“Nel nome della madre” Aimara Garlaschelli Einaudi Editore

 

“Cos’è madre e cos’è figlia

Oltrepassata la soglia del tempo?”

Nella ripetizione di una ritualità antica non c’è spazio per il mio e il tuo.

Il grembo si fa nicchia e tale resta anche quando non c’è linfa per nutrire e accudire.

La terra sterile grida al mare che saccheggia vite e nell’urlo che sovrasta il borbottio delle onde il dolore si rapprende in lacrime di sangue.

Quei figli naufragati sono nostri, è questo il messaggio forte di “Nel nome della madre”, pubblicato da Einaudi.

Si ripete una litania che è stata mantra e conforto:

“Stella del mattino

Stella maris

Mater dulcissima

Domus aurea

Torre d’avorio”.

È l’invocazione delle nostre ave, codice genetico di una cultura cristiana.

Oggi sono necessari nuovi ritmi, nuove cadenze.

La realtà che ci ha spodestate, denudate, martoriate.

I nostri corpi mostrano le ferite inferte ai nostri figli e noi possiamo soltanto urlare la nostra rabbia.

Aimara Garlaschelli diventa voce universale e unisce con i suoi versi maschile e femminile.

Racconta l’umanità ridotta in frantumi, annichilita.

“Nelle vene solo silenzio

E vento di neve; sul volto

L’ombra di occhi scolpiti

Sulla veste di marmo i tuoi palmi

Abbandonati aperti

In un corpo a corpo con i muri

Nello spazio intimo del mondo.”

Ma esiste ancora intimità o si cede alla lusinga di specchi opachi?

Ogni verso ci redime, ci accosta a quella parte di noi dimenticata, ci fa sentire stretti da un vincolo che è culturale ed affettivo.

“Se tu non sai dove sei

Io dovrei esserti casa

Assegnare un tempo e un luogo

Perché l’esserci sia vero

Ma dove sono, ogni cosa è Uno.”

Uno è l’inverso di Tanti, è la morte della civiltà, è la solitudine di monadi che si dispendono nell’ampiezza un un Universo fatto di visionarie allucinazioni.

La raccolta si espande in forme metriche accurate, stilizza in immagini le percezioni, si fa rondine che continua a volare.

Mentre i cieli si rabbuiano la luce della parola ha il sopravvento.

È materia viva, spiritualità che non ha bisogno di altarini di un credo che non assolve nè perdona.

È tempo di cantare e nella compattezza articolata del pensiero tornare ad essere Carne che si consacra all’unica verità possibile.

Prima bisogna liberarsi dal peso di zavorre populiste, ritrovare la terra incantata dell’infanzia, correre a perdifiato nei sentieri della purezza espressiva.

“Non piangere,

ascolta i dolci passi della notte

sono il canto della rondine

in volo, sulla via del ritorno.”

Una meditazione sulla vita e sulla morte, una rivisitazione contemporanea della mitologia legata alla maternità.

Finalmente sono stati abbattuti i piedistalli, siamo noi con i piedi e le mani e il cuore con le nostre sconfitte e i nostri progressi.

Insieme sorelle e compagne e padri e figli: una carovana che va verso il sole.