“Ma tutti gli altri giorni no” Giancarlo e Massimiliano Governi Nutrimenti

 

 

“Il motivo per cui una scintillante mattinata di fine ottobre del 2020 ti ho chiesto di iniziare una conversazione intima, un viaggio della memoria, con me, non lo so nemmeno io.”

Un padre e un figlio costruiscono un dialogo serrato confrontando vissuti differenti.

Due generazioni a confronto permettono di comprendere il percorso culturale di entrambi.

Dovrebbe essere una intervista ma i toni sono conviviali, personali ma sempre guidati da una rigorosa e scientifica impostazione giornalistica.

Attraverso i racconti di Giancarlo Governi, tra i fondatori di Rai Due, conosciamo le dinamiche televisive che nell’evoluzione costante ci hanno portato all’oggi.

Nella semplicità delle risposte si intravede in filigrana l’umiltà dell’uomo che giorno dopo giorno ha costruito la sua carriera partendo dal basso.

Massimiliano è uno degli scrittori più creativi nel panorama italiano, i suoi libri contengono riflessioni sull’essere, sanno deviare verso la visione e il sogno.

“Ma tutti gli altri giorni no”, pubblicato da Nutrimenti, può essere definito un saggio di costume.

A me piace pensare ad un viaggio mano nella mano verso la meta della reciproca comprensione.

Non è casuale che nelle prime pagine si parte con una comune passione: il fumetto.

Pur nell’approccio e nelle preferenze differenti ad attrarre entrambi c’è la nuova tecnica comunicativa.

Questa attrazione è costante sia che si parli di libri, di programmi televisivi, di teatro.

È l’arte che in tutte le sue forme che viene assaporata.

Tanti i personaggi noti e meno noti, gli aneddoti, i ricordi.

“La televisione, quell’aggeggio che ci avrebbe portato il mondo in casa, che avrebbe fatto l’unità linguistica d’Italia, che avrebbe abbattuto i confini e che avrebbe trasformato, nel bene e nel male, l’universo mondo in un villaggio globale.”

La seconda parte del testo ha un imprinting più soggettivo, in parte per gli argomenti trattati.

Il futuro dell’umanità, la concezione della morte, il senso di colpa, l’infanzia diventano tasselli di una affabulazione che si stringe sempre più verso un nucleo centrale.

Quel nucleo è l’amore filiale, forte, resistente a qualunque bufera.

 

“Elizabeth Appleton” John O’Hara Nutrimenti

 

“Una finge di non saperle, certe cose.”

Riuscire a smascherare i vizi e le menzogne di una società arroccata su un perbenismo molto formale non è cosa facile.

“Elizabeth Appleton”, grande classico della letteratura mondiale, finalmente sbarca in Italia, pubblicato da una casa editrice come Nutrimenti che da sempre propone itinerari culturali interessanti.

Regala opere di pregio che smontano sia nello stile che nel contenuto l’idea di narrativa di genere.

Difficile infatti catalogare il romanzo in questione come una lettura del Tempo storico.

Ambientato tra gli anni Trenta e Cinquanta, pur mantenendo una accurata ricostruzione di luoghi e atmosfere, riesce a creare un ponte che spinge verso una aspra critica di atteggiamenti e sottoculture presenti.

Mi piace pensare ad un romanzo molto provocatorio che certamente suscitò non poche polemiche.

Si intaccano le intoccabili e quasi sacre università americane, si mostrano i giochi di potere e le scaramucce.

Ma l’istituzione che viene analizzata è il matrimonio.

Non è casuale che la protagonista, che dà il titolo al testo, sposi un uomo di rango inferiore, abbandonando agi e ricchezze.

Su tutto domina l’amore, idealizzato e mitizzato.

Il mito si frantuma di fronte alle rinunce e ad una crescente insoddisfazione.

Il marito si rivela nella sua più banale essenza e finisce di essere l’uomo dei sogni.

Intrighi, segreti, pruriginose verità iniziano a prendere corpo mentre il ritmo accelera in un vorticare di figure secondarie, delineate con tratti decisi.

