“Lontano lontano” Gianni Di Gregorio Sellerio Editore

 

“Ho tante cose in sospeso. Canta la voce di dentro, mi accompagna come una melodia.”

Le tre storie in “Lontano lontano”, pubblicato da Sellerio Editore, modulano una quotidianità pervasa di malinconia.

Il tempo diventa voce e si scompone in giorni troppo uguali.

Si entra nella vita di Giovannino che quasi cinquant’anni continua a sentirsi ragazzo.

Un’innocenza che trasuda dolcezza e la devozione alla madre è il passaporto che gli permette di sentirsi vivo.

“Una vecchia scontenta perché è troppo vecchia, non irradia la luce della sapienza ma è iscritta nel mondo, sempre più iscritta, e invece di stare vicina alle stelle pensa solo a mangiare, s’inzuffa di cioccolate e di zucchero. È piccola e tonda e avanza con le mani protese, tartarugona eretta.”

Nel legame sbilanciato si coglie la poetica di una relazione di assoluto abbandono.

Una resa che commuove mostrando un perimetro affettivo che niente potrà intaccare.

“Marciamo eterni a onde, città irreale con le buste della spesa in mano, il sogno ci porta a casa.”

Il luogo che è fortezza, protegge e custodisce timori.

Cerchi concentrici circoscrivono abitudini che si trasformano in rituali regalando una visione intima, straziante.

Si incede con passi lenti, osservando, registrando stati d’animo e sentendo sulla pelle la paura di perdere spazio nel grembo materno.

Nel secondo racconto due fratelli dividono un’unica stanza e mentre cala la notte ” dormono al sicuro dal buio e dal freddo, dalla fame e dalla sete, dai brutti sogni.”

Gianni Di Gregorio racconta il dolore della perdita, la solitudine, lo spaesamento.

La figura materna è simbolo del nostro bisogno di amore sincero, è arca che salva nella tempesta emotiva.

L’ultima narrazione si sviluppa in un contesto differente.

Amici che dividono uno spicchio di speranza, inventano una ipotetica partenza e nel viaggio inseguono una nuova primavera.

Una scrittura densa senza cedimenti.

La realtà si presenta come un nastro che si intreccia armonioso e sprigiona luce.

Le parole sono pure, cristalline ed offrono una tenera carezza.

Invitano a fermarsi, a cogliere negli occhi degli altri guizzi adolescenziali.

L’autore riesce a redimere le stagioni dell’esistenza, a colmarle di sensazioni.

Sullo sfondo la città eterna, conca solidale, immagine in bianco e nero di una società che sa ancora comunicare.

 

 

“L’infinito di amare” Sergio Claudio Perroni La Nave di Teseo

 

“E restano ancora a guardarsi, sentendo se stessi preceduti e percorsi da fiotti di pensieri imprendibili”

Incontro di due anime che si cercano, si respingono, inscenano una danza d’amore.

Sguardi che raccontano anche i silenzi.

Occhi pronti a cogliere frammenti di luce.

Mani che si sfiorano e nel riconoscersi inventano un linguaggio segreto.

È il corpo nella sua essenza più pura protagonista di “L’infinito di amare”, pubblicato da La Nave di Teseo”.

Testimonianza postuma di Sergio Claudio Perroni è sintesi di quel fermento interiore che è presente in tutte le opere.

È l’apoteosi della forma che trova nell’ espressività poetica la rappresentazione filosofica della relazione.

Il periodare lungo sviluppa un ragionamento articolato che spazia in ambiti intimi, pozzi mai esplorati.

Il piacere è ridondante, ricerca non solo dell’altro.

È il sè che si specchia nel mare aperto delle infinite sfumature della passione.

“Lei tiene gli occhi chiusi, serrati come per non farne schizzare fuori le sensazioni da cui si sente percorsa, scandite come piccoli solidi in movimento.”

Il trionfo delle percezioni, la capacità di comunicarle, di renderle pulsanti.

Ogni frase sviluppa un percorso ideale, figurato, dove niente è scontato.

C’è il pudore del sentirsi vulnerabili, la tenerezza di una carezza, l’esplorazione della sensualità.

Una resa incondizionata che dura pochi istanti e poi le distanze si ristabiliscono, si ritorna ad essere “due”.

