“Storie di gente felice” Lars Gustafsson Iperborea

“Storie di gente felice”, pubblicato da Iperborea, sono luminose epifanie, sguardi profondi, confessioni e scorci di esistenze.

Racconti perfetti che aprono finestre sull’essenziale.

“Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.”

Un invito a smetterla di crogiolarci nel limbo di un sentire comune che sta appiattendo le coscienze.

Lars Gustafsson scrive un testo rivoluzionario partendo da piccole storie.

“Dipende tutto da quale prospettiva lo si guardi e soprattutto dalla prospettiva di chi.”

Mettendo al centro l’Uomo, l’autore dilata la visuale, costruisce percorsi intellettuali, figure metaforiche, intrecci di ombre e luci.

È come se tutto stesse per accadere ma resta come un fiore non colto.

Negli amori che si disperdono, negli incontri casuali, nelle passeggiate notturne è la letteratura la protagonista.

La scrittura come modello in scala ridotta riproduce “la china discendente della storia.”

“Vivevano in un mondo preconfezionato, circondati da cose che fingevano di essere desiderabili senza esserlo veramente.”

L’arte di sopravvivere in un mondo al contrario dove i sogni sono opachi, le città scheletri vuoti di senso.

Anche i sentimenti sono cristallizzati, le lacrime e le risate coperte da maschere di gesso e di egoismo.

“Se il senso non può trovarsi che dentro di noi, in quel buio che è il nostro io stesso, al di là di tutte le trappole morali, allora naturalmente non possiamo che rimanere per sempre sconosciuti a noi stessi.”

Analisi introspettiva e una patina di malinconia per ciò che sfugge alla nostra comprensione.

Trovare l’ambiguità del corpo, esplorare l’incapacità di provare dolore, comprendere “il mistero delle persone per poterle amare”.

Rivelazioni poetiche che ci fanno salire in punta di piedi oltre i nostri limiti, accogliendo la brezza che ci carezza il volto, scegliendo luoghi e compagni di viaggio pronti a cercare tutte le forme del  “possibile.”

 

Agenda Letteraria 2 agosto 2020

 

 

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

 

“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda

“Figure nel salotto” Norah Lange Adelphi Editore

 

“All’epoca mi irritavano tante di quelle cose che le poche da cui ero attratta divenivano un’ossessione.”

A sedurre la protagonista di “Figure nel salotto”, pubblicato da Adelphi, sono tre volti dietro la finestra.

Passa ore a spiarne la quotidianità, inventa possibili scenari, immagina un passato misterioso.

“Era inutile lottare contro il destino.”

C’è qualcosa di indefinito, presenze o assenze ingigantite dalla luce tenue della sera, “dall’alluvione bianca di un lampo.”

Nell’immobilità delle donne osservate c’e la funesta traccia della morte, il sentore di una staticità forzata.

“Io le guardavo come se avessi trovato, finalmente, quello che cercavo da molto tempo, senza sapere cosa fosse.”

Il lettore si trova avviluppato ad una narrazione che procede creando un pathos crescente.

Cosa si nasconde dietro l’attenzione morbosa della giovane?

La noncuranza della famiglia è il lasciapassare per un’alternativa, uno sguardo accorato verso “una galleria di ritratti che non mutano.”

Studiare le facce, entrare nel circolo vizioso di un’abitudine, valcare la soglia di quel salotto, ascoltare le voci, vivere un’avventura pericolosa perché troppo vicina al confine con la normalità.

Norah Lange scrive un testo che come un albero protende i suoi rami verso l’inconscio.

La tela narrativa si dipana con disinvoltura nel territorio della fantasia, esce dagli schemi del realismo magico, dai giochi di specchi della letteratura latino americana.

C’è uno stile forte, evocativo in una costruzione che appare circolare.

Ma niente è come appare e in questa mistificazione del reale sta la grandezza dell’autrice.

Ci sono anche momenti identificativi molto interessanti che rimandano all’introiezione di precedenti vissuti.

