“Anni sessanta” Maria Luisa Agnese Neri Pozza

 

“È sbagliato dimenticarsi del passato in quanto passato, perché è come togliere a un animale l’istinto.

E questo sarebbe come ucciderlo completamente.”

Maria Luisa Agnese sceglie De Andrè a conclusione di una commovente introduzione al suo “Anni sessanta”, pubblicato da Neri Pozza.

C’è l’urgenza di ribadire che bisogna mettere da parte la nostalgia quando si torna indietro.

È una tecnica che impedisce la manipolazione del ricordo, gli impedisce di essere falso.

Perché raccontare proprio quegli anni?

Come sono nati e soprattutto cosa hanno lasciato?

“Sembra di entrare in un mondo parallelo.

C’erano possibilità larghe e aperte che prosperavano insieme al Pil, salti di classe, di regione, tutto è possibile.”

È questa l’aria che si respirava mentre il jukebox diventava oggetto di culto.

L’approccio della scrittrice è scientifico, va per gradi, illustra il contesto familiare e sociale.

Ogni capitolo sviluppa una tematica con un criterio rigoroso.

Date e cifre significative si mescolano con il boom economico e il fermento culturale.

La scuola, la famiglia, le gite in Riviera, i primi amori.

Le feste, l’assenza di un’educazione sessuale, i viaggi di formazione: foto di un album che fa luccicare gli occhi.

Le letture e la smania di conoscere l’Oriente, i gruppi musicali e la difficile scelta tra i Beatles e i Rolling Stones.

“È l’Italia del Cantagiro, del Festivalbar, del Disco per l’Estate, sembra modellata sul Giro Ciclistico, dove il carrozzone del giro della canzone – inventato da alcuni impresari dell’epoca, Gianni Ravera, Ezio Radaelli e Vittorio Salvetti – è acclamato a ogni tappa, piano piano la musica da ingenua e spontanea si sta trasformando in prodotto studiato per fare soldi e creare posti di lavoro.”

Le pagine dedicate ai cantautori sono viaggi all’interno delle città mentre “Contessa” crea uno spartiacque politico.

La minigonna e lo spirito di ribellione, la tv e il teatro, la scoperta di Pavese e i film di Bertolucci.

Correndo molti perdono la rotta, altri conoscono la meditazione e noi, poveri reduci, cerchiamo con tenacia di non disperdere le energie positive.

Si assapora “un mix di madeleine private e pubblici cambiamenti.”

“Le vie dell’Eden” Eshkol Nevo Neri Pozza

 

“Forse evitiamo di domandare quando abbiamo abbiamo paura di conoscere le risposte.”

Silenzi che ingigantiscono ipotesi, costruiscono scenografie inesistenti, nascondono la verità.

Si rischia di travisare la realtà creando illusionistiche percezioni.

L’altra viene idealizzata, diventa sembiante di ciò che manca.

L’ego trasferisce il suo disagio attraverso un trasfert pericoloso.

Quanto finalmente si osservano i fatti con lucidità si smonta il castello di menzogne.

Resta l’amarezza di essere stati raggirati dagli altri e da se stessi.

Il nostro tempo viene narrato al rallentatore, le immagini sono ingrandite, i sentimenti sublimati.

Tre racconti compongono “Le vie dell’Eden”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Raffaella Scardi.

Per trovare il punto di unione bisogna osservare la psiche dei personaggi, confrontare le analogie, mettere insieme i pezzi di un unico incredibile puzzle.

Omri è archetipo dell’uomo insoluto, con un fallimento matrimoniale alle spalle cerca la sua chimera.

Pensa di averla trovata in Mor e la travolgente sensazione di libertà naufraga senza clemenza.

Chi è veramente la donna dai riccioli ribelli?

Quali segreti sta celando forse anche a sè stessa?

Dipanare la tela dei sospetti non è facile e nella stessa rete viene imprigionato Asher Caro.

