“Ivy” Susie Yang Neri Pozza

 

“Ivy Lin era una ladra ma a vederla non si sarebbe detto.

Forse era quello il problema.

Nessuno la sospettava mai, e questo la rendeva avventata.

Sembrava talmente ordinaria e anonima che al cervello bastava un secondo per classificarla definitivamente: esile ragazza asiatica, silenziosa, esageratamente remissiva in presenza di adulti in divisa.

Il suo modo di camminare – spalle incurvate, testa bassa, braccia che oscillavano appena – la faceva passare inosservata come i piccioni e i portinai.”

L’incipit di “Ivy”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Laura Prandino, nel delineare i tratti della protagonista, non fa sospettare una trama che si rivelerà molto articolata.

Un romanzo mostra una netta rottura con la tradizione letteraria cinese e contiene parecchi elementi “disturbanti”.

Raccontare la trama significherebbe fare un torto ai lettori perché sono i numerosi “effetti a sorpresa” a creare una sorta di calamita.

Mi piace analizzare il lavorio mentale di questa giovane pronta ad integrarsi nella società americana.

Non può prendere per modelli i genitori, migranti di prima generazione.

Dovrà inventarsi un personaggio che può essere accettato.

Un ruolo fondamentale nel percorso evolutivo ha la nonna, ma attenzione.

Le similitudini sono semplicemente caratteriali e non sconfinano nello spazio ideativo della ragazza.

Susie Yang mette a confronto due mondi, dilata le crepe della comunità americana.

Mostra la mancanza di valori e l’attaccamento al superfluo.

In questo contesto disturbato la protagonista dovrà orientare le sue scelte.

Quanto influiranno i segreti di famiglia?

Cosa significa liberarsi dalla colpa?

Non è casuale la citazione del proverbio cinese:

“L’oca delle nevi non ha bisogno di lavarsi per essere bianca”.

Con una scrittura che sa essere spregiudicata l’autrice si interroga e ci interroga sulla possibilità di integrazione.

Ma la vera domanda è un’altra: si può tornare sui propri passi quando ci si accorge di essere impantanati nelle paludi del vizio?

Una prova letteraria interessante che in alcuni passaggi si fa tagliente e dolorosa.

 

“Un uomo sottile” Pierpaolo Vettori Neri Pozza

 

“Un uomo sottile”, pubblicato da Neri Pozza e vincitore della Quinta Edizione del Premio organizzato dalla casa editrice, è un omaggio non solo alla letteratura italiana.

Resterà nella storia di questo secolo turbolento come esempio di passione e rispetto per la parola scritta.

Racconterà ai nostri figli cosa significa credere in un progetto, idearlo, costruirlo giorno dopo giorno.

Studiare la scenografia, i minimi dettagli, la dinamica temporale.

Scegliere episodi significativi che danno spessore a una presenza che è guida e maestro.

Il protagonista, fabbro per mestiere, scrittore per passione, vuole ricomporre una vita spezzata.

Quando scoprirete il nome di questa misteriosa figura non potrete nascondere le lacrime.

Un uomo che ha segnato il Novecento riuscendo a dare una svolta alla narrativa.

Nei suoi libri la tensione che spinge verso l’alto, l’ineffabile poetica dell’irraggiungibile.

Eccolo con la sua eleganza d’altri tempi, il carattere mite, lo sguardo buono: Daniele Del Giudice.

Perché dopo due romanzi e pochi racconti ha smesso di scrivere?

Quanto la malattia è stata causa di questo lento, inesorabile allontanamento dalla scrittura?

Pierpaolo Vettori riesce a regalarci non una storia, ma la Storia, quella dell’uomo che combatte fino all’ultimo per salvare frammenti di passato.

Torna ai testi, li rilegge, ne cerca il senso.

“Faccio questo viaggio per capire cosa avrebbe o potuto scrivere se ne fosse stato in grado.

E voglio scriverlo io.

Per lui.”

Commovente passaggio di testimone che dà spessore alla Cultura, fucina di condivisione e scambio.

Ad intersecare la trama principale le amnesie della moglie Laura, i primi sintomi, il galoppare furioso di un disturbo che cancella il passato e il presente.

