“Novantanove notti nel Lowgar” Jamil Jan Kochai Einaudi

L’Afghanistan, paese depredato, offeso, martoriato.

Terra dai colori smorti di una perenne guerra.

Luogo dove il perdono è parola che si inceppa, dove la religione è regola e obbedienza.

Strade strette, pantani di acqua e fango.

Silenzi interrotti dallo stridio delle armi.

“Novantanove notti nel Lowgar”, pubblicato da Einaudi, è il ritorno nella terra dei padri.

A condurci è il giovane Marwand. Un ragazzino che, dopo aver vissuto in America, deve comprendere un nuovo modo di interpretare l’infanzia.

La sua avventura è ricca di storie dentro la storia, leggende, vecchi aneddoti, misteri e segreti.

Jamil Jan Kochai riesce a proporre scorci indimenticabili, personaggi che nel reggere il peso degli stenti offrono un’umanità sempre in bilico tra illusione e delusione.

Le simbologie celate sono un invito ad andare oltre la narrazione, ad immaginare con occhi carichi di stupore un itinerario alternativo.

Scompaiono le immagini dei telegiornali ed appare la verità, fatta di una quotidianità da improvvisare ogni giorno.

Nello spaesamento del protagonista si rispecchia la difficoltà dell’occidente a comprendere, ad ascoltare la voce di un popolo.

La capacità di improvvisazione di scenari che odorano di infanzia e scoperta affascinano e commuovono.

Le parole sono misurate e le preghiere sembrano canti antichi.

Le ritualità familiari invitano a perdere il senso dell’orientamento per affidarsi ad un verbo che sconfina nel territorio dell’impossibile.

I nostri occhi cercano quel labirinto dove si nascondono orrori nella certezza che il ritorno alla luce porterà ad una conoscenza diversa, non infangata dalle menzogne di chi vuol farci credere che non esiste riscatto ma solo morte e vendetta.