“Caffè e sigarette” Ferdinand Von Schirach Neri Pozza

 

“Le cose che amiamo non si possono ripetere.”

È importante ricordarle e Ferdinand Von Schirach riesce a mettere insieme ricordi, incontri, esperienze.

“Caffè e sigarette”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Chiara Ujka, unisce memorie d’infanzia ad acute analisi politiche.

È un saggio di etica e di morale, una brillante antologia letteraria, un’appassionata cineteca.

“Amare se stessi è chiedere troppo.

Ma la forma deve essere preservata, è la nostra unica fermata.”

Il rispetto per la vita traspare in ogni pagina, è  monito a percorrere sempre le strade dell’integrità.

Tanti gli interrogativi che arrivano accompagnati da un ragionamento lineare, lucido.

L’autore sa che non sempre la legge viene rispettata e ci chiede quale è il nostro ruolo di cittadini.

L’incontro con la prostituta senegalese, l’amicizia con Lars Gustafsson, la figura del padre: piccole gemme di un patrimonio emotivo.

Ci sono pagine da rileggere con attenzione dove ogni virgola ha il suo peso specifico.

“La dignità dell’uomo è la brillante idea dell’Illuminismo, può dissolvere l’odio e la stupidità, è a favore della vita perché conosce la nostra finitezza, e solo attraverso di essa diventiamo esseri umani in senso profondo e vero.

Ma la dignità non è una parte dell’uomo come un braccio o una gamba. È solo un’idea, è fragile, e dobbiamo proteggerla.”

Parole importanti che emozionano e invitano a sperare in una società più giusta.

Le colpe degli avi e il dolore di sentirsi complici insieme al desiderio di scrivere una Storia che non conosca la brutalità.

Si ha la sensazione di entrare nel tempio sacro delle Verità da preservare.

“Siamo caduchi, fragili e vulnerabili e, anche se a volte lo crediamo, non siamo mai in grado di comprendere la nostra esistenza.”

Un velo di malinconia rende ancora più poetiche le affermazioni che nascono da una profonda conoscenza del sè.

Non mancano i riferimenti alle tante ingiustizie perpetrate nel mondo a dimostrazione di una imperfezione che ci accomuna tutti.

Un libro che riesce a regalarci l’attimo in cui la felicità si materializza.

Poi scompare inghiottita dalla nebbia ma resta la testimonianza di un Maestro della letteratura mondiale.

“La tigre di Noto” Simona Lo Iacono Neri Pozza

 

“Sotto di noi sdirupavano i fianchi di Taormina, i valichi dello stretto, le bocche infernali di Scilla e Cariddi.

Salire verso il continente era un viaggio che ci separava e ci allungava, mentre alle spalle ci lasciavamo l’isola, e ne sentivamo il calore, ma anche il dolore.

Tutto dava un lamento.”

Partenza che non consente rimpianti, solo ricordi da preservare.

Il fratello Salvo e il respiro corto in un sorriso che racchiude la pace.

La balia e le carezze notturne e la voce antica pronta a ricordare che “essere donna non è una condizione. È un destino.”

La Sicilia, immagine sbiadita di arretratezza culturale.

1915, l’iscrizione alla facoltà di matematica per la protagonista di “La tigre di Noto”, pubblicato da Neri Pozza, è il primo di tanti atti rivoluzionari.

Affermazione del valore della scienza, fascino per le nuove teorie di Einstein perdendosi “tra statue di imperatori mozzati, scalinate senza sbocco, edicole votive.”

Roma è libertà di puntare l’occhio sghembo senza timore di giudizio.

“Era carnale, distinta, severa e ipocrita.

Dispensava indifferentemente denari, compassione e santità.”

Ingresso alla Normale, traguardo agognato, vissuto come tappa di un viaggio di conoscenza.

Pisa, “drastica, austera.”

Ambigua e indecifrabile, “tutta protesa a indicare più l’eterno che il reale.”

Simona Lo Iacono ricostruisce l’esistenza di Anna Maria Ciccone, scienziata appassionata, eroina dimenticata.

Ne descrive il carattere deciso, la determinazione nel combattere il nazismo.

I suoi gesti sono semplici e grandiosi.

Riesce a nascondere testi antichissimi e preziosi considerati pericolosi dal Duce.

“All’improvviso tutto il mio affanno per la ricerca svanì, intuii chiaramente che avevo bisogno di piccolezza, di strade poco estese.

Qualcosa parlava nel nascosto, nell’invisibile, nel rifiutato.

E, nonostante tutto, abbagliava.

Dunque, la luce veniva stanata dal niente, sovvertiva anzi le categorie dell’apparente, sfuggiva ad ogni classificazione.”

