“La mia proprietà privata” Mary Ruefle NNEditore

 

“La tristezza grigia è la più comune di tutte le tristezze,

è la tristezza della sabbia nel deserto e della sabbia sulla spiaggia, la tristezza delle chiavi in tasca,

di lattine su uno scaffale,

capelli nel pettine, lavasecco e uvette.

La tristezza grigia è bella,

ma non va confusa con la bellezza della tristezza blu, che è insostituibile.”

La scrittura di Mary Ruefle è sublime e riesce a costruire incredibili percorsi immaginari.

Si entra nel paese delle meraviglie tra metafore e simboli, cascate di parole e giochi di ombre.

La realtà subisce una metamorfosi, assume sembianze danzanti.

Esce dai binari della routine, si fa miracolo da osservare.

La percezione degli oggetti si dilata, diventa “un tempio che esiste ma per visitarlo bisogna percorrere duemila chilometri con le racchette da neve e su una slitta trainata da cani.”

Accanto alla trasposizione delle suggestioni traspare la fitta trama di un percorso personale di ricerca e di sofferenza.

Controllare il corpo, accettare la vecchiaia, lasciarsi affascinare dalle opere di Giacometti, credere che “ogni Cosa può trasformarsi in un baleno in Qualsiasi Cosa.”

È la magia della creatività, la voglia di sorprendersi.

Leggere “La mia proprietà privata”, pubblicato da NNEditore e tradotto da Gioia Guerzoni, è esperienza sensoriale che persiste e invade ogni cellula.

“Con la cosa dell’occhio vedevo che il panorama era incredibile, ma non potevo guardare.”

Il senso del limite è una lieve brezza che si insinua tra le pagine, è il conflitto tra essere e non essere, tra morte e vita.

L’autrice, come Omero, ha oltrepassato il confine della propria consistenza terrena e ci consegna la purezza del pensiero.

La letteratura continuerà a salvare il mondo grazie a scrittrici come Mary Ruefle.

Ci indicherà la strada della poesia e della grazia, il sentiero che ci riporta a noi stessi.

“Sei libera, libera di startene seduta sulla sponda a lanciare sassi, grata per i pochi anni o per il paio di decenni che ti rimangono e in cui puoi essere te stessa.”

“I figli del diluvio” Lydia Millet NNEditore

 

“La grande casa era stata costruita nell’Ottocento da qualche barone ladrone, un rifugio sontuoso per i mesi caldi.

I nostri genitori, le cosidette figure autoritarie, si aggiravano per le stanze dai soffitti alti e le grosse travi a vista, muovendosi con intenzioni vaghe e comunque non di interesse generale.

Adoravano bere: era il loro passatempo preferito, oppure, secondo uno di noi, una forma di culto.”

Un gruppo di ragazzini che riesce a osservare gli adulti con sconvolgente lucidità.

La mancanza di interessi, un misto di indifferenza e di rassegnazione sono descritti con una scrittura asciutta, tagliente, provocatoria.

“I figli del diluvio”, pubblicato da NNEditore e tradotto da Gioa Guerzoni, è un libro bellissimo da leggere e promuovere.

Nella trama articolata si evidenzia la dissimetria tra generazioni ma l’obiettivo del romanzo è molto più profondo.

Nella parte iniziale la ribellione dei giovani sembra una normale frattura, un elemento conflittuale indispensabile per crescere.

Quando scoppia la tempesta si ha un’inversione di prospettive.

È il finimondo che si scatena impetuoso.

“Al buio il tempo si fonde, il giorno diventa notte e la notte giorno, e senza corrente la casa sembra inerte e fragile contro il vento.”

Le immagini apocalittiche fanno pensare ad una svolta ambientalista.

Nella reazione del gruppo di amici c’è una consapevolezza che nasce dalla riflessione.

Il bisogno di salvarsi insieme agli animali prendendo spunto dalla Bibbia sono tasselli di una visione non più antropocentrica.

Ogni pagina si arricchisce di nuove avventure, tutte legate dallo spirito di sopravvivenza.

