“Tredici lune” Alessandro Gazoia Nottetempo

 

“Io, come quasi tutti gli altri, ricevo decisioni.

Questo succedeva già in mille aspetti della mia vita, ora però la costrizione è molto più forte e immediatamente percepibile.

Voglio andare a Napoli, si decide per me che non posso andare a Napoli, senza possibilità di mediazione.

Ecco, mi lamento ma non credo fino in fondo al mio pensiero critico.”

Ambientato durante la pandemia, “Tredici lune”, pubblicato da Nottetempo, non è solo la rivisitazione di un tempo storico.

È riflessione sulla ineluttabilità degli eventi che sparigliano le carte delle nostre certezze.

Meditazione su quel che resta quando le parole non riescono a definire il presente.

Perdita della normalità e ripensamento dello spazio fisico ed emotivo.

Analisi spietata di quanto abbiamo perso e di come giocheremo la nuova parte.

“Mancano le storie condivise, la narrazione a presa rapida sull’angoscia.”

Il vissuto si modula su un personale spaesato.

Il distanziamento già nelle pagine iniziali è preludio di una sospensione.

Tutto sembra fermarsi mentre i pensieri virano verso una lettura antropologica.

Alessandro Gazoia utilizza una scrittura discontinua, necessaria per mettere il lettore in una condizione di condivisione.

Le idee si materializzano, compongono un metaromanzo, rompono gli schemi letterari, introducono le “microdemie”, geniali invenzioni che mostrano il vero ruolo della letteratura.

Partire da un punto ed arrivare a creare un castello creativo, giocare con i personaggi, scegliere l’ironia o la malinconia.

Sfaldare e decontestualizzare, offrire più punti di vista.

Imparare a cambiare prospettiva, creare difese utilizzando il corpo come strumento di un ambizioso giro di boa mentale.

Nel libro ci rivediamo mentre accumuliamo confort food, proviamo a fare scale prioritarie dei bisogni.

“Quello strato non protegge più e chiunque d’improvviso può crollare, perdere il contegno, piangere e dire cose che non si dovrebbero mai dire, promettere amore e odio assoluti, smarrirsi, non funzionare più.”

Trovare il proprio doppio e cercare equibrio tra le due parti.

Parlare del mercato editoriale e del ruolo del lettore forte.

Denunciare il degrado degli spazi vicini alla città.

Microstorie che non lasciano indifferenti.

Aprono un varco a domande che avevamo sepolto.

Riusciremo davvero a cambiare?

Sapremo accettare di non essere immortali?

Riusciremo a fare luce su un futuro nebuloso?

Il libro ci insegna che per ripartire occorre avere quella visione d’insieme che è mancata.

 

“La scomparsa dei riti” Byung Chul Han Nottetempo Edizioni

“I riti sono azioni simboliche.

Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.

Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità.

A costituire i riti è la percezione simbolica.”

Il mondo sta perdendo i suoi simboli, il tempo non ha più stabilità, le emozioni vengono consumate.

Il grave rischio è l’incapacità di confrontarsi con gli altri e di costruire bolle narcisistiche.

“La scomparsa dei riti”, pubblicato da Nottetempo Edizioni e tradotto da Simone Aglan – Buttazzi, va letto con attenzione perché regista il profondo malessere della società.

Mette a fuoco aspetti di una socialità repressa, incapace di ripetere e quindi di sperimentare le azioni e i pensieri.

“Il nuovo si appiattisce rapidamente diventando routine, è una merce che si consuma e riaccende il bisogno di nuovo.”

Questo ossessivo consumismo interessa non solo gli oggetti ma anche e soprattutto le persone, creando uno scollamento dell’ affettività.

Si destabilizza il rapporto tra azione e corporeità, tutto assume la forma inconsistente di nuvola passeggera.

La rete favorisce e aggrava la “politica impulsiva” allontando il ragionamento e la mediazione.

Il baccano delle eccessive informazioni delocalizza l’Io, lo trasforma in oggetto che produce.

“La costruzione della propria identità non può tuttavia limitarsi al sè, ma deve svolgersi sullo sfondo di un orizzonte di significato sociale capace di conferirgli una rilevanza che vada oltre il proprio sè.”

L’analisi di Byung Chul Han è diretta, pervasiva, convincente.

Interessante il riferimento al non luogo, alla disintegrazione della passione.

La scrittura procede con un ritmo accessibile a tutti, offre spunti culturali e certamente invita a trovare strade alternative dove c’è ancora posto per il soggetto.

