“I colpevoli” Andrea Pomella Einaudi Editore

 

Confrontarsi con la scrittura di Andrea Pomella significa accettare di scalare le tante montagne che ci hanno impedito di andare nello scivoloso territorio del passato.

Un tempo che troppo spesso resta sospeso in una nebulosa indistinta dove sono concentrate le ferite, i disagi, la rabbia.

Non esplorarne ogni anfratto ha significato vivere reclusi una realtà dimezzata.

“I colpevoli”, pubblicato da Einaudi, ci indica più direzioni.

La storia dell’incontro tra padre e figlio dopo “trentasette anni, tredicimilacinquecento giorni, trecentoventiquattromila ore” diventa nostra fin dalle prime pagine.

L’abbandono della famiglia è tradimento che ha radici lontane.

Trascina verso una riva dove vengono annullate le certezze del bambino.

Il trauma viene analizzato, frantumato, liberato da equivoche derive affettive.

La figura paterna diventa simbolo di una conflittualità interiore, di una resa di conti con la nostra confusa idea di relazione.

“Il divario tra illusione e realtà mi opprime, senza darmi modo di vivere né l’una né altra.

La mia incredulità non è che il residuo di un tempo deteriorato che ancora ci trasciniamo dietro.”

Questo divario è segno di una spazialità che vediamo oscillante.

Una geometria sbilenca che porta al “cuore del perdono”, che indaga scientificamente e filosoficamente senza tralasciare nessun dettato.

La ricostruzione degli eventi è perfetta, una necessaria rivisitazione che deve lasciare fuori il risentimento.

Quante volte ci siamo trovati “sul confine a contemplare il territorio nemico”?

L’autore ci invita a fare quel salto che non ci siamo concessi, ci offre non la sua storia ma l’affresco di una contemporaneità che ci sfugge.

Ci invita a rileggere la lettera al padre di Kafka, a comprendere  con una nuova consapevolezza la letteratura, a ritrovare nelle pagine dell’Odissea il trauma di Telemaco.

“Il nostro ricongiungimento contiene in sè una perdita”.

Ci si chiede se è proprio attraverso questa “perdita” che si può provare a trovare un linguaggio comune.

“Scrivendo, cerco di comprendere….

Scrivendo cerco di salvarmi, come un delfino imprigionato tra le chiglie di due navi in perpetua collisione.”

Il libro va letto lentamente soffermandosi sulla purezza della scrittura, ascoltando i tanti messaggi che ci regala.

“L’arrivo di una strana primavera” Franco Faggiani Fazi Editore

 

La scrittura di Franco Faggiani ha la capacità di trasmettere un senso di appagamento.

Si entra in uno stato di pace nella certezza che l’autore ci restituirà una visione limpida del mondo.

“L’arrivo di una strana primavera”, pubblicato da Fazi Editore, pur nelle similitudini con “La manutenzione dei sensi”, apre una visuale più ampia nella relazione tra uomo e natura.

Ritroviamo Leonardo Guerrieri con maggiore consapevolezza per quella scelta che ha cambiato tutto.

La montagna non è solo luogo di isolamento, è conquista di uno spazio interiore.

Capacità di rielaborare la morte della compagna, assunzione di responsabilità.

Ambientato durante la pandemia il libro non mostra l’orrore che ha riempito i nostri giorni.

Mette in scena la pietas, insegna ad ascoltare il dolore, ad affacciarsi in punta di piedi alle tragedie altrui.

Mostra che tutti abbiamo un nostro modo speciale di comunicare e offre alla malattia una voce diversa.

La voce di un pianto silenzioso, di un abbraccio che raccoglie molte più parole di quelle che ci assordano quotidianamente.

Confronta solitudine e isolamento con poche frasi.

Invita a rivedere i nostri modelli esistenziali affollati di gesti insensati, di corse verso il nulla.

Da leggere ascoltando i sussurri del vento e godendo del raggio di luce.

“Acqua” Roberto Camurri NN Editore

 

“Acqua”, pubblicato da NN, è una tempesta di forme plastiche che esplodono sul foglio, incarnando stati d’animo, animando il vuoto dei nostri giorni.

