“La combattente” Stefania Nardini Edizioni e/o

 

“Noi.

Unici e inscindibili

Lucidi

Complici.

Avevamo vissuto il mondo rivoltandolo a modo nostro.”

Parole incandescenti tratteggiano un amore totale, appassionato, completo.

Alla morte del marito Angelita perde la certezza di quel “due” sul quale ha costruito l’esistenza.

Una bufera entra e spazza via le gestualità, le parole, le abitudini.

“Non esiste alcun vocabolo in grado di smussare la violenza della parola morte.”

I ricordi diventano compagni ingombranti perchè occupano ogni spazio fisico e mentale.

I luoghi sono sacrari di una intimità perduta.

Il tempo ha i contorni dilatati.

Il Settantasette e le lotte, l’entusiasmo, l’ottimismo di chi vuole cambiare il mondo.

“Zingari felici.

Sì, eravamo zingari felici, perchè padroni della strada.

Della nostra libertà estremizzata nel pianto dei lacrimogeni.”

“La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o, con competenza e ardore racconta una fase storica.

Non tralascia gli errori e le follie, gli eccessi che portarono alla lotta armata.

Individua attraverso una digressione narrativa le connessioni tra militanti italiani e francesi, riunisce eventi tragici con un’elaborazione graduale e dolorosa.

La nostra protagonista si trova ad indagare sui segreti del suo amato e le scoperte sono lancinanti verità.

Scoperchiano un passato che è stato volutamente rimosso.

Mi piace pensare che Stefania Nardini, attraverso il romanzo, voglia far saltare quel muro di silenzio che ha incatenato le motivazioni storiche e politiche di quella fase.

Ha il coraggio con una scrittura netta di affrontare la Storia senza pregiudizi ideologici.

Non si sottrae ad un’analisi impietosa dei reduci che non saranno mai eroi.

Di una generazione che ha creduto, sognato, lottato.

Non è casuale la scelta di Marsiglia come ultima tappa di un viaggio necessario.

Città che sa stregare e sa concedersi.

Luogo della rinascita o forse semplicemente spazio di pace.

 

“Boulder” Eva Baltasar Nottetempo

 

“Intossicata, provenivo dal nulla e anelavo territori ululati.”

Parola che arriva dalle profondità del mare e all’acqua ritorna.

Acqua che rigenera e allontana.

Spazi infiniti e luoghi inesplorati.

La geometria imperfetta del desiderio è voce femminile che cerca un approdo.

“Boulder”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Amaranta Sbardella, è poetica straziante di un sentimento che non conosce limiti.

Due donne e il linguaggio segreto dei corpi nella voracità di un piacere non solo fisico.

Estasi dell’appartenenza, incontro tra simili, esplorazione mentale.

“La vita cresce senza travolgermi

Si concentra in ogni minuto

Implode

La tengo tra le mani.”

La bussola impazzita del tempo si frantuma nell’attimo fatale in cui si dissolvono le distanze fisiche.

I giorni sono nuvole leggere nel “magma instabile in cui fluttua il miracolo degli oceani e dei continenti.

Boulder e Samsa sono calchi di un impasto di passione, luce che accentua i ghirigori complessi della mente.

La poetessa e scrittrice Eva Baltasar ci conduce dove non c’è spazio per le paure.

Ci fa sentire la tenerezza di un abbraccio, il germoglio di un fiore senza peccato.

E quando la comunione è totale qualcosa spezza l’incantesimo.

“Il linguaggio è dappertutto, occupa le cellule più solitarie e le muove verso luoghi incomprensibili.

Ti incoraggia e ti fa ammalare, disorienta il tuo istinto animale, ti dá umanità.

Sentirti intensamente umana è l’emozione più accomodante, ma può essere anche la più tirannia.

Sei responsabile di ogni parola, non esistono espressioni innocenti.”

Di fronte ad una maternità condivisa il cerchio perfetto mostra le sue crepe, ingigantisce le diversità.

La figlia è carne che divide, frutto di una scelta unilaterale.

Il groviglio di emozioni si tinge di scuro, sommerge e porta alla deriva l’idea di famiglia.