Attratto da una giovane specializzanda pagherà cara la sua morbosa attenzione.

Dovrà rivelare ciò che per anni ha provato a dimenticare, imparare a perdonarsi.

Terza protagonista è una donna e le prospettive cambiano.

Anche lei ha commesso un’infrazione e dovrà dimostrare la sua innocenza.

Entrambi sono in bilico in un precipizio, stanno per perdere tutto.

Essere onesti con sè stessi sarà l’unica via di scampo.

Eshkol Nevo tratteggia i volti dei nostri conflitti interiori, mette a nudo le debolezze, mostra il tallone di Achille.

Lo fa con quella leggerezza che gli è congeniale.

Crea una tensione narrativa altissima, irretisce in diversi intrecci che hanno l’obiettivo di svelarci chi siamo.

La scrittura è carica di mistero, sinuosa, ammiccante.

Non giudica e non deduce perché il compito dello scrittore è quello di far riflettere.

Nell’insonsabile labirito del non detto esistono le parole che possono salvarci.

Dobbiamo trovarle e imparare a tornare sui nostri passi quando ci siamo allontanati dalla riva.

Non sempre il mare accoglie, spesso affila le sue armi tentatrici.

Sta a noi ritrovare l’equilibrio, togliere le maschere e guardarci allo specchio.

Senza timore ma con il coraggio di chi non ha paura delle sorprese.

Ad accompagnarci in questo viaggio metaforico la musica, pronta a soccorrerci e a sostenerci.

La vita è una scommessa e bisogna essere se stessi.

Sembra facile ma non lo è.

Il romanzo è un ottimo vademecum da rileggere quando le nubi si fanno spesse e celano i nostri veri istinti.

 

 

“La mia fuga da Kabul” Asmā Neri Pozza

 

Giorno zero, il nastro di un progresso lentamente conquistato si riannoda su se stesso.

Sono tornati con i loro sguardi truci a far scendere la notte sui cieli dell’Afghanistan.

Il cielo si colora di lampi mentre gli spari suonano come campane a morte.

Abbiamo assistito sgomenti alle immagini che arrivavano nelle nostre case.

Inconcepibile per noi occidentali la perdita della libertà, terribile l’idea che una terra possa diventare deserto dove muore la speranza.

Il tempo è passato e, presi dalla frenesia del nostro ingombro presente, abbiamo cancellato ciò che era successo.

Neri Pozza ci regala una testimonianza che fa tornare la memoria imponendo una riflessione profonda.

Chi siamo noi, fragili pupazzi nello scacchiere internazionale?

Cosa ne sarà dei bambini, delle donne, degli uomini che sono costretti a convivere con le terribili leggi dei talebani?

Dopo aver letto “La mia fuga da Kabul”, curato da Pier Luigi Vercesi, sentiamo di essere stati complici di un silenzio assordante.

Il diario di Asmā ci fa sentire vicini a questa giovane che con pacatezza racconta la sua esperienza.

Nata in Pakistan a quattro anni torna a Kabul insieme alla famiglia.

Crede nelle tradizioni del suo popolo ma non rinuncia a studiare.

Sta per partire per un master in Italia insieme al fidanzato quando “il mondo le crolla addosso.”

“Ho capito che l’Afghanistan, per me, è come una madre e la sua gente una famiglia.”

L’inica salvezza prevede la fuga da una città irriconoscibile.

Il sottotitolo del libro è “Diario dei cinque giorni che mi hanno ridato la libertà”.

Bisogna tentare di salire su un aereo che la porterà via grazie all’aiuto di in insegnante italiano.

La narrazione riporta la verità di quei tragici giorni, il terrore e il senso di precarietà.

Le foto che accompagnano il testo mostrano una folla di disperati che cercano di salvarsi mentre gli invasori mostrano ancora una volta la loro ferocia.

Le descrizioni hanno una forte carica emotiva e sono impreziosite dalle riflessioni molto mature di chi sa che sta facendo un passo decisivo.