Non mancano gli accenni poetici.

“Io me ne sto a guardare i cavalloni e il cielo.

È la mia attività preferita al mare.

Cerco di scoprire nelle distese di acqua e aria, spingendo l’attenzione sempre più in alto, attraverso l’atmosfera, finché riesco quasi a immaginare di vedere la Terra.

Come gli astronauti quando sono andati sulla Luna.”

Innocenza e consapevolezza: è questa la spinta che trasforma il testo in un manifesto utile per edificare un nuovo mondo.

E se è necessario tagliare il cordone ombelicale, confinare in un angolo quei rapporti affettivi che potrebbero far arretrare, non bisogna avere tentennamenti.

Lydia Millet racconta il nostro tempo usando diverse strategie letterarie.

Dare voce ad una delle ragazzine significa offrire uno spiraglio di speranza.

Credere in chi riuscirà a salvare il Pianeta perché ha ancora sogni e progetti.

“Le nuvole e la luna.

La terra e i sassi, l’acqua e il vento.

Sai, la chiamiamo speranza.”

Affidarsi alla Scienza, imparare ad entrare nell’Ordine dell’Universo da protagonisti e non da sudditi, costruire per coloro che ci saccederanno.

Una splendida lezione di vita.

 

“La sposa del mare” Amity Gaige NNEditore

 

“Vuoi che io e i nostri due bambini piccoli viviamo con te su una barca in mezzo al mare?

Solo per un anno, disse lui.

Ma io non ho nemmeno la minima idea di come si va a vela, Michael!

Non è affatto necessario che tu ce l’abbia, disse lui.

Basta che tu sappia in quale direzione puntare la barca.

Il resto te lo insegnerò io, mentre veleggiamo.

Sei pazzo, dissi.”

“La sposa del mare”, pubblicato da NNEditore e tradotto da Laura Noulian, fa vivere esperienze indimenticabili.

Un viaggio in barca a vela con il vento e la tempesta, il giorno e la notte, la luce e il buio.

Forti contrasti che fanno da cornice ai protagonisti.

Il romanzo si sviluppa partendo da un accenno al finale e procede in un crescendo di tensione e di attesa.

Julien riporta gli eventi e Michael scrive il diario di bordo.

In questo alternarsi di voci conosciamo il percorso interiore di entrambi, le diversità e le difficoltà a sentirsi coppia.

“È vero: la storia è scritta dai vincitori.

Ecco perché abbiamo bisogno dei poeti.

Per cantare le sconfitte.”

La poesia è presenza costante, immersione in un mondo di parole che allontana la paura di vivere.

Per la figura femminile il passato è un ingombrante fardello, le gravidanze hanno acuito il dolore.

Amity Gaige introduce con intelligenza diverse deviazioni nel percorso narrativo.

Affronta la crisi matrimoniale con uno sguardo puro, libero da pregiudizi.

Denuda il costrutto e ci introduce alla vita reale, quella che fa tremare i polsi, fa piangere e ridere.

Mostra quanto sia difficile essere felici, abbandonarsi a sogni.

I versi di Anne Sexton si scompongono come petali e si ricompongono quando diventano esperienza altrui.

Un libro per chi ama il sussurro del vento.

Per chi guardando il mare percepisce il suo ipnotismo.

Per chi ama il tempo che si allunga all’infinito.

Per chi crede che bisogna trovare la propria strada.

Per chi è stanco di sentirsi vittima.

Una scrittura che travolge ed insegna a resistere anche quando tutto sembra sbriciolarsi.

 

“Un lupo nella stanza” Amélie Cordonnier NNEditore

 

“La paura inconfessabile di non riuscire ad amare quel bambino, quel neonato dal colore indefinito, che non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il figlio che avrebbe desiderato.”

La scoperta sconvolgente che il piccolo Alban è mulatto, una verità che sgomenta e tormenta.

“Un lupo nella stanza”, pubblicato da NNEditore e tradotto da Francesca Bononi, è la confessione senza veli di una donna che non sa accettare la verità.