E l’amore completo, assoluto, la tenerezza nel farsi scudo, la pazienza nella tragica quotidianità.

“Siamo noi i distruttori.

Noi che abitiamo il tempo.

Dopo il nostro passaggio niente è più vivo, mobile, caldo.

Rimangono solo i ricordi, simili ad enormi monoliti preistorici, segnali muti di un’esistenza che la nostra testa di Medusa ha fissato per vivere.”

Si precipita e si osserva il vuoto, ci si aggrappa ai pensieri, al sogno di una notte chiara, a un bacio leggero, a una mano che non vuole lasciarti.

E osservando il volo di una gazza avere la certezza che ad accompagnarci restano i libri e il messaggio forte che trasmettono.

 

“Jungle nama” Amitav Ghosh Neri Pozza Editore

 

“La leggenda di Bon Bibi è un miracolo di ibridismo, combina infatti elementi islamici, indù e folklorici con tale scioltezza che è impossibile collocare la storia all’interno di una singola tradizione religiosa.”

“Jungle nama”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Anna Nadotti e Norman Gobetti, rielabora una antica leggenda attraverso una interpretazione attualissima dei valori fondanti del vivere civile.

Attraversata dalla poesia sembra un canto popolare che infondeva nelle comunità adiacenti alle foreste coraggio e determinazione.

Uno spirito temibile, Dokkhin Rai, semina il terrore con la sua furia devastatrice.

A controbilanciare questa figura negativa “due esseri dal potere certo.”

“Una era la Signora della foresta, Bon Bibi,

L’altro era suo fratello, Shah Jongoli.

Bon Bibi era forte, ma misericordiosa,

Shah Jongoli un guerriero di energia mostruosa.”

La trama potrebbe svilupparsi tra questi personaggi, gli ingredienti del Fantasy ci sono tutti.

Se fosse un romanzo di genere andrebbe benissimo e certamente terrebbe desta l’attenzione del lettore grazie ad effetti scenici ben dosati.

Conosciamo la maestria e la creatività di Amitav Ghosh e ci aspettiamo di più, che puntualmente arriva.

Entrano in scena gli uomini e il canovaccio si trasforma in una lezione culturale di altissimo livello.

Conosceremo l’avido “Dhona”, senza scrupoli di fronte all’ambizione di essere ancora più ricco, Mona, vittima dei capricci del fratello, Dukhey, “soprannominato “ragazzo triste”.

In un viluppo di avventure si scontra l’uomo con i suoi vizi e quando tutto sembra perduto succede il miracolo a riordinare le carte di un destino che potrebbe essere fatale per il più debole.

Vince il canto e la poesia, trionfa la giustizia.

Scrive l’autore nella postfazione:

“L’attuale crisi planetaria ha ribaltato gran parte delle consuete convinzioni e aspettative, anche rispetto alla letteratura e alle forme letterarie.

Nei tempi andati, storie come questa sarebbero state considerate infantili, e perciò roba per bambini.

Ma è ogni giorno più evidente che simili storie si fondano su una comprensione della condizione umana più profonda rispetto a molte narrazioni considerate serie e adulte.”

Le illustrazioni di Salman Toor sono “illuminanti”, domina il tratto nero, deciso, netto quasi a sottolineare una ulteriore interpretazione.

Nell’animo umano si annidano sentimenti contrastanti, spinte negative e positive che dovranno giocare una partita complessa e a volte pericolosa.

A noi il compito di stabilire il vincente ricordando sempre che esiste un segreto per essere felici.

Quale?

A voi il piacere di scoprirlo grazie ad un testo prezioso ed educativo.

“Le stanze del tempo” Piera Ventre Neri Pozza

 

“Cos’è una casa?

Come ci si affeziona?

In quale modo la si riconosce come propria?”

Leggere “Le stanze del tempo”, pubblicato da Neri Pozza, significa entrare nel ripostiglio della memoria, dove sono accatastate in disordine le nostre planimetrie sentimentali.

Un intonaco sbrecciato, le camerette inutili, una lacrima nascosta, una superstizione, “uno sbrendolo di panorama d’adozione”, il trasloco, nuovi volti e finestre spalancate, imperfezioni intraviste: un album di foto che portano indietro gli orologi.

