Recensione di @CasaLettori: “La cronologia dell’acqua” Lidia Yuknavitch Nottetempo Editore

 

Recensione di @CasaLettori: “La cronologia dell’acqua” Lidia Yuknavitch

Nottetempo Editore

 

 

 

“Non mi sentii mai pazza, mi sentivo soltanto assente.”

Prendere le distanze dal sè che si avvicina alla follia, stare a guardare in un silenzio che restituisce la sacralità del dolore, affidarsi alle pietre, toccarle, sentirne il peso.

Farsi oggetto insieme agli oggetti, ciottolo che vuole tornare al mare.

Denudare la colpa di aver procreato una figlia morta, estirpare attraverso la rappresentazione grafica ciò che non è stato.

“Il linguaggio è una metafora dell’esperienza.

È arbitrario come la massa di immagini caotiche che definiamo memoria; ma possiamo comporre frasi per narrativizzare la paura.”

La scrittura è strumento per ricomporre il corpo, per cercare ragioni all’inesorabilità del fato, per elaborare il lutto.

Porta al lutto tutto quello che si perde per scelta o per necessità.

Le occasioni mancate, le gare di nuoto, la penetrante immersione nei liquidi dell’origine.

Momenti irripetibili che avanzano con crudele ferocia e incrociano altri attimi, altri terribili ricordi.

L’infanzia tra le urla di un padre violento e le assenze di una madre obnubilata dell’alcool.

“La cronologia dell’acqua”, pubblicato da Nottetempo Editore e tradotto da Alessandra Castellazzi, stabilisce i suoi tempi riportando indietro le ore.

Cinque interludi compongono un’opera di una bellezza dissacrante.

Un romanzo aspro, teso come una corda di violino, teatrale nella elaborazione di una scenografia intima e lacerante.

“Avevo la rabbia.

Avevo la mia sessualità.

Preferivo i libri alle persone.”

Il nuoto e la forza, la possibilità di purificare la mente, il distacco da mani che vogliono predare, da voci che annaspano nel deserto.

La giovinezza, l’amore che viene attraversato come una prova, la sofferenza da accogliere come un viaggio.

“Quello che volevo veramente era farmi spingere sull’orlo dell’io, qualunque esso fosse.

Al limite della morte.

Forse non letteralmente.

Ma forse letteralmente.”

In questo pericoloso inseguimento di se stessi si mettono in moto meccanismi psicologici che affiorano e poi scompaiono.

Cosa è la morte e cosa è la vita?

Come coniugare due opposti, come danzare all’interno di un cerchio circondato dalle fiamme?

Lidia Yuknavitch sperimenta la parola della perdizione e della salvezza, esprime attraverso simbologie metafisiche il disagio del vivere.

Sa estrapolare dal grumo che opprime le cellule la poesia del dissenso e della ribellione.

Inventa il linguaggio dell’acqua e ce la restituisce come un canto che ha radici lontane.

Ci invita ad entrare

“nell’azzurro muto.

Nel bagnato senza peso.”

Le siamo grate per averci insegnato che si può far riaffiorare la pena e poi finalmente affidarla alla forza del mare.

 

Lidia Yuknavitc ha insegnato Scrittura creativa, Letteratura e Studi femminili alla Eastern Oregon University.

 

Catalogo Nottetempo

“I giorni lunghissimi della nostra infanzia” Laura Fusconi Nottetempo Editore

 

È possibile rappresentare l’infanzia senza rischiare di appiattirla in stereotipi.

Lo conferma Laura Fusconi con una scrittura che interpreta perfettamente l’isola che da tempo abbiamo abbandonato.

Non ci sono forzature, il linguaggio è spontaneo, capace di svelare un pensiero solo all’apparenza lineare.

La scrittrice restituisce ai bambini voce e dignità, li veste di panni reali, non spersonalizza e frammenta le loro emozioni.

“I giorni lunghissimi della nostra infanzia”, pubblicato da Nottetempo Editore, con quel “nostra” ci include nella narrazione, attraverso un percorso analitico molto sottile.

Mette in scena tre ragazzini e ad ognuno permette di raccontare le ore di un giorno qualunque.

È il loro modo di cogliere sottigliezze che agli adulti sfuggono, a spiazzare, a costringere il lettore ad evocare un tempo lontano.