Preludio di un finale che fa emergere la speranza, capacità di cogliere il mistero dell’atomo, voglia di scardinare un ordine costituito che uccide la cultura.

La scrittrice con voce lieve e poetica indica quali strade percorrere per raggiungere l’immortalità, insegna che tutto può essere interpretato.

“La natura.

I gesti.

I sorrisi.

I silenzi.”

Ci invita a non dimenticare quelle buie pagine di Storia dove si frantumò il diritto di esistere.

 

“La fabbrica” Hiroko Oyamada Neri Pozza Editore

 

“Nel rivedere la fabbrica da adulta non la trovai affatto rimpicciolita, anzi, mi parve addirittura più sconfinata e imponente.

Il suo impatto sul territorio era innegabile: in tutte le famiglie si contava almeno una persona che lavorava per la fabbrica o una delle tante aziende del suo indotto.

Vetture e furgoni con il suo celebre logo percorrevano tutti i giorni le strade dei dintorni, e genitori ambiziosi e pieni di speranza cercavano di inculcare nei figli in età scolastica il sogno di una brillante carriera alle sue dipendenze.”

“La fabbrica”, pubblicato da Neri Pozza Editore e tradotto da Gianluca Coci, è un grande puzzle dove ogni personaggio aggiunge dei frammenti.

Un’ addetta alla distruzione di documenti, un esperto di muschi, un tecnico informatico si trovano catapultati all’interno di ruoli inessenziali.

È come se si procedesse a ritroso e i lavoratori siano tornati ad essere oggetti senza intelligenza.

L’atmosfera ha il colore grigio che ricorda un tempo smorto, inutile, impalpabile.

Hiroko Oyamada costruisce un romanzo dalle tinte surreali grazie ad una scenografia molto studiata.

Dal luogo sconfinato, agli uccelli neri, ai movimenti degli operai: una perfetta ideazione per immagini che turbano e insinuano qualche dubbio.

Cosa significa accettare un lavoro precario?

C’è ancora spazio per i sogni nel mondo del lavoro?

Esiste una spersonalizzazione che frantuma ogni certezza e rende fragili, indifesi, vittime di un meccanismo che annulla la creatività.

“Poco prima del punto in cui il corso del fiume si allargava per riversarsi nell’oceano, si potevano scorgere le grosse tubature del sistema fognario della fabbrica da cui sgorgavano continui fiotti d’acqua.

A volte l’acqua scaricata nel fiume era torbida, grigia e schiumosa, ma piú spesso era pulita, almeno in apparenza. I canali di scolo erano abbastanza ampi e per fortuna non si riempivano mai oltre la metà.”

L’inquinamento atmosferico si aggiunge ad uno spaesamento che colpisce anche il lettore.

La scrittura passa da riflessioni argute a descrizioni di un paesaggio che lascia intuire strani presagi.

Bellissimo e fantasioso il finale, ultimo atto di un testo che ha l’impostazione di un’opera teatrale.

Da leggere ripensando ad un nuovo modo di progettare il futuro, riaccendendo la rabbia e il dissenso per una società che vuole annientare le nostre ambizioni.

“Loro” Roberto Cotroneo Neri Pozza Editore

 

“Ebbi la sensazione di non riuscire più a misurare il tempo, di non saperlo più il tempo, mi sentivo confusa, non capivo dove mi trovavo, quel che avrei dovuto dire, di lí a poco.

Ma fu un attimo, una sospensione di tutte le verità che avevo fatte mie in quel colloquio, in quelle passeggiate, nelle persone che avevo incontrato fino a quel momento.”

Atmosfera straniante, dilatazione delle percezioni, incontro con l’insondabile.

Roberto Cotroneo con “Loro”, pubblicato da Neri Pozza Editore, ci conduce con maestria negli oscuri territori del soprannaturale.

Una narrazione fluida esercita un irresistibile fascino sul lettore.

Voce narrante è Margherita, istitutrice di due gemelle monozigote, in una villa che nasconde non pochi misteri.

“Come in certe fotografie di Luigi Gnorri dove i cancelli stanno in mezzo alla campagna senza niente davanti e senza niente dietro.

E nel niente avrei potuto mettervi la famiglia Ordelaffi, il personale di servizio, gli alberi rari, la casa di Koolhaas.”

Tutti i personaggi hanno un proprio doppio, ambiguo, scostante.

Vivono intrappolati in una ragnatela di omissioni, vittime e contemporaneamente carnefici di sè stessi.

La Verità è impossibile da raggiungere, stritolata da suggestioni che si rifanno al mondo misterioso del paranormale.