I dialoghi sono corollario di uno sviluppo sempre più cadenzato da una scrittura asciutta e impeccabile.

John O’Hara è stato definito “il vero Fitzgerald”, paragonato a Balzac, a Cheever e a Yates.

Se molte sono le similitudini nello studio caratteriale e nella narrazione di una certa parte del Continente americano, lo scrittore mantiene una sua unicità.

Mette in crisi ogni valore, lo espropria di ogni simbologia.

Descrive le sfumature oscure dell’animo e lo fa con una buona dose di sarcasmo.

Si diverte e noi con lui, sentiamo la sua onestà intellettuale e gli siamo grati per averci regalato un affresco compatto e molto realista.

 

“Comincia a Brooklyn” Federica Piacentini Nutrimenti

 

 

Martin è un combattente a soli nove anni.

Determinato a riuscire nel suo piano impara a giocare a scacchi.

Deve vincere un torneo che gli permetterà di avere il denaro per curare la madre.

“Comincia a Brooklyn”, pubblicato da Nutrimenti, è all’apparenza una storia semplice, un racconto di formazione.

Ma ben altra è la potenza narrativa di un testo scritto con il cuore.

Nella figura del ragazzino si concentra la difficoltà di crescere, la tensione nel voler superare prove complesse, la necessità di inventare una strategia.

Le dinamiche familiari vengono affrontate con onestà e si percepiscono i nodi conflittuali legati all’assenza del padre.

Come riferimenti forti sono presenti i nonni con le loro storie di migrazione e di riadattamento.

Protettiva e saggia Mama Jean, che pur non essendo parente sa esserci nei momenti difficili.

Certamente il maestro di scacchi diventa un pilastro fondamentale per la capacità di insegnare ad affrontare le sfide a viso aperto.

“Il bianco e il nero sulla scacchiera apparivano come la separazione netta della speranza e del fallimento: speranza di riuscire, paura di fallire.”

La scrittura mantiene un tono uniforme, chiaro, senza forzature sentimentali.

Le parole interpretano gli stati d’animo e fanno da sfondo ad una narrazione che con pochi tratti delinea la sofferenza e indica la via per la reazione.

Anche nei momenti più tragici c’è una luce che sconfigge la paura.

C’è un dopo anche oltre il tempo e lo spazio.

Federica Piacentini ha frequentato la Scuola di Scrittura Creativa di Roberto Cotroneo e nella sua prima prova letteraria mostra l’accuratezza nella scelta dei fonemi.

È evidente la denuncia al Servizio Sanitario americano che non garantisce assistenza a tutti mentre la città innevata sembra uscita da una favola antica.

Per ricordare che “tutte le persone che vanno via, dopo un pò ritornano.”

“Mr Hyde” Boileau Narcejac Nutrimenti Editore

 

Conturbante e costruito alla perfezione come una scatola cinese, “Mr Hyde”, pubblicato da Nutrimenti Editore e tradotto da Giuseppe Girimonti Greco ed Ezio Sinigaglia, è un classico intramontabile.

Potrebbe essere definito un noir perché non mancano gli omicidi e le atmosfere indecifrabili dove il mistero regna indisturbato.

Si aggiunge un elemento che dominerà la narrazione creando una rete di connessioni introspettive.

Ad essere indagata è la psiche di un uomo fragile, Renè Jeantôme, tormentato dal blocco dello scrittore.

Dopo un esordio brillantissimo, improvvisamente la vena artistica si spegne.

Ci sono le idee che si affollano confusamente, manca la capacità di aggregarle.

“Certo, ogni giorno perde un pò della sua forza.

La sua è, a Parigi, fra le tante, una fama che si estingue.

Ancora un anno, o pochi mesi.

Nuovi scrittori premiati ecclisseranno quelli vecchi.

Un libro che muore fa più male di un amore che finisce.”

