanti del quotidiano regionale per il quale Antonia sarebbe sicuramente stata condannata a lavorare tutta la vita.”

 

Jérôme Ferrari  “A sua immagine”  Edizioni e/o

“Salina I tre esili” Laurent Gaudé Edizioni e/o

 

Un cavaliere venuto da lontano e il pianto di una neonata illuminano il palcoscenico mentre il sole brucia e la terra si ricopre di crepe.

“Salina I tre esili”, pubblicato da edizioni e/o, ricorda la mitologia tracciando nette distinzioni.

Nella composizione della storia c’è qualcosa di arcaico.

Un ritorno alle origini dell’uomo, quando ogni sentimento era amplificato da un approccio semantico essenziale.

Bene, Male, Odio, Amore: colori non diluiti nella tela di una narrazione che mantiene il ritmo lento di una antica favola.

La figura di Salina è rappresentazione perfetta della femminilità e nelle sue avventure riusciamo a ritrovarci.

È bambina abbandonata, giovane violata, donna vendicativa, madre innamorata.

È espressione di una saggezza imparata nel deserto, indomabile guerriera che si è cibata di “polvere, battaglie, vagabondaggi e rabbia”.

Nella sua gestualità ci sono orme di una profonda relazione tra umano e divino, in un incastro perfetto.

Si respira il sussurro di un ignoto sortilegio racchiuso nelle collere del vento.

Tre esili che hanno il sapore aspro di una condanna diventano occasioni di riscatto, lenta, progressiva ricomposizione di frammenti avvelenati dal dolore.

A raccontare la sua storia è il figlio della riconciliazione: Malaka.

“Il tempo è come sospeso.

Niente viene a rompere l’intensità della notte.”

Nella prosa lacerante di Larent Gaudé ci sono toni sommessi mescolati a forti scosse emotive.

L’ultimo viaggio della nostra meravigliosa eroina si rifà al teatro greco non solo nella costruzione delle immagini.

Si sentono le valenze sociali e la connessione con l’epica.

Mentre le porte di un nuovo mondo si aprono per accogliere la donna dai tanti volti si scioglie quel groviglio di percezioni che ci ha accompagnato pagina dopo pagina.

Resta il ricordo che non sarà mai disperso nel vento.

 

 

“L’oblio” Philippe Forest Fandango Libri

 

“Un mattino mi è mancata una parola.

È cominciato tutto così.

Una parola.

Ma non so quale.”

 

Nell’incipit di “L’oblio”, pubblicato da Fandango Libri, si concentra una trama labirintica dove le coordinate spazio temporali spariscono.

Lasciano il posto ad un testo visionario, immaginifico e molto poetico.

La scelta delle pause, la punteggiatura, la correlazione tra soggetto e aggettivo mostrano una sperimentazione linguistica non solo formale.

Si entra nella dimensione filosofica della memoria, protagonista e antagonista.

Pietra d’inciampo dell’esistenza, perde lo spessore mentale e diventa nube offuscata.

Ma l’assenza diventa “nuovo inizio.”

Si riparte sapendo che manca qualcosa.

“L’occhio non distingue più, tra i fenomeni, la frontiera che separa gli elementi e permette di riconoscerli.

Ogni tanto il vento cessa.

Il movimento che anima le cose si sospende”.

Mare e terra si confondono nel nulla, consistenza oleosa e distante, mentre appaiono miraggi.

Mettere, togliere, camminare e fermarsi.

È l’uomo nudo, spogliato da ogni indicazione per proseguire.

È la vertigine della solitudine.

L’isola dove i vocabolari non sono tutti uguali.

“Si descrivono solo delle frasi, mentre si crede di descrivere la realtà che esse dicono.

Per questo la realtà assomiglia a tutto, o a niente, non ha altra sostanza se non le parole che si usano per esprimerla”

L’infanzia con “il grande abecedario illustrato”, è luogo di conoscenza e di piacere nella scoperta di suoni che diventano oggetti.

Poi l’abitudine, la noia, l’atrofia dialettica.

“Avevo la sensazione di aver dimenticato di colpo tutte le regole dei giochi che si giocano in società.”

La disarmonia, il distacco da un mondo che non riesce più a fermarsi.

Impazzito e caotico disordine, dove il fonema è superfluo.

Philippe Forest è maestro nel comporre l’insieme di figure allegoriche di “diversi scenari, lasciando intravedere in trasparenza” le nostre paure.

Visita “Il palazzo della memoria”, rilegge i fallimenti del suo protagonista e cerca una strategia per superare la vertigine del non senso.

“Ricomincia lo spettacolo del mondo nelle storie in cui gli uomini e le donne sono solo comparse su una scena astratta di cui quasi non fanno parte.”

 

 

 

Agenda Letteraria del 29 febbraio 2020

 

 

 

“Per tutta la vita la madre ha cercato di risparmiargli le urla.

Le ha annodate dentro di sé, le ha fatte tacere, se le è ringhiottite per non trasmetterle a lui.

Si è battuta perché il figlio non sapesse mai cosa vuol dire averle come unica compagnia.

Saluta mentalmente la Salina di cui sta raccontando, la donna arrabbiata e violenta, e la ringrazia di essersi fatta da parte per permettergli di crescere.”

 

Laurent Gaudè “Salina I tre esili” Edizioni e/o

 

 

“Caduta dalle nuvole” Violaine Bérot Edizioni Clichy

Una cantilena di voci, acute, infastidite, preoccupate, sussurrate.

“Caduta dalle nuvole”, pubblicato da Edizioni Clichy, insegue filiformi parole, spezzando la meraviglia e lo stupore.

