“Quell’aspirapolvere nel buio” Jen Beagin Einaudi Editore

 

“Perché piazzava punti interrogativi alla fine di ogni frase quando stava crollando?

Stava andando in mille pezzi?

Forse?

Si stava disfacendo?

Sarebbe finita in manicomio?”

Piange nascondendosi dentro gli armadi, si confronta con un’amica immaginaria, vive il sesso con assoluta libertà.

Per sostenersi pulisce case altrui, fotografa gli ambienti per trasformare l’ovvio in arte, si innamora e scappa, posa nuda, sa ascoltare ed è fantasiosa.

Mona vi sorprenderà con i suoi pensieri profondi e disarmonici, la sincerità che valica il politicamente corretto, la sensualità prorompente.

Intrattiene relazioni con strani personaggi, cerca di cogliere l’essenza delle anime che incontra.

Ma c’è qualcosa in questa personalità così spiccata che resta celata.

Bisogna avere pazienza, seguirla nelle infinite avventure, osservarla mentre si muove come fosse una libellula nel paese dei giganti.

Tutti sono attratti dal suo carisma e in cambio di attenzione vogliono qualcosa.

E lei sa esserci, distante e vicina, compagna, amica, amante, restando integra.

“Quell’aspirapolvere nel buio”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Federica Aceto, è irriverente e tosto.

Libero da ogni tabù, provocatorio e divertente.

Presenta un femminile insolito, non ingabbiato nelle categorie del perbenismo, caustico nelle riflessioni, giocoso nell’affrontare il quotidiano.

Non un’eroina ma una donna qualunque che vive nel presente con autoironia e quando si concede sa di superare degli scogli culturali ed emozionali.

Si ripete spesso una frase del nonno:

“Non perdere mai la curiosità.”

Ed è questa dote a renderla viva, a permetterle di entrare in sintonia con coloro che vogliono sperimentare il nuovo.

Yoko e Yoko, Lena e Paul, il Buio e la cieca: possono rappresentare tutto ciò che lei vorrebbe essere e non è.

La tendenza ad imitare atteggiamenti non suoi è sintomo di qualcosa che scopriremo solo nel finale.

“Mister Laido mi faceva sentire come un fiordo semi sconosciuto della Groenlandia.

O come l’aurora boreale.

Senza ormeggi, ignota, un luogo nascosto e remoto che non compare sulle mappe dei turisti.”

La poetica di una libertaria che non vuole essere visibile mentre cerca di decifrare i propri enigmi.

Ha il coraggio di guardare al passato senza rancori ma con misericordia.

Jen Beagin sa manipolare la parola scritta, inventare storie su storie, rende fluidi i dialoghi.

È una ribelle come la sua Mona, ha uno stile tutto suo, una verve dialettica scorrevole e la capacità di regalare la complessità della società contemporanea senza appesantirla con false morali.

Mostra il ciarpame che si nasconde all’interno delle famiglie, libera le vittime di abusi da colpe che non hanno e non dà spazio a chi non sa volare con la fantasia.

Promossa a pieni voti!

“Guarda le luci amore mio” Annie Ernaux Lorma Editore

 

“Scegliamo i nostri oggetti e i nostri luoghi della memoria, o piuttosto è lo spirito dei tempi a decidere ciò che val la pena di essere ricordato.

I libri, l’arte, i film contribuiscono ad elaborare questa particolare forma di memoria.

Gli ipermercati, dove la maggior parte dei francesi si reca circa una volta la settimana da più di quattro decenni, stanno cominciando soltanto ora a figurare tra i luoghi degni di avere una loro rappresentazione.”

Una mappa originale da leggere come uno studio antropologico.

Un diario “in cui fissare le impressioni lasciate dalle cose e dalle persone, dalle atmosfere.”

Un viaggio all’interno dell’Auchan originale e fuori dall’ordinario.

“Guarda le luci amore mio”, pubblicato da L’Orma Editore e tradotto da Lorenzo Flabbi, si distingue perchè non segue nessun canone narrativo.

Sono annotati pensieri in ordine sparso, incontri, reparti e oggetti.