Resta il mare, segno di una fuga.

Ci si chiede se l’autrice voglia spogliare di ogni sacralità l’esistenza.

Percorrere rotte “impossibili”, sciogliere gli arcani misteri dell’essere madre.

Portarci ad accettare quello spazio disabitato dove solo noi possiamo essere vigili custodi di una solitudine sconfinata.

Solitudine che non è resa né sconfitta.

È libertà di accettarci e accettare chi amiamo.

 

“Il libro delle case” Andrea Bajani Feltrinelli Editore

 

“La casa dei ricordi sfuggiti alla memoria di Io esula da qualsiasi localizzazione, è una piega dello spazio – tempo.

Difficile dire se stia ferma o in movimento, se sia soggetta alle forze del cielo o della terra.

La casa dei ricordi fuoriusciti è la scatola nera di ciò che non ricorda, contiene quello che persino la memoria ha rifiutato, anche se è successo.

Di certo è ciò che consente a Io di dire Io continuamente sapendo di mentire.”

“Il libro delle case”, pubblicato da Feltrinelli Editore, è la poetica dell’esistenza.

Viaggio nei luoghi che diventano protagonisti.

Pareti, oggetti, mobili raccontano infinite storie.

Infanzia, adolescenza in un tumulto di incontri dove si sperimenta la relazione.

Padre, Madre, Nonna, Sorella sono sospesi in una dimensione che esplora il soggetto.

Ne legge impercettibili scarti caratteriali, li immortala in foto che appaiono sfocate.

Bisogna imparare a mettere a fuoco le immagini che Andrea Bajani ci regala.

Il romanzo è diviso in capitoli e in ognuno c’è un frammento di esistenza.

Saranno le case a delimitare il confine tra il se e gli altri, a proporre un modo nuovo di considerare gli spazi fisici e mentali.

Le frasi hanno la consistenza di un vento leggero, il vento di una narrazione esuberante, ricca di simboli e nascondigli interiori.

Entreremo nella “Casa del persempre”, stupiti da tanta creatività, nella casa del recinto “dove l’infanzia è troppo scheggiata perché la si possa maneggiare senza farsi male.”

Conosceremo il ring dove si lotta con la parola, capiremo che “padre è anche figlio.”

Sentiremo sulla pelle le vibrazioni di Torino e Roma, estreme rappresentazioni di una bellezza antica.

Vivremo la Storia attraverso due personaggi che nella assoluta diversità sono stati martiri di un’idea.

L’adulterio, l’amore, la sepazione: tratti da percorrere affidandosi alla sensibilità dello scrittore.

Piangeremo, rideremo e proveremo ad inseguire “I ricordi fuoriusciti” nella certezza di aver attraversato la letteratura, quella che fa battere il cuore e arricchisce la mente.

 

 

 

 

“Voglia di tenerezza” Larry McMurtry Einaudi Editore

 

Se “Le strade di Laredo” ha rivoluzionato gli stereotipi del western, “Voglia di Tenerezza”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Margherita Emo, regala alla letteratura America un vorticoso giro di boa.

I paesaggi texani vengono sostuiti da ambienti domestici mentre il ribaltamento dei ruoli mostra una società nella sua fase di trasformazione.

Erroneo sarebbe considerare il testo una commedia di costume  perchè ha uno sguardo profondo e insolito non solo sui personaggi.

Smonta con intelligenza un modo di pensare al maschile, dimostra quanto di intrigante, originale e innovativo sia il travaglio mentale del femminile.

Con un brio incomparabile sa raccontare l’universo complicato, sempre in lotta, delle figure femminili.

Le inquadra nella loro epoca rendendole uniche, icone di un futuro prossimo.

Aurora, vedova circondata da pretendenti, spavalda, ironica, decisa ad avere sempre l’ultima parola.

Le sue battute sono sagaci, a volte amare.

Sceglie e non si fa scegliere, ama il corteggiamento ma non vuole perdere la libertà.

Cuoca sopraffina sa accogliere e cogliere nell’altro il lato b, quello oscuro dove si annidano i tentennamenti e le paure.

