“La vita anteriore” Mirko Sabatino Nottetempo

 

 

“Dimentichiamo che all’inizio della nostra esistenza non siamo per niente noi i protagonisti della nostra storia.

No.

È chi ci cresce, chi ci sta intorno, il protagonista.

Noi siamo lì come testimoni.

Testimoni di storie che accadono intorno a noi.

Ci vuole un pò di tempo perché diventiamo noi, i protagonisti della nostra vita.”

“La vita anteriore”, pubblicato da Nottetempo, avvolge in un abbraccio senza tempo.

Storia di famiglia che non è solo quella biologica.

Ricerca di un padre, accettazione di una perdita, desiderio di conservare ogni attimo, ogni respiro, ogni insegnamento di chi ci ha amato.

“Le persone che entrano davvero nella tua vita sono poche.

Una vita è uno spazio di movimento e di sentimenti molto limitato.

Solo poche persone dentro: e non si sa perché proprio quelle e non altre.

Ma quelle persone a un certo punto salgono a bordo del tuo viaggio e, di fatto, fanno la tua vita.”

Succede a Ettore e Bruno, bambini uniti da una tragedia che incendierà le loro esistenze.

Cammineranno insieme come esuli nella terra delle illusioni, esploreranno quel fuoco nascosto che brucia dentro come ferita mai rimarginata

Saranno due in uno mentre il tempo lì costringe a crescere.

Accanto a loro Irene è luce, desiderio, vitalità.

Un cerchio magico dove si cementano sentimenti forti, esclusivi, indissolubili.

Mirko Sabatino mostra il limite tra destino e casualità, intreccia gli eventi come fossero storie nella storia.

Crea personaggi che restano nella mente del lettore, diventano compagni e consiglieri.

Coniuga vita e morte in una danza che non conosce la disperazione.

Riesce a costruire un romanzo epocale con tratti pittorici delicati.

Sceglie parole poetiche, scioglie i nodi del dubbio esistenziale.

Parla di vecchiaia e di nascita, di amicizia e amore con spontaneità.

“Ogni vita è un insieme di romanzi, organizzati per blocchi, in successione.

C’è tutto dentro: si attraversano tutti i generi.

E si alternano i registri, ovviamente: il lirico cede il passo al comico, al drammatico, al tragico, in un ordine che non è prevedibile.

Ma bisogna saperli estrarre questi romanzi, altrimenti la vita non sarà altro che uno sterile resoconto.

Un insieme di fatti infilati uno dietro l’altro, senza significato.”

Una prova letteraria perfetta che restituisce quel pizzico di casualità necessario per vivere e non sopravvivere.

“Boulder” Eva Baltasar Nottetempo

 

“Intossicata, provenivo dal nulla e anelavo territori ululati.”

Parola che arriva dalle profondità del mare e all’acqua ritorna.

Acqua che rigenera e allontana.

Spazi infiniti e luoghi inesplorati.

La geometria imperfetta del desiderio è voce femminile che cerca un approdo.

“Boulder”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Amaranta Sbardella, è poetica straziante di un sentimento che non conosce limiti.

Due donne e il linguaggio segreto dei corpi nella voracità di un piacere non solo fisico.

Estasi dell’appartenenza, incontro tra simili, esplorazione mentale.

“La vita cresce senza travolgermi

Si concentra in ogni minuto

Implode

La tengo tra le mani.”

La bussola impazzita del tempo si frantuma nell’attimo fatale in cui si dissolvono le distanze fisiche.

I giorni sono nuvole leggere nel “magma instabile in cui fluttua il miracolo degli oceani e dei continenti.

Boulder e Samsa sono calchi di un impasto di passione, luce che accentua i ghirigori complessi della mente.

La poetessa e scrittrice Eva Baltasar ci conduce dove non c’è spazio per le paure.

Ci fa sentire la tenerezza di un abbraccio, il germoglio di un fiore senza peccato.

E quando la comunione è totale qualcosa spezza l’incantesimo.