Un romanzo intenso, a tratti misterioso.

Si sente che c’è un non detto da interpretare, un mondo pieno di ombre, un messaggio da decifrare.

“Si sente come alla stazione a salutare qualcuno che si ama, quando il treno tarda a partire e si rimane a guardarsi dal finestrino, pieni di cose da dire ma senza più frasi che siano del taglio adeguato al momento – e, benché a malincuore, non si vede l’ora che il treno si muova.”

Si vorrebbe fermare quel treno, rallentare il momento dell’addio, provare a ritrovare l’emozione anche soltanto del ricordo.

Restano parole che inseguono il vento, figure che avanzano ricordandoci che la letteratura sa cancellare il dolore.

 

 

 

 

 

“Niente per lei” Laura Mancini Edizioni e/o

“I bombardamenti quel giorno stavano distruggendo le strade, buttando giù interi palazzi, frantumando i binari, spezzando ponti a metà.”

Il realismo nell’incedere incalzante di una scrittura che si snoda nel tempo componendo immagini e disfacendole.

“Niente per lei”, pubblicato da Edizioni e/o, è prova che la letteratura può interpretare la Storia.

Non solo raccontarla ma renderla viva, sempre attuale.

Tullia ha l’innocenza di bambina e lo sguardo attento a cogliere negli altri piccole crepe.

“Una voce dentro però mi avvisava: adesso è diverso, tu sei diversa, i tuoi genitori sono diversi, le cose cambiano.”

Nella frase ruota il senso profondo del romanzo, l’instabilità che crea alterazioni percettive e affettive.

Gli altri sono soggiogati da eventi che cambieranno il corso delle esistenze, disorientati provano a capire quali meccanismi governano il mondo.

La rabbia repressa nella madre che non sorride mai è archetipo di una relazione complessa ma non distorta da recriminazioni.

Il conflitto è articolato attraverso un gioco psicologico sottilissimo, un fronteggiarsi per conoscersi, odiarsi, amarsi.

“I muraglioni del Tevere sembravano grotte di un presepe dirupati”

Un unico cerchio chiude Roma e i suoi abitanti.

Soffi di vita che si miscelano in un tempo che sarà segnato dalla perdita e dalla consapevolezza che bisogna andare avanti.

“Quel giorno avevo deciso che non avrei mai abbassato lo sguardo per prima.”

Le parole con la loro ineffabilità sono calamite che aprono nuove prospettive, “il piacere di leggere” è palpabile, come un bisogno primario.

Sono un ponte salvifico alleviando la difficoltà di crescere.

“Non avrei accontentato altri che me stessa, non avrei sminuito la dimensione del mio mio sogno.”

Al suo esordio narrativo Laura Mancini ci regala una figura femminile determinata, impavida, ferocemente aggrappata ai suoi desideri.

Ci invita a rileggere un lungo periodo storico e la scelta di introdurre in ogni capitolo una data è la necessaria esigenza di trasformare il lettore in testimone.

Una prova letteraria brillante, un’autrice che scommette sull’accurata ricerca filologica.

Nel linguaggio c’è sempre uno scarto fra ciò che appare e il suo rimando concreto e la scrittrice ha la capacità di farne percepire ogni vibrazione.

 

“L’invenzione di noi due” Matteo Bussola Einaudi Stile Libero

 

Un banco di scuola e due liceali che si scrivono messaggi.

“L’urgenza di raccontarsi era troppo forte, insistente, concreta.

Tutta quella che si può avere a diciott’anni.”

Attrazione che nasce dalle parole, acque limpide, sincere.

“L’invenzione di noi due”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è elegia della scrittura.

Forma perfetta dove si è veri, cristallini, protagonisti  di una geografia mentale che è alito impetuoso, sangue che scorre, linfa che rianima.

Milo e Nadia rappresentano due poli caratteriali differenti ma, grazie ad “una necessità elettromagnetica che era riuscita ad attraversare il tempo”, vengono impregnati da un’attrazione fluorescente.

Vivere insieme significa scontarsi con le diversità.

Lui immerso in un presente troppo uguale, incapace di far evolvere se stesso e la coppia.

Lei “con qualcosa di bellico nel suo modo di amare”.