Agli spasimanti concede attenzione senza mai perdere la propria identità.

Sa essere se stessa concedendosi analisi spietate sul tempo impietoso.

La figlia Emma sembra accomodante, meno ambiziosa.

Bisogna seguire con attenzione il percorso evolutivo per comprenderne l’esplosiva caratterialità.

Rosie, donna di servizio e dama di compagnia, rappresenta il sommerso e silenzioso habitat di chi sopporta un marito violento e ubriacone.

Larry McMurtry è un maestro nell’intessere storie all’interno della trama principale.

Dà sempre la sensazione di vivere dentro il testo grazie ad una scrittura discorsiva, veloce.

Nei dialoghi eccezionali non ci sono frasi inopportune perché si rappresenta il quotidiano.

Non mancano i maschietti e ad ognuno è affidata una parte.

Si scoprirà un sottofondo comune che si svelerà lentamente.

Il rapporto di coppia viene sventrato, i tradimenti palesati, le insoddisfazioni finalmente espresse con sincerità.

E nel finale inaspettato c’è tutta l’umanità di un autore che attraverso la parola sa comunicare emozioni.

Bellissimo, intenso, intelligente e profondo: da leggere assolutamente.

 

 

“La tigre di Noto” Simona Lo Iacono Neri Pozza

 

“Sotto di noi sdirupavano i fianchi di Taormina, i valichi dello stretto, le bocche infernali di Scilla e Cariddi.

Salire verso il continente era un viaggio che ci separava e ci allungava, mentre alle spalle ci lasciavamo l’isola, e ne sentivamo il calore, ma anche il dolore.

Tutto dava un lamento.”

Partenza che non consente rimpianti, solo ricordi da preservare.

Il fratello Salvo e il respiro corto in un sorriso che racchiude la pace.

La balia e le carezze notturne e la voce antica pronta a ricordare che “essere donna non è una condizione. È un destino.”

La Sicilia, immagine sbiadita di arretratezza culturale.

1915, l’iscrizione alla facoltà di matematica per la protagonista di “La tigre di Noto”, pubblicato da Neri Pozza, è il primo di tanti atti rivoluzionari.

Affermazione del valore della scienza, fascino per le nuove teorie di Einstein perdendosi “tra statue di imperatori mozzati, scalinate senza sbocco, edicole votive.”

Roma è libertà di puntare l’occhio sghembo senza timore di giudizio.

“Era carnale, distinta, severa e ipocrita.

Dispensava indifferentemente denari, compassione e santità.”

Ingresso alla Normale, traguardo agognato, vissuto come tappa di un viaggio di conoscenza.

Pisa, “drastica, austera.”

Ambigua e indecifrabile, “tutta protesa a indicare più l’eterno che il reale.”

Simona Lo Iacono ricostruisce l’esistenza di Anna Maria Ciccone, scienziata appassionata, eroina dimenticata.

Ne descrive il carattere deciso, la determinazione nel combattere il nazismo.

I suoi gesti sono semplici e grandiosi.

Riesce a nascondere testi antichissimi e preziosi considerati pericolosi dal Duce.

“All’improvviso tutto il mio affanno per la ricerca svanì, intuii chiaramente che avevo bisogno di piccolezza, di strade poco estese.

Qualcosa parlava nel nascosto, nell’invisibile, nel rifiutato.

E, nonostante tutto, abbagliava.

Dunque, la luce veniva stanata dal niente, sovvertiva anzi le categorie dell’apparente, sfuggiva ad ogni classificazione.”

Preludio di un finale che fa emergere la speranza, capacità di cogliere il mistero dell’atomo, voglia di scardinare un ordine costituito che uccide la cultura.

La scrittrice con voce lieve e poetica indica quali strade percorrere per raggiungere l’immortalità, insegna che tutto può essere interpretato.

“La natura.

I gesti.

I sorrisi.

I silenzi.”

Ci invita a non dimenticare quelle buie pagine di Storia dove si frantumò il diritto di esistere.