“Il linguaggio è dappertutto, occupa le cellule più solitarie e le muove verso luoghi incomprensibili.

Ti incoraggia e ti fa ammalare, disorienta il tuo istinto animale, ti dá umanità.

Sentirti intensamente umana è l’emozione più accomodante, ma può essere anche la più tirannia.

Sei responsabile di ogni parola, non esistono espressioni innocenti.”

Di fronte ad una maternità condivisa il cerchio perfetto mostra le sue crepe, ingigantisce le diversità.

La figlia è carne che divide, frutto di una scelta unilaterale.

Il groviglio di emozioni si tinge di scuro, sommerge e porta alla deriva l’idea di famiglia.

Resta il mare, segno di una fuga.

Ci si chiede se l’autrice voglia spogliare di ogni sacralità l’esistenza.

Percorrere rotte “impossibili”, sciogliere gli arcani misteri dell’essere madre.

Portarci ad accettare quello spazio disabitato dove solo noi possiamo essere vigili custodi di una solitudine sconfinata.

Solitudine che non è resa né sconfitta.

È libertà di accettarci e accettare chi amiamo.

 

“Nord” Burhan Sönmez Nottetempo Edizioni

 

 

“Quella non era una notte come le altre.

Videro la luna che si agitava, soffriva, si dibatteva nel tentativo di fuggire.

La sua luce era imperlata di sudore, si gonfiava come un vento che spira un ultimo soffio.

Non aveva perso del tutto la sua potenza, ma era assediata, paralizzata al punto di non poter emettere la minima particella di luce.

Era evidente che la sorte l’aveva destinata a quel luogo e l’aveva abbandonata inerme ad affondare nelle acque scure.”

Presagi da interpretare fanno da cornice ad una storia che affonda le sue radici nell’antropologia di un popolo.

I romanzi di Burhan Sönmez oscillano sempre tra una dimensione intimistica ed una visione oggettiva degli eventi.

Nella magia dei paesaggi si coglie una malinconia antica che nessuno potrà curare.

Malinconia che si trasforma in canto che si espande nel Creato e viene assorbita, rigenerata, trasformata in parola.

“Nord”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Nicola Verderame, si apre con un brano di “Le mille e una notte”.

“Un fiume può mai dimenticare la sorgente,

La luce del sole può dimenticarsi del suo astro?

L’ancora in fondo al mare può dimenticare la nave,

O la coda della serpe la sua testa?

Il giorno passato può dimenticare il presente,

O un uomo suo padre?”

Nell’ultima frase si anticipa il viaggio da compiere.

Andare verso colui che ci ha procreati, essere pronti a seguire le sue tracce.

Mi piace immaginare la peregrinazione di Rinda come una riconciliazione con una figura che non ha conosciuto.

Ricerca delle radici profonde abbandonando le certezze del presente.

Due estremi che vanno superati per arrivare alla verità.

Affrontare l’ignoto rappresentato dal Nord, da sempre immaginato come luogo dove tutto è possibile.

Perdizione o salvezza? Bisogna avventurarsi con le sole armi della determinazione.

Il rischio è smarrirsi “dentro il nome di suo padre”.

Splendida metafora in cui si torna ad essere nulla in attesa di essere creati.

“Non è facile sostenere il dolore sempre con la stessa resistenza.

A volte mi prende un senso di incertezza, come un sasso sull’orlo di un burrone.

Mi dimentico dove mi trovo.

Il mondo si trasforma in un vuoto senza senso.

Alla prima folata leggera rotolerò via.”

Le avventure che si susseguono fanno pensare ai racconti della tradizione orale curda ma il romanzo è impregnato di modernità.

L’uomo e la sua ombra camminano vicini, non si sfiorano ma dovranno ricoscersi.

Un invito a credere che “un’anima umana è tanto forte da riuscire a tollerare la pesante ansia dell’esistere,  possieda una segreta infinitezza.”

Ancora una volta lo scrittore riesce a travolgere le nostre certezze.

