Intervista a Lucia Calamaro autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Lucia Calamaro, autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

 

Il dubbio pervade “Nostalgia di Dio”, un invito ad interrogarsi?

“Beh, ho sempre guardato con certa meraviglia, profondo sospetto e curiosità da zoologo gli individui abitati da certezze assolute.
Infondo non riesco a riconoscergli il carattere di umani.
Quelli che sanno tutto, che hanno capito tutto, che sono sempre sicuri, mi sembrano, di fatto, più vicini all’animale che all’umano. Bestie. Nobili bestie certo: lupi, leoni, altro…
Il fatto è che all’assenza di dubbio associo una qualità predatoria fondante, nonché un unico scopo esistenziale, per me noiosissimo e rozzo: dominare.
E non ho mai conosciuto una persona di vera fede, che non lottasse continuamente con le proprie esitazioni e titubanze.”

 

 

Cosa accomuna i suoi quattro personaggi?

“Una mezza idea di irrisolutezza, fuori luogo, tensione verso un sé diverso ma oramai quasi del tutto irraggiungibile. Ed è quel “ quasi” , che li salva, che li tiene in vita.”

 

 

Come nasce la splendida idea del “Dio bambino”?

“Eh, chi lo sa.
Ammetto che fa parte di quelle immagini interiori che emergono alla coscienza da sole, senza esser chiamate, senza che uno sapesse di saperle. Ma una volta emersa, mi è sembrata cosi chiara, cosi potente.
C’entrano sicuramente reminiscenze impasticciate di letture psicanalitiche, un crocicchio tra Freud e Winnicott e quel loro bambino onnipotente che ha quei suoi pochi anni e che poi, crescendo, muta in un umano qualsiasi, incerto e difettoso, e sempre poco all’ altezza dell’ esistenza.”

 

La visita delle sette chiese può essere letta come una metafora della ricerca interiore?

“L’idea di una cosmogonia insita nell’uomo, biecamente antropocentrica, che rifletta la struttura dell ‘universo, è una vecchia tentazione teorica, demodè, che mi sono permessa di assecondare.
Le chiese sono tappe, ma non si avanza, si gira intorno. Non c’è mai un traguardo, per questo prediligo la forma ellittica alla linea. La ricerca in effetti non ha inizio né fine, è, esiste. Somiglia al gironzolare quando non hai niente da fare. E forse non c’è ricerca, è solo che uno ogni tanto, camminando, trova.

 

A chi si è ispirata ideando la figura di Alfredo?

“A nessuno. Quindi a me. Quando non ho modelli, mi resto solo io.”

 

Descrive le relazioni affettive nella loro evoluzione. Quali le fragilità?

“Mi abita da sempre il sospetto che il bene voluto e ricevuto, non dovrebbe mai finire. Che una volta che fra le persone si è creato affetto, per quanto cambi forma, qualcosa di quel bene, dovrebbe persistere.
La fragilità degli affetti, che si spezzino, che scompaiano, mi risulta un errore di metodo. Certo, nella vita sono riuscita a ragionarmi, ma nei miei spettacoli mi piace metter su quest’ umanità eternamente affezionata , preda di un imprinting emotivo originario, un pò come le papere di Konrad Lorenz, ecco.”

 

Nella sperimentazione del sacro molto resta affidato al lettore.

“Non molto, tutto. Non credo si possa dire o mostrare. Il sacro, per me, appartiene a quelle zone dell ‘Ente tra l’invisibile e l ‘indicibile, e certo non ho la pretesa di smuoverlo da li.”

 

 

Le sue donne spezzano la visione di un femminile statico, quale la loro forza?

“Beh, pensano, studiano, vogliono, fanno. Un fatto che ancora oggi, incredibile, somiglia a una bella novità.”

 

 

Roma e il suo degrado, simbologia o realtà?

“Dispiacere. Roma è casa, ma è perennemente agli sgoccioli. Sembra sempre che non ce la farà più. Che non potrà continuare ad andare avanti cosi. Che stavolta proprio non si rialzerà. Ma questa è una visione poveramente umana, stringata e circoscritta. Una visione di gente che al massimo campa cent’ anni. E Roma, ovviamente, nel suo gestire millenni, è tra immutabile e impossibile.”

 

 

L’immagine dell’infanzia si coniuga con la meraviglia?

“Non c’è dubbio. Nessun altra età, nella suo grumo di potenzialità, riassume meglio il mistero. La partita si gioca nell’ infanzia, bella o brutta che sia. Tutto il resto oscilla tra il ricordo e la reinvenzione di quell’epoca mitologica da cui l adulto, povera cosa, proviene.”

 

 

Preghiera interiore e pensiero mentale, un viaggio verso infinito?

“Mi sono sempre di dispiaciuta di non aver studiato neurobiologia, di non essermi dedicata alle scienze cognitive o di non aver fatto l’ astronauta. Il mondo reale, la vita sulla terra, mi annoiano terribilmente : sembra tutto cosi piccolo. Lo spazio mentale invece, chi lo sa quanto misura? In effetti credo che uno degli infiniti possibili sia il dentro. Di solito ci passo parecchio tempo. Ultimamente un po’ meno, infatti annaspo: ma ci sto tornando.”

