Recensione di @CasaLettori: “Domani a quest’ora” Emma Straub Neri Pozza

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Titolo: “Domani a quest’ora”   

Autore: Emma Straub 

Casa Editrice:  Neri Pozza 

Collana: Bloom

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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“I suoi ricordi erano tutti immagini senza sonoro.”

 

Alice vorrebbe afferrarli, rivedersi bambina, riconoscere odori e parole.

Una nebbia dove si è annidato il presente.

Statico, abitudinario.

Lo stesso appartamento, la stessa amica, lo stesso lavoro.

È come se la normalità fosse scandita da caselle precise, ben impilate.

Niente può spezzare questa granitica fortezza.

È quello che percepiamo conoscendo il personaggio.

Ma qualcosa non quadra nell’insieme così ordinato.

La protagonista di “Domani a quest’ora”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Alessandra Maestrini, setaccia ogni gesto, si interroga su ciò che l’aspetta.

Studia la città, nota che esiste un forte divario tra benestanti e poveri.

Guarda gli amici, in parte già divorziati e con figli.

Sente di non far parte di un mondo troppo veloce.

Sa che la relazione con Matt, nata su un’app, pur durando da un anno, non ha la consistenza che vorrebbe.

Intuisce che il padre in ospedale si va spegnendo piano piano e questa consapevolezza cozza con la sua idea di immediatezza.

La madre ha scelto altre priorità rispetto alla famiglia e in brevi frasi scambiate per telefono esprime la sua distanza.

Tutto accade senza intermezzi e invece no.

Arrivano i quarant’anni e succede qualcosa di incredibile.

Svegliandosi si ritrova nella stanza di ragazza con un corpo di sedicenne.

Si riavvolge il nastro e noi assistiamo increduli alla trasformazione.

Attenzione, questo non è un libro di fantascienza o una costruzione letteraria per vendere copie.

Il testo ha una fortissima valenza psicologica.

Tra la donna e la ragazzina passano le occasioni e gli appuntamenti mancati, le scelte non fatte, i rimpianti e la malinconia.

Recuperare il prima significa dire a se stessi che troppo si è disperso nella geometria ossessiva dei giorni.

Ricollocare nello spazio il corpo e l’anima.

Rivivere scavando in profondità per far emergere ciò che si era celato.

E soprattutto fermare la morte, rivedere il padre giovane e sorridente.

La scrittura composta e ordinata di Emma Straub diventa frammentaria.

Osservazioni su fogli bianchi come a voler sottolineare che non esistono due realtà.

Ognuno di noi porta un corredo emozionale che non si può schematizzare.

Abbiamo il desiderio e a volte non sappiamo definirlo.

Ci sfugge e nell’inseguirlo potremmo ritrovarci su una sponda insolita.

 

“Tu sai dove vuoi essere?”

 

Su questo quesito si concentra uno dei messaggi forti che possono disorientarci.

Se non si può arrestare il corso della vita, si può continuare ad amare aggrappandosi alla speranza che niente finisce per sempre.

 

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Emma Straub è una scrittrice e proprietaria di una libreria americana.

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Una infanzia laconica” Santiago H. Amigorena Neri Pozza Editore

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Titolo: “Una infanzia laconica” 

Autore: Santiago H. Amigorena

Casa Editrice:  Neri Pozza 

Collana:  Bloom

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“Una infanzia laconica”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Margherita Botto, è un viaggio nell’anima per ritrovare le proprie origini

“L’abuelo Vicente, il cui cognome non avrei mai saputo se glielo avesse attribuito E.T.A. Hoffmann con un intento puramente poetico o un qualunque altro burocrate tedesco per semplice insolenza verso la nobiltà austriaca, portava spesso un cappello.

Nei primi anni Venti, quando passeggiava per le strade della sua Łódź natale confidando gli ultimi episodi delle interminabili liti con il padre all’orecchio, che molti anni dopo sarebbe stato uno dei piú apprezzati al mondo, dell’amico di famiglia Arthur Rubinstein, nella vana speranza che intervenisse in suo favore, gli capitò sott’occhio chissà come un supplemento del quotidiano La Nación che celebrava i meriti di un giovane paese latino-americano.

Smise subito di preoccuparsi di suo padre, si fece prestare dall’ancor giovane pianista i soldi per il biglietto e partí all’istante.