 

“Dasvidania” Nikolai Prestia Marsilio Editore

 

“È così che mi immagino descritto in terza persona, mentre mi accendo una morbida osservando il disegno a matita di un cavallo appeso al muro della mia stanza.

Così ricordo quel posto.

Kola ero io, Kola sono io.”

Il bambino e l’adulto in una proiezione temporale necessaria per purificare la scrittura.

Nikolai Prestia in “Dasvidania”, pubblicato da Marsilio Editore, riesce a rendere l’esperienza personale un racconto collettivo.

La sua è voce dei tanti ragazzini abbandonati, costretti a vivere negli orfanotrofi.

Ambientato nella Russa post sovietica il romanzo supera i confini geografici, diventa luogo metaforico dell’infanzia negata.

La struttura narrativa prende le distanze dalla letteratura classica.

Ha un linguaggio moderno, movenze lievi e mai caricate dal peso del dolore.

Scene di vita quotidiana nell’accettazione di una condizione che non è colpa.

Non è casuale l’attenzione alla figura della madre e la tenerezza del ricordo.

Donna che non ha avuto scelta, simbolo di una femminilità schiacciata da un destino avverso.

I compagni, il direttore, la sorella e tutti coloro che entrano anche solo per un attimo nel racconto sono importanti perchè fanno parte di un tempo cadenzato da piccoli eventi.

Le descrizioni di ogni dettaglio mostrano sensibilità verso il fuori, quel fuori che fa immaginare un futuro.

“Ricordo il cielo: blu mare nelle campagne vicine e per le strade grigio scuro, un impasto di neve, smog e malinconia.

Il cielo lo fissavo sempre.

Crescendo ho perso l’abitudine di farlo, ma a volte mi capita ancora.

E mi domando, adesso come allora: cosa se ne fa delle stelle quel cielo?

Esprime un desiderio?

È lui a farle cadere?”

Nelle domande esistenziali che attraversano il testo c’è la curiosità di chi ha saputo mantenere l’innocenza.

Un dono raro per un autore esordiente, una promessa per una scrittura che sa essere introspettiva senza chiudersi in falsi giochi psicoanalitici.

Una mela, una camicia, un fotogramma regalano attimi poetici irripetibili.

Sono il passato che non può essere cancellato, il presente che va vissuto e il futuro che si profila all’orizzonte.

Da leggere con emozione ricordando che:

“Il coraggio è non dimenticarsi mai

Portarsi dietro ovunque.

Svelarsi davanti a chi ti ama.”

 

“Panico” James Ellroy Einaudi Stile Libero

 

Chi conosce James Ellroy sa che la sua scrittura è esplosiva, volutamente disarmonica.

Il noir è pretesto per raccontare la sua America con una voce imparziale.

Domina il colore nero simbolo di una terra inquinata dalla colpa.

In “Panico”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Alfredo Colitto, si assiste ad una evoluzione tematica.

A Freddy, ex poliziotto, investigatore privato, tocca il compito di trasformare il testo in una lunga confessione.

“Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale.

Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne.”

Il ruolo catartico della parola diventa filo conduttore di un testo che si confronta con il Male attraverso una dimensione spirituale.

Nel caos di una città perversa che senso ha “uscire dal purgatorio”?

Quali prezzi da pagare rielaborando il passato?

La trama è fitta di personaggi e di colpi di scena, il ritmo è accelerato come se il tempo a disposizione stesse per scadere.

Sentiamo l’ansia del narratore, il desiderio di uscire dal vortice di un’esistenza bruciata.

“Confidential è stato un precursore dell’infantile Internet.

I nostri pettegolezzi erano reali e ripugnanti.

I blogger attuali e le loro maldicenze?

Pagliacci pidocchiosi, tutti quanti.

Noi stupravamo gli studios, rovinavamo i pezzi grossi.

Ferivamo con ardore, all’ingrosso.

Stimolavamo il lato voyeuristico dell’America, rendendola dipendente da quella merce di merda”.

L’attacco non solo ad un certo tipo di giornalismo scandalistico è evidente.