“Chi se non noi” Germana Urbani Nottetempo Edizioni

 

“La notte sconfinata mi inghiotte ad ogni svolta.

Di nuovo, dopo il ponte, scelgo la strada più lunga e attraverso l’Isola della Donzella passando da Ca’ Mello.

Mi lascio il minuscolo centro sulla destra e proseguo tra i campi notturni, luminosi di mais e orzo.

Ne conosco il profumo polveroso e caldo che mi accompagna fin sulla provinciale, a Tolle.”

Ricami di un paesaggio cangiante dove le brume si stemperano nella successione dei mesi.

Germana Urbani al suo esordio narrativo cede alla tentazione di una narrazione scandita da un tempo che non è solo fisico.

È rappresentazione di quiete e tempesta, sperimentazione delle metamorfosi che la vita ci impone.

In “Chi se non noi”, pubblicato da Nottetempo Edizioni, sceglie come protagonista Maria, donna creativa, appassionata d’arte, architetta per passione.

Sfidando la sonnolente lentezza della sua terra costruisce il suo destino e non sa che resterà intrappolata nelle maglie scomposte degli eventi.

“L’aria è ancora intrisa di sole ed io mi sento tesa come il filo da cucito infilato negli occhielli della vecchia Singer di mamma: un labirinto di andirivieni e infine la cruna dell’ago sottostante.”

Una poetica che nasce spontanea realizzando visioni come fossero sogni.

Brevi scorci stilizzati che riescono a circoscrivere le emozioni.

Una storia d’amore che annulla il sè, esclusiva, piena di promesse, gravida di possibilità.

Luca e la scoperta dei “luoghi sospesi, dimenticati dal tempo e dalle mode”, una comunione forse solo intravista.

La scrittrice mostra la fiducia incondizionata, l’abbandono totale.

Lo analizza frammentando la personalità di Anna quando viene respinta e il castello di carte crolla rovinosamente.

La sofferenza è una tenaglia che afferra ogni parte del corpo, è l’irrazionale necessità di annullare il presente.

“Il mio corpo piange sempre, mi sommerge d’acqua, strizza, non comando più io.

Mi sento come una medusa battuta dal mare, stesa sulla battigia.

Una di quelle grosse, bianche con i tentacoli viola: una regina superba e pericolosa tra quelle stesse onde che ora scherniscono il suo involucro gelatinoso.”

Cresce la tensione e nel finale esplode come un bosco in fiamme.

Si disperde il senso del limite, ci si accosta alla rabbia pensando che possa guarire.

E nell’ultimo atto si sente la voce del Delta del Po ed è suadente, invitante.

Un richiamo che forse riporterà pace.

Una prova letteraria brillante che mette insieme più fotogrammi ed ognuno è “una diversa scrittura di luce.”

 

 

 

 

 

 

“Ti basta l’Atlantico?” Virginia Woolf Lytton Strachey Nottetempo Edizioni

 

Curato da Chiara Valerio e Alessandro Giammei, “Ti basta l’Atlantico?” è un prezioso compagno di avventura.

Pubblicato da Nottetempo Edizioni non è solo il carteggio tra Virginia Woolf e Lytton Strachey.

È una originale critica letteraria senza censure, il brioso scambio di opinioni tra due amici.

“Woolf e Strachey scrivono rappresentandosi, dapprima per una forma di reciproca seduzione, poi, a mano a mano che ci si addentra nella lettura, a mano a mano che la giovinezza cede il passo alla maturità, a mano a mano che cominciano a pubblicare libri – Lytton con immediato successo -, a diventare recensori per riviste e quotidiani prestigiosi, (entrambi, Woolf di più) e saggisti apprezzati (entrambi, Strachey di più), a mano a mano che si innamorano e si perdono, quella seduzione – quell’esercizio di cura e attenzione – muta nella consapevolezza di fare e diventare la storia della letteratura in lingua inglese.”

Nella meravigliosa introduzione Chiara Valerio ci aiuta a trovare il giusto ritmo nell’interpretazione del testo.