“Un tempo gentile” Milena Agus Nottetempo

“I nostri figli avevano fatto bene a prendere in mano il proprio destino e ad andarsene, ma il nostro cruccio era che prima o poi ci avrebbero dimenticati.

All’inizio venivano, almeno qualche volta, ma si annoiavano e dispezzavano ogni cosa.

Con loro ci vergognavamo dei blocchetti di cemento, del gres, della plastica, dell’eternit, dell’alluminio che avevamo sostituito alle pietre, al cotto, al legno, alle tegole, e ci vergognavamo della spazzatura che veniva portata via soltanto due volte alla settimana.”

Un paese sardo dove stentatamente si cerca di sopravvivere.

Si sono spenti entusiasmi, sogni, passioni.

Il tempo si è fermato, stanca clessidra di un’immobilita che segna la comunità.

Poche case e i colori sbiaditi della solitudine.

“Qui non nascevano più bambini, per questo avevano tolto perfino le scuole elementari.

I nipotini, per chi li aveva, crescevano senza conoscerci, perché vivevano lontano e non venivano mai a trovare i nonni.”

“Un tempo gentile”, pubblicato da Nottetempo, è la rappresentazione simbolica di un Sud isolato, spaesato, vuoto di progetti.

Un nido che non sa accogliere, un non luogo, metafora di una frattura profonda tra arretratezza e civiltà.

Quando arriva un gruppo di migranti la prima reazione è carica di rabbia, frutto di pregiudizi e di maldicenze.

Milena Agus con il tono mite che la contraddistingue racconta la paura del diverso, lo spaesamento di fronte alla “novità”.

Culture diverse che devono imparare a conoscersi, a confrontare gestualità quotidiane, linguaggi emozionali, tradizioni, religioni.

Il romanzo è un piccolo gioiello, una conca di acqua pura.

È la speranza, il passo incerto verso l’altro.

È la condivisione di una nascita, il dolore per coloro che non sono riusciti ad attraversare il mediterraneo.

“Certo, eravamo poveri, ma adesso nelle nostre vite si era insinuata un’umanità ancora più povera.

Ci faceva uno strano effetto averli proprio lì, all’accampamento, gli affamati, i fuggitivi dalle guerre.”

Un minestrone di razze che diventa famiglia e plasma un nuovo modo di sentire e di vedere.

La scrittura si diffonde come un canto di pace, esplora il senso di appartenenza, apre nuovi confini.

Un testo da leggere nelle scuole per educare a sentirsi fratelli.

“Davanti a mare, che non sta mai fermo e arriva a bagnare tutte le terre del mondo e si mischia con gli immensi oceani, avremmo capito che l’ansia, lo smarrimento, la paura, il senso di angoscia fanno parte della condizione umana.”

 

“L’amore le donne e la vita” Mario Benedetti Nottetempo Edizioni

“Una speranza un orto una prateria

una briciola tra due affamati

l’amore è un campo minato

un giubileo di sangue”

Versi che esprimono il sentimento conflittuale di Mario Benedetti, autore che ha sempre trasferito nelle sue opere l’esperienza teatrale. Uno scenario che si apre su diverse e contraddittorie intuizioni, mai statiche  o eccessive.

La parola diventa la misura di quell’immediatezza linguistica che trova la sua espressione nell’accostamento di vocaboli.

Nella raccolta poetica “L’amore, le donne e la vita”, pubblicato da Nottetempo, sono incisi tutti i temi cari allo scrittore.

Si percepisce l’amarezza di una relazione finita, l’incapacità di raggiungere l’apice sentimentale.

È una lotta tra ansia, speranza e paura mentre l’oggetto del desiderio si allontana come un sogno senza risveglio.

“Oggi mi sento come una laguna insonne con un imbarcadero senza imbarcazioni.”

La solitudine dell’uomo contemporaneo si staglia in un cielo plumbeo, non è figura retorica.

È il silenzio di chi non trova risposte, l’urgenza di aggrapparsi ad un orizzonte non più agognato, il bisogno di “non essere scogliera” disabitata.

L’esperienza dell’esilio è macchia incancellabile, profonda ferita mentre “fuggono impauriti gli alberi i muri i corpi di alluminio”.

Tutto si dissolve lasciando un’infinita malinconia.

“Dopo il Covid-19 Punti per una discussione” Leonardo Caffo Nottetempo Edizioni

 

“In questi giorni si fa un uso ricorrente dell’espressione “tornare al mondo normale” come se ciò che vivevamo prima del Covid-19 fosse davvero normale: disgregazione sociale, povertà diffusa, sfruttamento animale, distruzione dell’ambiente, danni sempre maggiori al pianeta e alle cose della natura potevano forse apparire normali alla sparuta fetta di umanità occidentale convinta che gli ultimi cinquant’anni di benessere diffuso fossero la norma.”