Un film in bianco e nero, con immagini sgranate, illividite dalla paura dell’ignoto, tumefatte dal respiro affannato del trascendente.

“Forse io stavo cambiando…”

In questa radicale mutazione prospettica è coinvolto il pubblico che assiste in uno stato di trance all’evoluzione del racconto.

Cosa si prova? Quali stati d’animo si alternano?

Impossibile svelare l’evanescente percezione di un altro esistere..

Affidatevi alla parola scritta e certamente diventerete parte attiva nella strategia letteraria del testo.

 

“Orso” Marian Angel La Nuova Frontiera

 

“Ho la sensazione di essere rinata”.

In “Orso” pubblicato da La Nuova Frontiera, si assiste al lento, graduale cambiamento emotivo e affettivo della protagonista.

Lou ha sacrificato i suoi giorni “sepolta in ufficio a ravanare tra mappe e manoscritti”

Nella precisione quasi ossessiva del lavoro come bibliotecaria ha sopito la febbre di conoscenza, il bisogno di sentirsi desiderata.

Il viaggio inaspettato in un’isola del Canada travolge le sue abitudini.

Il contatto con una natura selvaggia e incontaminata, dove i bisogni primari aprono alla scoperta di un universo dominato dalle pulsioni sensoriali, offrono una nuova prospettiva. È l’incontro e l’amicizia con un docile mammifero che, nonostante la mole, sfata ogni paura.

In questa conoscenza che progressivamente si fa più intensa si gioca la poesia del romanzo.

Marian Angel destruttura la nostra idea di relazione, si spinge nei territori poco conosciuti della “bestialità” che è abbandono all’istinto, libertà di scavalcare i limiti intellettuali e sentirsi finalmente liberi e puri.

Un libro dalle tinte forti che nella figura femminile sa rappresentare  “il timore assoluto di essere dimenticati dalla storia”.

Ridursi ad un nulla che scompare nella folla fagocitante delle grandi città.

Tra stelle che incendiano il corpo e carezze che restituiscono calore si ricompone una personalità lacerata e forse si trova il coraggio di non essere più burattino senza identità.

“Soldi bruciati” Ricardo Piglia SUR

Una rapina organizzata nei minimi dettagli diventa il pretesto per la narrazione della condizione umana.

Ricardo Piglia racconta l’Argentina dai colori netti, dove il Male è una scheggia impazzita.

È la follia di sparatorie senza senso, l’odore della violenza che striscia subdola ed esplode azzerando la ragione.

“Soldi bruciati”, pubblicato da SUR, è una tavolozza inzuppata di sangue.

È il bisogno di sentirsi vivi nelle oscure strade di una città che sa emarginare.

I personaggi sono descritti con tratti decisi a voler sottolineare un marchio.

Abbrutiti da esperienze in carcere, dove niente è più normale, assediati da desideri irrealizzati, imbottiti di droghe ed alcol.

Nelle gestualità accelerate, nel fare branco cercano di essere comunità.

Una comunità deviata metafora di ben altre storture travestite da ritualità accettate.

Si scontrano due modi di essere: i malfattori e i difensori dell’ordine.

Le differenze? Su questo interrogativo l’autore scrive un’opera suggestiva.

Un urlo di rabbia che accende gli occhi e il cuore.

La protesta e il dissenso, l’adrenalina che scorre, le scene che accelerano.

“Vivi nella tua testa, ti ci infili dentro, ti crei un’altra vita, tutta nella cocuzza, vai, vieni, la mente come uno schermo, un televisore personale, ti sintonizzi sul tuo canale e ti proietti la vita che vorresti vivere.”

La capacità di registrare questa necessità  rende la scrittura un affresco che esce dai confini dell’America Latina.

È universale perchè parla di chi è con le spalle al muro e non ha piu niente da perdere.

Ma c’è sempre un treno, forse l’ultimo, che può portare lontano, può permettere di ricominciare.