Lasciare i genitori significa sradicare una parte di sè, accettare la resa.

Le cene e i piatti tipici, le attenzioni per l’ospite, le feste di fidanzamento e le promesse prima del matrimonio: entreremo in punta di piedi all’interno di una cultura antica.

Sentiremo il calore di una comunità che ha sempre sognato la pace.

Quando l’aereo finalmente si mette in moto restano le lacrime a sciogliere quel grumo di emozioni inespresse.

I versi del poeta Sulaiman Layeq sono un invito a non lasciarsi sopraffare mai dalla disperazione.

Da leggere per non dimenticare.

 

“Caro Pier Paolo” Dacia Maraini Neri Pozza

 

“La originalità di un poeta non consiste in quello che argomenta razionalmente,

ma nel passare attraverso le strette fessure della realtà

per cogliere i lampi della sua luce nascosta.

Non è cosí?

Tu sei stato bravissimo in questa operosità da cercatore d’oro.

Hai scavato setacciando la terra nera e anonima,

per raggiungere quei piccoli grumi di oro puro che volevi mostrare al mondo.”

Parole accorate dove forte è il rimpianto e la malinconia.

Desiderio di narrare non solo lo scrittore ma la complessità dell’Uomo.

Quell’anarchia solitaria che gli permetteva di osservare senza lasciarsi influenzare dalle ammucchiate culturali, la relazione tra corpo femminile e sacralità, la mitizzazione della figura materna, la necessità di elaborare un proprio percorso intellettuale.

“Caro Pier Paolo”, pubblicato da Neri Pozza, non è uno dei tanti saggi su Pasolini.

È molto di più, incontro e amicizia, vissuto condiviso e fermenti culturali.

Viene descritta una figura poliedrica che ha saputo utilizzare più forme espressive cercando in ognuna di stabilire  delle priorità.

La poesia di denuncia, il cinema come rielaborare della tragedia, il saggio dal taglio fortemente rivoluzionario, i pezzi giornalistici sempre dalla parte di una giustizia non di forma ma di sostanza.

Ci si chiede il perché Dacia Maraini attinga al sogno dove appare l’amico che ha accompagnato il suoi giorni.

Attraverso la visione notturna è arrivato un imperativo morale, una chiamata alla quale non è possibile sottrarsi.

La scrittrice regala  i viaggi condivisi, le lunghe chiacchierate.

Una filograna sottile di ricordi che scandiscono un tempo storico ed aiutano a comprendere il peso della Cultura in quegli anni.

Si filtrava la realtà e il quadro che emergeva non sempre mediava con il potere.

Si pagavano dei costi e Pasolini è stato vittima sacrificale.

Della sua morte molti passaggi sono avvolti nel mistero.

Certamente andò incontro alla fine a testa alta, profetta e vate anche di quell’ultima messinscena.

Tante le immagini tenere, affettuose, emozionate.

“Ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi.

Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e di doloroso.

Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero.

Ecco, io ti immagino ora cosí, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è piú ostile, sgusciato dai sensi di colpa, anche se mai davvero libero dalla ricerca perenne di una madre troppo amata e di un «fanciullo pascoliano che voleva abbracciare la vita ma veniva preso a calci.”

A me piace osservare una foto forse spiegazzata.

È quella che rappresenta meglio uno scrittore immenso.

“e sono qui solo come un animale senza nome: da nulla consacrato, non appartenente a nessuno, libero d’una libertà che mi ha massacrato.

Versi da ricordare e tramandare perché invitano “a camminare verso” con coraggio e determinazione.

“In lotta contro il destino” Albert Camus Nicola Chiaromonte Neri Pozza

 

 

“Lo scambio epistolare tra Albert Camus e l’intellettuale italiano Nicola Chiaromonte è innanzitutto la testimonianza, talvolta commossa e commovente, dell’«amicizia tanto intensa e pudica» che unì questi due uomini tra il 1941 e la morte dello scrittore francese avvenuta nel 1960.”