I vapori nella cucina della madre tra pensili che trasudano odori, la condensa sui vetri, la luce storta dell’inverno: entriamo ed osserviamo rapiti gli oggetti di sempre.

“C’è una piccola libreria in ferro battuto piena di volumi affastellati.

Un divano coi cuscini a scacchi bordò e gialli.

Un armadio e, da qualche tempo, un letto.

Il suo.”

In questi spazi senza età ci sentiamo protetti e risentiamo con emozione un profumo a noi caro, giriamo per le stanze e cerchiamo presenze che non ci sono più.

Gli innamoramenti e lo stupore delle estati tra feste di paese e poi come per incanto una ristrutturazione e tutto cambia forma.

Il romanzo segue percorsi differenti, ogni capitolo è una scoperta, un’amicizia, uno strappo, una perdita, lo sguardo su un giardino, una pietra irregolare, un piccolo saltello e si varca il portone.

C’è la città senza nome e la riconosciamo per il suo inconfondibile fascino contradditorio, i paesi e le piazze, i giardini e l’odore della legna arsa.

La magia delle parole che scorrono e rilasciano sensazioni che erano perdute o forse solo dimenticate.

“So che le cose si perdono e che quando avviene bisogna rassegnarsi a un abbandono.

Forse è questo che vuole insegnarci un pò, la casa.

Addirittura nell’asilo nostro, quello più intimo, di luci accese e cantucci nei quali rifugiarci, e cucine piene di calore e letti comodi, può succedere di smarrire, e di smarrirsi.”

Bisogna cedere il rimpianto, abbandonare quel ritaglio emotivo che ci è stato compagno e riprendere la via.

Pietra Ventre ha una scrittura intuitiva, ipersensibile, colorata.

Si racconta con quella che può apparire timidezza.

È invece la concentrazione di chi alla parola scritta affida il compito di plasmare il ricordo, renderlo collettivo.

Un romanzo che sa di riconciliazione e di abbandono al sogno di ciò che potrebbe essere e non è.

“I colori dell’addio” Bernhard Schling Neri Pozza

 

“I colori dell’addio”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb, riesce a cogliere la conflittualità nel momento in cui invade la mente.

Un cesello intellettuale raffinatissimo sviluppato attraverso la lentezza di un fermo immagine.

Ogni racconto ha un suo corpo narrativo autonomo ma la matrice ideativa unisce insieme le esistenze dei personaggi.

C’è qualcosa che resta sospesa e che bisogna comprendere, scoprire quanta menzogna, quanto non detto è stato nascosto.

Nonostante il titolo non credo che il tema principale sia l’addio, è proprio il contrario, il bisogno di trattenere per sempre quell’impercettibile legame che si crea tra gli individui.

Non è un percorso facile perché si rischia di rimanere intrappolati nella rete angusta del ricordo che può diventare ossessivo.

Succede in “Intelligenza artificiale” dove la memoria è legata al tradimento e al terrore di essere scoperti.

Il venir meno alle aspettative dell’altro è una delle costanti presenti nelle storie.

Deludere come succede a Philip che preferisce fuggire da un triangolo amoroso, nelle poche frasi essenziali si mescolano sentimenti altalenanti.

Sono proprio i sentimenti ad assumere la materialità del colore e toccherà al lettore scoprire quali sono le tonalità dominanti.

Credo che nel contrasto delle sfumature impercettibili si disegni in maniera netta l’essere umano.

Bernhard Schling si fa psicologo ed ascoltatore, da voce a tutti coloro che hanno qualcosa da farsi perdonare, a chi non ha il coraggio di difendere il proprio amore, ai tanti che indugiano nel prendere una decisione.

L’opera ha anche un valore politico di grande spessore.

Traspare un’epoca dolorosa e tragica quando il Muro di Berlino divideva le due Germanie.

Si intrecciano insieme il senso di impotenza storica e personale.

“Le cose belle non potevano essere sbagliate”

Mi piace pensare che nessuno scompare per sempre, continua a regalarci una carezza, un sorriso e forse anche un sotteso rimprovero.

E questi compagni silenziosi ci aiuteranno a crescere e a rimarginare le ferite.