Cosa succede a Marion, “donna segreta, quasi selvaggia”?

“Volevo volare,

Lanciarmi dall’alto delle rocce

Lasciarmi strapazzare dalle raffiche.”

Il vento è quel figlio che non sa di portare con sè, è il risveglio dell’impossibile, il suono imponderabile del mistero.

“Avrei voluto saltare nel vuoto

Non sentire più niente”.

L’inaspettato è una promessa o un inciampo?

Si può leggere la natività in un modo alternativo?

Il dolore del parto è lo strappo che scinde corpo e amore, è ferita che si apre su fragili germogli di esistenza.

È inizio o è esplosione di un tutto?

Possibilità o negazione?

“Non ero più capace di far niente, alla deriva, del tutto alla deriva”

Lo smarrimento scuote l’aria, vibra in un cielo solo immaginato.

“Sognavo di raggiungere l’al di fuori del mondo.”

Voilaine Bérot racconta la maternità come prova che sconquassa, incerta assenza di istintività.

In un romanzo lirico, doloroso, rivelatore inventa una favola e restituisce a tutte le donne il diritto ad essere incredule, spaesate, spossate da ruoli obbligati.

C’è tempo per imparare ad essere madre, basta avere fiducia in se stessi.

“Le gratitudini” Delphine De Vigan Einaudi

“Senza il linguaggio cosa resta”?

Michka e il tempo che la sfiora lasciando svuotata.

Corpo abbracciato dalla vecchiaia, presenza che invade gli spazi senza chiedere permesso.

La gestualità lenta e il bisogno di abbandonare la casa e affidarsi alle cure in una residenza per anziani.

“Ha tenuto qualche libro, gli album di fotografie, una trentina di lettere, le carte che la burocrazia impone di conservare.”

“Le gratitudini”, pubblicato da Einaudi, è la poesia della vita che si aggrappa a poche certezze.

Battaglia impari per fermare lo strazio di fonemi che si confondono e si accumulano in frasi disarticolate.

Non luogo che si anima di presenze e di ricordi, di sussurri e  tenerezze, di rimbalzi nel passato e sottrazioni.

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Riorganizzarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

Piccole cose che scompaiono assorbite dall’Io che non ha più certezze.

Lottare per lasciare in superficie il bene ricevuto.

Guardare oltre il finito, cercare nell’indefinito senso e colore.

L’amore di Marie è il fiore consolatorio, la mano che accarezza ripercorrendo un affetto che dura da sempre.

Figura che ricorda un angelo per la leggerezza e la grazia, per la dolcezza di un silenzio e di un’attesa.

L’umanità di Jèrôme mostra il vero volto della condivisione, fatta di piccole, impercettibili attenzioni.

Delphine De Vigan regala una scrittura tersa, densa di dialoghi e di emozioni.

Canta la canzone della resistenza del corpo e della mente.

I fili che uniscono “Le fedeltà invisibili” a questa nuova prova narrativa si percepiscono nell’intreccio delle relazioni, nell’emozione di un legame ritrovato, nella sofferenza che sboccia come rosa nel deserto contemporaneo.

Come si misura la gratitudine? Nel libro la strada da percorrere.

 

 

 

Agenda Letteraria del 25 febbraio 2020

 

 

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

 

Delphine De Vigan “Le gratitudini” Einaudi

“La legge del sognatore” Daniel Pennac Feltrinelli

“Sappiamo davvero quando comincia un sogno?”

Riusciamo a ritrovarlo nascosto come perla preziosa in un angolo della psiche?

Può raccontarci qualcosa trasformandosi in costrutto narrativo?

“Per quanto ricco di immaginazione, uno scrittore non inventa granché.

La maggior parte delle mie trovate sono ricordi che si trasformano in storie”.

Daniel Pennac in “La legge del sognatore”, pubblicato il 16 gennaio 2020 da “Feltrinelli” svela la sua arte di affabulatore.

Lo fa intessendo realtà e sogno con un virtuosismo dialettico che attrae il lettore.

Ricostruisce scenari con tanto talento, trasformando il vissuto onirico in visione che forse sfugge ad ogni logica ma fa intravedere luoghi e colori e sfumature di ipotetici universi.

La sensazione diventa racconto e si intreccia ad altre invisibile maglie creando infinite suggestioni.

Ci si trova immersi in cascate di luce, capaci di “percepire il peso del cielo”, liberi come angeli, vivificati dall’inesauribile “energia dell’infanzia”.

Nel romanzo ogni tappa della vita ha un suo spazio, l’urgenza di fermare l’immagine prima che sbiadisca e in questa ricerca affannosa si sente una malinconia vitale, quella che permette l’ incontro e la comunione con chi non c’è più.

La tribù familiare, la casa della scrittura, l’esperienza scolastica sono corollari di una voce che per anni ci ha tenuto compagnia.

Finalmente eccolo, il nostro amato Pennac.

Ma le sorprese non sono finite, si intravedono già nelle prime pagine.

È una gioia scoprire che il testo è un omaggio al Maestro Fellini.

“Non ho mai incontrato Federico Fellini, il mio regista preferito.

Ho visto tutti i suoi film, certo, un’infinità di volte, ma incontrato mai.”

 

Il legame profondo con il regista nasce da lontano, è una vicinanza subliminare, un incontro mentale.

È la testimonianza dell’amore per un intellettuale che sopravviverà grazie alle sue opere, è la libertà di ideare grazie a un parallelismo tra veglia e sonno.

È l’inconscia necessità di abbracciare la creatività, di trasmetterla attraverso le parole invitando a sperimentare il salto nel mare spumeggiante delle nostre chimere.