Leggere “In lotta contro il destino”, pubblicato da Neri Pozza, tradotto da Alberto Folin e curato da Samantha Novello, significa comprendere il senso profondo dell’amicizia.

Una condivisione di passioni e valori, uno scambio improntato al rispetto dell’altro.

Due intellettuali che si confrontano sulla condizione umana nei suoi molteplici aspetti.

Dalla letteratura alla filosofia alla spiritualità: un excursus che arricchisce ed esalta il lettore.

Si vive un tempo storico percependone le contraddizioni e i conflitti, si comprende cosa significhi cercare la verità, si vive l’ospitalità come assoluta disponibilità e slancio emotivo.

Si sente che si può trascendere il proprio destino attraverso la coscienza critica, che “l’assurdo è la distanza infinita che separa nell’uomo ciò che più intimamente  gli appartiene.”

Il testo può essere letto senza seguire l’ordine delle pagine ma costruendo un proprio personale itinerario.

Suggerisco di segnare su un quaderno i passaggi più significativi per avere la possibilità di riflettere con calma sugli infiniti spunti offerti.

Mentre il mondo va in frantumi le parole di questo meraviglioso saggio rappresentano “isole di resistenza”, valide e attualissime.

Colpisce la capacità di confidare i pensieri più intimi e in questo dialogo appassionato in controluce appare l’Uomo nuovo, il modello da seguire, la guida quando i passi si fanno incerti.

Il dialogo è onesto, puro, privo di infingimenti.

Conoscere il rovello interiore, le difficoltà nella scrittura, le incertezze quotidiane è un dono inestimabile.

Giganti che raccontano come essere intransigenti con sè stessi, come mantenere un equilibrio mentale.

Un capolavoro da tenere sul comodino per non dimenticare che per migliorare bisogna avere il coraggio di mettersi in discussione.

“L’ultimo movimento” Robert Seethaler Neri Pozza

 

Se in “Una vita intera” Robert Seethaler ha raccontato l’esistenza di Andreas Egger, vittima di un destino che si abbatte impietoso su di lui, nella nuova prova letteraria, pubblicata da Neri Pozza e tradotta da Roberta Scabelli, l’attenzione si concentra sulla figura di Gustàv Mahler.

Una scrittura come una carezza, raffinata, leggera, fortemente lirica.

Il libro si apre con un’immagine di una bellezza estrema.

“A capo chino, il corpo avvolto in una calda coperta di lana, Gustav Mahler sedeva in una parte a lui riservata del ponte di passeggio dell’Amerika, aspettando il mozzo.

L’oceano era una distesa grigia e inerte nella luce mattutina.

Non si vedeva nulla tranne i fuchi di mare, che galleggiavano in superficie in isolotti viscosi, e un bagliore piuttosto strano all’orizzonte che però, come gli aveva assicurato il capitano, non significava assolutamente nulla.”

Solitudine e sofferenza mentre il mare asseconda il flusso di pensieri.

Non l’uomo famoso ma colui che sa di essere arrivato alla fine di un percorso.

“Lui non aveva ancora cinquant’anni ed era già un mito: il piú grande direttore d’orchestra della sua epoca e forse di tutti i tempi a venire.

Eppure scontava quella fama con il dramma di un corpo che si consumava.

Non si era mai sentito sano.

Era una tara di famiglia: dei tredici fratelli e sorelle, sei erano morti in tenera età, tanto che il bambino Gustav poteva già essere definito un sopravvissuto.

Fin dagli anni della scuola aveva sofferto di emicranie, insonnia, vertigini, tonsille infiammate, emorroidi dolorose, stomaco irritabile, cuore irregolare.”

Fluttuano i ricordi e diventano presente.

La morte dell’amata figlia, l’abbandono della casa, l’infanzia tormentata da un susseguirsi di patologie, il viaggio a Parigi.