Bisogna lasciarsi andare, sfidare il tempo e lo spazio, ascoltare le due voci nella certezza di vivere una grande avventura.

Respirare il rapporto di stima reciproca, cogliere in ogni frase il respiro eterno della Cultura.

“Avevo iniziato a dubitare della mia identità, e immaginavo di essere quasi un gabbiano, e di notte sognavo profonde pozze blu, piene di anguille.”

Stili diversi che proprio nella asincrona dei registri narrativi creano una gradazione di percezioni.

Nella scrittura impeccabile di entrambi c’è l’armoniosa sintonia di due anime che cercano la perfezione.

Non uno sterile esercizio di autocompiacimento ma il costante confronto.

Ed ogni libro letto è occasione di riflessione, studio lessicale e formale.

Non mancano i commenti sagaci, le confidenze intime, le difficoltà quotidiane.

Ogni pagina è scoperta dello stretto rapporto tra scrittura e vita, tra esperienza esistenziale e comunicazione.

“Le cose che contano non si possono dire”

Fidatevi, non perdetevi questa opera raffinata, specchio non solo del passato ma anche del presente.

“Davanti al dolore degli altri” Susan Sontag Nottetempo

 

“La guerra lacera, spacca.

La guerra squarcia, sventra.

La guerra brucia.

La guerra squarta.

La guerra rovina.”

“Davanti al dolore degli altri”, pubblicato da Nottetempo e tradotto da Paolo Dilonardo, ci costringe ad interrogarci sulla rappresentazione della guerra.

Attraverso un viaggio fotografico molto interessante ripercorriamo le brutalità che in ogni parte del mondo hanno portato morte.

I combattimenti tra serbi e croati, la Guerra Civile Spagnola, la Guerra in Vietnam: solo immagini sfocate e distanti?

Quanto ci siamo adattati all’orrore?

Cosa ci comunica una foto e quanto la didascalia può compromettere la veridicità?

Susan Sontag ci provoca, ci turba, ci incita a cogliere la differenza tra realtà e finzione.

A sentire lo squarcio delle carni lacerate, a provare pietà e a rimuovere l’indifferenza.

Le parole sono modulate da una ricerca che non è solo saggistica.

È la partecipazione e la rabbia, lo sguardo colmo di angoscia di fronte a fotogrammi che ci lasciano indifferenti.

“Che cosa significa protestare contro la sofferenza rispetto al semplice prenderne atto?

L’iconografia della sofferenza ha un lungo pedigree.

Le sofferenze in genere considerate degne di rappresentazione sono quelle imputabili all’ira, divina o umana.”

Dalla passione di Cristo alla rappresentazione dei martiri cristiani l’arte è sempre stata molto esplicita, vissuta nella sua spettacolarità.

Diverso deve essere l’approccio con la foto che racconta un campo di battaglia ed è importante non lasciarsi ingannare dalla propaganda di questo o quel paese.

Un invito a costruire una memoria collettiva che ci permetta di entrare nella narrazione del passato.

Riflettere sulle responsabilità, costruire una coscienza etica e provare a dire “noi”, a sentirci coinvolti personalmente.

Solo così si potrà realizzare un mondo di pace.

“Tredici lune” Alessandro Gazoia Nottetempo

 

“Io, come quasi tutti gli altri, ricevo decisioni.

Questo succedeva già in mille aspetti della mia vita, ora però la costrizione è molto più forte e immediatamente percepibile.

Voglio andare a Napoli, si decide per me che non posso andare a Napoli, senza possibilità di mediazione.

Ecco, mi lamento ma non credo fino in fondo al mio pensiero critico.”

Ambientato durante la pandemia, “Tredici lune”, pubblicato da Nottetempo, non è solo la rivisitazione di un tempo storico.

È riflessione sulla ineluttabilità degli eventi che sparigliano le carte delle nostre certezze.

Meditazione su quel che resta quando le parole non riescono a definire il presente.