Veloci si accompagnano ai suoni di una Natura che improvvisa il suo spettacolo.

Il colore dominante è il bianco e nero in un contrasto che circoscrive l’isolamento di chi vive ai margini.

Le scene sono piccole schegge che appaiono come meteore, fulmini che saettano nel cielo plumbeo di un giorno d’ottobre.

Il fiume divide “i ricchi dai poveri, i nobili e la borghesia dalla feccia dell’Oltretorrente.”

Roberto Camurri conosce l’equilibrio tra parola e immagine, tra allegoria e realtà.

I suoi protagonisti portano i segni del degrado ma non hanno smesso di sognare.

Altri possibili scenari vengono proiettati nella psiche appannata da acri odori di fumo.

Abiti che sbiaditi raccontano il prima ormai ridotto in cocci taglienti.

Assistiamo ad un film che in poche battute apre alternative che non immaginavamo.

Nel finale la luce accecante di un gesto d’amore sconfigge ogni titubanza e l’Uomo redento riesce a ritrovare una gestualità perduta.

Devolvere il ricavato della vendita dell’ebook alla Croce Rossa è un segno importante.

È la speranza che continueremo a condividere emozioni letterarie

 

 

Agenda Letteraria del 14 aprile 2020

 

“Era stata bella, mia madre, e troppo cosciente di esserlo.

Niente ai suoi occhi contava più della sua persona e degli omaggi che le venivano tributati. Avrebbe potuto, diceva, avere una vita differente – e s’inventava una seconda vita con un secondo matrimonio.

Ma quand’era rimasta vedova aveva passato i cinquanta e la sua bellezza severa, da regina della notte, si era sformata in una maschera androgina, lo sguardo indurito in freddezza metallica.

Magari, pensavo, magari avesse trovato da risposarsi invece di farmi unico oggetto della sua dedizione, di tessermi intorno la tresca di un’assoluta sudditanza affettiva.

Aveva bisogno di qualcuno su cui provare ancora la sua autorità, di un altro da sottomettere, da distruggere come altro per continuare, lei, a esistere.”

 

Fausta Garavini  “Uffizio delle tenebre”  La Nave di Teseo

“La fine del tempo” Guido Maria Brera La Nave di Teseo

 

“Il tempo è fermo, perciò oggi è domani e ieri è oggi.

In un mondo in cui il futuro è franato nel presente, ogni cosa si fa oggi”

Guido Maria Brera ci trascina in una dimensione altra, dove conosceremo lo spaesamento e usciremo dalle abituali geometrie spaziali.

Ci confronteremo con la perdita della memoria, vivremo cercando di aggrapparci a piccole schegge di emozioni perdute.

Faremo i conti con il concetto di identità sfuggente, liquida, aleatoria.

Sentiremo che il passato si scioglie in una pozza informe lasciando sulla pelle tracce invisibili, pulviscoli di precedenti esperienze.

“La fine del tempo”, pubblicato da “La Nave di Teseo”, ha il sapore di una preveggenza del presente.

Nella figura di Philip Wade si concentra la nostra paura di fronte ad eventi che ci sovrastano.

“Trappole.

Gorghi pronti a risucchiare le prove di un’esistenza che gli sfugge tra le dita.”

Non è casuale l’accenno al terzo paradosso di Zenone: “la teoria che il movimento non esiste, che è solo un’illusione di quei fenomeni chiamati realtà dagli uomini.”

L’incertezza che stiamo vivendo torna nelle pagine permettendoci quella lucidità che sta sfuggendo.

La ricerca del protagonista diventa la nostra, ritrovare qualcosa ma cosa?

Seguiamo gli indizi che l’autore con arguzia ci invita a cercare.

“Escher, le illusioni che confondono i sensi, le prospettive che ingannano le leggi della fisica, il sogno di un potere capace di piegare perfino la natura.”

La composizione delle frasi nella perfezione linguistica svela i giochi che governano l’economia globale.

Entriamo nella stanza dei bottoni e osserviamo sbalorditi quali interessi, quali strategie tattiche vengono utilizzate dalle “armate del profitto”.