Quella verità che le hanno negato e che le appartiene.

È stata adottata e quel colore è la macchia di un’identità incerta.

La scrittura è appassionata, frenetica, senza pause.

Il lettore deve fermarsi più volte, entrare nel circolo vizioso della narrazione.

Sentire i mutamenti di tonalità, il groviglio di sentimenti che si attorcigliano fino a provocare un senso di vertigine.

Come si può prendere le distanze dalla propria creatura, non accettarne l’esistenza?

Amélie Cordonnier mette in scena un dramma intimo, straziante che non prevede compagni di viaggio.

L’elaborazione mentale si fa serrata, le parole cercano di esprimere l’inesprimibile.

Bisogna seguire questa donna ferita, tornare al passato, al trauma dell’infanzia.

Comprenderne la paura e la vergogna.

Assistere ad una lenta inesorabile distruzione dell’identità materna.

“Sprofonda in un luogo senza parole.

La testa è un terreno abbandonato pieno di solchi dai quali cresce una paura incontrollabile.”

Il romanzo si sviluppa su un piano irrazionale che accelera portando a passaggi fondamentali.

Riannodare i fili della ragione, ritrovare il luogo e la voce del padre.

Tornare ad essere carne e sangue.

Il linguaggio sa essere lirico e straniante, la trama non segue una direzione lineare.

La mente si libera da ogni sovrastruttura e in questo spazio di assoluta sincerità il testo tocca le profonde corde del cuore.

Da assaporare lentamente seguendo il ritmo della purezza del pensiero.

Un finale che merita di essere approfondito e meditato per comprendere che le battaglie difficili si vincono insieme.

 

 

“Sotto la falce” Jesmyn Ward NNEditore

 

“Dal 2000 al 2004, cinque ragazzi neri con cui sono cresciuta sono morti, tutti di morte violenta, senza alcun collegamento apparente l’una con l’altra.

Il primo è stato mio fratello, Joshua, nell’ottobre del 2000.

Il secondo è stato Ronald, nel dicembre del 2002.

Il terzo è stato C.J. nel gennaio del 2004. Il quarto è stato Demond, nel febbraio del 2004. L’ultimo è stato Roger, nel giugno del 2004.

È una lista crudele, nella sua immediatezza e nella sua implacabilità, ed è una lista che ammutolisce.

Ha ammutolito me per molto tempo.

Dire che è difficile è un eufemismo; raccontare questa storia è l’impresa più difficile che abbia mai affrontato.

Ma i miei fantasmi, un tempo, sono state persone, e io non posso dimenticarlo.

Non posso dimenticarlo quando cammino per le strade di DeLisle, strade che sembrano ancor più spoglie dopo Katrina.

Strade che sembrano ancor più vuote dopo tutte quelle morti.”

La scrittura come ricerca di pace, necessità di assorbire il dolore, trasformarlo in esperienza collettiva.

“Sotto la falce”, pubblicato da NNEditore e tradotto da Gaia Cenciarelli, va letto con rispetto.

È una memoria che scava tra i ricordi, affonda le radici nella materia aspra di una comunità che ha pagato prezzi altissimi.

È il sogno infranto di tanti giovani neri considerati inadeguati, schiacciati dal peso di un razzismo subdolo e vorace.

È la resistenza delle donne che hanno cresciuto da sole i figli senza tirarsi indietro, rinunciando ai sogni.

È l’America che nessuno racconta perché scomoda, ingombrante, lacerante.

La narrazione procede per scarti temporali e in questa asimmetria si compone una Storia che coinvolge più generazioni.

L’uso della cocaina come anestetico sociale, l’abbandono scolastico come triste conseguenza di un’istituzione che scarta e decide chi merita di andare avanti.

Jesmyn Ward ha una voce con timbri diversi.

Sa esprimere le proprie ferite e al contempo riesce a offrire un quadro sociale molto duro.

È poetessa e rivoluzionaria.

Ferita ma non sconfitta.

Orgogliosa e infelice.

