“Mamá” Jorge Fernández Díaz Nutrimenti

 

 

“Mamá”, pubblicato da Nutrimenti Editore e tradotto da Letizia Sacchini e Andrea Monti, ricostruisce la vita di Carmen, costretta dalla povertà ad abbandonare la famiglia.

Lascia le Asturie e con una valigia di cartone si imbarca nella nave che la porterà in Argentina.

Ha solo quindici anni e quella separazione segnerà per sempre la sua psiche.

“Quando salì sulla passerella del piroscafo e salutò dal ponte col suo fazzoletto bianco, era un ranocchietto selvatico, triste e semianalfabeta.”

Le arriva smorzato l’urlo della mamma: “Figlia mia, scendi da lì, non andare!”

Parole che non cancellano l’amarezza di non essere stata amata.

Ad accoglierla gli zii ma le promesse di un nuovo inizio vengono offuscate da una terribile storia di abuso.

Quello che colpisce è che questa giovane, ferita nell’animo, mantiene una impassibilità esteriore.

Si protegge come quegli animali che per anni ha accudito con affetto.

La scrittura procede con il ritmo lento di una saga familiare e nelle storie dell’albero geneologico si ricostruisce la Storia di due paesi.

Jorge Fernández Díaz racconta la madre con mano ferma, riordina gli eventi, tratteggia i paesaggi interiori.

Si percepisce il rispetto per colei che lo ha tenuto nel ventre e la scrittura è un ritorno proprio a quel nido caldo.

“E mia madre, che aveva rinunciato alla sua vita sociale, rammendava pantaloni e calzini fino all’ultimo brandello, amministrava i pochi soldi che entravano in casa e imponeva la sua dittatura del risparmio.”

Pennellate cariche di amore nella linearità della memoria.

Lo scrittore intercala episodi della sua infanzia e adolescenza ed, in questo intersecarsi di racconti, la famiglia diventa perno sacro anche quando sembra traballare.

“Non conosco nessuna persona perbene che non abbia ordito la sua personale utopia del Sud.

Nella mia c’erano un lago a specchio, una montagna circondata da nuvole basse, un bosco, un rifugio alpino, un romanzo la mattina, un articolo il pomeriggio, la caccia al cervo nei fine settimana e un ironico disprezzo della folla umida e chiassosa di Buenos Aires.”

Sintesi perfetta che lascia intravedere il senso di spaesamento del figlio di esuli.

La purezza di una parola che è voce forte di tutti i migranti del mondo.

Il coraggio di esplorare il mondo complesso dell’affettività.

Un romanzo che sa essere anche politico, un invito a perdonare e a non arrendersi mai.

Certamente Carmen resterà nel cuore dei lettori e le sue parole continueranno a risuonare:

“Vedi di raccontare la verità.”

 

 

 

“Deserto d’asfalto” S.A. Cosby Nutrimenti

 

È certamente meritato il grandissimo successo in America nel 2020 di “Il deserto d’asfalto”, pubblicato in Italia da Nutrimenti e tradotto brillantemente da Nicola Manuppelli.

Sarebbe riduttivo considerarlo un  thriller riuscito.

Il ritmo incandescente, i colpi di scena, le atmosfere di un’America malavitosa creano un substrato necessario per costruire una struttura narrativa duttile.

I riflettori si accendono su Beauregard Montage e fin da subito si intuisce una personalità combattuta.

Ha faticato per conquistare rispettabilità, ha una famiglia felice, un lavoro finalmente indipendente.

Ma le pressioni di un’economia che non perdona lo costringono a compiere scelte complicate.

Accetterà di partecipare ad una rapina e da quel momento entrerà in una spirale devastante di sensi di colpa.

“Si sentiva come Giano, il dio bifronte, che guardava il futuro e il passato con uguale trepidazione.”

Su questa disarmonia psicologica si sviluppa la trama e il lettore è trascinato da una calamita in un vortice di eventi.

Le descrizioni dei luoghi pur essendo essenziali ne restituiscono tutta l’autenticità.

I dialoghi sono ritmati e sempre capaci di regalare la tensione emotiva dei personaggi.

La scrittura sa essere poetica e al contempo realista.

Quello che colpisce è il rapporto con il passato.

Il protagonista ha un legame ambivalente con il padre scomparso quando era bambino.

“Mio padre era come un temporale in un mondo di brezze leggere.

Ha affrontato la vita sempre così.”

S.A. Cosby è un autore capace di far respirare il testo che mostra una flessibilità espressiva.

Sa emozionare e far trattenere il respiro.

Riesce a raccontare quell’America dimenticata dove il confine tra Bene e Male è molto fragile.

Non chiude il romanzo con un finale di comodo.

Non ne ha bisogno perché è un manipolatore della parola, pronto a realizzare virtuosismi sintattici e stilistici.

