“Nostalgie della terra” Mauro Tetti Italo Svevo Edizioni

 

“Da bambino sognavo guardando il mare, la sua sagoma ondeggiante mi teneva immobile e con gli occhi fissi.

E nel sogno non c’erano rintocchi di alcun tipo, né fruscii o tintinnii.

Quando siamo arrivati e quando salperemo da questa isola di questo pianeta di questa costellazione silenziosa?”

Mauro Tetti è il moderno Odisseo che varca i confini dell’invisibile.

Non ci sono tappe stabilite, solo suoni e colori e voci disperse in un silenzio raggrumato di emozioni.

Volti sfumati di vecchie vissute in un altro tempo, pronte a legare prima e dopo, a far affiorare pensieri remoti.

Luoghi che nello struggimento di una bellezza arcaica diventano archetipi di una terra che sa essere indocile e aspra.

Non aspettatevi la Sardegna da cartolina con colori sgargianti e offensivi per una regione che ha saputo custodire il pudore dei propri principi.

La dissolvenza delle immagini vira verso una dimensione surreale, mai forzata.

Un graduale cambiamento di figure geometriche, presenti anche se nascoste a ricordare che la scrittura si nutre di polifonie artistiche.

E l’arte si manifesta su uno scoglio, su un paesaggio, su una mareggiata.

È la vita dal quale si tenta di fuggire o forse sono solo le illusioni di altre rive a suggestionarci.

La Madre “rimpiccioliva tanto da poterla tenere in una mano.”

Un tormento che si esprime attraverso una sommessa preghiera guardando verso il mare.

Quel mare che toglie e dona, imprudente e guerriero, compagno di avventure e di sogni proibiti.

“Nostalgie della terra”, pubblicato da Italo Svevo, non va interpretato.

Si rischia di perderne la purezza che nasce da una scrittura per immagini, fertile, creativa, esplorativa.

Un esperimento dialettico che si apre alla Conoscenza e al dubbio insito nel bisogno di sperimentare.

Un viaggio al “centro nero del Mediterraneo”, creature marine di ogni specie, isole sconosciute, equipaggi impauriti.

Dalla letteratura di genere ai grandi classici di avventura l’autore riesce a trovare una sua cifra stilistica autonoma.

Libero dal soffocante richiamo alla realtà, esposto ai venti della Creazione, il testo spazia tra tradizione, sapienza e innovazione.

E il pianto disperato della Balena è l’ultimo tragico invito a tutti noi.

Siamo ancora in tempo per salvare il Pianeta.

Ascoltiamolo e non dimentichiamo.