 

 

 

Nel libro la nostalgia è ricordo lontano?

“Non era esattamente questa l’intenzione ma poi chissà…
Per me è una misura specifica del dolore dell’ abbandono, ma non si sa di chi. Chi ci ha mollato qui? E l’effetto dell’ allontanamento da una fonte originaria di vita. Anche se casuale e arbitaria. E per me che sono una sentimentale, non c’è vita senza affetti.”

 

 

Assenza e distanza: due modi di rappresentare Dio?

“Più il dubbio, di cui parlavamo all’inizio, che Dio. Ma senza queste due difficili coordinate dell’asse cartesiano umano, assenza e distanza, non si sarebbe capacità simbolica…e tutto sarebbe solo quello che è. Personalmente non auguro a nessuno un mondo dove l orizzonte sia definito dal “ tutto qui”. L’altrove, ci salva.”

 

Il suo è un inno alla vita che resiste. È da questa resilienza che si forma l’Uomo?

“La vita nasce sempre in condizioni ostili, venire al mondo è un gran brutto momento . Per il neonato del fatto di cronaca che cito nello spettacolo lo è ancora di più. Mi piace ricordarlo. Nascere è faticosissimo. E se siamo capaci di nascere, anche nelle peggior condizioni, dovremmo essere pure capaci di vivere. Ma non sempre è cosi. Recuperare la spinta iniziale. Può servire.”

 

 

In un testo teatrale quando è importante la musicalità della parola?

“Per me tanto. Non uso musiche, la melodia è la parola, e i miei attori lo sanno. Ci tengo tantissimo a che, una volta raggiunto un accordo d’intenti tra loro e me, dicano i testi esattamente come li ho scritti, non tanto per “pruderie” d’autore, ma perché mi stonano.”

 

Progetti futuri di scrittura?

“Eh, sempre, viviamo condannati al progetto.
Attualmente due, e con sorpresa in entrambi riscopro una vena moralistica che mi piace, mi conforta, anzi: la rivendico, anche se mi hanno già accusata di latenza di eccessivo spirito conservatore. Non posso farci niente: sto cosi. L’amoralità del presente comincia a farmi impressione: rileggere Montaigne, Rousseau, Pascal, e non distrarsi, non demordere dall‘etica, è il mio obiettivo dei prossimi mesi.”

“Nostalgia di Dio” Lucia Calamaro Einaudi

Chi, chi può affermare che esista, lei, la città, se il mio ragionamento, la mia ragione, non arrivano nemmeno a certificare che io esisto, io: l’uomo.”

Il dubbio come un’arma affilata è quella costante che sbilancia e confonde, mostra l’incompiutezza e l’effimero.

È osservazione e ascolto, trascendendo l’apparenza.

In “Nostalgia di Dio”, opera teatrale in due atti, pubblicata da Einaudi, quattro personaggi sembrano interrogativi viventi.

Non si accontentano di accettare la mediocrità di una città che li schiaccia, di una periferia morente.

Le parole arrivano veloci e nei dialoghi non c’e spazio per la mediazione.

Francesco, “uomo a metà che va controvoglia verso la sua solitudine”, è l’Ulisse che si è arenato dopo il fallimento matrimoniale.

Cecilia, ex moglie, stanca di prendersi cura “di una persona devitalizzata, nevrotica, maniacale”, è figura che nell’emancipazione trova il suo riscatto.

Simona, convinta che Dio sia “piccolo, potente, un concentrato di energia”, problematica, irrisolta, donna così vera da sentirne il respiro.

Alfredo è voce della coscienza, rappresentazione della esperienza mistica.

La visita delle sette chiese è pretesto per confrontarsi con sacro e profano, per denunciare la decadenza della città, metafora di ben altre rovine.

“Il silenzio. Talmente assordante..

Un abisso, il mondo dei rumori.”

La drammaturga, regista e attrice Lucia Calamaro ci invita ad esplorare il senso e la profondità della nostra spiritualità.

Mostra pensieri diametralmente opposti regalando al lettore la visione di un’infinità di opzioni.

Ritorna al nucleo di tutto, all’origine e nel farlo si serve del sogno e dell’immaginazione.

Unisce vita e morte in un unico abbraccio, stringe a sè i suoi protagonisti, ne libera l’anima e la trasforma in soggetto di riflessione.

Sceglie i tempi, le pause, introduce brani poetici, fa percepire il baratro e con leggerezza invita a superarlo.

Il suo è un immaginario sconfinato dove lacrime e risate camminano insieme, come sorelle gemelle.

Riempie il testo di vento e di luce, della notte come “un immensi barattolo di inchiostro”, di visioni in chiaroscuro mentre con prepotenza la vita è “un grumo di forza al di là della natura.”