Intervista a Lorena Spampinato autrice di “Il silenzio dell’acciuga” Nutrimenti Editore

@CasaLettori dialoga con Lorena Spampinato, autrice di “Il silenzio dell’acciuga”, Nutrimenti

La famiglia in “Il silenzio dell’acciuga” ha diverse sfumature. Quale la più significativa rappresentazione?

“La famiglia nel romanzo è un perimetro, uno spazio che suggerisce un’appartenenza, la prima unità di misura – il primo strumento – per stabilire le distanze che ci separano dal resto. Quel perimetro è prima confine invalicabile, poi varco, possibilità.”

 

 

Diversità e similitudine, una correlazione con il presente?

“Il romanzo è ambientato nella Sicilia degli anni ’60. Da allora la superficie è mutata: le dinamiche familiari e relazionali sembrano essersi liberate dalle costrizioni di una volta, ci sentiamo furbi, moderni, emancipati. Il silenzio però resta, spesso a coprire retaggi che fanno fatica a lasciarci. E intanto il sessismo si fa sotterraneo, la sopraffazione velata, le pretese vengono normalizzate. E noi ci ritroviamo ad arredare questo mondo senza preoccuparci di cambiarlo. Compriamo tappeti colorati per non vedere la polvere.”

 

 

La madre è appena accennata, la necessità di definire un’assenza?

“La madre è il frutto di un immaginario, quello che Tresa si crea per buona parte della sua vita. Tresa non fa che interrogarsi sulla sua morte e sulla sua natura di donna, al punto da assegnare alla morte della madre un peso quasi politico, rivoluzionario.
La madre è morta quando Tresa era troppo piccola per ricordare: non c’è un lutto da digerire, solo il bisogno di una storia che dia senso all’assenza.”

 

 

“Un posto dove si poteva consumare la felicità”, la sua scrittura ha una cadenza molto poetica. Si possono conciliare narrativa e poesia?

“La forma romanzo non è un sistema chiuso, ha natura metamorfica: è duttile, inclusiva, onnivora. Io sono per la contaminazione, per l’ibrido.”

 

Nella vita di Tresa c’è una svolta significativa: un invito a cercare sempre la libertà interiore?

“Libertà” è una parola chiave nel romanzo. È apertura, rivoluzione, possibilità. L’unica via per scardinare ogni tabù e affrancarsi da un destino già scritto. Dopo un’infanzia di costrizioni Tresa imparerà a scegliere, a riappropriarsi di ciò che le è stato negato: il suo corpo, la sua voce.”

 

 

Dietro l’arroganza maschile quanta fragilità si nasconde?

“L’arroganza maschile è il frutto di una storia – una storia di attitudini cui aderire: virilità, violenza, misoginia, assenza di emotività – che per anni ha ingabbiato il maschile in uno stereotipo da cui è difficile tirarsi fuori. E come sempre accade, l’urgenza di soffocare ogni inclinazione naturale per aderire a tutti i costi a un ruolo che altri hanno stabilito per noi nasconde fragilità profondissime.”

 

 

Come definirebbe in 3 aggettivi Rosa?

“Vitale, scomoda, carnale.”

 

 

Il personaggio più difficile da delineare?

“Gero, il fratello gemello di Tresa. È il personaggio più ambivalente, più ambiguo. In lui coesistono istanze contrapposte: da un lato la meraviglia della scoperta, dall’altro il terrore del cambiamento.”

 

 

Quello che più le assomiglia?

“Tresa. Mi ricorda molto la bambina e la ragazzina che ero. Forse questo libro è il tentativo di parlare a lei, di dirle di non preoccuparsi, di non avere paura.”

 

 

È stata molto parca nell’uso del dialetto, come mai?

“Nel romanzo i dialoghi sono pochissimi. Volevo che il silenzio si prendesse tutto.”

 

 

La sua Sicilia è appena accennata, sono le figure del romanzo a definirla?

“La Sicilia è dentro Tresa. Tresa è l’isola a sud del sud, separata da tutto.”

 

 

La violenza e l’amore: il romanzo si muove su due traiettorie. Quanto è doloroso confrontarsi con le ferite dell’anima?

“L’idea che Tresa si fa dell’amore tiene insieme due opposti: da una parte l’emozione di una vita che si affaccia alle nuove scoperte, dall’altra il sentore dell’errore, dell’abbaglio. Il dolore viene da questo conflitto; così come il senso di colpa che allarga la sua ombra su tutto.”

 

 

“Il nero della pietra lavica, la cenere di terra scura”: un colore dominante che rappresenta stati d’animo?

“La cromia dei ricordi è simbolica. I primi anni di vita – quando Tresa e Gero vivono con il padre nella provincia catanese – sono cupi e grigi, quando invece ci si sposta nell’entroterra siciliano insieme a Rosa tutto si fa rosseggiante.”

 

È riuscita a far emergere la parte più nascosta di se stessa attraverso la narrazione?

“Dal silenzio qualcosa è venuto fuori.”

 

 

Progetti futuri?

“Per adesso porterò un po’ in giro Tresa, ne ha bisogno. Poi sono certa che sarà lei a portarmi da qualche parte.”

“Storia di Anna” Giuliano Gallini Nutrimenti

 

 

Ferrara avvolta da mutevoli sentimenti.

Città che si apre mostrando intimidita la sua bellezza cangiante.