Arrivato in Argentina, poiché decisamente si circondava solo di celebrità, l’abuelo Vicente visse nella stessa pensione di Witold Gombrowicz, suo compatriota e perfetto coetaneo, e lo frequentò quando quest’ultimo vendeva cravatte in calle Florida, ad appena pochi metri di distanza da un altro venditore ambulante, Aristotelis Onassis.

Anche mio nonno avrebbe conosciuto, come il greco, rovesci finanziari – da bambine, a seconda degli anni, le sue tre figlie andavano in sinagoga per la festa di Rosh haShana vestite come principesse (abiti di tulle bianco, scarpe nuove, nastri di seta selvaggia) o per mendicare vestite di stracci − rovesci finanziari di minore portata, certo, ma che rischiarono di avere sulla mia esistenza un’influenza ben piú grande di quelli di Onassis. Tuttavia non sarei nato a Punta del Este.

Quei rovesci finanziari, gli unici eventi significativi nell’esistenza dell’abuelo Vicente, avrebbero determinato il luogo mitico della mia nascita senza però cambiarne, come il destino non fa mai per gli eroi, il luogo reale.

Perché possiate capire tutto ciò che di grottesco si cela nel mio attaccamento a Punta del Este, mi scuso di dover tornare indietro di alcuni anni, risalendo il tempo al di là dei miei ricordi, convocando gli echi di quelle memorie esterne e volontarie che so essere menzognere.

Il demone del gioco possedeva da sempre l’abuelo Vicente, ma fu singolarmente potenziato durante la Seconda guerra mondiale.

Negli anni Quaranta Buenos Aires fioriva, l’opulenza e l’euforia di trovarsi lontano dal campo di battaglia prolungavano le notti umide e moltiplicavano le possibilità di raffinatezza e di lussuria.

Depravazione, lascivia, piaceri si accalcavano agli angoli delle strade buie. La maggior parte degli argentini pagava quei piaceri a caro prezzo: scambiavano la notte per il giorno e il giorno per la notte senza pensare minimamente a ciò che preoccupava i due terzi dell’umanità.

Fino alla fine della guerra, e nonostante le lettere di sua madre, Gustava Goldvag, che gli raccontavano la vita nel ghetto, il nonno continuò a credere che ci fosse ancora speranza, che avrebbe trovato il modo di far venire in Argentina tutta la famiglia, che sarebbe stato il loro salvatore, che gli oscuri motivi delle liti con suo padre che lo avevano spinto ad andarsene dalla Polonia sarebbero svaniti con un colpo di bacchetta magica.

Da buon ebreo, perpetuò quella caratteristica che oggi è considerata una tara, quella qualità che come tante altre va perdendosi da quando uno Stato riunisce quel popolo costituzionalmente disperso: l’ottimismo.

Ai tavoli di poker in fumosi caffè del quartiere di Once, ogni sera, a mezzanotte, ritrovava altri tre polacchi e un tale che vendeva dritte sulle corse, e cosí trascorsero le ore occulte della Seconda guerra mondiale a giocare a carte, una notte dopo l’altra, mentre la domenica era riservata all’ippodromo di San Isidro e alle sue corse di cavalli nostalgiche di un geniale fantino, viejo y peludo.”

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Recensione di @CasaLettori: “Una minima infelicità” Carmen Verde Neri Pozza Editore

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Titolo: “Una minima infelicità”   

Autore: Carmen Verde

Casa Editrice: Neri Pozza

Collana: Bloom

Anno di pubblicazione: 2022

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“L’infelicità è un luogo, un luogo fisico, una stanza buia nella quale scegliamo di stare.

Tanto che, quando accendiamo un lume, subito lo schermiamo, perché nessuno possa spiare all’interno.”

Carmen Verde ci permette di entrare nello spazio segreto di Annetta.

La conosciamo bambina, piccola di statura, schernita dalle compagne, arguta osservatrice, silenziosa testimone dell’irrequietezza della madre.

Sofia, distante, chiusa in un bozzolo di malinconia, capace di grandi entusiasmi e di altrettanti precipizi nel gorgo di un dolore antico, impalpabile, ossessivo.

L’alcool e i numerosi amanti sono parentesi che attenuano il senso di assenza.

E la figlia si fa carico di quel peso, lo porta con sè come un fardello necessario.

Quando alla morte del padre, figura redenta troppo tardi, l’infanzia si allontana, diventa madre della madre.

“Una minima infelicità” segna l’esordio di una scrittrice matura, esperta nel tessere una trama leggera e al contempo carica di pathos.