Tra le corsie si muovono con frenesia e con lentezza uomini e donne, scelgono, indugiano, arrivano alle casse.

Sono pensierosi, euforici, stanchi.

Giovani, anziani, bambini capricciosi.

Una scenografia teatrale, costruita con ironia e uno sguardo che indaga, osserva, registra.

“La grande corsia centrale, perpendicolare alle file di scaffali, è percorsa da adolescenti che bighellonano oziosi tra carrelli spinti da coppie anziane, da donne circondate da bambini che corrono, tornano, ripartono.

Una ragazza si toglie dalle orecchie le cuffiette del cellulare per rispondere alla madre.”

È la vita al rallentatore ma non mancano le riflessioni pungenti.

Negli scaffali i giocattoli per bambine le inchiodano al ruolo statico di madri e tuttofare all’interno della casa.

I libri vengono suddivisi in funzione delle vendite e non della qualità.

Prodotti che fanno sognare come specchietti per le allodole.

E noi clienti in balia di una pubblicità occulta ma tragicamente efficace.

Un anziano con una vecchia sporta, due innamorati indecisi sulla scelta di un formaggio, e “un istinto cieco in questo approvvigionamento ostinato, furioso, di clienti occasionali e anonimi.”

Si ha la sensazione che il tempo si sia fermato, che la Storia sia solo una fantasia, che i mali del mondo siano scomparsi.

È la vita che non corrisponde alla realtà, ci schiavizza costringendoci a comprare anche il superfluo.

È la società dei consumi, amici.

Rivedendola attraverso gli occhi attenti e maliziosi di Annie Ernaux non possiamo fare a meno di sorridere.

Ci ha smascherati, ancora una volta.

“I prodotti che mettiamo sul nastro scorrevole raccontano se viviamo da soli, in coppia, con un neonato, con bambini più grandi, animali.”

Ci avevate mai pensato?

Geniale rivisitazione di quella grande e confusa fiera che finge un benessere fittizio.

 

 

“Il faraone d’Olanda” Kader Abdolah Iperborea

 

“Aveva dimenticato tutto e non sapeva più chi era”

Zayel Hawass, famoso egittologo olandese, si aggrappa al suo segreto.

Il presente è una macchia senza senso, le strade trappole dove perdersi, la figlia volto che spesso sfuma nell’oblio.

Prima che il tempo spenga la sua andatura stanca deve assolvere ad un compito importante.

È in possesso della mummia della regina Merneith, appartenente alla Prima Dinastia dell’antico Egitto.

Sente che deve restituirla e coinvolge dell’avventura l’amico di sempre: Abdolkarim, figlio di un restauratore di libri antichi del Cairo.

“Il faraone d’Olanda”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Elisabetta Svaluto Morello, sviluppa una trama pazzesca orchestrata alla perfezione.

Due anziani e un’impresa che sembra impossibile tra difficoltà burocratiche e il rischio di essere coinvolti nel trafugamento di una preziosa testimonianza del passato.

Commovente la relazione dei due protagonisti, legati da affetto e rispetto reciproco.

Il più debole si affida al più forte nella gestualità che ogni giorno diventa più complessa.

Si respira la generosità e la bontà, la fratellanza e l’amorevole accudimento.

Un libro colto dove tanti sono i riferimenti ad una antica civiltà.

Colpisce la necessità di fare i conti con quello che si è stati, pagando anche le conseguenze di scelte avventate.

Mentre i giorni per Zayel si fanno sempre più annebbiati si percepisce che sta per arrivare la tempesta.

Quando il giorno si fa notte e il respiro si ferma resta il pianto dei familiari e il desiderio di Abdolkarim di onorare la memoria del defunto.

Quanta poesia in una scrittura che sa raccontare gli inciampi della vecchiaia con una dolcezza che lascia senza parole.

Kader Abdolah scrive un romanzo prezioso dove prevalgono i sentimenti e le ragioni del cuore.

Si percepisce quella malinconia che accompagna l’autore, esule costretto a sognare la sua terra.

Certamente la narrazione è metafora dell’agognato ritorno, la voce del fiume che canta i suoi versi, il lirismo della nostalgia, il rimpianto che ciò che è lontano.