Prigionieri di un amore profumato di sogni adolescenziali presto vedono frantumarsi la giocosa condivisione di una gestualità complice.

“L’amore è un privilegio.

Non è un elemento previsto dalla natura, ma un’invenzione umana.”

Matteo Bussola riesce ad inventare una deliziosa commedia dando a Milo la possibilità di riconquistare la sua donna.

Geniale trovata che permette al lettore di studiare i due personaggi, di ascoltarne le riflessioni, di percepire le confuse aspettative di entrambi.

Dietro ogni frase c’è un accurato studio analitico che con lucidità rivela i disorientanti delle relazioni.

L’autore colpisce duro addentrandosi come un chirurgo nelle ferite non rimarginate, negli spazi solitari dove si annida lo sconforto.

Racconta la resa e la paura, i momenti bui, le rimozioni.

Insegna che bisogna mettersi in gioco se si vuole proteggere la passione.

Non si fugge, si lotta, si aspetta e ci si libera da un immaginario che vede l’altro statico, atrofizzato in un tempo passato.

“Ciò che più amo della letteratura è che non racconta solo le storie che accadono, o che sono accadute, ma soprattutto quelle che potrebbero accadere.”

Un romanzo perfetto nella trama articolata, nella briosa costruzione narrativa e certamente nelle riflessioni sulla parola scritta.

“Ho fatto la spia”Joyce Carol Oates La Nave di Teseo

 

“Avevo dodici anni.

Fu la mattina del mio ultimo giorno d’infanzia.”

Violet ci accompagna in un viaggio che non ci permetterà di tornare indietro.

Ci guida con la dolcezza di bambina, stringendoci la mano, cercando in noi alleati.

Ci sfiora impaurita all’idea di ferirci, abbassa la voce e in un sussurro si racconta.

Il padre amato e temuto, uno sdoppiamento di personalità, bianco e nero che si mescolano e confondono.

La madre vittima di sé stessa, prigioniera e carceriera.

Tempio della menzogna necessaria, vestale di segreti che si ingigantiscono trasformandosi in maschere grottesche.

“La voce mormorante di nostra madre che poteva essere spaventata, implorante.

La voce di nostro padre impastata, abrasiva, rimbombante.”

Modelli che certamente mostrano ambivalenze, influenzano e condizionano.

È come se la colpa prendesse forma spaziando nelle stanze, invadendo angoli, lasciando una scia di veleno.

Impersonale, subdola, presenza che penetra nella carne lasciando segni incandescenti.

“Le emozioni più dolci possono cambiare in un istante.

Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro?”

E la verità intravista in una notte di tormento.

I fratelli colpevoli di omicidio mentre ogni certezza si sgretola lentamente.

La famiglia diventa “un destino”, una trappola che sa celare con ipocrisia il marcio.

Si percepisce non l’affetto, ma la coercizione, la necessità di controllo e da questo tranello affettivo la giovane protagonista si libera con un atto che la travolgerà.

Un lento, progressivo bisogno di liberarsi dal peso della finzione.

Allontanata dalla famiglia si trasforma in un oggetto indifeso e le vessazioni, le violenze arriveranno brutali.

Il marchio la contraddistingue, ha tradito, ha spezzato il silenzio.

La narrazione ha variazioni di tono, si alza, si abbassa, si protegge.

La parola è sanguinante ma non porta mai all’assoluzione.

È analisi dei fatti perchè solo ogni episodio può permettere di entrare nella mente di una ragazzina.

Joyce Carol Oates si mostra e ci mostra l’estremo confine della perfidia, dell’odio.

Lo fa senza scalpore o bisogno di scandalizzare.

Rende giustizia a tante minori chiuse in case d’accoglienza, restituisce dignità alle vittime, regala la compassione.

Un romanzo tragico e tenerissimo, addolorato e suadente come un canto liberatorio.

Bisogna uscire dalla narrazione, cercare di ricomporne ogni dettaglio, apprezzare la forma letteraria, trovare il mosaico psicologico che l’autrice ha composto.

Rileggere con calma perché ogni frase è un invito a non giudicare con leggerezza.

È lo sguardo di chi con coraggio sa guardare l’abisso.

E’ la denuncia forte di un sistema giudiziario malato, di una società sessista e razzista.