A condire una trama fitta e intrigante domina la costante riflessione sulla qualità della scrittura, sul ruolo della parola nel guazzabuglio di un tempo afflitto dal frastuono di rumori senza senso.

“Ciò che fa poesia è l’immagine nella sua nudità espressiva.

Niente retorica, non serve.”

Bisogna indagare sulle cause di questa terribile mancanza di creatività.

Ad influenzarlo negativamente sarà la moglie, famosissima scrittrice, con la quale intrattiene una relazione conflittuale?

O i demoni del passato si stanno impossessando della sua mente?

Eventi traumatici hanno attraversato la sua infanzia creando un terribile senso di colpa.

Questo bisogno di espiazione emerge con violenza grazie all’intervento di un neurologo che cercherà di far luce su alcuni episodi che sono stati rimossi.

“Se è vero che i suoi fantasmi non balzano fuori da lui stesso ma da un luogo più remoto, è però altrettanto vero che lui è in grado di orchestrarli a suo piacimento, trattandoli come parti costitutive di una storia.”

Si resta ammaliati da una rete invisibile di suggestioni mentre ci si sente in bilico su una rupe.

Boileau e Narcejac furono una coppia di autori francesi molto apprezzati.

Ad una delle loro opere si ispirò Alfred Hitchcock per realizzare “La donna che visse due volte.”

È difficile trovare una struttura narrativa tanto solida ed intrigante.

Un viaggio ai confini della razionalità che vi porrà molti interrogativi.

Quanto siamo influenzabili?

Siamo capaci di sconfiggere quell’oblio pericoloso che ci porta a far tacere la coscienza?

Le altre domande trovatele voi, buona lettura.

 

 

“La somma e il totale di questo preciso momento” Don Robertson Nutrimenti

 

“La gente non faceva altro che dire al ragazzo che lo smarrimento faceva parte del Diventare Adulti.

Ciò che in realtà facevi, dicevano, era dare ordine a tale smarrimento, finendo per collocare ogni cosa nella giusta prospettiva.

E dopo un certo numero di anni trascorsi a fare questo, dicevano, allora raggiungevi la Maturità, e la Maturità era…oh, beh, semplicemente la cosa più bella che si potesse desiderare…”

La potenza espressiva di Don Robertson si sviluppa su più fronti interpretativi.

Forte e carica di pathos è la voce narrante, un ragazzino che tiene vivo il testo attraverso un dialogo costante e silenzioso con sé stesso.

Si resta sbalorditi di fronte ad osservazioni taglienti come lame, profonde e genuine.

Non ci sono sovrastrutture mentali ma la libertà di osservare il mondo da una prospettiva che dal soggettivo si sviluppa in direzione dell’oggettività.

Il ragazzino studia gli altri con acume ed intelligenza, pondera, medita e prova a crescere.

Dalla famiglia osservata con sguardo critico all’ambiente circostante scomposto e riassemblato dopo una rivisitazione degli eventi, di cause ed effetti.

C’è tutta la fatica di accedere ad un universo sconosciuto dove tante sono le trappole.

Già il titolo, “La somma e il totale di questo preciso momento”, offre una linea interpretativa.

È il tempo a muovere le pedine di un testo che può essere definito filosofico.

Al di là della trama che ci restituisce un’America che ha perso quello splendore patinato e finto.

Nel romanzo, pubblicato da Nutrimenti Editore e tradotto da Nicola Manupelli, non c’è spazio per la finzione.

Abbattuti gli schemi rigidi di una narrativa asservita al potere, ancora una volta l’autore mostra quella autonomia ideativa che rende immensi i suoi scritti.

“È solo che penso troppo”.

In una società che non esercita più il diritto all’autonomia di pensiero questa affermazione suona come un monito e una provocazione.

È questa la scrittura di uno dei più grandi autori del nostro secolo, essere coscienza critica, voce fuori dal coro.

Ed ecco che la trama, articolata e dinamica, è solo corollario ad un progetto più ampio.

Mettere in discussione la cultura dominante, offrire una prospettiva differente.