La scrittura è una carezza, frastagliata da fogli con poche frasi, incisiva e poetica.

Ambientato in una casa il romanzo ha la forza prorompente di una parola immacolata, limpida, essenziale.

Nel cerchio dove le due figure femminili si muovono entrano la nonna Adelina e la donna di servizio Clara Bigi.

Entrambe esercitano il ruolo di “controllore”, mostrando e ingigantendo la fragilità di Sofia.

Un circolo vizioso di timore e paura descritto con una verve narrativa molto evocativa.

 

“Una profonda tristezza ci coglieva per cose apparentemente senza importanza”

 

È il tentativo presente in tutto il testo di tenere a bada le emozioni ma queste si sparpagliano come pietre aguzze insieme ai rimpianti di ciò che non è stato.

Ci sono momenti durante la lettura nei quali basta una frase o una parola ad aprire una parentesi, a mostrare lo scorcio delle anime.

Percezioni di ciò che non è detto, murato all’interno dei corpi.

Un abbraccio virtuale che solo la voce narrante e il lettore possono percepire perché è inesistente.

Eppure lo sentiamo e lo vediamo, come un desiderio da realizzare.

 

“La vita non è meno della letteratura.

Bisognerebbe studiare a scuola l’infelicità delle nostre madri.”

 

È stato solcato il fiume straripante dell’amore filiale e ci è stato donato.

Non ci resta che tornare a sfogliare con commossa gratitudine l’album di foto che l’autrice ci ha mostrato.

Ci ha regalato i ricordi

 

“Mai del tutto decifrabili, sedie zoppe che non riesci a far star dritte senza qualche piccolo rincalzo.”

Una prosa straziante e poetica, un ritmo che incanta e una musica lontana che ci fa risentire voci che avevamo provato a dimenticare.

Si arriva al finale con le lacrime agli occhi e un profondo rispetto per colei che ha saputo trasferire su carta le disarmonie del cuore e della mente.

 

 

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Carmen Verde, vive a Roma. Questo è il suo primo romanzo.

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Copertina Una battaglia persa di Svetlana Aleksievic Adelphi Editore
Copertina del volume Rifqa di Mohammed El-Kurd
Copertina Che si dice mentre tuona di Thilo Krause Marcos y Marcos
Copertina di Adattarsi di Clara Dupont Monod
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Copertina Acqua rossa di Jurica Pavicic Keller Editore
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Copertina Il ladro e la ribelle di Jan-Philipp Sendker

Recensione a @CasaLettori: “Il ladro e la ribelle” Jan – Philipp Sendker Neri Pozza

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Copertina Il ladro e la ribelle di Jan-Philipp SendkerTitolo: Il ladro e la ribelle

Autore: Jan-Philipp Sendker

Casa Editrice: Neri Pozza

Collana: Le Tavole d’Oro

Anno di pubblicazione: 2022

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“Come fa una persona a diventare quello che è?”

 

Quanto l’habitat esterno può influenzare la personalità e le scelte?

È questa la prima domanda che ci si pone leggendo “Il ladro e la ribelle”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Roberta Scarabelli.

La storia di Niri ci permette di conoscere un universo diverso dal nostro.

Ha solo diciotto anni, lavora insieme alla famiglia nella villa dei signori Benz, ha dovuto rinunciare all’amore della bella figlia dei padroni di casa per le differenze sociali che pesano come macigni.

Quando scoppia la pandemia ad essere colpiti sono proprio gli ultimi.

Scacciati dalle case dei ricchi vengono relegati in accampamenti di fortuna.

Baracche di lamiera, un’unica stanza e tanta promiscuità.

Durante i terribili mesi nei quali il Covid ha spazzato via ogni nostra certezza ci siamo chiusi a riccio, preoccupati della nostra incolumità.

Questo meraviglioso romanzo ci lascia senza fiato perché narra i disagi dei tanti irregolari sparsi per il mondo.

Senza lavoro, senza cibo, senza speranza.

Ma il nostro protagonista ha uno scatto di resistenza, ribellandosi anche ai precetti rigidi del padre.

Per salvare la sorellina deve trovare una via d’uscita.

Riesce ad intrufolarsi nell’abitazione dei suoi ex datori di lavoro e ruba.

Un gesto pesante che lo costringe ad interrogarsi ma nella vita non sempre si può scegliere.

Chi lo aiuterà senza tirarsi indietro?

Esserci per gli altri, sacrificare i propri valori, donare a chi non ha.