Perdita della normalità e ripensamento dello spazio fisico ed emotivo.

Analisi spietata di quanto abbiamo perso e di come giocheremo la nuova parte.

“Mancano le storie condivise, la narrazione a presa rapida sull’angoscia.”

Il vissuto si modula su un personale spaesato.

Il distanziamento già nelle pagine iniziali è preludio di una sospensione.

Tutto sembra fermarsi mentre i pensieri virano verso una lettura antropologica.

Alessandro Gazoia utilizza una scrittura discontinua, necessaria per mettere il lettore in una condizione di condivisione.

Le idee si materializzano, compongono un metaromanzo, rompono gli schemi letterari, introducono le “microdemie”, geniali invenzioni che mostrano il vero ruolo della letteratura.

Partire da un punto ed arrivare a creare un castello creativo, giocare con i personaggi, scegliere l’ironia o la malinconia.

Sfaldare e decontestualizzare, offrire più punti di vista.

Imparare a cambiare prospettiva, creare difese utilizzando il corpo come strumento di un ambizioso giro di boa mentale.

Nel libro ci rivediamo mentre accumuliamo confort food, proviamo a fare scale prioritarie dei bisogni.

“Quello strato non protegge più e chiunque d’improvviso può crollare, perdere il contegno, piangere e dire cose che non si dovrebbero mai dire, promettere amore e odio assoluti, smarrirsi, non funzionare più.”

Trovare il proprio doppio e cercare equibrio tra le due parti.

Parlare del mercato editoriale e del ruolo del lettore forte.

Denunciare il degrado degli spazi vicini alla città.

Microstorie che non lasciano indifferenti.

Aprono un varco a domande che avevamo sepolto.

Riusciremo davvero a cambiare?

Sapremo accettare di non essere immortali?

Riusciremo a fare luce su un futuro nebuloso?

Il libro ci insegna che per ripartire occorre avere quella visione d’insieme che è mancata.

 

“La scomparsa dei riti” Byung Chul Han Nottetempo Edizioni

“I riti sono azioni simboliche.

Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.

Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.

A costituire i riti è la percezione simbolica.”

Il mondo sta perdendo i suoi simboli, il tempo non ha più stabilità, le emozioni vengono consumate.

Il grave rischio è l’incapacità di confrontarsi con gli altri e di costruire bolle narcisistiche.

“La scomparsa dei riti”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, va letto con attenzione perché regista il profondo malessere della società.

Mette a fuoco aspetti di una socialità repressa, incapace di ripetere e quindi di sperimentare le azioni e i pensieri.

“Il nuovo si appiattisce rapidamente diventando routine, è una merce che si consuma e riaccende il bisogno di nuovo.”

Questo ossessivo consumismo interessa non solo gli oggetti ma anche e soprattutto le persone, creando uno scollamento dell’ affettività.

Si destabilizza il rapporto tra azione e corporeità, tutto assume la forma inconsistente di nuvola passeggera.

La rete favorisce e aggrava la “politica impulsiva” allontando il ragionamento e la mediazione.

Il baccano delle eccessive informazioni delocalizza l’Io, lo trasforma in oggetto che produce.

“La costruzione della propria identità non può tuttavia limitarsi al sè, ma deve svolgersi sullo sfondo di un orizzonte di significato sociale capace di conferirgli una rilevanza che vada oltre il proprio sè.”

L’analisi di Byung Chul Han è diretta, pervasiva, convincente.

Interessante il riferimento al non luogo, alla disintegrazione della passione.

La scrittura procede con un ritmo accessibile a tutti, offre spunti culturali e certamente invita a trovare strade alternative dove c’è ancora posto per il soggetto.

“Un tempo gentile” Milena Agus Nottetempo

“I nostri figli avevano fatto bene a prendere in mano il proprio destino e ad andarsene, ma il nostro cruccio era che prima o poi ci avrebbero dimenticati.

All’inizio venivano, almeno qualche volta, ma si annoiavano e dispezzavano ogni cosa.