L’analisi pungente di Leonardo Caffo ci costringe ad interrogarci.

Non è più tempo di stare a guardare, un ciclone ci ha travolti trovandoci impreparati.

Non abbiamo investito nella Sanità Pubblica, non abbiamo vigilato sulle case di cura per anziani, non abbiamo rispettato la biodiversità.

Cosa ci aspetta se non cambieremo rotta?

Quali scenari si prospettano se ci aggrapperemo ad una effimera “felicità economica a danno dell’ecologia”?

“Dopo il Covid-19 Punti per una discussione”, pubblicato da Nottetempo nella Collana “Semi”, non ha il linguaggio didascalico e distante.

È una sferzata in pieno viso necessaria a svegliarci dal sonno profondo dell’irragionevole certezza che non è problema nostro occuparci di scienza, salute, ambiente.

“Dovremmo tutti aprirci alla percezione dello straordinario”.

Trasformare i nostri giorni in un dono prezioso da preservare.

Comprendere la fragilità che è entrata come un fulmine, imparare a dare senso al tempo.

“Occorrerà essere forti davvero, occorrerà lavorare per un mondo che modifica le nostre coordinate di pensiero e di azione, con la consapevolezza che non siamo noi a progettare il reale, ma è il reale a progettarci.”

Bisogna educarsi a formulare insieme un pensiero comune uscendo dalla visione antropocentrica che ci ha guidati.

L’autore suggerisce approcci filosofici, sociologici e letterari differenti, e in questa rivoluzione culturale saremo comunità.

Convincente è la proposta di “un tavolo comune, planetario, che al rifiuto della globalizzazione delle risorse faccia seguire una strategia comune.”.

Si apre una nuova era se avremo il coraggio di “riconquistare gli obiettivi reali”.

 

 

“A chi spetta una buona vita?” Judith Butler Nottetempo Edizioni

Nella nota introduttiva a “A chi spetta una buona vita?”, pubblicato da “Nottetempo”, nella preziosa Collana “Sassi nello stagno”, Nicola Perugini orienta la nostra lettura.

Judith Butler scrisse il testo in occasione del conferimento del Premio Adorno e con pacatezza illustra il suo pensiero.

Prima di rispondere alla domanda “come si può vivere una buona vita” è necessario interrogarsi sul valore dell’esistenza.

Abbiamo tutti le stesse possibilità? I giorni scorrono dandoci la possibilità di esprimere a pieno la nostra identità?

Quale è la relazione tra momento politico e momento pre – politico?

“Come si può vivere bene la propria vita, in modo da poter affermare di vivere una vita buona in un mondo in cui la vita buona è strutturalmente e sistematicamente inaccessibile a molte persone.”

Parole che non lasciano indifferenti costringendoci a fare i conti con la disuguaglianza che ingabbia corpo e mente.

“Il termine “precarietà” può aiutare a distinguere varie forme di “invivibilità”: per esempio, quella di chi è in prigione senza processo; di chi vive in zone di guerra o sotto occupazione, esposto alla violenza e alla distruzione, senz’alcuna sicurezza o via di uscita; di chi è costretto a emigrare e vivere in zone liminari, aspettando che le frontiere si aprano, che arrivino il cibo e la prospettiva di non vivere piú in clandestinità; di chi vive come parte di una forza lavoro dispensabile o consumabile, per la quale la prospettiva di un sostentamento stabile sembra sempre piú remota; di chi vive alla giornata in un orizzonte temporale collassato, soffrendo fin nello stomaco e nelle ossa il senso di un futuro compromesso, e prova a sentire qualcosa temendo però ciò che potrebbe sentire.”

Emergono le ambiguità di una società che non si pone il problema delle marginalità, che ha creato una scala di valori escludendo fasce di popolazione.

La relazione con l’altro, la dipendenza dall’ambiente, la vulnerabilità e la fragilità portano ad un’analisi morale che troppo spesso viene trascurata.

Nelle pagine finali la voce si fa accorata e si percepisce tutta la sofferenza dell’intellettuale che ha subito pesanti accuse.

Una ebrea che ha difeso i valori della libertà, che non ha appoggiato la violenza di Stato.

Una donna che ha mantenuto le distanze dalle violazioni dei diritti dei popoli.

Una filosofa che confrontandosi con gli autori del passato ha elaborato una sua teoria scevra da suggestioni e da pregiudizi.

Nel leggere si inizia a camminare verso una “microfisica della resistenza”.