Mostra i cedimenti, la rabbia, il risentimento.

Insegna che bisogna continuare a scrivere, urlare la propria presenza, difendere i propri diritti.

Ricordare chi non c’è più e camminare con la schiena dritta verso un futuro tutto da scrivere.

“Il country club” Howard Owen NNEdizioni

 

In “Il country club”, pubblicato da NNEdizioni e tradotto da Chiara Baffa, torna un personaggio che avevamo conosciuto leggendo “Oregon Hill”.

A Willie Black ci si affeziona perché è l’antieroe per eccellenza.

Giornalista incapace di obbedire agli ordini e alle imposizioni della testata per cui lavora, con una vita sentimentale parecchio movimentata, una figlia che ama profondamente, una famiglia d’origine molto particolare, sa essere voce narrante che trascina in una storia dai tanti risvolti sociali.

Il libro mostra un’America reale, quella dove i ricchi allungano gli artigli del potere pur di preservare una parvenza di irreprensibilità.

Pronti a celare verità scomode, a fare squadra, a rendere torbide le acque della giustizia.

Lo stupro subito da una giovane rampolla dell’alta società scatena reazioni a catena in una trama che non dà tregua.

Accusato ingiustamente è Richard Slade e non bastano trenta anni di carcere a cancellare una colpa inesistente.

È nero e appena uscito dal penitenziario grazie alla prova del DNA non ha scampo quando la ragazza viene uccisa.

Willie segue il caso con pazienza ed intelligenza, ricostruisce gli eventi utilizzando un metodo preciso.

Usa la testa e il cuore, non si lascia intrappolare da piste fuorvianti.

Il costrutto narrativo mostra una padronanza linguistica e stilistica da fuoriclasse.

Il ritmo è incessante, i dialoghi molto serrati.

Howard Owen racconta il razzismo senza eccedere in stereotipi.

Ne mostra gli aspetti sociali, destruttura una subcultura purtroppo dominante.

È incisivo perché dà voce a quella parte di popolazione che combatte ogni giorno.

Restituisce dignità agli ultimi, regala un barlume di speranza.

Da leggere e far leggere come testimonianza forte di una resistenza silenziosa ma forte, imbattibile, coraggiosa.

“Bull Mountain” Brian Panowich NNEditore

“Bull Mountain” è l’esordio narrativo folgorante di Brian Panowich.

Pubblicato da NNEditore, già nella traduzione è un esperimento riusciuto, frutto della collaborazione di più autori.

Non ci sono voci discordanti ma un equilibrio perfetto e uno stile secco, essenziale.

Nonostante sia stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016, sarebbe riduttivo incasellarlo in un unico genere.

Della saga familiare ha i tratti e se ne distacca cercando di cogliere non l’unità ma la conflittualità.

Allarga l’obiettivo su più generazione studiando con attenzione scientifica le tracce caratteriali.

Dal nonno al figlio ai nipoti sembra che si ripeta l’arroganza e la violenza.

Clayton Burroughs è l’eccezione, l’anello che interrompe una catena gerarchica.

“Sono lo sceriffo ignorante di un paesino minuscolo e mi sforzo di proteggere la gente… la brava gente di questa vallata… dall’infinita valanga di merda che scende di continuo dalla montagna, e dai membri delle confraternite universitarie dal grilletto facile che sono convinti di potersi spingere fin qui per dimostrare a noi bifolchi quanto sono cazzuti.”

Nello scontro tra Bene e Male si sviluppa un crescendo emotivo che avrà il suo apice nel finale.

L’autore si concentra sulle reazioni dei personaggi che vengono narrati attraverso uno sguardo tridimensionale.

Non è una guerra tra buoni e cattivi ma un tentativo di rinascita, il bisogno di cambiare rotta.

Interessanti le figure femminili.

Annette è la vittima e non ha scelta.