L’amnesia del protagonista può essere letta come buio necessario per riportare la luce ma soprattutto per tornare ad essere protagonisti della Storia.

“Siate sempre vigili, non cedete mai agli idoli del momento, vale a dire alle frasi fatte, alle frasi convenzionali.

Rifletteteci con il vostro pensiero e con le vostre capacità intellettuali.”

 

“La casa del Sollievo Mentale” Francesco Permunian Nutrimenti

 

 

“La casa del Sollievo Mentale”, pubblicato da Nutrimenti, fa intravedere un universo dove si stabiliscono nuove regole comportamenti.

Abbattuti gli steccati della normalità i personaggi ci permettono di esplorare il non senso che proviamo ma non riusciamo ad esprimere.

Ogni figura si muove senza timore mostrando spigoli caratteriali, confuse circonvoluzioni mentali, divertenti fantasticherie.

Tutti fuggono da qualcosa che li ha feriti e trovano riparo nella creatività ideativa che può sembrare delirante.

È invece lo scontro tra paura e coraggio in un cerchio che potrebbe opprimere se non si ricorresse ad una realtà alternativa.

Il pensiero viene destrutturato, cadono i paradigmi certi e appare la fragilità che non ha vergogna di mostrarsi.

Francesco Permunian scrive un testo che nella teatralità della scenografia sviluppa una percezione soggettiva fortissima.

Riesce a far indossare alla vecchiaia i panni di una rinata energia, estrema forse ma priva di pietismi.

Recupera la memoria, smaterializza eventi drammatici e attraverso l’utilizzo della visione li mostra nella crudezza delle immagini.

Trasforma la malattia in una rivisitazione psicologica di cause ed effetti.

Rilegge Cioran e in questa scelta non casuale c’è l’urgenza di attualizzarne il messaggio.

Provare a smitizzare e a vivere percependo dannazione e colpa, rimorsi e allucinazioni, liberandoci da inutili catalogazioni.

Tra illusioni e suoni striduli la trama diventa trasparente e si offre nella nudità grottesca che è parte del quotidiano.

Agenda Letteraria del 19 marzo 2020

 

“Mercoledì pomeriggio, mentre scagliava lo sguardo dalla cima di una roccia verso l’indecifrabile orizzonte e percorreva l’Atlantico burrascoso lungo una rotta di nord ovest, quasi in cerca di un’Islanda introvabile, più lontana della Luna, Irene gli era apparsa ad un tratto, ritagliata dentro una di quelle gocce calde di gioia che gli traboccavano dalla palpebra di sotto, simile a una figura danzante dipinta sul globo di vetro di una lampada.

Era lei, inconfondibile, ma insolitamente lieta, invitante, perfino, nelle sue membra agili e risanate.”

 

Ezio Sinigaglia  “Eclissi”  Nutrimenti Edizioni

“Terrapiena” Carola Susani minimum fax

 

“Italo lo avevamo trovato a Ponte di Leno, alla fine dell’estate”.

In “Terrapiena”, pubblicato da minimum fax, torna il personaggio ideato da Carola Susani in “La prima vita di Italo Orlando”.

Una figura sfuggente, spigolosa, misteriosa.

Riesce ad attrarre perché rappresenta il punto di rottura che apre gli spazi alla eccezione.

“La sua faccia era sguaiata, irridente,  benevola, boh.”

Voce narrante è Ciccio, un ragazzino che registra i mutamenti che capricciosi trasformano l’incedere stentato della sua Terra.

La Sicilia è una cartolina che si sgrana e mostra le differenze sociali che la attraversano.

Gli anni settanta portano il peso del terremoto e le baracche trasudano povertà e un misto di resa e ira contenuta.

La mancanza di acqua corrente, i colori che si sparpagliano tra le pagine, il senso di attesa, la trascuratezza della madre, l’invadenza arrogante dello “zio”: la scrittura poetica compie il miracolo di rendere viva una scenografia inquietante.