L’autore compone con maestria atmosfere inquietanti che attraggono e respingono.

“L’inferno ci appartiene, l’inferno è prestorico: quando lo vedi, e basta una volta sola, puoi anche dimenticarlo per anni, per decenni, ma quando meno te lo aspetti, quando pensi che il cielo e la terra possano essere tutto quello che desideri, l’inferno si riapre.”

Simbolica rappresentazione della sofferenza quando il reale perde compattezza.

Diventa abito stinto e la mente vaga cercando appigli.

La scrittura evolve in un finale inaspettato, a spirale.

Le geometrie mentali si mescolano creando infinite figure concentriche ed esplode il senso della parola.

Non fredda metafora del disagio ma sperimentazione diretta dei tragici angoli bui dove si annida la follia.

Come diceva Nietzsche:” Quando scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Complimenti allo scrittore che ci ha permesso di stare ai bordi dell’abisso.

 

 

“Notizie dal mondo” Paulette Jiles Neri Pozza

 

“Il capitano Kidd leggeva con cura e precisione.

Gli occhi profondi dietro gli occhiali tondi, cerchiati d’oro.

Teneva sempre l’orologio da taschino appoggiato di lato, sul leggio, per controllare la durata delle sue letture.

Il suo aspetto esprimeva saggezza, esperienza e autorevolezza, ed era quello che rendeva così popolari le sue letture e gli procurava la cascata di monete nella latta di vernice.”

Dai paesi sperduti alle città tutti accorrono per ascoltare e per commentare le “Notizie dal mondo.”

Titolo bellissimo e in perfetta sintonia con la trama del romanzo pubblicato da Neri Pozza, tradotto da Laura Prandino.

In un periodo storico in cui i giornali non arrivano nelle periferie il compito del protagonista é quello di far arrivare gli eventi tra la gente comune.

Quando gli viene affidata una ragazzina rapita e vissuta dagli indiani per quattro anni, il capitano sa che il compito non è facile.

Nel viaggio per riportarla dagli zii emerge una caratterialità forte.

La bambina ha dimenticato la lingua d’origine ed ha assunto gli atteggiamenti e i comportamenti di una Comanche.

Paulette Jiles con uno stile asciutto riesce a portarci nel 1870.

Il viaggio che affronteremo ci permetterà di conoscere il Texas grazie ad immagini da cartolina.

Riusciremo ad entrare nell’universo mentale degli indiani.

“La vita non era mai sicura e niente poteva renderla tale, né i bei vestiti, né un conto in banca.

La base di riferimento dell’esistenza umana era il coraggio.”

C’è tanta poesia nelle pagine e nella lenta conoscenza dei due personaggi si colgono le sfumature di un’amicizia che sta sbocciando.

“Forse la vita è solo portare notizie.

Sopravvivere per portare notizie.

Forse abbiamo un solo messaggio che ci viene consegnato alla nascita e non sappiamo bene cosa dica; può non riguardarci personalmente ma dev’essere portato a mano per tutta la vita, per tutta la strada, e alla fine consegnato, ancora sigillato.”

Nessuno è inutile, tutti abbiamo un destino da decifrare e nel finale avremo chiaro cosa significhi creare legami forti.

 

“Donna sulle scale” Bernhard Schlink Neri Pozza

 

Il ritratto di una donna nuda nell’atto di scendere le scale.

Sospensione del tempo in un’immagine sensuale, uscita dal mito.

Apparizione di una vestale carica di mistero.

Bernhard Schlink partendo da un dipinto compone una trama articolata dove la figura femminile diventa oggetto da possedere.

Tre uomini e le pulsioni più disparate non sempre dettate dall’amore.

Un intrigo di interessi nasconde il tema dominante.

La prima parte di “Donna sulle scale”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Susanne Kolb, è fuorviante, sembra un puzzle incompleto.

È incidentale per entrare lentamente all’interno di un romanzo dalle forti tinte introspettive.

Marito e amante sono marionette nel gioco perverso della prevaricazione, nella tragica voglia di appropriarsi di un’anima.

E lei, Irene, misteriosa farfalla, danza nei sogni della voce narrante.

Diventa icona di un sogno irraggiungibile.

È amore che sa trasformarsi.

È incendio, attesa, ricerca.

È compassione per un corpo devastato dalla malattia.

È abbraccio che sa confortare.

L’autore traccia un abbozzo di romanzo femminista e alla sua protagonista offre libertà di fuga.

Fuga da un passato che bisogna cancellare, da un vuoto che non si può riempire.

Regale figura, orgogliosa combattente affronta la fine con passo lieve.