E che sia un ragazzino a mostrarci la strada è un atto coraggioso e rivoluzionario.

Tornare alla antropologia delle emozioni.

Diventare parte attiva nel percorso evolutivo, provare a comprendere il gioco perverso della morte, affacciarsi all’amore con quella genuinità che non conosce barriere.

“La malattia, il dolore e la morte non cambiavano nulla.

Se amavi le persone, facevi quello che potevi per loro.”

Una testimonianza d’amore, il sommesso inno al cambiamento, la tenera rappresentazione del coraggio.

Da leggere provando ad entrare in sintonia con il protagonista.

Sarà un’esperienza emozionante, farà vibrare il cuore e permetterà di essere avvolti dal benevolo abbraccio dell’innocenza.

 

“Mamá” Jorge Fernández Díaz Nutrimenti

 

 

“Mamá”, pubblicato da Nutrimenti Editore e tradotto da Letizia Sacchini e Andrea Monti, ricostruisce la vita di Carmen, costretta dalla povertà ad abbandonare la famiglia.

Lascia le Asturie e con una valigia di cartone si imbarca nella nave che la porterà in Argentina.

Ha solo quindici anni e quella separazione segnerà per sempre la sua psiche.

“Quando salì sulla passerella del piroscafo e salutò dal ponte col suo fazzoletto bianco, era un ranocchietto selvatico, triste e semianalfabeta.”

Le arriva smorzato l’urlo della mamma: “Figlia mia, scendi da lì, non andare!”

Parole che non cancellano l’amarezza di non essere stata amata.

Ad accoglierla gli zii ma le promesse di un nuovo inizio vengono offuscate da una terribile storia di abuso.

Quello che colpisce è che questa giovane, ferita nell’animo, mantiene una impassibilità esteriore.

Si protegge come quegli animali che per anni ha accudito con affetto.

La scrittura procede con il ritmo lento di una saga familiare e nelle storie dell’albero geneologico si ricostruisce la Storia di due paesi.

Jorge Fernández Díaz racconta la madre con mano ferma, riordina gli eventi, tratteggia i paesaggi interiori.

Si percepisce il rispetto per colei che lo ha tenuto nel ventre e la scrittura è un ritorno proprio a quel nido caldo.

“E mia madre, che aveva rinunciato alla sua vita sociale, rammendava pantaloni e calzini fino all’ultimo brandello, amministrava i pochi soldi che entravano in casa e imponeva la sua dittatura del risparmio.”

Pennellate cariche di amore nella linearità della memoria.

Lo scrittore intercala episodi della sua infanzia e adolescenza ed, in questo intersecarsi di racconti, la famiglia diventa perno sacro anche quando sembra traballare.

“Non conosco nessuna persona perbene che non abbia ordito la sua personale utopia del Sud.

Nella mia c’erano un lago a specchio, una montagna circondata da nuvole basse, un bosco, un rifugio alpino, un romanzo la mattina, un articolo il pomeriggio, la caccia al cervo nei fine settimana e un ironico disprezzo della folla umida e chiassosa di Buenos Aires.”

Sintesi perfetta che lascia intravedere il senso di spaesamento del figlio di esuli.

La purezza di una parola che è voce forte di tutti i migranti del mondo.

Il coraggio di esplorare il mondo complesso dell’affettività.

Un romanzo che sa essere anche politico, un invito a perdonare e a non arrendersi mai.

Certamente Carmen resterà nel cuore dei lettori e le sue parole continueranno a risuonare:

“Vedi di raccontare la verità.”

 

 

 

“Deserto d’asfalto” S.A. Cosby Nutrimenti

 

È certamente meritato il grandissimo successo in America nel 2020 di “Il deserto d’asfalto”, pubblicato in Italia da Nutrimenti e tradotto brillantemente da Nicola Manuppelli.

Sarebbe riduttivo considerarlo un  thriller riuscito.

Il ritmo incandescente, i colpi di scena, le atmosfere di un’America malavitosa creano un substrato necessario per costruire una struttura narrativa duttile.