Viene messo in luce il tragico bisogno di entrare di soppiatto nelle vite altrui.

Carpirne i segreti e le falle, stare a guardare e forse sentirsi migliori.

“Sono consumato dalla sincerità e distrutto dai ricordi.”

Giochi linguistici,  trovate divertenti, ricatti e intercettazioni, uomini e donne dello spettacolo: non manca niente in questo monumentale affresco che può essere tranquillamente coniugato anche al presente.

Mentre le pagine si divorano con la bramosia di chi vuole arrivare alla rivelazione finale ci si accorge che forse è nel titolo il vero senso del testo.

E ci siamo tutti, coinvolti e impauriti, pronti a cercare un’assoluzione che ci restituirà ai nostri giorni sempre uguali.

Opera geniale incastonata in una rappresentazione teatrale, epocale, lucida e peccaminosa.

Attenzione: “C’è il Peccato e il Perdono”

Ci sarà una terza via?

Certamente, la troverete dispersa tra le pagine di un genio della letteratura internazionale.

 

 

 

“Blu” Giorgia Tribuiani Fazi Editore

 

Ripetizione delle frasi, lampi di immagini, frasi sussurrate, schegge di ricordi.

Colori annacquati, figure sbiadite, geometrie mentali.

Sovrapposizione di pensieri, scivolose cadute.

Una matita e mille occhi pronti a giudicarti.

Madre amorevole e invasiva nella solitudine di una casa senza uomini.

Padre solo il fine settimana insieme a una famiglia che scava una distanza.

Aule affollate da presenze ostili, sguardi di adolescenti che sanno solo giudicare.

“Blu”, pubblicato da Fazi Editore è la contorsione mentale di un’adolescente e va letto come si osservano gli schizzi abbozzati su carta.

Salta ogni logica in una struttura narrativa che diffida dalla trama.

Ci sono cocci sparsi di una personalità che non sa trovare il suo equilibrio.

Sbanda in cerca di una via di uscita, ma qualcosa la incatena ad una condizione di sottomissione.

Costruisce un ritmo numerico come fosse un talismano e si perde nel bosco fitto dei desideri inappagati.

Chiede perdono per colpe che solo lei immagina, giganteschi fardelli di un prima solo accennato.

Giorgia Tribuiani è brava nel creare la sospensione emotiva, a trasformare il linguaggio in musiche dissonanti.

Racconta il malessere di crescere e nello sdoppiamento continuo della protagonista prova ad identificare l’ambivalenza dell’esistenza.

In un mondo sconfinato Ginevra detta Blu è isola abbandonata, montagna difficile da scalare.

Gli altri sono solo ombre che non potranno riempire la fame d’amore.

Solo l’arte è sollievo perché è la purezza del tratto che si può liberare da inutili fardelli.

È un modo per riempire di spazi infiniti di un’inadeguatezza che fa accelerare i battiti.

È la performance che sporca il corpo di terra e quest’atto estremo mostra la colpa.

È acqua che ripulisce e placa, è colore che marchia come fuoco.

Nella simbologia spinta bisogna trovare il senso di un disagio e forse solo l’attrazione per colei che rappresenta il Peccato porterà redenzione.

“Però l’estate non è tutto” Valerio Valentini La Nave di Teseo

 

Una scrittura levigata e purificata dai detriti della casualità.

Fonemi che si coniugano in una perfetta sincronia.

Raffinati voli della psiche costruiti con la versatilità dello studioso dell’animo.

“Però l’estate non è tutto”, pubblicato da La Nave di Teseo, sorprende per lo stile snello, per la trama fitta che si sviluppa su linee parallele.

L’amore di Vittorio e Silvia, compagni di scuola, è l’apice di una comunione di corpi che ci cercano, si scoprono, inventano linguaggi nuovi.

La purezza di una educazione sentimentale dove ognuno sperimenta il suo limite, prova ad infrangere le barriere del pudore.

Voce narrante maschile con tonalità insolite, che ci offre il paesaggio interiore prima del ragazzino, poi dell’adulto.