Cartoline che sfumano e si confondono con il volo degli uccelli.

E poi lei, Alma, la donna di una vita.

Giovane, bellissima, presente con discrezione.

Il rimpianto per una giovinezza mai vissuta a fondo, solo la musica, la ricerca di perfezione.

Non sono gli applausi e i riconoscimenti ad interessarlo, lui vuole comporre.

Crede nel messaggio trasmesso attraverso le note, sente che solo così si può sentire vivo.

“Lavorare significava continuare a rimetterci mano.

Spesso, appena terminate le sue opere, le aveva di nuovo scartate, cancellate, stracciate, per ricominciarle subito da capo.

Il genio creatore, di cui si parlava di continuo all’Opera e nei circoli artistici viennesi, si manifestava per lo piú per suggerire immagini false e idee sbagliate.

Lui preferiva piuttosto affidarsi al proprio udito e ancor piú alla propria costanza. Bisognava prestare ascolto alle cose.”

Robert Seethaler non ci restituisce il mito, vuole regalarci il personaggio con le sue paure e le sue fragilità.

Che ha amato sempre con il timore di cedere troppo poco, che ha sognato una madre perduta, che nelle città visitate e nei teatri ha sentito sempre il gelo del proprio cuore oppresso.

Una storia bellissima che la musica amplifica e sulla scena le utime percezioni e la preghiera di non essere infelice.

 

 

“Ivy” Susie Yang Neri Pozza

 

“Ivy Lin era una ladra ma a vederla non si sarebbe detto.

Forse era quello il problema.

Nessuno la sospettava mai, e questo la rendeva avventata.

Sembrava talmente ordinaria e anonima che al cervello bastava un secondo per classificarla definitivamente: esile ragazza asiatica, silenziosa, esageratamente remissiva in presenza di adulti in divisa.

Il suo modo di camminare – spalle incurvate, testa bassa, braccia che oscillavano appena – la faceva passare inosservata come i piccioni e i portinai.”

L’incipit di “Ivy”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Laura Prandino, nel delineare i tratti della protagonista, non fa sospettare una trama che si rivelerà molto articolata.

Un romanzo mostra una netta rottura con la tradizione letteraria cinese e contiene parecchi elementi “disturbanti”.

Raccontare la trama significherebbe fare un torto ai lettori perché sono i numerosi “effetti a sorpresa” a creare una sorta di calamita.

Mi piace analizzare il lavorio mentale di questa giovane pronta ad integrarsi nella società americana.

Non può prendere per modelli i genitori, migranti di prima generazione.

Dovrà inventarsi un personaggio che può essere accettato.

Un ruolo fondamentale nel percorso evolutivo ha la nonna, ma attenzione.

Le similitudini sono semplicemente caratteriali e non sconfinano nello spazio ideativo della ragazza.

Susie Yang mette a confronto due mondi, dilata le crepe della comunità americana.

Mostra la mancanza di valori e l’attaccamento al superfluo.

In questo contesto disturbato la protagonista dovrà orientare le sue scelte.

Quanto influiranno i segreti di famiglia?

Cosa significa liberarsi dalla colpa?

Non è casuale la citazione del proverbio cinese:

“L’oca delle nevi non ha bisogno di lavarsi per essere bianca”.

Con una scrittura che sa essere spregiudicata l’autrice si interroga e ci interroga sulla possibilità di integrazione.

Ma la vera domanda è un’altra: si può tornare sui propri passi quando ci si accorge di essere impantanati nelle paludi del vizio?

Una prova letteraria interessante che in alcuni passaggi si fa tagliente e dolorosa.

 

“Un uomo sottile” Pierpaolo Vettori Neri Pozza

 

“Un uomo sottile”, pubblicato da Neri Pozza e vincitore della Quinta Edizione del Premio organizzato dalla casa editrice, è un omaggio non solo alla letteratura italiana.

Resterà nella storia di questo secolo turbolento come esempio di passione e rispetto per la parola scritta.