È la testimonianza delle disfunzioni emozionali, del terribile desiderio di dimenticare.

Ma l’oblio è impossibile.

 

 

 

 

 

 

“La primavera torna sempre” Lorenzo Marone Feltrinelli Editore

 

“Il dolore ci fa fare cose che credevamo di non saper fare.”

Lorenzo Marone  racconta la nostra nuova quotidianità.

La pandemia impedisce ogni gestualità affettiva ma leggendo “La primavera torna sempre”, pubblicato da Feltrinelli Editore, ci sentiamo uniti da un destino comune.

Nella figura di Luce troviamo riflessi i nostri occhi gonfi di paura.

La sua umanità, il bisogno di rendersi utile mettono di buon umore, ci affidano la speranza che questa tragica prova riuscirà a far prevalere “la gentilezza”.

Pochi personaggi riescono a rappresentare con poche battute la necessità ad adattarsi, trovando equilibri forse precari ma indispensabili per sconfiggere l’nquietudine.

Accontentarsi di una videochiamata, di una chiacchierata dal balcone per riempire il tempo che si è fatto montagna insormontabile.

Imparare ad aspettare: una frase che arriva imprevista, ci fa sobbalzare.

Noi, abituati a modulare anche il pensiero al ritmo frenetico di un orologio, dovremmo fermarci?

L’autore indica la via scegliendo le parole, regalando esempi di resilienza.

Napoli deserta sembra una cattedrale che di notte accoglie il sussurro di una preghiera collettiva.

Un racconto breve che ci permette di riflettere sulle priorità e sul senso di comunità.

Mentre una rondine solitaria “scompare puntando il mare”, a noi lettori si imprime nella mente un forte senso di appartenenza.

Poter ricambiare l’affetto dello scrittore con una donazione al Cotugno di Napoli chiude il cerchio magico della parola che esce dagli scaffali e aiuta ad affrontare il dolore.

 

 

 

 

“Le transizioni” Pajtim Statovci Sellerio Editore

 

“Possiamo ricomporci come un nuovo puzzle.”

“Le transizioni”, pubblicato da Sellerio Editore, segna una svolta significativa nella letteratura internazione.

È la sperimentazione dell’identità, il colloquio doloroso con una parte di sè difficile da accettare.

Scompare il confine tra femminile e maschile e resta violento, difficile, inarrestabile il flusso di pensieri dell’essere umano.

La diversità si somma al paese di provenienza e l’Albania appare come una terra fantasma.

Rovine e mancanza di libertà mentre gli abitanti “sono talmente disperati che le loro angosce colano giù dai tetti e dai muri, si accumulano come cartaccia e pacchetti di sigarette vuoti agli angoli delle strade.”

Nell’abbandono statico degli abitanti ad una sorte avversa si intravede una forte denuncia politica e culturale.

Pajtim Statovci non scrive solo un testo introspettivo, modula in una forma espressiva teatrale la rabbia di un popolo.

La esaspera con maestria attraverso personaggi imprigionati dalle catene opprimenti di un potere dittatoriale.

La genialità dello scrittore sta nel saper contaminare il personale al collettivo.

La figura del protagonista ha volti sempre diversi, trasformazioni camaleontiche del disagio.

La morte del padre è un taglio lancinante con il passato e la fuga diventa un miraggio.

Il romanzo si snoda attraverso le tappe di un viaggio affannoso.

Ogni città, ogni luogo è inizio di storie che rotolano nelle pagine ad una velocità emotiva fortissima.

Gli amori sono sogni che si spezzano nella mancanza di risposte.

“Nessuno vuole pensare alla disperazione, l’angoscia, la sofferenza.”

Nessuno vuole sapere di condannati a morte che pregano e languono nelle celle d’isolamento.”

Indifferenza e violenza, umiliante resa dell’invisibile, straniero senza diritti.

Un libro completo, sofferto, scritto con passione, capace di regalare uno sguardo profondo sul nostro tempo.

Da leggere cercando di cogliere non solo lo spaesamento ma anche l’ultimo, emozionante atto di coraggio.

 

 

 

Agenda Letteraria del 3 maggio 2020

 

“Il racconto di Camilla in merito agli strani eventi di quella notte cruciale fu interrotto, come al solito, dalla secondina che la chiamava dalla soglia.