Uno scenario trasognato, dove si muovono danzando i personaggi creati da Giorgio Bassani.

Testimoni di una frantumazione storica ed esistenziale che Giuliano Gallini riesce a ricomporre.

“Storia di Anna”, pubblicato da Nutrimenti, scioglie enigmi e ne inventa altri.

Scava nell’esistenza della protagonista, ne coglie impercettibili fiammate, ne restituisce entusiasmi e sogni.

Figura che sfugge e che attrae, polo incandescente di lacerazioni profonde.

Il ricordo dei genitori scomparsi prende le forme di un’apparizione nella necessità di non perdere quel legame inscindibile.

Donna colta, vittima di un tempo liquido dove non c’è posto per la fantasia, si lascia trascinare sulle sponde di un matrimonio infelice.

Madre che non sa intuire il disagio del figlio, amante posseduta dal demone di un desiderio che trafigge ogni tabù.

“La moltiplicazione dell’Io”: è questa la forza del romanzo.

Creare uno spazio aperto, intravedere orizzonti assolati,  smaltire la tristezza nella periferia desolata dell’animo.

Cogliere l’incanto di un incontro e sentire il terrore della perdita.

Affidarsi e negarsi, cercare il territorio sabbioso della follia, scegliere il silenzio mentre le ore si allungano trasformando le ombre in fantasmi.

Una storia scritta con la passione di chi non edulcora il presente.

Lo mostra con cura in tutta la sua ferocia.

Nel gioco tra vita e morte non ci sono vincitori e vinti, solo lo sguardo che si dilata sui binari in corsa mentre si continua a incedere in un dedalo inesplorato.

Chi siamo e dove andiamo? Riusciremo a trovare tracce e indizi che ci condurranno alla pace?

Pagine accorate, appassionate, mai distanti.

La dialettica del pathos si lascia toccare, esplorare, vivere e negli  infiniti possibili finali si percepisce il canto libero delle nostre nonne, madri e figlie.

 

Agenda Letteraria del 17 febbraio 2020

 

“Fantasmi e fantasie non erano mai mancati dalla mente di Anna.

Viveva questo oltremondo con bonarietà verso se stessa: una delle poche indulgenze che si permetteva.

Alimentate anche dalle letture, le sue immagini comparivano rispettose.”

 

Giuliano Gallini “Storia di Anna” Nutrimenti

“Il silenzio dell’acciuga” Lorena Spampinato Nutrimenti

“A casa nostra, il contatto non era un’estensione del sentimento, era piuttosto una dichiarazione di esistenza.”

Tresa e Gero, gemelli che nella similitudine cercano il riconoscimento, la visibilità, la necessità di esprimere una presenza nel mondo.

L’infanzia è assenza della madre, che nella morte è stata relegata all’oblio.

Un padre incapace di regalare amore, pronto a cercare altre strade per fuggire dalle responsabilità di genitore.

Rosa che “mescolava parole, creava innesti di discorsi che poi disperdeva nel vuoto”.

Figura di aria e di luce, diventa famiglia e impara il linguaggio della comprensione.

Sullo sfondo una Sicilia appena accennata, qualche sfumatura che svela l’incanto e la tragicità di una terra che si chiude in se stessa.

“I due luoghi della mia infanzia, l’uno alle pendici dell’Etna, l’altro disperso nell’entroterra siciliano, creavano così ricordi sovrapposti”

Gli spazi si confondono nella nebbia di un gelo interiore.

La piazza, la campagna, la casa: immagini sulle quali si sovrappongono personaggi che circoscrivono arretratezza e bigottismo.

“Il silenzio dell’acciuga”, pubblicato da “Nutrimenti”, nella linearità di una narrazione a tratti dolorosa, è simbolica rappresentazione della complessità dell’adolescenza.

La difficoltà di comprendere l’universo adulto, spinoso, inespressivo.

“Essere femmina era una condanna a sembianze e modi d’essere da cui era meglio stare alla larga”.

1965 e la negazione del ruolo, del corpo e delle emozioni.

Vivere “la differenza, che avveniva ancora solo per sottrazione” e la paura di staccarsi dal modello maschile.

L’amicizia sempre in bilico con la scoperta del desiderio e il costante rifiuto di vedersi femmina.

Lorenza Spampinato crea un’atmosfera densa di sentimenti, introduce poche parole dialettali come a voler ribadire un’appartenenza.

Trasforma il conflitto tra fratelli in una prova di forza che non avrà vincitori.

Racconta il silenzio che uccide la verità, lo materializza attraverso una scenografia accurata.

“Forse la parte più grande di noi è lì nascosta, sottoterra.

Ci trattiene e al contempo ci tiene in vita”.

Un canto avvolge ogni cosa e lascia nel cuore il segno di un viaggio sofferto.

Si torna all’origine in un abbraccio immaginato mentre i troppi fantasmi scompaiono lasciando solo un vuoto nel petto.

 

 

 

Anteprime Letterarie

 

“Pensai spesso a come sarebbe stato crescere con una madre, a che forma avrebbero avuto i miei pensieri se accanto ai modi bruschi di mio padre ci fosse stata una figura più morbida, più simile a me.

E intanto mi perdevo tra le sue parole, che erano scorciatoie per terre che neanche sospettavo esistessero.”

 

Lorena Spampinato “Il silenzio dell’acciuga” Nutrimenti Editore

 

In libreria il 23 gennaio 2020