 

 

“Ogni essere umano” Ferdinand von Schirach Neri Pozza

 

 

“Il 1° dicembre 2009, dopo una lunga gestazione, è entrata in vigore la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”, elaborata a partire dal 2000 da una convenzione di capi di Stato, membri del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali e da un rappresentante della Commissione europea.”

È sufficiente a garantire i diritti fondamentali?

Siamo certi che non è stato sottovalutato qualche aspetto importante?

“Ogni essere umano”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Chiara Ujka, è un piccolo saggio che non può mancare nelle nostre librerie.

Scritto in maniera semplice introduce 6 nuovi Articoli che non vogliono demolire ma aggiungere attraverso un ragionamento lucido una implementazione.

Un’ occasione per promuovere, rendere più interattiva e più adatta ai nostri tempi la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Poche parole essenziali ma incisive.

Il primo articolo riguarda “il diritto di vivere in un ambiente sano e protetto.”

Obiettivo da raggiungere iniziando a difendere il patrimonio ambientale e animale che consegneremo ai nostri figli.

“Tutti gli esseri umani hanno il diritto all’autodeterminazione digitale.

È vietato raccogliere dati personali o manipolare le persone.”

Avevate pensato a quanto sia importante tutelarsi in questo tempo in cui le nostre esistenze sono esposte all’occhio indiscreto dei social?

Il terzo punto riguarda l’intelligenza artificiale e la verifica degli algoritmi.

Spettacolare la quarta affermazione:

“Tutti gli esseri umani hanno il diritto ad avere la certezza che le affermazioni fatte da chi li governa siano veritiere.”

Finalmente la verità trionferebbe, che grande conquista!!!

Lascio ai lettori il piacere di scoprire gli ultimi due enunciati, avvisando che vanno letti con molta attenzione.

Un interessante excursus storico delinea un panorama che ha mostrato non poche falle.

Bello il riferimento alla figura di Lafayette con le sue ombre e le tante luci.

La Storia, sedimentando, darà le risposte a molti interrogativi sulle scelte dei nostri avi.

Ma oggi tocca a noi, essere comunità attiva, pronta a creare forum virtuali per dare forza ad una partecipazione democratica.

“Nulla è più potente della volontà unita delle cittadine e dei cittadini.

Dopotutto, è la nostra società, è il nostro mondo, sono le nostre vite.

E noi siamo responsabili nei confronti di coloro che sono più deboli di noi.”

Un plauso allo scrittore tedesco Ferdinand von Schirach che ci ha regalato il sogno realizzabile di una società migliore.

 

“Addio Kabul” Farhad Bitani Domenico Quirico Neri Pozza

 

“L’America, l’Occidente sono rimasti vent’anni in Afghanistan, vi hanno condotto una guerra, scelto e gettato via alleati e governanti, distribuito denaro (150 miliardi di dollari l’anno), ucciso migliaia di persone sulla base di un’antropologia immaginaria, bizzarra, affettata, gracilina, tutta agghindata di mediocri astuzie, pretenziosa.

Una bugia della distanza e della semplificazione, verità di favola che dava una forma confortante ai nostri desideri.

Non abbiamo compreso che qui le ragioni di lotta, che noi definiamo attuali, sono vestite anche di ragioni e di pretesti arcaici.”

La prefazione di “Addio Kabul”, pubblicato da Neri Pozza, ci mette con le spalle al muro e ci costringe ad acoltare ciò che per anni abbiamo voluto non vedere.

Forse è tempo di guardare in faccia la realtà, comprendere cosa ha significato in Afghanistan la presenza degli americani, quali radici ha fondamentalismo.

In quella terra  “di altopiani ventosi, di monti tagliati come ambe, di gole, di crinali che si accavallano, disseminati di rocce e terre cespugliose, che il sole diversifica a colpi di luce”, quanto sono cambiate le strategie dei nuovi talebani?

Eravamo convinti di portare libertà e benessere sottovalutando un substrato arcaico che ha continuato a crescere nell’ombra.

Il dialogo, sotto forma di intervista, di Domenico Quirico a Farhad Bitani ricostruisce una mappa del prima e del dopo.

Il tradimento subito, il sogno infranto di un cambiamento mai avvenuto, la fragilità dell’esercito, il giro di corruzione e di denaro sporco, il ruolo marginale delle donne, le sconfitte subite dagli americani e il numero crescente di morti: il quadro sempre più preciso di quello che è successo.