“in un lampo di perfetta lucidità comprese che, non appena venuta alla luce la creatura che portava in grembo, il suo compito sarebbe giunto al termine. Sarebbe stata accantonata. I giorni di sesso sfrenato, di progetti per il futuro con il suo pericoloso marito e una prole devota, erano un sogno lontano e destinato a svanire. La vita da compagna e confidente di un uomo eccitante e autorevole era finita. Per quella famiglia di soli maschi non sarebbe stata niente più di un’ingombrante cameriera. Gareth avrebbe insegnato ai figli a considerarla tale.”

Kate prova ad imporsi.

“Però non capisci che sono ancora terrorizzata. Sono passati undici anni, e ho ancora paura che rincasi una sera e mi confessi di voler seguire le orme di tuo padre. O, persino peggio, che non rincasi del tutto, lasciandomi sola a chiedermi se sei sepolto in una fossa chissà dove accanto a tutti quelli che non sono stati dʼaccordo con la tua famiglia.”

Importante è il rapporto con il luogo, considerato come proprietà privata e in quella che sembra una sfumatura si intravede una concezione egocentrica e possessiva.

Con grande abilità lo scrittore raccontando una piccola comunità riesce a definire i confini di un universo ben più ampio.

È la prevaricazione e il dominio, l’assenza di filtri inibitori ma è anche il rimpianto, la nostalgia e il rimorso.

Una prova letteraria da assaporare lentamente in attesa di scoprire cosa succederà.

 

 

“Naviga le tue stelle” Jesmyn Ward NNEditore

“A mia nonna materna, Dorothy

La prima narratrice della mia vita.

Nata avvolta in una membrana consacrata

Ai sogni premonitori, vede al di là di noi

Senza smettere mai di guardarci.

Da sempre tiene unita la famiglia:

Per noi si è fatta strada nell’oceano più buio

E tra le montagne più selvagge.

La amerò sempre

In questo mondo e nel prossimo.”

La dedica di “Naviga le tue stelle”, pubblicato da NN e tradotto da Alessio Forgione, è preludio di una forte emozione che accompagnerà il lettore.

Un memoriale per chi non ha approdi sicuri.

Una guida per chi non crede più nei sogni.

Il racconto di un’esistenza che ha lottato, sudato, patito.

La storia di una comunità “povera, rurale e prevalentemente nera.”

In una famiglia che è stata costretta a sopravvivere accontentandosi di lavori umili Jesmyn Ward comprende che l’istruzione è la sua salvezza.

“Facevo il possibile per entrare in una buona università, la via di uscita dal futuro limitato che sentivo stringermi il collo, che minacciava di soffocarmi.”

È giovane e non sa che il salto sociale non è così automatico.

Non ci sono carte vincenti o santi in paradiso.

La strada è lunga, difficile con tratti scivolosi.

Il dolore può arrivare improvviso e recidere con una lama sottile gli affetti più cari.

Può scorticare la pelle, invadere il cuore.

Bisogna rialzarsi e fare piccoli passi.

“Lessi di più, per due anni e mezzo, lessi e, alla fine, scrissi e revisionai un racconto.”

La passione per la scrittura non basta.

Bisogna lavorare sodo, con passione e determinazione.

Basta leggere i romanzi della scrittrice per comprendere quanto la parola sia cercata, modellata, studiata.

Il testo breve, pronunciato alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University, è un messaggio e un invito al coraggio.

“Persevera, lavora sodo, affronta il rifiuto, e supera gli ostacoli fino a che non incontri un guardiano che ti aprirà una porta.”

Le pagine colorate, i disegni di Gina Triplett e la dolcezza dell’autrice regalano una speranza che difficilmente si spegnerà.

È il fuoco interiore di una donna che ha creduto in se stessa e non è poco.

“Tomato Red” Daniel Woodrell NNEdizioni

 

“Avevo bisogno di amici, e l’amicizia è un processo lento e contorto che necessita di un certo adattamento.”

Al giovane Sammy, protagonista e voce narrante di “Tomato Red, pubblicato da NNEdizioni e tradotto da Guido Calza, ci si affeziona fin dalle prime pagine.