Jan – Philipp Sendker ci regala una prova letteraria fortemente educativa.

Riesce a metterci in crisi, ad analizzare chi siamo veramente.

Ad insegnarci a tornare ad essere umani.

Con una scrittura piana, elegante, senza artifici dialettici compone un testo poetico, straziante, carico di pathos.

“Nessuno sa quanta miseria, l’oppressione, fame, umiliazione la gente sopporta finchè non si ribella.”

 

Grata all’autore per avermi ricordato che “la paura è qualcosa che può essere superato.

E il coraggio è una forza che possediamo più di quanto crediamo.”

 

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Foto dell'autore Jan-Philipp Sendker

Jan-Philipp Sendker (Amburgo, 1960) è uno scrittore tedesco.

Sendker è vissuto dal 1990 al 1995 in America ed è stato corrispondente per Stern in Asia dal 1995 al 1999. Vive a Berlino.

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Recensione di @CasaLettori: “Nel dolce rumore della vita” Elio Pecora Neri Pozza

 

Recensione a cura di @CasaLettori

“Nel dolce rumore della vita” Elio Pecora Neri Pozza

Biografia di Sandro Penna

Saggistica italiana

 

 

 

“La poesia di Penna veniva da una terribile crisi dell’essere e da una scelta, seguiva al rifiuto della sofferenza compiaciuta e dell’insistita negazione, registrava un’alternanza di disperazione e di allegrezza, di discesa verso il vuoto e il niente e di risalita alla luce e alla dolcezza della vita.”

Elio Pecora compie il miracolo.

Ci restituisce il poeta, lo scrittore, il giovane e l’adulto.

Scandisce le fasi di un’esistenza travagliata colmando le nostre lacune con una voce ferma, soffusa di grazia.

Mi sono chiesta leggendo “Nel dolce rumore della vita”, pubblicato da Neri Pozza, se non sia riduttivo considerare il testo una “Biografia di Sandro Penna.”

Il taglio è giornalistico, dettagliato, ricco di aneddoti.

È una scala che sale percorrendo stati d’animo, eventi, incontri.

Quello che è emerge è il lato umano, i turbamenti, il rifiuto di codici di comportamento.

“Il suo particolare destino – il corpo fiacco, malato, la sensibilità vibrante, la stessa diversità che precedeva ogni scelta e comportamento, inoltre la difficile situazione familiare, l’inettitudine del padre e della madre fin dalla sua prima infanzia a guidarlo, proteggerlo, – lo aveva cacciato in un carcere senza uscita.”

È proprio da quel carcere che evade attraverso la parola che fu sempre studiata, analizzata.

Mai casuale l’accostamento di verbo e sostantivo, mai la frenesia di sentirsi arrivato.

Il libro mostra questa continua ricerca culturale ed emotiva.

Un uomo che fin all’ultimo respiro continua ad interrogarsi.

Saranno le letture a sostituirsi agli affetti familiari, a mostrargli la strada da percorrere.

Nei versi si raggiunge l’ebbrezza momentanea, un sollievo che si scioglie come neve.

Le pulsioni sessuali arrivano a travolgerlo, costringendolo a confrontarsi con una normalità che non sente sua.

Il contrasto tra ragione e istinto diventa un rovello, la colpa si annida come una macchia indelebile.

“E il cuore dà un tuffo, un attimo e poi

La parola…

La parola è vana!

Oh inesprimibile

Sei tu la vera poesia!

Credo che tutta l’opera del Poeta debba essere riletta cercando quell’inesprimibile che ha voluto regalarci.

Nel saggio è questo l’itinerario che viene seguito.

Un omaggio non retorico ma carico di passione.

Espressione di una vera amicizia e conoscenza.

Negli inediti proposti c’è l’amore per le stagioni, per le piccole cose, per la bellezza del Creato.

L’amore vagheggiato come sogno proibito, “l’odore del porto e del vento”, il coraggio di raccontare l’ipocrisia degli intellettuali, le borgate e il flusso caotico del Tevere.

Quanta emozione suscitano nel lettore queste preziose gemme.

Un’antologia che fa battere il cuore e la certezza che

“Viva resta

La dolce persuasione di una fitta

Rete d’amore ad inquietare il mondo.”

 

Sandro Penna (Perugia12 giugno 1906 – Roma21 gennaio 1977) è stato un poeta italiano.