Racconterà ai nostri figli cosa significa credere in un progetto, idearlo, costruirlo giorno dopo giorno.

Studiare la scenografia, i minimi dettagli, la dinamica temporale.

Scegliere episodi significativi che danno spessore a una presenza che è guida e maestro.

Il protagonista, fabbro per mestiere, scrittore per passione, vuole ricomporre una vita spezzata.

Quando scoprirete il nome di questa misteriosa figura non potrete nascondere le lacrime.

Un uomo che ha segnato il Novecento riuscendo a dare una svolta alla narrativa.

Nei suoi libri la tensione che spinge verso l’alto, l’ineffabile poetica dell’irraggiungibile.

Eccolo con la sua eleganza d’altri tempi, il carattere mite, lo sguardo buono: Daniele Del Giudice.

Perché dopo due romanzi e pochi racconti ha smesso di scrivere?

Quanto la malattia è stata causa di questo lento, inesorabile allontanamento dalla scrittura?

Pierpaolo Vettori riesce a regalarci non una storia, ma la Storia, quella dell’uomo che combatte fino all’ultimo per salvare frammenti di passato.

Torna ai testi, li rilegge, ne cerca il senso.

“Faccio questo viaggio per capire cosa avrebbe o potuto scrivere se ne fosse stato in grado.

E voglio scriverlo io.

Per lui.”

Commovente passaggio di testimone che dà spessore alla Cultura, fucina di condivisione e scambio.

Ad intersecare la trama principale le amnesie della moglie Laura, i primi sintomi, il galoppare furioso di un disturbo che cancella il passato e il presente.

E l’amore completo, assoluto, la tenerezza nel farsi scudo, la pazienza nella tragica quotidianità.

“Siamo noi i distruttori.

Noi che abitiamo il tempo.

Dopo il nostro passaggio niente è più vivo, mobile, caldo.

Rimangono solo i ricordi, simili ad enormi monoliti preistorici, segnali muti di un’esistenza che la nostra testa di Medusa ha fissato per vivere.”

Si precipita e si osserva il vuoto, ci si aggrappa ai pensieri, al sogno di una notte chiara, a un bacio leggero, a una mano che non vuole lasciarti.

E osservando il volo di una gazza avere la certezza che ad accompagnarci restano i libri e il messaggio forte che trasmettono.

 

“Jungle nama” Amitav Ghosh Neri Pozza Editore

 

“La leggenda di Bon Bibi è un miracolo di ibridismo, combina infatti elementi islamici, indù e folklorici con tale scioltezza che è impossibile collocare la storia all’interno di una singola tradizione religiosa.”

“Jungle nama”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Anna Nadotti e Norman Gobetti, rielabora una antica leggenda attraverso una interpretazione attualissima dei valori fondanti del vivere civile.

Attraversata dalla poesia sembra un canto popolare che infondeva nelle comunità adiacenti alle foreste coraggio e determinazione.

Uno spirito temibile, Dokkhin Rai, semina il terrore con la sua furia devastatrice.

A controbilanciare questa figura negativa “due esseri dal potere certo.”

“Una era la Signora della foresta, Bon Bibi,

L’altro era suo fratello, Shah Jongoli.

Bon Bibi era forte, ma misericordiosa,

Shah Jongoli un guerriero di energia mostruosa.”

La trama potrebbe svilupparsi tra questi personaggi, gli ingredienti del Fantasy ci sono tutti.

Se fosse un romanzo di genere andrebbe benissimo e certamente terrebbe desta l’attenzione del lettore grazie ad effetti scenici ben dosati.

Conosciamo la maestria e la creatività di Amitav Ghosh e ci aspettiamo di più, che puntualmente arriva.

Entrano in scena gli uomini e il canovaccio si trasforma in una lezione culturale di altissimo livello.

Conosceremo l’avido “Dhona”, senza scrupoli di fronte all’ambizione di essere ancora più ricco, Mona, vittima dei capricci del fratello, Dukhey, “soprannominato “ragazzo triste”.

