“L’albero della vergogna” Ramiro Pinilla Fazi Editore

 

La voce di Ramiro Pinilla in “L’albero della vergogna”, pubblicato da Fazi Editore, è uno squarcio nel silenzio delle donne che assistono inorridite alla morte dei loro mariti e figli.

Siamo nei Paesi Baschi, in un piccolo paesino, diventato teatro della furia dei falangisti.

Cogliamo lo spaesamento negli occhi dei bambini che mai potranno dimenticare cosa hanno visto.

Sentiamo il terrore del maestro Manuel, le urla di Pascuala, la durezza granitica di Aurore.

“Siamo formiche sotto la suola dei loro stivali, possono fare di noi quello che vogliono e ci uccideranno.

L’unico modo per salvarci è non farci vedere né sentire”.

Essere invisibili, provare a cancellare il male.

Il romanzo non si ferma ad analizzare i sentimenti confusi delle vittime.

Accende i riflettori su uno dei carnefici.

Chi è veramente Rogelio Cerón? Mentre porta a morire un padre e un giovane figlio quali pensieri, quali giustificazioni per un gesto tanto orrendo?

“Riusciamo a sopravvivere alla sventura solo se comprendiamo che è falsa quanto la verità.”

Rimorso e perdono siedono scrutandosi con sospetto e solo il presente potrà svelare quanto è importante preservare la memoria.

Basta un albero, un piccolo segno che delimita il luogo del dolore.

Il libro procede a scatti per dare spazio al lettore e per diluire gli eventi.

Ogni parola, ogni frase, ogni descrizione si condensano nella perfezione dialettica.

L’autore sa che deve trasformarsi in amplificatore della Storia e a questa responsabilità assolve senza affollare il testo.

Ha un ruolo fondamentale il tempo che non può essere lineare, non possono esistere più un prima e un dopo.

L’elaborazione deve essere una sfida all’oblio ed è importante scegliere gli attori che interpreteranno la tragedia.

Una scrittura che rispetta pause e riflessioni, giocando con immagini che forse sono solo proiezioni di una era impietosa.