“Quello che mi sorprende, quando ripenso a quel periodo, è l’inspiegabile assenza d’inquietudine, dell’attesa del momento esatto in cui le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa: un gesto, il sussulto che rendesse ormai insostenibile l’ostinazione nel pensarci amici.

Resisteva una serena noncuranza nel vivere quella complicità indefinita.”

I primi gesti timidi, le carezze, gli odori e le tante sfumature della passione.

“Provai il piacere indefinito di accanirmi contro i residui di un me stesso che ormai odiavo.”

Le lotte studentesche, il bisogno di essere protagonisti, il coraggio e i timori.

Sullo sfondo L’aquila e il tempo infinito prima delle scosse che distrussero la città.

Valerio Valentini ripercorre quei giorni, rivive il terrore, gli attimi in cui tutto si dissolve.

Il ritmo narrativo cambia registro, si fa insistente, invasivo.

È l’urlo di denuncia, la rabbia per l’assenza delle istituzioni.

È la fine di un tempo magico, la necessaria corsa verso la maturità.

Nel finale carico di tensione sembra che il terremoto non sia solo evento da narrare.

È metafora di macerie che restano a ricordare gli errori, le frasi non dette, gli ultimi tragici abbracci.

I tanti disegni simbolici tracciano quelle schegge che vorremmo annullare.

Dolorose, taglienti raccontano chi siamo senza infingimenti.

Una storia potente e bellissima che sa mettere in discussione le nostre ipocrisie, la voglia di oblio.

Da leggere ripensando ad una ricostruzione che tarda ad arrivare, alle vittime e ai tanti che ancora credono nella redenzione.

 

“Mare aperto” Caleb Azumah Nelson Atlantide

 

“Lo sguardo non ha alcun bisogno di parole: è un incontro sincero.

Sei venuto qui a parlare della vergogna e del suo rapporto con il desiderio.

Non dovrebbe esserci vergogna nel dire apertamente: Voglio questo.

Non dovrebbe esserci vergogna nel non sapere cosa si vuole.”

Due giovani, lei ballerina, lui fotografo.

L’ incontro in un pub di Londra trasforma la casualità in un magnetismo strano.

Nasce una complicità che attraversa i corpi e le menti.

La purezza di due anime che stanno sull’orlo di un grande sentimento.

Lo osservano mentre cresce come un fiore dai mille colori ma hanno timore di sfiorarlo.

C’è una comunione fatta di confidenze, risate, pensieri volanti.

Caleb Azumah Nelson scrive un poema sull’intensità delle relazioni.

“Hai la sensazione che non siate mai stati sconosciuti.

Non volete separarvi, perché andarsene significherebbe far morire la forma attuale di questa cosa, e c’è qualcosa, c’è qualcosa in questo a cui nessuno dei due è disposto a rinunciare.”

Una danza ritmata attraversa “Mare aperto”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Anna Mioni, una musica che viene da lontano, dalle terre degli avi, dai ricordi di bambini.

È l’Africa che resta nelle vene, incancellabile segno di appartenenza.

Ma questa appartenenza in un paese Occidentale è una colpa, una macchia nel bianco dei volti che si incrociano.

“Tutti soffriamo, ti sei detto.

Tutti stiamo cercando di vivere, di respirare e ce lo impedisce qualcosa di ingovernabile.

Ci ritroviamo invisibili.

Ci ritroviamo inascoltati.

Ci ritroviamo vittime di stereotipi.

Noi che siamo chiassosi e arrabbiati.

Noi che siamo Neri.

Ci ritroviamo spaventati.

Ci ritroviamo messi a tacere.”

Le parole sgorgano e sono lacrime rapprese.

Testimoniano la sofferenza e la paura di essere diversi, costretti a continue perquisizioni, ad ingiuste provocazioni.

L’autore con voce quieta racconta la realtà delle nostre metropoli, lo fa attraverso

lo sguardo di una delle tante vittime di un razzismo che mura ogni speranza di integrazione.

Una storia sincera, appassionata, un invito ad abbandonare i nascondigli nel quale il sistema vuole rinchiuderci.

È tempo di nuotare in mare aperto.