Sandro Penna

Inizia a scrivere poesia sul finire degli anni Venti del Novecento e nel 1929 conosce Umberto Saba a Roma e poi negli anni molti altri intellettuali come Carlo Emilio GaddaCesare Pavese e Pier Paolo Pasolini. Nel 1939 pubblica la sua prima raccolta di versi e nel 1957 vince il Premio Viareggio per la raccolta Poesie, pubblicata nel 1956. Con Stranezze nel 1977 vince il Premio Bagutta.

 

Catalogo NeriPozza

“Hotel degli insonni” Ralf Rothmann Neri Pozza Editore

 

“La memoria è il mio mestiere.”

Si può provare a smussare gli angoli, invertire i ricordi, tracciare linee di demarcazione tra realtà e finzione, scegliere uno scenario meno scosceso.

Inventare storie e tentare di far tornare a posto quei tasselli della Storia troppo taglienti.

Ma la letteratura è verità ed è la prima lezione che ci regala Ralf Rothmann.

Emerge sempre la brutalità dell’essere umano, la gelida freddezza nell’impugnare l’arma.

Essere demonio che può scegliere chi far precipitare dall’alto di una rupe.

Osservare la morte da spettatore di una danza macabra dove non c’è posto per i sentimenti.

I racconti in “Hotel degli insonni”, pubblicato da Neri Pozza Editore e tradotti da Enrico Arosio, sono variegati, rigorosi.

Si percepisce l’ambivalenza che si fa presenza e fa oscillare i personaggi.

Chi soccombe di fronte al destino, chi nel volo cerca una liberazione, chi sente sulla pelle il brivido di un’incompiuta.

Una nota dispersa nel cielo di una città compromessa.

Dove il muro è roccaforte, colpa che lascia tracce.

Berlino appare e scompare come uno spettro portandosi dietro detriti di vite.

Esiste la forza disperata di chi nella scrittura ricuce gli strappi senza voler dimenticare.

E quando la tirannia è familiare è difficile costruire bozzoli protettivi, fuggire dalla maledizione di una genetica perversa.

“Il suo viso, sebbene fosse intatto, aveva qualcosa di anomalo, di disallineato, come se ci stesse guardando ancora, ma da dietro uno specchio andato in frantumi.”

Quei vetri rappresentano l’annullamento, il cerchio che si restringe fino a diventare un puntino.

Da quell’ombra che resta sulla terra riusciamo a intravere ciò che rimane.

Non solo macerie sparse e paesaggi desolati.

È la linea che si assottiglia e poi si ispessisce, è la speranza che vorrebbe fiorire, è la parola che libera il dolore.

“Un lieve fremito del cuore” e si cerca il mare.

Acqua che purifica ed assolve, lasciando ad altri il compito di farsi arbitri della giustizia terrena.

 

“Il caso Agatha Christie” Nina De Gramont Neri Pozza Editore

 

“È faticoso a volte recitare una parte”.

Leggendo “Il caso Agatha Christie”, pubblicato da Neri Pozza Editore e tradotto da Massimo Ortelio, si ha la sensazione di assistere ad una commedia dove ognuno indossa una maschera per celare la sua vera natura.

Andando più in profondità ci si rende conto che questa ambiguità é una mossa strategica geniale perché permette di analizzare il personaggio e il suo doppio.

Partendo da un evento realmente accaduto Nina De Gramont costruisce un romanzo pazzesco che si sviluppa su più traiettorie temporali.

La scomparsa della famosa scrittrice dopo aver saputo che il marito la sta abbandonando scegliendo la giovane amante è causa scatenante di un’avventura che tiene incollati alle pagine.

Voce narrante è proprio la traditrice, di estrazione sociale povera, con un passato carico di segreti.

Una gravidanza fuori dal matrimonio, un amore impossibile, l’espiazione per il peccato di aver ceduto al desiderio.

Due scenari: Inghilterra e Irlanda, entrambi bigotti e oppressivi.

Mentre la guerra con la sua ferocia scombina destini già scritti, i prezzi da pagare sono altissimi.

Una storia di costume?

Certamente il quadro sociale è ben delineato ma le tracce narrative sono tante.

Nelle parole dell’amante c’è una nota stonata: perché preoccuparsi tanto delle sorti dell’avversaria?

Il mistero nel mistero mentre l’atmosfera ha i colori di un noir.

Due donne caratterialmente diverse e qualcosa che potrebbe dividerle e le unisce.

Chi è veramente Agata Christie?