Un finale che è rivolto a tutti coloro che non hanno diritto a una Patria, che camminano nel mondo lanciando il loro messaggio di speranza.

Una storia educativa e profonda, ricca di suggestioni emotive.

Il viaggio dell’essere umano all’interno dei misteri dell’esistente.

Il profondo legame all’infanzia, il respiro ampio di una fede antica, il recupero di strofe che sigillano l’appartenenza ad un prima.

Osiride e Iride forse per sempre uniti perché è questo che lo scrittore ci insegna.

Niente si interrompe, tutto può ricomporsi se lo vogliamo.

 

“I miei stupidi intenti” Bernardo Zannoni Sellerio Editore

 

“Scivolai nella mia ignoranza, poco a poco, desideroso di liberarmene.”

La lotta tra istinto e ragione, tra il nulla di un prima doloroso e la speranza di una nuovo inizio.

Protagonisti di “I miei stupidi intenti”, pubblicato da Sellerio Editore e vincitore del Premio Campiello 2022, sono gli animali.

Voce narrante è una faina che, abbandonata dalla madre nella tana della volpe Solomon, impara a confrontarsi con sè stesso.

Zoppo e con un dolore antico deve imparare il linguaggio della sopravvivenza.

Sconfiggere le proprie debolezze, comprendere la natura della propria bestialità, conoscere e accettare o rifiutare la potenza di Dio.

Essere animale nel senso più brutale del termine o provare a lasciarsi sfiorare dal sentimento.

Vivere l’accoppiamento, riconoscere l’amore, sentire le lacrime come preziose gemme purificatrici.

Imparare a decifrare la complessità dell’universo, accogliere le stagioni, affrontare le paure.

Che l’impianto narrativo sia metafora della condizione dell’uomo potrebbe essere una traccia narrativa.

Ma non l’unica.

Credo che l’obiettivo del giovane scrittore al suo esordio narrativo è trovare il punto di incontro tra mondi dissimili, mostrare cosa significa condividere, lottare per la sopravvivenza, cambiare pelle e rinascere.

Essere generatore di conoscenza, offrire agli altri la parola scritta, insegnare ad esprimersi attraverso non l’urlo insensato.

Credere nel Libro come unico scrigno di Verità, accettare di rinnegare ciò che infrange la legge della Gioia.

Entrare negli oscuri sentieri della morte sapendo di essere soli nell’ultimo cammino.

Avere il coraggio di parlarne in un tempo in cui la patina di una falsa euforia abbaglia i sensi.

Bernardo Zannoni scrive una storia audace, insolita.

Sa modulare ombre e luci, stanare il Tempo e dimostrare che possiamo esserne schiavi o padroni.

Invita a cercare sempre dentro di sè quella forza evolutiva che nasce facendo fluire il pensiero.

Mettendosi in discussione, ascoltando e osservando.

Senza avere timore di un’istintività che vuole avere il sopravvento, non dimenticando mai che la mente sa congiungere punti distanti e costruire mappe interattive.

Un romanzo bellissimo, a tratti struggente dove il cammino è impervio e senza certezze.

È un inno alla vita anche quando le forze ci abbandonano, quando il sonno è popolato da incubi.

È la notte ed il giorno, il nero e il bianco, il fascino antico di una favola che ci regala lo stupore perduto, che si propaga come un fuoco e arde e brucia e cerca l’intima essenza delle cose.

Complimenti all’autore!

 

 

“Black Tulips” Vitaliano Trevisan Einaudi Stile Libero

 

“E vivere o scrivere, che poi, per chi scrive, è lo stesso, è nella trasparenza che mi sono sempre tenuto in equilibrio.

No, non sempre; comunque.”

Cosa significa essere trasparenti?

Leggendo “Black Tulips”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, forte è la tentazione di interpretare ogni frase.

Il libro fu consegnato alla Casa Editrice come ultimo omaggio prima di uscire di scena.

Non credo di esagerare affermando che l’opera sia il tentativo di una riappropriazione del Sè frantumato.

Un donarsi senza veli per regalare a noi tutti un altro modo di percepisce il reale.