I riflettori si accendono su Beauregard Montage e fin da subito si intuisce una personalità combattuta.

Ha faticato per conquistare rispettabilità, ha una famiglia felice, un lavoro finalmente indipendente.

Ma le pressioni di un’economia che non perdona lo costringono a compiere scelte complicate.

Accetterà di partecipare ad una rapina e da quel momento entrerà in una spirale devastante di sensi di colpa.

“Si sentiva come Giano, il dio bifronte, che guardava il futuro e il passato con uguale trepidazione.”

Su questa disarmonia psicologica si sviluppa la trama e il lettore è trascinato da una calamita in un vortice di eventi.

Le descrizioni dei luoghi pur essendo essenziali ne restituiscono tutta l’autenticità.

I dialoghi sono ritmati e sempre capaci di regalare la tensione emotiva dei personaggi.

La scrittura sa essere poetica e al contempo realista.

Quello che colpisce è il rapporto con il passato.

Il protagonista ha un legame ambivalente con il padre scomparso quando era bambino.

“Mio padre era come un temporale in un mondo di brezze leggere.

Ha affrontato la vita sempre così.”

S.A. Cosby è un autore capace di far respirare il testo che mostra una flessibilità espressiva.

Sa emozionare e far trattenere il respiro.

Riesce a raccontare quell’America dimenticata dove il confine tra Bene e Male è molto fragile.

Non chiude il romanzo con un finale di comodo.

Non ne ha bisogno perché è un manipolatore della parola, pronto a realizzare virtuosismi sintattici e stilistici.

Offre una speranza che il lettore accoglie come una piccola gemma in un mondo che non osserva i mutamenti interiori.

Da leggere gustando ogni pagina, ogni frase, ogni respiro.

 

“L’attentato” Miljenko Jergović Nutrimenti Editore

 

“La sua coscienza è a posto: non avrebbe sparato all’uomo, ma all’arciduca.

Quello che sta compiendo è l’assassinio di un tiranno.

Negli ultimi anni il tirannicidio è diventato una moda europea.

Le idee di libertà, di giustizia sociale e di anarchia si formulano, si promuovono e si diffondono sparando al sovrano.”

Un giorno fatidico: il 28 giugno 1914.

La Storia segna un arretramento che resterà come pietra miliare nei destini delle Nazioni.

Viene assassinato l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando accendendo un fuoco che infiammerà le coscienze.

Miljenko Jergović in “L’attentato”, pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Ljiljana Avirović, ricostruisce l’evento attraverso una prospettiva che parte dall’osservazione dei comportamenti.

Due uomini: la vittima e il carnefice.

Scavare nelle esistenze di entrambi significa mostrare il volto umano di vicende che continuano ad appartenerci.

Cosa spinge Gavrilo Princip a sparare?

Gli ideali rivoluzionali possono giustificare un omicidio?

Il testo pur mantenendo una trama romanzata può essere letto come saggio o come mappa interiore dove ogni personaggio gioca a scacchi con il proprio destino.

Pagine di grande attualità che ci aiutano a capire quanto ad ogni azione si contrappone una reazione.

Gli obiettivi dell’autore sono infiniti.

C’è il dolore per una terra da sempre martoriata, la rabbia per l’indifferenza del mondo, la mestizia di fronte a guerre che in nessun modo possono essere giustificate.

Se in una prima parte il coivolgimento è poco visibile, nel finale si ha la certezza che il testo sia liberatorio.

Ricordare significa imparare e soprattutto scegliere da che parte stare.

Una frase lascia perplessi: “La cosa più sicura è essere invisibili.”

Mi piace pensare che sia una sfida e un invito a recuperare un’idea di mondo che sappia coniugare le diversità.

Composta la scrittura, interessanti i costrutti narrativi che si susseguono senza accavallarsi.

A tratti si notano affinità con i poemi epici rivisti attraverso il filtro della verità storiografica.