“Questo è il popolo.

Hanno paura, perché ricordano che cosa hanno fatto i talebani nel 1996 quando conquistarono la prima volta il Paese: tagliavano le mani, le teste, e nonostante dicano che adesso sono cambiati, il popolo ha paura.”

Quirico incede sicuro in un campo che conosce bene, le domande sono precise e circostanziate.

Le risposte sono sincere e tanto dolorose perché hanno la forza di dare un volto alla bestialità e alla follia travestite da una religiosità che si impone nella morte.

Comprendiamo cosa significhi per un bambino crescere in un ambiente violento, quanto facilmente perda l’innocenza.

Tanti i riferimenti storici, ogni episodio segna una mappa tragica e spiega il presente.

La vicenda personale di Farhad rende ancora più vivido il contesto e turba profondamente.

Mi piace sottolineare una frase molto incisiva:

“Io ho scoperto Dio attraverso l’umanità delle persone perché sono entrato nella logica meravigliosa del dialogo.”

Sono certa che sia mancato proprio il desiderio di confronto e troppi preconcetti hanno confuso il quadro generale.

Una lezione per noi occidentali sempre così sicuri di essere nel giusto.

L’augurio è che non si spengano i riflettori su quella parte di mondo che tanto ha sofferto.

“Sfacciate” Sarah Perry Neri Pozza

 

“Suppongo di non essere l’unica ad aver ignorato, all’inizio, il debito nei confronti delle donne venute prima di me, e a non aver pensato di doverle ripagare in qualche modo.”

“Sfacciate”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Chiara Brovelli, è una meravigliosa mappa interattiva dove ognuno potrà identificarsi con la sua eroina.

Conosceremo tante disubbidenti.

Le loro storie tracciano un percorso che non può essere negato o peggio dimenticato.

Anne Knight, vissuta nel 700, quacchera, ebbe l’ardire di affrontare  un Grand Tour in Europa per diffondere le sue idee di eguaglianza.

“Mi viene impedito di votare per l’uomo che mi impone leggi a cui sono costretta a obbedire e tasse che sono obbligata a pagare; la tassazione senza rappresentanza è tirannia.”

Harriet Martineau, nata nel 1802, pubblicò testi di economia e politica, paladina di “esistenza sostenibile, assistenza ospedaliera adeguata e compassionevole, uguaglianza razziale e diritti delle donne.”

Essendo cagionevole di salute seppe interpretare nei suoi scritti il disagio e la solitudine provocate dalla malattia.

Emily Hobhouse, originaria della Cornovaglia, fondò una biblioteca, si dedicò agli ultimi, lottò per la chiusura dei campi di concentramento britannici.

Rose Allin uccisa nel 500 perché non volle tradire la sua confessione religiosa.

Appesa ad un palo fu una martire protestante durante il trono di Maria Tudor.

Esempi fulgidi di una resistenza strenua vengono narrati da Sarah Perry con un ritmo incalzante.

Il suo è il tentativo riuscito di sfatare la mitologia della “donna insubordinata.”

Una sfida alla società inglese che confina la “Essex girl” nel girone delle escluse.

“La ragazza dell’Essex è diventata ricettacolo di parecchie ansie sociali: è una donna pigra, irreparabilmente volgare, grassottella, sessualmente minacciosa, un affronto alla moralità e una minaccia ai valori della sobrietà.”

La scrittrice con grande intelligenza ribalta questo preconcetto e mostra che l’Essex girl non è circoscritta a un’area geografica.

È colei che “racchiude in sè una moltitudine di donne” ribelli.

Un testo prezioso per tutte noi, una guida e un incentivo a non mollare mai, a credere fermamente nei diritti del genere femminile.

“Barbizon Hotel” Paulina Bren Neri Pozza

 

“Oh! È fantastico essere a New York… soprattutto se alloggiate al Barbizon per sole donne.”

“Barbizon Hotel Storia di un hotel per sole donne”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Maddalena Tognani, propone un articolato viaggio in una fase storica di grande fermento.

Sboccia come un fiore la donna nuova, antenata di tutte coloro che hanno creduto e credono nell’affermazione dei propri diritti.