Nonostante sia uno sbandato si sente una profonda empatia perchè è un buono, un angelo sfortunato finito nella parte sbagliata della Terra.

Del suo passato sappiamo poco ma da poche battute, celate nel testo, comprendiamo che la fortuna non lo ha mai sfiorato.

L’incontro con Jamalee e Jason Merridew è una luce nel panorama di una infinita solitudine.

Fratello e sorella che nella simbiosi di un sentimento forte ricompongono l’idea di famiglia.

“Avevo sempre voluto inserirmi da qualche parte, e gli unici che mi volevano erano questi due.”

Daniel Woodrell racconta l’emarginazione e la rabbia, la mancanza di opportunità, la voglia di speranze.

La sua America ha i colori delle disuguaglianze sociali che nel corso della narrazione si fanno sempre più evidenti.

I tre giovani provano ad inventare strategie per uscire da un limbo insopportabile.

“Qui la scuola destinava quelli come noi alla discarica.

Alla montagna di spazzatura che perde tempo nei bar più schifosi e ogni tanto fa un lavoretto a salario minimo.

Il nostro futuro a West Table è stato deciso e stabilito lo stesso giorno in cui siamo nati.”

Il romanzo che non manca di risvolti noir contiene e sviluppa più generi letterari.

Se è vero che la suspance intride la trama il ritmo è quello di una storia di avventura.

Avventura anche solo immaginata ma capace di regalare il film accelerato della psiche dei personaggi.

Figura interessante è quella di Bev, madre sui generis, che con un cinismo costruttivo riesce a smontare il peso di un’esistenza complicata.

La scrittura sa essere ironica e dura, commovente e tragica.

Una denuncia sociale che va letta con la consapevolezza che si può essere eroi quando si è disposti a darsi completamente agli amici.

Eroi che dal fango sanno uscire trasformando il loro piccolo spazio in un giardino di condivisione.

Da leggere in una notte dove tutto appare confuso.

Rischiarerà il nostro cammino.

“Il blu delle rose” Tony Laudadio NNEditore

“Il blu delle rose”, pubblicato da NNEditore, è un romanzo coraggioso e provocatorio.

Ambientato nel 2047  ha sfumature distopiche che servono a tracciare un percorso morale.

La scoperta del gene C, che “porta l’essere umano a delinquere”, è pretesto per raccontare la relazione tra scienza e coscienza.

L’umanità descritta da Tony Laudadio ha perso la libertà di scegliere.

“Ogni gravidanza deve essere controllata da un apposito ufficio, su ogni segnalazione di ogni ginecologo del territorio nazionale.

La presenza del gene criminale, il gene C, appunto, comporta l’interruzione coatta e immediata della gravidanza.

È una sorta di vaccino sociale, una profilassi che le civiltà moderne non potevano non effettuare, visto il dilagare del comportamento criminale.”

Assistiamo al conflitto interiore della scienziata Elisabetta Russo, figura che sa interpretare la graduale focalizzazione della realtà.

Lo scrittore compone una trama complessa che regge con intelligenza il tessuto narrativo.

Introduce personaggi che hanno storie personali complicate e in questo studio attento della psiche di ognuno si intravede il bisogno di tracciare un confine tra surreale e quotidianità.

I titoli dei capitoli sono evocativi e poetici rallentando il senso di spaesamento del lettore che entra in un mondo dove la tecnologia ha sostituito il sentimento.

“A volte è maggiore il bisogno di amare che di essere amati.”

L’amore è un presentimento, un risveglio, un colore che stempera il monotono colore di città fantasma.

È la vita che preme con urgenza, creando complicità tra simili, sfidando il potere.

Un testo elaborato con cura che aiuta a “prendere la paura e sbriciolarla come una pietruzza d’argilla secca”.

Un invito a cogliere il richiamo della Natura, il sussurro del mare, la carezza di un amico.

Un’occasione per riflettere sul ruolo della ricerca scientifica, della manipolazione genetica e di cause ed effetti di ogni nostro atto.

La ricerca di “storia, di passato, di nostalgia, di vecchi fantasmi.”