Di raccontare lo spaesamento di chi osserva il suo tempo da quella distanza che gli permette di cogliere falsità, perbenismo, vuoti luoghi comuni.

Cosa siamo diventati e perchè, quali substrati borghesi ci hanno plasmato, cosa è rimasto delle purezza dell’Uomo.

Questa è solo una delle vie da percorrere per entrare in sintonia con Vitaliano Trevisan.

La lucidità delle osservazioni ci spiazza e ci costringe a vedere la nostra imperfezione morale, culturale, sociale.

Quell’informe cumulo di pregiudizi che impedisce la conoscenza.

Non è casuale il fatto che l’autore scelga di narrare il suo viaggio in Nigeria.

Lui, l’oyibo, l’uomo bianco, visibile agli occhi di tutti perchè diverso.

Diversità che vive anche in patria e che gli permette di essere “trasparente”.

Le trazzere di Lagos, le baraccopoli, le notti, i piatti tipici: un bisogno di penetrare una Cultura, di comprendere l’universo delle tante giovani che popolano le strade delle nostre metropoli offrendo il loro corpo.

La necessità di gridare con forza che da donne dobbiamo trattarle.

Non ci sono giudizi morali perché servirebbero solo ad innalzare muri, non ci sono storie patetiche perché non aiutano a edificare il rispetto.

Storie fluide che si uniscono insieme ad una filosofia esistenziale che disorienta e commuove.

“In definitiva, che io guardi in avanti o indietro, sono stato, resto, sarò e sarò stato un uomo privo di qualsiasi prospettiva.”

Il passato, il presente e quel futuro che sfugge, come una chimera lontana.

E il tempo che non procede in linea retta ma si spezza per poi ricomporsi in un ricordo d’infanzia.

E la solitudine quando le luci della città si spengono.

E la farsa dei premi letterari, la negazione di tutto ciò che è apparire.

I lavori precari, la difficoltà a “sentire con gli occhi”.

“Come è vero che il nostro corpo parla per noi, allo stesso modo esso ascolta per noi.

E prima o poi, che lo vogliamo o no, di tutto ciò che ha colto in nostra vece, esso ci presenta il conto.”

Colpisce il cambiamento brusco di stile, la velocità di alcune riflessioni, la necessità di offrire delle “avvertenze”, come se volesse indurci a seguirlo più spediti.

Scorci che sono fluorescenti, luminosi come stelle che riappaiono ogni sera.

Credo che questo sia il grande regalo: dimostrarci che la morte non spegne gli astri, che il cielo continua a brillare perché la letteratura è immortale.

Una lezione che non dimenticheremo, grazie di cuore!

“Taddeo in rivolta” Stefano Amato Marcos y Marcos Editore

 

 

“Lui non doveva più essere  risacca.

Doveva essere mareggiata, un’onda violenta capace di modificare l’orografia del paesaggio.”

“Taddeo in rivolta”, pubblicato da Marcos y Marcos, è attraversato da una simbologia fortissima.

Una scrittura lineare dove si celano infiniti messaggi in codice.

A lanciarli è Taddeo, sovrappeso, con un occhio storto, senza amici.

Un’esistenza che si crogiola nel male di vivere, incapace di insegnare a ragazzini butterati ed ignoranti.

Da sempre solo i libri a fargli compagnia, a svelargli la bellezza intrinseca della letteratura.

Un paese nella provincia siciliana, arretrato e sonnolento.

“La Sicilia è maledetta, irredimibile.”

Genitori separati e la difficoltà a gestire un proprio spazio.

Approda a casa della madre, poliziotta a fine carriera, portandosi dietro la sua infinita tristezza.

Nella stasi di una notte disperata succede qualcosa.

La violenza di un prepotente contro una coppia gay.

Una spia si accende nella mente del protagonista.

La polvere dell’inedia sparisce e scopriamo un uomo nuovo.

È il vendicatore, colui che farà giustizia in questo mondo abbrutito dal male.

Una metamorfosi che disorienta il lettore perchè lo pone di fronte ad uno sdoppiamento di personalità.

Mostra l’altra faccia della passività, l’odio che si tramuta in rabbia.