 

 

“Dieci storie quasi vere” Daniela Gambaro Nutrimenti

 

“Il mondo è pieno di cose che si compiono in automatico, seguendo una procedura ormai acquisita e ripetitiva, e che hanno conseguenze inaspettate, più o meno gravi.”

 

“Dieci storie quasi vere”, pubblicato da Nutrimenti, evidenzia ed ingigantisce gesti e abitudini che diamo per scontati.

Rilegge un ricordo, un’ossessione, un viaggio cercando di cogliere l’inatteso.

Quel misterioso evento che permettere di svelare la linea sottile tra felicità e infelicità,  dolore e gioia.

Racconti che all’apparenza sembrano quotidiane rappresentazioni di esistenze normali, ma installano il dubbio che qualcosa non procede secondo la rete ordinata di giorni uguali.

La delusione nel non ritrovare più l’innocente complicità dell’infanzia, l’insoddisfazione di una moglie, la passione per i nativi d’America: piccole bolle che non riescono a galleggiare in superficie.

Restano come frammenti sparsi che vorrebbero andare, senza direzione.

“Forse scoprirò un nuovo modo di sorprendermi…”

La raccolta, finalista ad Premio Calvino 2019, dove ha ottenuto la menzione speciale, intacca la normalità, mostra le fragilità e le solitudini.

La paura di essere madre, la colpa per un errore fatale, la distanza tra genitori e figli sono narrati con semplicità e al contempo con un’osservazione dilatata sui dettagli emotivi.

L’esordio narrativo di Daniela Gambaro convince perchè ha una voce diretta, un parafrasare veloce e arguto.

“Una stanza in più” non è solo il titolo di uno dei racconti, è il luogo dove potremo finalmente abitare.

“Bianca, pulita e vuota: gravida di attesa.

Era uno spazio rilassante, dove si poteva portare una sedia e rimanere seduti senza capire quanto tempo fosse passato da quando le palpebre si erano chiuse.”

Mostrarci a noi stessi e agli altri senza maschere ingombranti.

Noi abbracciati stretti alle luci improvvise che scompongono il buio.

 

“Eclissi” Ezio Sinigaglia Nutrimenti Editore

“Eclissi”, pubblicato da Nutrimenti Editore, è magico incontro con uno “spazio smisurato, opaco, perduto in un invisibile orizzonte”.

La Natura che si rivela all’uomo e trasfigura la ricerca esistenziale.

Luogo affollato di ricordi stigmatizzato da immagini affidate all’oblio.

Il settantenne Eugenio Akron diventa l’alter ego di coloro che vogliono spingersi oltre, cercare nella simbologia dell’evento astronomico l’oscurità totale.

Nel buio fare emergere “il seme dell’unicità”, l’agonia di giorni perduti, l’evocazione dell’amico che ha voluto lasciargli un messaggio.

L’inattesa amicizia con un’anziana signora crea un’intesa intellettuale, una spinta ad affrontare “ogni cupo pozzo d’ombra.”

“Accoglieva la trafittura del ricordo, con gratitudine perfino, ma non permetteva alla memoria di espandersi, di diramarsi per contagio.

E ora, invece, la memoria dilagava”.

Pentimento e senso di colpa diventano fuoco che brucia corpo e anima ma solo attraverso lo smarrimento si potrà arrivare alla rivelazione finale.

Ezio Sinigaglia ha una voce unica, ricercata, con un timbro profondo, intenso, raffinato.

È maestro nel cucire immagini di una bellezza straziante ad una modulazione linguistica fuori dal comune.

Intreccia lingue diverse, le impasta tra loro affidando all’innovazione verbale il compito di ritrovare la Babele perduta.

“Il cielo metteva in scena, su un fondale azzurro pallido, una corsa di nuvole candide e leggere”.

Perdiamoci nei colori sfumati, nella magnificenza di acqua e aria, respiriamo con emozione la Parola e attendiamo con impazienza la prossima opera dello scrittore.

Viviamo “il capovolgimento dell’intuito naturale, dell’abitudine dei sensi, della lettura umana del mondo.”