Questa sparcellizzazione della temporalità riesce a ricucire insieme il passato e il presente mentre il futuro resta sospeso in una bolla, irraggiungibile e inimmaginabile.

Per un bambino queste due sono le traiettorie che può esprimere.

Potrebbe recuperare i sogni ma anche questi sono rarefatti, complessi, lontani dalla percezione dell’oggi.

E l’oggi ha già numerosi pesi da portare, come pietre spigolose, ostruttive.

Conosciamo Susanna Orsi, costretta in un corpo che non ama, vittima degli scherzi pesanti dei compagni.

È la solitudine accettata come necessità a renderla speciale ai nostri occhi.

È colei che può redime il passato nella evocazione dell’unica persona che riusciva a comprenderla.

Del rapporto speciale con la nonna restano le parole, messaggi che si incistano nell’animo.

Molto diversa è la personalità di Annalia che proveniendo da una famiglia borghese dovrebbe avere più carte per difendersi dall’universo adulto.

Spigolosa, complessa, trasforma il dolore per la perdita del fratello in provocazione non solo verso gli altri.

È come se una forza superiore le imponesse di essere aggressiva, di dimostrare il suo valore per rendersi visibile.

Matteo coniuga insieme rabbia e amore, pena per la sorella ipovedente e per la madre tradita dal marito.

È per loro che lotta quotidianamente per non soccombere con una forza interiore che si irradia nel testo.

Nel teatro costruito dell’autrice le tre storie si mescolano senza generare confusione.

Ognuna mantiene la sua linearità ma intreccia con le altre più relazioni.

È come se ogni personaggio riuscisse ad essere visto dal di fuori attraverso occhi impietosi.

Una trovata originale che offre più prospettive e rende ancora più drammatico l’isolamento e il senso di abbandono.

E gli adulti?

Troppo presi a sanare le proprie ferite non riescono a vedere le paure, i tormenti, le debolezze dei propri figli.

La rappresentazione della nostra società?

In parte si ma certamente Laura Fusconi ha aggiunto elementi nuovi di riflessione.

Tra questi la tendenza all’aggressività, il bisogno di fare squadra per bullizzare, il senso di spaesamento che traghetterà verso l’adolescenza.

Consigliato ai genitori, educatori, nonni.

A tutti coloro che vogliono ripercorrere quel cammino frastagliato e non sempre decodificato che si chiama infanzia.

“Cos’hai nel sangue” Gaia Giovagnoli Nottetempo

 

“Ho pensato a me da piccola e mi sono detta che avrei giocato con la mamma se ci fossimo conosciute da bambine.

Eravamo così simili.

Anche lei aveva qualcosa fuori posto – una smorfia.

Non era bella ma aveva una grazia tutta sua.

Prepotente.

Coraggiosa.”

Desiderio di imitazione che può tramutarsi in schiavitù.

Farsi simile significa sparire e assumere altre forme.

Acquattarsi e osservare le mosse dell’adulta, concederle il lusso di dominare.

Occhi che traforano, colpe subite senza speranza di redenzione.

Il rapporto madre figlia è trappola e delirio, ossessione e insofferenza.

Fuga e ritorno e quando quel corpo cede alla vecchiaia il peso si fa insopportabile.

Troppi misteri ed una carne che offre brandelli di follia.

Gaia Giovagnoli ha un esordio narrativo travolgente, spezza le catene di una relazione buonista e mostra l’oscuro mistero della maternità.

Laureata in Antropologia culturale all’università di Bologna, introduce elementi simbolici e li governa con maestria.

Se è vero che nella narrazione dominano due figure antitetiche, distanti e stritolate da troppi silenzi, la storia torna all’origine di tutto.

Diventa cartina al tornasole di una civiltà dove sembra che le donne abbiano il dominio della storia.

Bisogna leggere con attenzione “Cos’hai nel sangue”, pubblicato da Nottetempo.

Vivere l’esperienza che ha risvolti gotici senza porsi domande.

Entrare nella dimensione onirica dove il sogno ha forti ambivalenze.

Ascoltare le testimonianze di chi vive a Coragrotta.

In quel borgo isolato e sperduto nel nulla si vive una maledizione che colpisce le abitanti.

E in quegli occhi smarriti, nelle voci roche, nelle mani che si alzano verso il cielo c’è rappreso l’urlo di tutte coloro che hanno perso i loro figli.

La tensione narrativa è fortissima, la mitologia si mescola al quotidiano, la leggenda diventa realtà.