Camilla si alzò e sorrise. «Non c’ho avuto il tempo di dirtelo», disse, «ma sto scrivendo un pezzo per il mio primo concerto di quando esco da qui, e mi sa che lo finisco per la prossima volta che vieni. Così te lo faccio sentire, eh?»

“Una splendida figliola come me”  Henry Farrell La Nave di Teseo

“Sull’acqua” H.M. van den Brink Marsilio Editore

“L’acqua del fiume era impetrabile come sempre”.

Anton e David vogano sulk’Amstel cercando una sincronia affettiva.

Differenti nel comunicare emozioni riescono ad essere unico corpo, spinto dalla tensione dei muscoli, dalla sperimentazione del proprio limite.

“Le mie membra conoscevano una forma di coscienza”.

Il superamento della paura è la prova estrema, il battesimo con l’acqua.

Resta il timore per la perdita di equilibrio, una stabilità precaria che nasconde un animo confuso.

“Ogni giorno che passa è insostituibile”.

La malinconia si confonde con le luci che invadono il mattino mentre si cerca di sincronizzare la memoria.

“Ho scoperto che devi poter osare di farti del male per poterti avvicinare all’istante in cui gli opposti si riuniscono.”

La gara durante le regate è il consolidamento di un’amicizia che non ha bisogno di parole e nel finale, quando i riflettori si spengono, restano i segni di un tempo che si è sgretolato.

H. M. van den Brink crea un artificio letterario che permette al lettore di sentirsi parte del paesaggio.

Ed è il vento, l’increspatura di un’onda, il ritmo della vogata, le nubi che si rincorrono a insegnarci che dall’effimero bisogna cogliere “la felicità”, una parola che rischia di svanire se non esercitiamo la mente a preservare i ricordi.

“I colpevoli” Andrea Pomella Einaudi Editore

 

Confrontarsi con la scrittura di Andrea Pomella significa accettare di scalare le tante montagne che ci hanno impedito di andare nello scivoloso territorio del passato.

Un tempo che troppo spesso resta sospeso in una nebulosa indistinta dove sono concentrate le ferite, i disagi, la rabbia.

Non esplorarne ogni anfratto ha significato vivere reclusi una realtà dimezzata.

“I colpevoli”, pubblicato da Einaudi, ci indica più direzioni.

La storia dell’incontro tra padre e figlio dopo “trentasette anni, tredicimilacinquecento giorni, trecentoventiquattromila ore” diventa nostra fin dalle prime pagine.

L’abbandono della famiglia è tradimento che ha radici lontane.

Trascina verso una riva dove vengono annullate le certezze del bambino.

Il trauma viene analizzato, frantumato, liberato da equivoche derive affettive.

La figura paterna diventa simbolo di una conflittualità interiore, di una resa di conti con la nostra confusa idea di relazione.

“Il divario tra illusione e realtà mi opprime, senza darmi modo di vivere né l’una né altra.

La mia incredulità non è che il residuo di un tempo deteriorato che ancora ci trasciniamo dietro.”

Questo divario è segno di una spazialità che vediamo oscillante.

Una geometria sbilenca che porta al “cuore del perdono”, che indaga scientificamente e filosoficamente senza tralasciare nessun dettato.

La ricostruzione degli eventi è perfetta, una necessaria rivisitazione che deve lasciare fuori il risentimento.

Quante volte ci siamo trovati “sul confine a contemplare il territorio nemico”?

L’autore ci invita a fare quel salto che non ci siamo concessi, ci offre non la sua storia ma l’affresco di una contemporaneità che ci sfugge.

Ci invita a rileggere la lettera al padre di Kafka, a comprendere  con una nuova consapevolezza la letteratura, a ritrovare nelle pagine dell’Odissea il trauma di Telemaco.

“Il nostro ricongiungimento contiene in sè una perdita”.

Ci si chiede se è proprio attraverso questa “perdita” che si può provare a trovare un linguaggio comune.

“Scrivendo, cerco di comprendere….

Scrivendo cerco di salvarmi, come un delfino imprigionato tra le chiglie di due navi in perpetua collisione.”

Il libro va letto lentamente soffermandosi sulla purezza della scrittura, ascoltando i tanti messaggi che ci regala.