In un viluppo di avventure si scontra l’uomo con i suoi vizi e quando tutto sembra perduto succede il miracolo a riordinare le carte di un destino che potrebbe essere fatale per il più debole.

Vince il canto e la poesia, trionfa la giustizia.

Scrive l’autore nella postfazione:

“L’attuale crisi planetaria ha ribaltato gran parte delle consuete convinzioni e aspettative, anche rispetto alla letteratura e alle forme letterarie.

Nei tempi andati, storie come questa sarebbero state considerate infantili, e perciò roba per bambini.

Ma è ogni giorno più evidente che simili storie si fondano su una comprensione della condizione umana più profonda rispetto a molte narrazioni considerate serie e adulte.”

Le illustrazioni di Salman Toor sono “illuminanti”, domina il tratto nero, deciso, netto quasi a sottolineare una ulteriore interpretazione.

Nell’animo umano si annidano sentimenti contrastanti, spinte negative e positive che dovranno giocare una partita complessa e a volte pericolosa.

A noi il compito di stabilire il vincente ricordando sempre che esiste un segreto per essere felici.

Quale?

A voi il piacere di scoprirlo grazie ad un testo prezioso ed educativo.

“Le stanze del tempo” Piera Ventre Neri Pozza

 

“Cos’è una casa?

Come ci si affeziona?

In quale modo la si riconosce come propria?”

Leggere “Le stanze del tempo”, pubblicato da Neri Pozza, significa entrare nel ripostiglio della memoria, dove sono accatastate in disordine le nostre planimetrie sentimentali.

Un intonaco sbrecciato, le camerette inutili, una lacrima nascosta, una superstizione, “uno sbrendolo di panorama d’adozione”, il trasloco, nuovi volti e finestre spalancate, imperfezioni intraviste: un album di foto che portano indietro gli orologi.

I vapori nella cucina della madre tra pensili che trasudano odori, la condensa sui vetri, la luce storta dell’inverno: entriamo ed osserviamo rapiti gli oggetti di sempre.

“C’è una piccola libreria in ferro battuto piena di volumi affastellati.

Un divano coi cuscini a scacchi bordò e gialli.

Un armadio e, da qualche tempo, un letto.

Il suo.”

In questi spazi senza età ci sentiamo protetti e risentiamo con emozione un profumo a noi caro, giriamo per le stanze e cerchiamo presenze che non ci sono più.

Gli innamoramenti e lo stupore delle estati tra feste di paese e poi come per incanto una ristrutturazione e tutto cambia forma.

Il romanzo segue percorsi differenti, ogni capitolo è una scoperta, un’amicizia, uno strappo, una perdita, lo sguardo su un giardino, una pietra irregolare, un piccolo saltello e si varca il portone.

C’è la città senza nome e la riconosciamo per il suo inconfondibile fascino contradditorio, i paesi e le piazze, i giardini e l’odore della legna arsa.

La magia delle parole che scorrono e rilasciano sensazioni che erano perdute o forse solo dimenticate.

“So che le cose si perdono e che quando avviene bisogna rassegnarsi a un abbandono.

Forse è questo che vuole insegnarci un pò, la casa.

Addirittura nell’asilo nostro, quello più intimo, di luci accese e cantucci nei quali rifugiarci, e cucine piene di calore e letti comodi, può succedere di smarrire, e di smarrirsi.”

Bisogna cedere il rimpianto, abbandonare quel ritaglio emotivo che ci è stato compagno e riprendere la via.

Pietra Ventre ha una scrittura intuitiva, ipersensibile, colorata.

Si racconta con quella che può apparire timidezza.

È invece la concentrazione di chi alla parola scritta affida il compito di plasmare il ricordo, renderlo collettivo.

Un romanzo che sa di riconciliazione e di abbandono al sogno di ciò che potrebbe essere e non è.