Si può realizzare il delitto perfetto?

E soprattutto si può fingere che non sia successo nulla?

Colori noir per un romanzo intrigante che sa descrivere con brevi pennellate la società attuale.

La noia dei ragazzi, la carenza di istruzione, il vuoto di ideali.

Dall’altro lato la diversità di chi ha vissuto tra i libri, ha conosciuto il pensiero di grandi Maestri, ha scelto la solitudine alla subcultura di massa.

Quando la paura di essere scoperti diventa feroce si supera il bivio.

Non servono più le parole tratte dai libri, bisogna scegliere in fretta, immolare ogni amore all’altare della salvezza.

Tragico e bellissimo, attuale e sconvolgente.

Stefano Amato sa scrivere coniugando la commedia dell’esistenza con la tentazione di essere onnipotenti.

L’onestà di una madre e il coraggio di recidere il cordone ombelicale.

Sullo sfondo la profonda saggezza di Camus che ancora oggi vorrebbe farci riflettere su noi stessi.

Ma la letteratura resta muta di fronte alla follia dell’umanità.

“Il vecchio figlio” Luciano Allamprese Atlantide Editore

 

Tornare all’infanzia con un meccanismo a ritroso affilato.

Il linguaggio curato modula i ricordi, attinge alle parole utilizzate dal padre.

È subito chiaro che “Il vecchio figlio”, pubblicato da Atlantide Editore, sia una colta disamina delle evoluzioni fonetiche.

Una frase serve a delineare il carattere del personaggio, a tratteggiarne le caratteristiche.

Il verbo nel senso metafisico del termine è protagonista assoluto, capace di sostituirsi alle infrastrutture psicologiche.

Un romanzo genile che si legge come un viaggio nel tempo all’interno della famiglia.

Cambiano le espressioni linguistiche perché influenzate da fattori esterni, prima tra tutti la televisione, con i suoi vezzi modernisti.

A narrare è il figlio e nel corso della narrazione assisteremo ad evoluzioni e involuzioni, fratture e ricucite.

Colpisce la precisione del dettaglio che rende la scena descritta vivida e presente.

Un padre autoritario costruisce una serie di regole invalicabili, opprimenti, frutto di una cultura militare.

Tra i racconti fantasiosi della madre, le uscite domenicali schierati come soldatini, la severa educazione si sopravvive fino al momento in cui si taglia il cordone ombelicale.

Un taglio decisivo che sembra indolore e in questo scarto emozionale negato sta la suggestione del testo.

L’attenzione si sposta su un altro versante.

Il nostro protagonista si trova a vivere un amore complesso, una sorta di difficile esercizio di convivenza.

È interessante la figura femminile perché concentra nevrosi e ossessioni che mettono a dura prova la coppia.

Ed ecco che l’amore si spoglia di tutta la poesia, è manipolazione e sofferenza.

In un vortice di incertezze ci si chiede cosa è veramente l’amore.

Si può diventarne vittime?

E dietro questo bisogno di essere dominati cosa si nasconde?

Due eventi tragici spingono il nostro protagonista a tornare alla casa del padre.

Succede un colpo di scena che in un primo momento ci disorienta.

Poi comprendiamo che l’architettura della storia era fin dall’inizio concentrata sul finale.

Cosa vuole dimostrarci Luciano Allamprese?

Spesso ció da cui si fugge ritorna con insistenza.

È un bisogno, una perpetuazione di un se celato.

È l’appartenenza, ci piaccia o no.

Altre potrebbero essere le strategie utilizzate dall’autore.

Una cosa è certa: sa stimolare il senso critico verso noi stessi, manipola e dissacra il contesto familiare, utilizza la scrittura per arrivare ad uno studio antropologico avvincente.

Sappiate che una volta iniziate le prime pagine sarete avvinti, stregati dalla eleganza e dalla creatività di Luciano Allamprese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La fatica dei materiali” Marek Šindelka Keller Editore

 

 

“Uno zaino atterrò sulla neve, seguito da un ragazzo.

Sera.

Chiarore all’orizzonte.

Una grezza porzione di cielo tagliata nel grigio.

Il fiato visibile.