Finalmente senza veli ci appare come una figura che al suo tempo prova a ribellarsi.

Lo fa con le armi dell’intelligenza costruendo ad arte una sparizione senza preoccuparsi dello scandalo.

Un finale che lascia senza fiato dimostra quanto certi sentimenti siano difficili da estirpare.

Da questo libro si impara molto, è un inno a tutte coloro che hanno perso qualcosa e vogliono riconquistarlo.

Non importa quale sarà il risultato, bisogna comunque lottare.

È esperienza letteraria intensa, curata nei dettagli, raffinatissima nella scrittura che sa coniugare più stilemi.

Fatevi un regalo, leggetelo!

 

 

 

 

 

“La scultrice” Pia Rosenberger Neri Pozza

 

Pia Rosenberger ci regala la bellezza incontaminata dell’arte.

Trova le parole giuste, gli accostamenti semantici, gli scorci paesaggistici perfetti.

La sua prosa divampa di entusiasmo.

È prova che la passione non si può tacere.

Sceglie come protagonista una donna e con tratti poetici riesce a restituirci l’artista.

Camille Claudel è esempio da imitare.

La sua tenacia di fronte agli ostacoli lascia senza fiato.

La prima resistenza la subisce in famiglia, dalla madre che ha occhi solo per il fratello.

Altre saranno le montagne ripide che dovrà affrontare.

Quando si trasferisce a Parigi ha diciassette anni da compiere e un sogno da realizzare.

Sa che ha le potenzialità per diventare scultrice e l’Académie Colarossi è il trampolino di lancio.

Fin da bambina si è dedicata alla scultura sostenuta dal padre che crede in lei.

La vediamo modellare e trasformare la materia mentre i sensi sono all’erta.

È il mistero della creazione, la nascita della vita.

“La scultrice”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Alessandra Petrelli, è scritto con la competenza della studiosa d’arte e con il taglio romanzato carico di poesia.

Il quadro che ne emerge è non solo omaggio al talento femminile.

È la rottura di pregiudizi, la vittoria della determinazione.

È il sogno che diventa realtà, il sacrificio per raggiungere la meta agognata.

È la rappresentazione di un’epoca vivace culturalmente, lo snodo di entusiasmi condivisi.

Sullo sfondo Parigi come una regina ammantata di splendore.

La scrittrice indaga e scava nei sentimenti della protagonista, la denuda e la mostra travolta dall’amore.

Quando entra in scena Auguste Rodin tratteniamo il fiato.

È l’uomo capace di “trasformare un’opera di scultura insignificante in un capolavoro.”

È affascinante, a tratti misterioso, scompiglia la mente di Claudel.

“Perdono, dedizione, tenerezza – elencò Camille.

L’amore è più complesso del semplice eros.

È in grado di superare tutti gli ostacoli.”

L’amore è tormento e dolore ma non sarà mai resa incondizionata.

Una storia memorabile che si nutre del tragico sentimento di chi sa assumersi le proprie responsabilità.

Una figura indimenticabile restituita alla letteratura senza falsarne la vera identità.

Agenda letteraria tratta da “Casa Silvermoor” Tracy Rees Neri Pozza

“Nonostante tutti i miei tentativi di crescere bene, la vita mi aveva messo davanti lo stesso numero di strade che toccavano a tutti noi: una sola.

Lavorare in miniera.

E ora mi ritrovavo, dodicenne, a coltivare la disperata speranza di far cambiare rotta al mio destino.

Latimer si apprestò al compito successivo, risistemando i libri nell’armadio di legno che per noi era la biblioteca.

«Mi chiedevo, signore, se potrebbe esserci… se potessi…» Non avevo mai avuto tanto bisogno di andare in bagno, ma riuscii a trattenermi.

«Esiste la possibilità di continuare gli studi, signore? Pensate che io ce la possa fare? C’è qualcosa che posso fare nella vita a parte lavorare in miniera? Voi non potete aiutarmi, maestro? Vi prego».

«Senti, senti» disse lui alla fine infilandosi la giacca.

«Sei bravo nell’imparare quel che c’è scritto nei libri, forse, ma è chiaro che non hai appreso le lezioni più importanti.

Umiltà, accettazione, senso del dovere. Tu sei figlio di un minatore, Tommy, e nipote di un minatore.

Non provi rispetto per loro e per quello che fanno?»

«No, no!» risposi concitato. «Non volevo dire questo, signore… ma so che là fuori, oltre Grindley, c’è un mondo.”