La figura femminile si sgancia da vincoli affettivi e sociali, vuole camminare con le proprie gambe, esserci, raccontarsi.

Percorrere le strade del mondo da protagonista e non da succube.

Seguire i propri sogni con ardore e coraggio.

Sviluppare la vena artistica e letteraria, lasciare un segno che sia monito per i posteri.

Siamo grati all’editore perché ci permette di entrare dalla porta principale in questo mondo dove l’esperienza del singolo diventa collettiva.

Il libro può essere letto come un reportage curato nei dettagli, testimonianza forte di un cammino che nessuno potrà più frenare.

Lo stampo giornalistico offre una visione sociologica molto interessante, che parte dalla analisi di costume per arrivare ad una più profonda rivisitazione dei modelli culturali.

Chi erano le donne che frequentavano l’hotel e soprattutto cosa le spingeva nella città dai mille volti?

Nella passerella si susseguono personaggi noti e meno noti, poco importa.

Tutte sono accomunate da una ricerca che non è solo libertaria.

È molto più sottile perché investe il campo della psiche e sconfina negli spazi del desiderio.

Ogni voce ha una sua intonazione e in quei tacchi a spillo si sublimano i resti del passato.

È tempo di svoltare e quelle stanze semplici ma eleganti rappresentano non la fuga ma un nuovo inizio.

Ci si commuove perchè quel primo fermento interiore lo abbiamo vissuto sulla pelle.

Ci ha definite e liberate da ogni marchio di possesso.

Siamo noi con le nostre storie, sbilenche, complicate, dolorose.

Siamo noi testarde e vittoriose con bandiere che sventolano al cielo.

Paulina Bren ci ha regalato frammenti di esistenze.

Lo ha fatto con discrezione e competenza.

Ha saputo mescolare narrativa ed epopea, ha dosato il sentimentalismo facendo prevalere il valore esperenziale.

Da leggere con la certezza che il testo è compagno soprattutto in questi tempi dove si rischia di tornare indietro.

 

“L’arte dell’henné a Jaipur” Alka Joshi Neri Pozza

 

Il carattere intraprendente di Lakshmi Shastri è filo conduttore di un romanzo bellissimo.

Pagina dopo pagina impariamo a conoscerla.

Scopriamo che ha avuto il coraggio di abbandonare il marito violento e fuggire, pur sapendo che la sua scelta sarà causa di una frattura indelebile con i genitori.

Affronta la città e grazie alla perizia nell’utilizzo dell’henné riesce a conquistarsi la clientela che conta.

Ha tanti progetti quando come un fulmine entra nella sua esistenza la sorella Radha.

Una serie di eventi inaspettati costringono la protagonista a decisivi cambiamenti.

“L’arte dell’henné a Jaipur”, pubblicato da Neri Pozza, è viaggio nell’India post coloniale, esperienza sensoriale, magia di colori e sapori.

È tradizione di una terra ancorata al passato, studio antropologico di una società divisa in caste, luogo del privilegio di poche famiglie che contano.

È profumo delle spezie, segreto delle erbe,  celebrazione dei riti.

Alka Joshi affascina grazie ad una scrittura musicale e armoniosa.

Con competenza riesce a regalare un affresco che non trascura nessun dettaglio.

Ha uno sguardo attento alle gerarchie e sa narrare il ruolo delle donne.

Delinea personaggi dalla forte personalità, capaci di dirigere la gestione della famiglia con una forte dose di astuzia.

È alla sua protagonista che dedica le pagine più intime.

Una figura che entra a pieno titolo tra le eroine della letteratura mondiale e spezza il circolo vizioso di un asservimento al potere.

Libera e intransigente con sè stessa, pronta a rinunciare ai sogni pur di non perdere la propria identità.

Un libro che attrae per la qualità stilistica, per la sincerità dei sentimenti.

Indagine raffinata sulla psicologia maschile, sulla maternità e sull’importanza del nucleo familiare.

“Le mie capacità, il desiderio di imparare, l’aspirazione a una vita che potessi considerare mia: ecco le cose che avrei portato con me.

Erano parte di me stessa come il sangue, le ossa, il respiro.”

Una grande lezione da custodire.