Si è difesa dal pericolo di diventare un idolo, ha raggiunto la libertà.

Può nuotare verso nuovi lidi dove nessuno le imporrà di recitare ruoli secondari.

Romanzo commovente e intenso, parsimonioso nella scelta dei fonemi, raffinato affresco della mancanza di parità di generi.

Delicato inno ad una bellezza interiore che non potrà essere intaccata.

Invito a cercare nell’arte forme e contenuti che la rendono immortale.

 

“Di pietra e d’osso” Bérengère Cournut Neri Pozza

 

“La luna brilla come due coltelli da donna accostati, con i fili taglienti.

Tutto intorno corre un vasto gregge di pecore.”

Una pozza di sangue come preludio di un brusco cambiamento.

Il rosso indica la fine dell’infanzia e il dolore al ventre il prezzo da pagare al rito della crescita.

Uqsuralik assapora il freddo sulla pelle nella notte infinita.

È un attimo e un boato scuote l’aria, penetra nella terra, squarcia e separa.

“La banchisa si sta spaccando a pochi passi da me.

L’iglù è al di là della fenditura, come la slitta e i cani.

Potrei gridare, ma non servirebbe a niente.”

La nebbia avvolge tutto con il suo manto impietoso, padre, madre, fratelli inghiottiti nel nulla.

“Di pietra e d’osso”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Margherita Botto, è manuale di resistenza.

È vita che si ribella alla certezza della morte, istinto che si traduce in una gestualità tramandata dagli avi.

La giovane protagonista è una inuit, discende da un popolo di cacciatori nomadi “presenti in tutto l’Artico da un migliaio di anni.”

Il romanzo ha l’incanto di profonde radici antropologiche, la purezza di un paesaggio che lascia senza fiato, la poesia di antichi canti.

È intriso di leggende che danno un senso agli eventi naturali.

È voce di una Natura che si ribella alla follia umana.

È incontro tra uomo e animale, riconoscimento di un linguaggio comune.

“Sono cominciate a cadere le prime nevi, ma i cristalli si sciolgono prima ancora di posarsi al suolo.

L’erba e la terra bagnate hanno un colore scuro.

Il cielo è grigio.

Nuvole nere si stendono all’orizzonte come foche barbate sulla spiaggia.”

Sembra una fiaba per i toni caldi, le apparizioni di Giganti, il ricordo di miti ormai dimenticati.

Il “Canto dello Spirito Celeste” è il ponte tra misticismo e suggestione.

Sogno o realtà, le carte si mescolano mentre un vagito annuncia un nuovo inizio.

Le suggestioni si accompagnano ad una lingua gutturale che arriva dal centro di un mondo sconosciuto.

“Nella mia lunga vita di inuit ho imparato che il potere è qualcosa di silenzioso.

Qualcosa che si riceve e che – come i canti, come i figli – ci attraversa.

E che poi dobbiamo lasciar scorrere via.”

Nell’ultima, commovente metamorfosi si compie il miracolo e la pietra è testimone di una civiltà che nessuno potrà distruggere.

 

Incipit tratto da “Il vino dei morti” Romain Gary Neri Pozza Editore

 

“Tulipe scavalcò il cancello del cimitero e ricadde pesantemente dal lato opposto.

Si alzò subito, borbottando, poi vacillò, finì contro una croce alla quale si aggrappò con tutte le forze per non cadere.

«Tu bari!» risuonò improvvisamente una voce rauca, vicino a lui.

Terrorizzato, Tulipe lasciò la presa e sobbalzò nelle tenebre.

«Tu bari!» ripeté la voce, con rabbia.

«Come, come sarebbe che baro?» piagnucolò Tulipe.

Vi fu un momento di silenzio.

Poi la voce riprese a parlare, distinta: «Ti dico che bari! Mi senti?»

«No, no e no! Io non baro!» urlò Tulipe.

Questa volta il silenzio fu più lungo.

«Cos’è stato?» chiese la prima voce, sospettosa. «Non hai sentito niente, Joe?» «Cosa vuoi che sia, Jim?» rispose un’altra voce, con indifferenza.

«Un […]1 o qualcosa del genere. In ogni caso, non ho sentito niente!»

Tulipe, inorridito, non osava più respirare né muoversi di un millimetro.

I capelli gli si erano rizzati in testa.

Le ginocchia gli tremavano.

Gli battevano i denti.

«Diobono!» riprese all’improvviso, vibrante di collera, la prima voce. «Joe! Ti dico che bari. È uno schifo!»

«Lo sai che mi disturba sentirti imprecare, Jim!» rispose la seconda voce, calma.