La brina scintilla sul recinto di metallo.

Anche la parete di cemento scintilla.”

Un incipit impeccabile che gioca sui contrasti di luce, anticipando il percorso che intraprenderemo.

La musicalità del testo ci accompagna per tutto il viaggio, quasi a voler alleggerire l’atmosfera.

Le parole misurate, le frasi brevi, gli accostamenti scenici del paesaggio sono tecniche narrative orchestrate alla perfezione.

Amir e la sua fuga da uno dei tanti centri di detenzione, dove ti marchiano il braccio con un numero e da quel momento perdi il tuo nome.

Dove ti sequestrano cellulari, foglietti stropicciati con numeri di telefono di parenti e amici.

Dove sai di essere in prigione, una prigione che spegne la speranza.

“Erano in un capannone.

Una specie di deposito, pannelli di lamiera, buchi erosi dalla ruggine, sul cemento macchie di grasso e gasolio.”

Nel ragazzino che salta il recinto e passa dall’altra parte c’é l’urgenza di ritrovare il fratello e il bisogno di non lasciarsi morire di disperazione.

“La fatica dei materiali”, pubblicato da Keller Editore e tradotto da Laura Angeloni, ha vinto il più importante premio letterario della Repubblica Ceca: il Magnesia Litera.

Rivela lo strazio di chi abbandona la propria terra ridotta in macerie, le peripezie di un viaggio che lascia senza parole.

Le bombe e la devastazione della città, la morte dei genitori e la percezione che il passato sia stato inghiottito per sempre dentro una voragine.

Sembra una trama inverosimile ma é la tragica verità, narrata senza enfasi.

Essenziale come il battito accelerato del protagonista.

Nella corsa verso un’ipotetica salvezza il bosco sempre più opprimente é metafora di un Occidente che ha perso l’umanità.

E quei recinti, troppi, a dividere, a stabilire confini segnano la nostra sconfitta.

Mostrano paure ataviche, bisogno di proteggersi da nemici invisibili.

E il freddo e la neve che sostituisce l’acqua, e la fame e il tempo rarefatto.

Marek Šindelka ha scritto un capolavoro e nello sviluppo di un finale inatteso mostra le doti di grande scrittore.

É riuscito a farci penetrare nelle profondità di un presente che non conoscevamo ricordando che la vita non é un videogioco.

Non si spegne un pulsante e si dimentica.

Un inno al desiderio di vivere, bellissimo!

 

 

 

 

“Fame blu” Viola Di Grado LaNave di Teseo

 

 

La scrittura di Viola Di Grado è estrema e bellissima.

Ogni suo libro trafigge e ammalia.

Porta dove tutto è reale, tragico e poetico.

Esplora i sentimenti che si trasformano in graffi.

Racconta l’abbandono non come sconfitta ma come consapevolezza che bisogna cavarsela da soli.

Crea atmosfere esotiche e misteriose, fascinose e inquietanti.

Descrive la relazione nella sua complessità, simbiotica e al contempo soffocante.

Si spinge ad attraversare l’amore assoluto, quello che non conosce limiti.

Spasmodico, intimo, completo.

La sua ultima opera già nel titolo contiene gli elementi di una ricerca che non si fermerà davanti agli ostacoli.

“Fame blu”, pubblicato da La Nave di Teseo, mostra una maturità stilistica e concettuale.

Ruota intorno alla perdita e alla ricomposizione del sè.

La morte del gemello è un duro colpo per la protagonista.

C’è un famelico bisogno di chiudere un cerchio, di comprendere i sogni del fratello.

Il trasferimento a Shanghai diventa indispensabile traccia per riagganciare i nodi irrisolti.

“Ex fabbriche tessili e macelli anni Trenta, luoghi pieni di logica e di abbandono, architetture algide e ferrose, luce autunnale alla deriva su filari di lamiere in disuso.”

Le parole hanno peso e consistenza, gli aggettivi rotolano come massi, le immagini sono spietate.

Anticipazione di qualcosa che sta per accadere e incendierà la trama.

L’incontro con Xu è la rivisitazione in bianco e nero dei propri traumi.