Con loro ci vergognavamo dei blocchetti di cemento, del gres, della plastica, dell’eternit, dell’alluminio che avevamo sostituito alle pietre, al cotto, al legno, alle tegole, e ci vergognavamo della spazzatura che veniva portata via soltanto due volte alla settimana.”

Un paese sardo dove stentatamente si cerca di sopravvivere.

Si sono spenti entusiasmi, sogni, passioni.

Il tempo si è fermato, stanca clessidra di un’immobilita che segna la comunità.

Poche case e i colori sbiaditi della solitudine.

“Qui non nascevano più bambini, per questo avevano tolto perfino le scuole elementari.

I nipotini, per chi li aveva, crescevano senza conoscerci, perché vivevano lontano e non venivano mai a trovare i nonni.”

“Un tempo gentile”, pubblicato da Nottetempo, è la rappresentazione simbolica di un Sud isolato, spaesato, vuoto di progetti.

Un nido che non sa accogliere, un non luogo, metafora di una frattura profonda tra arretratezza e civiltà.

Quando arriva un gruppo di migranti la prima reazione è carica di rabbia, frutto di pregiudizi e di maldicenze.

Milena Agus con il tono mite che la contraddistingue racconta la paura del diverso, lo spaesamento di fronte alla “novità”.

Culture diverse che devono imparare a conoscersi, a confrontare gestualità quotidiane, linguaggi emozionali, tradizioni, religioni.

Il romanzo è un piccolo gioiello, una conca di acqua pura.

È la speranza, il passo incerto verso l’altro.

È la condivisione di una nascita, il dolore per coloro che non sono riusciti ad attraversare il mediterraneo.

“Certo, eravamo poveri, ma adesso nelle nostre vite si era insinuata un’umanità ancora più povera.

Ci faceva uno strano effetto averli proprio lì, all’accampamento, gli affamati, i fuggitivi dalle guerre.”

Un minestrone di razze che diventa famiglia e plasma un nuovo modo di sentire e di vedere.

La scrittura si diffonde come un canto di pace, esplora il senso di appartenenza, apre nuovi confini.

Un testo da leggere nelle scuole per educare a sentirsi fratelli.

“Davanti a mare, che non sta mai fermo e arriva a bagnare tutte le terre del mondo e si mischia con gli immensi oceani, avremmo capito che l’ansia, lo smarrimento, la paura, il senso di angoscia fanno parte della condizione umana.”

 

“L’amore le donne e la vita” Mario Benedetti Nottetempo Edizioni

“Una speranza un orto una prateria

una briciola tra due affamati

l’amore è un campo minato

un giubileo di sangue”

Versi che esprimono il sentimento conflittuale di Mario Benedetti, autore che ha sempre trasferito nelle sue opere l’esperienza teatrale. Uno scenario che si apre su diverse e contraddittorie intuizioni, mai statiche  o eccessive.

La parola diventa la misura di quell’immediatezza linguistica che trova la sua espressione nell’accostamento di vocaboli.

Nella raccolta poetica “L’amore, le donne e la vita”, pubblicato da Nottetempo, sono incisi tutti i temi cari allo scrittore.

Si percepisce l’amarezza di una relazione finita, l’incapacità di raggiungere l’apice sentimentale.

È una lotta tra ansia, speranza e paura mentre l’oggetto del desiderio si allontana come un sogno senza risveglio.

“Oggi mi sento come una laguna insonne con un imbarcadero senza imbarcazioni.”

La solitudine dell’uomo contemporaneo si staglia in un cielo plumbeo, non è figura retorica.

È il silenzio di chi non trova risposte, l’urgenza di aggrapparsi ad un orizzonte non più agognato, il bisogno di “non essere scogliera” disabitata.

L’esperienza dell’esilio è macchia incancellabile, profonda ferita mentre “fuggono impauriti gli alberi i muri i corpi di alluminio”.

Tutto si dissolve lasciando un’infinita malinconia.