La spiritualità è un arcano che non svela ma nasconde e confonde.

È la Santa che diventa icona, è la redenzione che non arriva.

“Il modo di volermi bene della mamma è stato così simile a una stanza piena di vento.

Le porte che sbattono, le finestre spalancate, che franano a terra.

Ora me ne rendo conto.”

La verità è una rivelazione a tratti scomoda, bisogna accettarla e conviverci.

La luce apparirà e finalmente il pianto liberatorio.

 

“Quello che non c’è” Mariusz Szczygieł Nottetempo Editore

 

“Tra un istante uscirò dall’ombra degli ippocastani

E del canto degli uccelli

M’incamminerò

Giù fino alla curva

Da dove mi scorgerò

All’ombra degli ippocastani guardare

Me stessa che avanza con un cappello in testa

Lungo l’asfalto nero da dove

Appena girata la curva

Mi vedo scomparire per sempre

Alla vista”

Proiettare l’assenza di qualcosa o qualcuno sul telo bianco e creare dei segni indelebili.

Fermare l’attimo in cui la scomparsa non è più oggettiva ma soggettiva.

Ci appartiene e ci dilania.

In questo processo di riappropriazione anche dolorosa si ha una catarsi che avviene attraverso la memoria.

Credo sia questo il senso profondo di “Quello che non c’è”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Marzena Borejczuk.

Il sottotitolo “Quindici storie vere” è provocatorio ed invita il lettore a discernere tra ciò che è reale e ciò che è artefatto.

Fluido, discorsivo il testo rappresenta tempi differenti quasi a voler ricordare che la scansione degli orologi può essere alterata.

Non un’invenzione letteraria ma la necessità di raccontare il presente nella sua esasperante follia.

La mancanza di libertà in paesi a regime comunista viene registrata con lucida implacabilità e con altrettanta leggerezza.

“Ciò che appartiene al passato non è accessibile che attraverso una rielaborazione doppia, quella in cui la nostra mente l’aveva sottoposto all’epoca e quella di adesso.”

Il passato non esiste che sotto questa forma.”

Mariusz Szczygieł mostra “la trasformazione che la mente opera sulla realtà.”

Attraverso aneddoti, simbologie, ipotetici voli pindarici scrive un testo filosofico che si apre alla modernità senza ambigui giri di parole.

Se alcune scene possono sembrare surreali è perché non siamo educati a guardare la purezza del sogno e dell’immaginario, che sono in noi.

“La nostra attività fissa preferita – che, a ben pensarci – riguarda il fondamento stesso dell’esistenza umana -, quella di scacciare il pensiero del non c’è.”

Una teoria interessante che mette in discussione la nostra idea di possesso.

Divertente, fantasioso viaggio fisico e metafisico dove i luoghi non circoscrivono solo cartografie esistenti.

 

 

Angolo poetico tratto da “Album” Elisa Donzelli Nottetempo Editore

 

 

 

“È mia la giovinezza che stenta a finire,

la cellula che colpisce di piú

chi si guarda ancora allo specchio

per sfidare ancora la certezza degli anni.”

 

“spostare il luogo in cui spendere ciascuno la propria moneta

che scivola e si deposita come serie d’argento

su conio di bronzo nel mare piú nostro,

rovescio in rilievo

rovescio incuso.”

 

“non sono qui i miei suoni

le mie musiche

perse le mie prime parole

bagnate dalla spuma”

 

“per nascere bisogna sporgersi

farsi ombra,

qualche volta morire.”

“Dis-integrati” Andrea Staid Nottetempo Edizioni

 

“Dobbiamo ri-soggettivizzare il termine “migranti” per congedare lo sguardo coloniale che ancora caratterizza molte analisi dei movimenti migratori contemporanei.

Dobbiamo parlare di donne e di uomini, con nomi e cognomi, professioni, emozioni, personalità, esperienze e abilità.”

Bisogna costruire “un’antropologia partecipativa” rivendo la statica cultura coloniale partendo dal presente.

Rifiutare le logiche propagandistiche di chi vuol far farci credere che il migrante è nemico, invasore, pericoloso.

“Dis-integrati Migrazioni ai tempi della pandemia”, pubblicato da Nottetempo nella Collana “Semi” ci permette di approfondire il fenomeno migratorio.