«Era già abbastanza schifoso quando eri vivo. Ma ora che sei morto, è davvero una vergogna!»

“Nulla è nero” Claire Berest Neri Pozza

 

“Mi piacerebbe dipingerti,

Ma mi mancano i colori

Tanti ce ne sono  –  nella mia confusione”

 

“Nulla è nero”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Roberto Boi, è vertigine da attraversare.

Fiume in piena, passione che non conosce limiti.

Incendio dei sensi, lava di emozioni.

Suono del cuore, sfarfallio di colori.

“Elettricità e purezza.

Amore.

Distanza.

Anche la tenerezza può essere

Di questo colore.”

La voce di Frida Kahlo arriva cristallina, è un vulcano che ribolle.

Mare infinito che si congiunge al cielo.

Claire Berest ricompone l’esistenza di un’icona e non tralascia nulla.

Scrive con l’entusiasmo di chi si fa testimone.

Si sofferma sul carattere impetuoso della sua protagonista e con una poesia che affiora in ogni frase restituisce armonie e contrasti.

Ripercorre l’incontro con Diego Rivera, sfilaccia episodi di un amore straziante.

Ne evidenzia le diversità che si scontrano per poi ritrovarsi.

“Lui è il più grande pittore del Messico, lei una meticcia di Coyoacàn che ha vent’anni di meno e la colonna spezzata.”

Il corpo è piacere e dolore, fuga dal reale e tragico ingombro.

La mente prova a trovare pace ma una sensibilità fuori dal comune registra l’attimo nella sua asperità.

Le città americane e la nostalgia per una terra che sa essere nemica.

I versi di Witman e l’amicizia con Tina Modotti.

I salotti e le feste, i tradimenti e le lacrime.

La pittura come ricerca del sè, di quel volto che sfugge.

“Dipinge per proteggersi.

Per non essere sola.”

Il sangue che intride ogni illusione di maternità.

Gli abiti sgargianti, i capelli intrecciati per rappresentare “le tappe immaginarie di una funzione sacramentale.”

Donna “mendicante di se stessa”, combattente nata, sbriciolata ma non arresa.

Un mito che continua ad indicare la via quando il dolore prova a travolgerci.

Un romanzo che sa parlare di amicizia e di speranza, affresco di un periodo artistico e politico.

“Sei la mia compaňera.

La mia confidente.

Sei i miei occhi.

La mia anima bambina.”

Parole che sono memoria di una eroina.

 

 

 

 

 

“Thérese e Isabelle” Violette Leduc Neri Pozza

“Il mio cuore batteva troppo forte mentre volevo ascoltare quel sigillo di dolcezza nuova.”

Thérese e Isabelle” e l’adolescenza che sboccia senza veli.

Un inabissarsi di corpi che si cercano.

“Ci eravamo spogliate della famiglia, del mondo, del tempo, della ragionevolezza.

Volevo che Isabelle, stretta nel mio cuore spalancato, ci entrasse dentro.”

La scrittura di Violette Leduc è una corsa sfrenata, passione e tormento, urlo e sospiro.

Carne che diventa carezza, esplosione di un piacere che sconfina nella trasgressione.

Frantumazione del pudore, conoscenza del sè attraverso l’altra.

Raggiungimento del “paese delle meteore, dei cataclismi, delle catastrofi, delle devastazioni.”

Bisogno di liberarsi dalle catene di un collegio che vuole trasformare in pura immagine la donna.

Rifiuto di una madre che ha tradito, spazio finalmente inedito di un affetto che trascina nell’abisso delle sensazioni.

Necessità di affollare le praterie di sogni sbiaditi.

Mani che penetrano, strappano, offrono.

Occhi che trfiggono la menzogna di una normalità che altri hanno sancito.

“Ci tenevamo in equilibrio sul petalo di una rosa selvatica.”

Poesia che entra nella pagina, addolcisce la vertigine.

Cerca riflessi di una nuova nascita.

Il romanzo, finalmente pubblicato nella sua interezza grazie a Neri Pozza, è testimonianza di un percorso personale e culturale di rottura.

È manifesto di un amore omosessuale che non si lascia ossessionare dal pregiudizio.

Mi piace ricordare le parole di Simone de Beauvoir:

“L’erotismo in Violette Leduc, non diventa mistero né si ingombra di complicazioni; tuttavia è la chiave privilegiata del mondo.”

Un libro che mostra armonie e disarmonie, si nutre di visioni, si illumina con i colori dell’alba.

Restituisce al lettore l’accecante bagliore di un’emozione, il superamento del proibito, la conquista di una dimensione intima, spericolata e a volte dolorosa.