È la distanza tra l’affettività e il possesso.

La straniante meraviglia del corpo dell’altra e il veleno che si instilla goccia a goccia.

“L’amore non dovrebbe procurare cicatrici insensibili, più lucide e dure della pelle.”

In un tempo guasto, in un luogo metallico e distante si celebra l’ultimo atto di una lotta che lascia senza parole.

Colpiscono i riferimenti alla bellezza dell’arte.

È come se si volesse restaurare l’anima, ritrovare l’equilibrio.

Un romanzo da leggere come il canto di chi prova a non affondare.

“I tradimenti” Russell Banks Einaudi Editore Stile Libero

 

“La verità è più complicata e ambigua.”

Nelle opere di Russell Banks abbiamo apprezzato la capacità di raccontare il sogno americano con una verve critica eccellente.

Ha sempre saputo cogliere le disparità sociali, i sogni di un perbenismo inarrivabile, il ruolo delle classi dominanti e di quelle subalterne.

Torna in libreria dopo una lungua tregua  con un romanzo che fa tremare le impalcature dellla narrativa.

“I tradimenti”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero e tradotto da Gianni Pannofino, si differenzia parecchio dalle prove letterarie precedenti.

Certamente risente del cambiamento epocale che non ha coinvolto soltanto l’America.

Se ne riscontra traccia fin da subito nella scelta del protagonista.

Leonard Fife è stato l’icona del suo tempo, ha rappresentato il punto di rottura tra racconto e documentario.

Ha avuto potere e spazio negli ambienti culturali.

Oggi è un uomo finito, anziano, su una sedia a rotelle.

Ed è in questa fase dolorosa che decide di concedersi alle telecamere.

Una lunga intervista che è un fluire di pensieri.

Dovrebbe parlare del suo successo, del rapporto con il cinema, delle relazioni tra finzione e realtà.

Ma non è questo il suo obiettivo e nonostante i suoi interlocutori provino a riportarlo sul progetto iniziale, lui è risoluto.

È tempo di mettere ordine nel caos dei ricordi e non è casuale la richiesta della presenza della moglie.

“La menzogna potrebbe restare sepolta sotto la verità, continuare ad essere la sua colpa inconfessabile.

Perchè no?

La menzogna è ancora abbastanza solida da sostenere la verità, e Fife l’ha passata liscia per cinquant’anni: può lasciarla sepolta per le poche settimane o i pochi giorni che gli restano da vivere, e nessuno ne saprà mai nulla.”

Solo un grande scrittore può, con poche frasi, creare tanta aspettativa nel lettore che resta ammaliato da quella che appare come una confessione.

Molto sottile è uno degli sviluppi del testo.

Indipendentemente dalle rivelazioni che saranno forti e non assolveranno nessuno il nucleo centrale è affidato al personaggio.

La sua è una riconquista del passato che grava come un macigno o il bisogno di fare i conti con la propria coscienza?

Che ruolo ha la morale?

Esiste un’etica che è stata travolta ma soprattutto bisogna ritrovarsi.

Comprendere scelte che sono state delle proprie fughe.

E se fuggire ha significato sentirsi libero dalle catene di un sociale che opprime ci si può assolvere?

Tanti i quesiti che ci convolgono tutti perché rientrano nella sfera dell’etica.

Non resta immune la Storia di un paese, le sue menzogne, i suoi tradimenti.

Il riferimento alla guerra è un atto liberatorio contro la follia dei potenti, un invito a rileggere il presente con occhi non offuscati dalle ideologie.

“Il flusso del tempo ha rotto gli argini e le dighe che hanno trattenuto i suoi segreti per quasi tutta la sua vita.

La sua mente è inondata dai ricordi, e il loro traboccare porta con sè i detriti dei suoi timori e sogni più reconditi, delle sue speranze e ambizioni e fantasie, insieme a canzoni, racconti, poesie e film che ha amato – le macerie della sua vita – e lui, incapace di distinguerli, li racconta tutti.”

Tutto sfoca nel bianco che è il colore della purezza.

E noi commossi vorremmo avere lo stesso coraggio quando il tempo ci concederà le ultime gocce di esistenza.