“Il romanzo dell’anno” Giorgio Biferali La Nave di Teseo

Un incidente stradale e Livia è in coma.

Niccolò si affida alla scrittura per convivere con una mancanza che lo lacera.

“Il romanzo dell’anno”, pubblicato da “La nave di Teseo”, potrebbe essere la solita storia d’amore senza scarti ideativi.

Giorgio Biferali riesce a creare un testo che fa riflettere sul tempo che passa inesorabile come se nulla fosse accaduto.

Estraneo ai nostri personali drammi il calendario scorre e si può solo riempirlo di parole.

Spontanee come quelle di un ragazzino che sperimenta il potere taumaturgico del dialogo con se stesso.

Dolorose come i ricordi di giorni felici, incerte perché il futuro è diventato opaco.

Solitarie mentre si barcolla di fronte al vuoto che avvolge.

Le lunghe liste composte insieme, i film, i libri letti e commentati: un lungo rincorrere pezzi di esistenza insieme.

Si corre verso il finale con frenesia ma una frase, una domanda, l’evocazione di un’immagine rallentano la lettura.

Si scivola dentro una trama che fin dall’inizio lascia tanti sospesi.

Lo scrittore già in “L’amore a vent’anni”, (tunuè) ci ha abituati alle sorprese.

Nel ribaltare i punti di vista offre una panoramica letteraria interessante.

Niente è come appare perché “vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male.”

“A una certa ora di un dato giorno” Mariantonia Avati La Nave di Teseo

Il padre di Emma è scomparso inghiottito dal nulla lasciando il marchio della colpa.

Passano gli anni ma la mancanza brucia trasformando il presente in un costante bisogno di essere accettata.

Luca è tormentato dalla morte del fratello che non ha saputo abbracciare negli ultimi istanti di vita.

Entrambi sono in fuga da se stessi e quando scelgono di vivere insieme non sanno che precipiteranno in un baratro di infinito dolore.

“A una certa ora di un dato giorno”, pubblicato da La Nave di Teseo, affonda la narrazione in una relazione che ha troppe zone buie.

Ne svela i contorni lentamente mostrando la fragilità che diventa aggressivitá.

Delinea un quotidiano devastato da paure e menzogne.

Mostra, scegliendo come voce narrante la figura femminile, una resistenza che solo le donne sanno conquistare.

Affida alla protagonista il messaggio di chi è intrappolato da un sentimento forte:  il desiderio di essere angelo salvatore.

Descrive stati d’animo con una lucidità capace di far sentire sulla pelle ogni lamento, ogni urlo.

Un linguaggio che usa non l’immagine ma la sensazione, la purezza del pensiero.

Mariantonia Avati conquista il lettore con una scrittura elastica ed ambivalente.

Racconta lo scontro di due anime, vittime e carnefici in un perfetto gioco di rimandi al passato.

Crea effetti a sorpresa che lasciano senza fiato e che smantellano la trama.

Una tela che si scompone nelle ultime scene, sfilacciandosi in stracci che si disperdono in una camera d’albergo.

Quando la verità affiora con violenza non c’è tempo per i ripensamenti.

Bisogna scegliere tra le catene di un vortice senza redenzione e la corsa verso un piccolo raggio di sole.

Un romanzo completo, intenso, emozionante.

Un viaggio psicologico costruito ad arte tra ombre e luci di corpi che si abbandonano su rive limacciose.

Una cosa è certa: “non basta la tenerezza” per accettare l’indicibile.

 

 

“Gli adolescenti trogloditi” Emmanuelle Pagano L’Orma Editore

“Il lago ci lambisce con un movimento pesante, poi quasi subito si increspa in onde profonde.

Assorbe tutta la luce, non restituisce niente, né sguardo né volto, né chiarore né nuvola.”

Uno specchio d’acqua che nel suo essere “pausa, mare, tempo” è linea di demarcazione tra il prima e il dopo.

È memoria dell’infanzia straziata dal dolore di non accettare il proprio corpo, è gioco di bambini, esperienza di rinascita.