Un gruppo di hippie risveglia la comunità dal suo torpore atavico, ma è solo una voce di fondo, “canzoni dal ritmo antico” e cartelloni “che volevano Ricostruzione e Lavoro.”

Una dimensione altra al quale il nostro giovane personaggio si accosta con una curiosità che lo scuote dentro, gli promette una prospettiva di futuro.

La sua è un’allegria rabbiosa che ricorda gli scatti di Letizia Battaglia.

Non esiste un fermo immagine, il ritmo narrativo non si placa, incede nella vertigine di un’attrazione.

Storia proibita di una tenerezza infinita e Saverio forse è l’unico che riesce a cogliere nella personalità di Italo la fioritura di un sentimento.

Il romanzo è folgorante, bellissimo, allegorico.

Il dialetto è modulato con leggerezza creando un controcanto che accarezza e nel finale proviamo a risolvere non pochi interrogativi e la voglia di rileggere il testo, sentirne la Potenza evocativa, lasciarsi incantare da un misto di stupore e leggenda.

 

Agenda Letteraria 15 marzo 2020

 

“Tranne che alla mamma, e anche a lei solo per arrivi e partenze, non dava mai un bacio sulla guancia a nessuno, neppure a suo figlio.

Non usava. Il bambino pensò che voleva far credere di avere vinto, ma secondo lui aveva perso.

Peccato che non venisse anche la mamma, che restasse lì.

Forse però era meglio. Senza la mamma, la nonna forse era più contenta. Non per la mamma, ma perché poteva tenersi Ninni tutto per sé.

Lui e la nonna da soli, a Querciano, nella casa grande, d’inverno, con la neve e con il fuoco.”

 

Gian Arturo Ferrari “Ragazzo italiano” Feltrinelli Editore

“Le affacciate” Caterina Perali Neo Edizioni

“Mi sono presa sul serio nascondendomi dietro a un’agenda zeppa di appuntamenti e consegne.

Mi sento fragile.

C’è stato un crac.

Senza il mio perpetuo e trafelato presente, mi sento perduta.

Voglio solo alzare di più le transenne e fingere che tutto vada bene.”

Un licenziamento improvviso e l’esistenza di Nina vacilla.

Al ritmo frenetico si sostituisce un tempo infinito difficile da riempire e la consapevolezza di un fallimento.

Crolla l’immagine costruita con tanta fatica.

“I miei rapporti sociali si sono sbiaditi come polpi al sole, stesi come stracci umidi su una griglia di strada.”

“Le affacciate”, pubblicato da Neo Edizioni, è una commedia tragicomica, arricchita da una scrittura moderna, immediata e al contempo molto introspettiva.

Racconta quella verità che vogliamo nascondere sotto i tappeti di un falso apparire.

Chi siamo al tempo del web? Quanto ne siamo condizionati?

Indossiamo una maschera ma siamo in grado di ritornare a guardarci allo specchio?

Perché la perdita del lavoro diventa colpa e vergogna?

La nostra protagonista non ha il coraggio di svelare il suo fallimento e costruisce un circolo vizioso di menzogne e paure.

E la frantumazione dell’identità, il senso di inadeguatezza, il costante bisogno di un like che attesti la nostra appartenenza ad un museo di ombre.

Non ci sono incontri ma chat mentre tutto assume i colori sbiaditi di una solitudine siderale.

“Connettersi con altre persone online è molto semplice, non lo è invece nel mondo reale.

In rete, l’altro è sempre presente, c’è sempre uno spazio dove poter entrare in contatto con lui o con lei.”

Caterina Perali non si accontenta di narrare la dicotomia contemporanea.

Offre al suo personaggio una opportunità. Il casuale avvicinamento con tre anziane signore trasforma la trama in un divertentissimo confronto.

Si delinea il ritratto di un femminile d’altri tempi e nelle storie che si intersecano si scopre una resistenza alle avversità, un entusiasmo nei confronti del futuro e tanta voglia di comunicare.

“Le cose sono pericolose solo quando lo diventano”.

Un romanzo da leggere come promemoria necessario per osservare con attenzione il nostro presente, per imparare a sorridere delle nostre nevrosi e perché no? Per cercare di correggerci.