Perchè si parte? È ingiusto fare classificazioni superficiali sottovalutando i cambiamenti climatici, la bramosia di possesso delle multinazionali, le guerre, le carestie.

Riconsiderare le storie singolarmente mettendo al centro non una massa informe di invisibili ma persone in carne ed ossa.

Cosa rappresenta il viaggio per chi abbandona la propria terra?

Ci siamo mai chiesti quanto dolore provochi lo sdradicamento dalle origini?

Il testo racconta “il limbo nel quale ci si trasforma culturalmente per divenire qualcosa di diverso da ciò che si era prima di partire”.

Il costo di un posto nel barcone, l’indebitamento con gli scafisti, lo schiavismo che si instaura per ripagare i criminali.

Dovremmo imparare a considerare “lo sviluppo dell’umanità e della sua storia secondo “la mutazione per contatto”.

Incontro, scambio, contaminazione in un connubio tra esperienze differenti.

Andrea Staid propone un accurato lavoro di ricerca e non ha timore a denunciare il business criminale che gestiste la tratta la speculazione dei centri di accoglienza italiani.

Riporta dati, esperienze, frammenti di testimonianze.

Colpiscono le parole di un siriano:

“Sono un umano come voi, non meritavo di vedere uomini e donne morire, essere maltrattati, subire le peggiori offese e umiliazioni. Sarà difficile riprendersi da tutto questo”

Provare ad ascoltare significa rispecchiarsi nell’altro, trovare un cammino comune in una società sempre più incerta.

“Il diritto di avere diritti”, l’affermazione di Hannah Arendt suona come un monito, un invito ad approvare leggi giuste, ad abbattere inutili steccati ideologici.

Oggi più che mai bisogna costruire una “transcultura” che cancelli le pratiche discriminatorie.

Non dimentichiamo che anche noi siamo migranti del nostro microcosmo, è tempo di stringere altre mani e guardare insieme la stessa, meravigliosa volta celeste.

“La coscienza imbrigliata al corpo” Susan Sontag Nottetempo Edizioni

“La lealtà verso il passato

Il mio tratto caratteriale più pericoloso

Quello che mi è costato più caro.”

“La coscienza imbrigliata al corpo Diari e taccuini 1964 – 1980”, pubblicati postumi da Nottetempo Edizioni, sono il monumento ad una figura che ha saputo interpretare il suo tempo.

Susan Sontag è stata un’attenta studiosa dei cambiamenti culturali, una critica a volte spietata, una appassionata cultrice del bello.

Il libro, curato dal figlio David Rieff, tradotto da Paolo Dilonardo, è difficilmente catalogabile in un genere perché ha il pregio di mostrare la difformità della scrittura.

Pagine di annotazioni si mescolano a piccole riflessioni, a spunti per futuri sviluppi ideativi.

La scansione temporale potrebbe trarre in inganno ma ad una lettura scrupolosa il ritmo è scandito non tanto dai giorni quanto dalla qualità del testo.

Anche la frase che sembra fuori contesto rientra nel perfetto incastro di una mente geniale.

I riferimenti artistici, filosofici, storici sono sempre circostanziati, piccole gemme da unire insieme per costruire un panorama complessivo raffinatissimo.

“Nel XIX secolo le donne sono politicamente trasparenti”.

Frasi come questa attestano un impegno sociale, l’urgenza di avere una voce differente, mai omologata ai parametri maschili.

A commuovere è quel mostrarsi fragile, rendendo con parole poetiche la sofferenza e il senso di abbandono.

Il rapporto travagliato con la madre torna spesso come un ritornello che incasella e giustifica, perdona e redime.

“Mia madre mi schiaffeggiava in faccia perché le rispondevo, perchè la contraddicevo.

L’ho sempre giustificata.

Non mi sono mai permessa la rabbia, l’indignazione”.

L’analisi psicologica è lucidissima, certamente frutto di incessante ricerca di causa ed effetto.

Non c’è passività ed è questa assunzione di responsabilità che rende il libro meraviglioso.

E poi c’è l’amore, il possesso e la fuga, il bisogno e la paura.

“Se mi aspetto il meno possibile, non sarò ferita.”

 

Pensieri che avremmo voluto scrivere, suggestioni che abbiamo vissuto, epifanie che si svelano, ombre che si squarciano.

Un testo da rileggere come un viatico, una cura in questo mondo così parsimonioso di capacità critica.