“Mi scoprivo femmina lentamente, nell’incavo del corpo.

Io ero gli alberi, i castori, la solitudine, la torbiera lambita dal fiume.”

Adèle torna alle sue montagne dopo aver subito l’intervento che le regalerà una nuova identità.

Nessuno la riconosce e quel segreto è il lasciapassare per la normalità.

Guidare il pulmino della scuola, essere per i piccoli passeggeri una certezza anche nei giorni di bufera mentre i ricordi lasciano viva la memoria di una scelta non facile.

“Gli adolescenti trogroditi”, pubblicato da “L’Orma” è spazio del cambiamento.

La descrizione poetica di una natura ribelle può essere letta come simbolo della evoluzione che provoca ogni nuovo assetto interiore e fisico.

È voce che sa essere burbera come i massi che precipitano disordinati, scossa dal singhiozzo della pioggia, alterata dalla nebbia fitta.

Mentre l’arcobaleno notturno con i suoi “splendidi colori vericali” crea una dilatazione degli spazi la narrazione procede come una vorticosa nuova consapevolezza.

“La comparsa dei viola taciturni, dei viola fangosi, di quei rosa malati, al tempo stesso chiari e foschi, ma così opachi che le nostre pupille si dilatano per vederli.”

Emmanuelle Pagano ci regala paesaggi indimenticabili, armonie di sfumature, “frontiere inconcepibili.”

Sa dosare lo spaesamento di un’anima che deve trovare le parole per amare, per stringere, abbracciare, dimenticare.

Nella figura del fratello della protagonista concentra i dubbi e le incertezze di chi non riesce ad accettare una sessualità ridisegnata.

“L’adolescenza ci ha separati.

Io volevo parlare di quanto detestavo il mio corpo, non potevo farlo, quindi tacevo.”

Una frase che contiene il disagio e la sorpresa, la rabbia e il desiderio.

“Contengo il mio paese, lui mi colma, mi basta.”

Tornare ha significato accettarsi e sperare di farsi accettare.

In un finale dove non mancano come nelle fiabe esperienze emozionali forti si è grati alla scrittrice per la delicatezza e la tenerezza che ha saputo trasmettere.

 

 

 

 

 

 

 

“Distanza di sicurezza” Samanta Schweblin SUR

In “Distanza di sicurezza” l’inverosimile ha caratteri netti, invasivi, taglienti.

Palesa un universo alternativo dove credenze popolari e fantasticherie riescono a confondersi.

Due madri, due ragazzini e una trasmigrazione di anime è occasione per perforare i pilastri del realismo.

Il lettore viene investito da una trama che costruisce una serie di labirinti.

Ognuno fa accedere ad una prospettiva diversa, una fantasia, un guizzo visionario.

“Osservare aiuta a ricordare.”

È come se nel gioco di specchi tra immaginazione e realtà sia necessario fare i conti con la memoria.

Una memoria recente fatta di gesti normali, chiusa all’interno di luoghi ben precisi.

Un costume, una tazza, una piscina, un’auto sono segni tangibili di figure che fanno parte dell’esistente.

Sono loro a dipanare il mistero, a trasformare la maternità in un incastro non sempre facile da gestire.

“Siamo vicinissimi a tutto, al centro di tutto.”

Sprofondiamo in questa incandescenza che cresce senza dare tregua.

È la follia travestita da normalità?

È la paura di perdere il contatto con i figli?

È il desiderio di abbandonarsi al sogno mentre il tempo scorre troppo veloce?

Samanta Schweblin, finalista al Man Booker International Prize mostra i fantasmi del nostro tempo, li deforma, li modella usando una prosa che si sbriciola in tanti frammenti.

Ci concede il piacere di ascoltare e toccare il proibito.

Il nemico si accosta ma non ne abbiamo timore.

Sappiamo che la vera letteratura svela gli enigmi e toglie ogni maschera, anche la più temuta.