Offre una speranza che il lettore accoglie come una piccola gemma in un mondo che non osserva i mutamenti interiori.

Da leggere gustando ogni pagina, ogni frase, ogni respiro.

 

“L’attentato” Miljenko Jergović Nutrimenti Editore

 

“La sua coscienza è a posto: non avrebbe sparato all’uomo, ma all’arciduca.

Quello che sta compiendo è l’assassinio di un tiranno.

Negli ultimi anni il tirannicidio è diventato una moda europea.

Le idee di libertà, di giustizia sociale e di anarchia si formulano, si promuovono e si diffondono sparando al sovrano.”

Un giorno fatidico: il 28 giugno 1914.

La Storia segna un arretramento che resterà come pietra miliare nei destini delle Nazioni.

Viene assassinato l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando accendendo un fuoco che infiammerà le coscienze.

Miljenko Jergović in “L’attentato”, pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Ljiljana Avirović, ricostruisce l’evento attraverso una prospettiva che parte dall’osservazione dei comportamenti.

Due uomini: la vittima e il carnefice.

Scavare nelle esistenze di entrambi significa mostrare il volto umano di vicende che continuano ad appartenerci.

Cosa spinge Gavrilo Princip a sparare?

Gli ideali rivoluzionali possono giustificare un omicidio?

Il testo pur mantenendo una trama romanzata può essere letto come saggio o come mappa interiore dove ogni personaggio gioca a scacchi con il proprio destino.

Pagine di grande attualità che ci aiutano a capire quanto ad ogni azione si contrappone una reazione.

Gli obiettivi dell’autore sono infiniti.

C’è il dolore per una terra da sempre martoriata, la rabbia per l’indifferenza del mondo, la mestizia di fronte a guerre che in nessun modo possono essere giustificate.

Se in una prima parte il coivolgimento è poco visibile, nel finale si ha la certezza che il testo sia liberatorio.

Ricordare significa imparare e soprattutto scegliere da che parte stare.

Una frase lascia perplessi: “La cosa più sicura è essere invisibili.”

Mi piace pensare che sia una sfida e un invito a recuperare un’idea di mondo che sappia coniugare le diversità.

Composta la scrittura, interessanti i costrutti narrativi che si susseguono senza accavallarsi.

A tratti si notano affinità con i poemi epici rivisti attraverso il filtro della verità storiografica.

 

 

“Dieci storie quasi vere” Daniela Gambaro Nutrimenti

 

“Il mondo è pieno di cose che si compiono in automatico, seguendo una procedura ormai acquisita e ripetitiva, e che hanno conseguenze inaspettate, più o meno gravi.”

 

“Dieci storie quasi vere”, pubblicato da Nutrimenti, evidenzia ed ingigantisce gesti e abitudini che diamo per scontati.

Rilegge un ricordo, un’ossessione, un viaggio cercando di cogliere l’inatteso.

Quel misterioso evento che permettere di svelare la linea sottile tra felicità e infelicità,  dolore e gioia.

Racconti che all’apparenza sembrano quotidiane rappresentazioni di esistenze normali, ma installano il dubbio che qualcosa non procede secondo la rete ordinata di giorni uguali.

La delusione nel non ritrovare più l’innocente complicità dell’infanzia, l’insoddisfazione di una moglie, la passione per i nativi d’America: piccole bolle che non riescono a galleggiare in superficie.

Restano come frammenti sparsi che vorrebbero andare, senza direzione.

“Forse scoprirò un nuovo modo di sorprendermi…”

La raccolta, finalista ad Premio Calvino 2019, dove ha ottenuto la menzione speciale, intacca la normalità, mostra le fragilità e le solitudini.

La paura di essere madre, la colpa per un errore fatale, la distanza tra genitori e figli sono narrati con semplicità e al contempo con un’osservazione dilatata sui dettagli emotivi.

L’esordio narrativo di Daniela Gambaro convince perchè ha una voce diretta, un parafrasare veloce e arguto.

“Una stanza in più” non è solo il titolo di uno dei racconti, è il luogo dove potremo finalmente abitare.

“Bianca, pulita e vuota: gravida di attesa.

Era uno spazio rilassante, dove si poteva portare una sedia e rimanere seduti senza capire quanto tempo fosse passato da quando le palpebre si erano chiuse.”

Mostrarci a noi stessi e agli altri senza maschere ingombranti.

Noi abbracciati stretti alle luci improvvise che scompongono il buio.

 

“Eclissi” Ezio Sinigaglia Nutrimenti Editore

“Eclissi”, pubblicato da Nutrimenti Editore, è magico incontro con uno “spazio smisurato, opaco, perduto in un invisibile orizzonte”.

La Natura che si rivela all’uomo e trasfigura la ricerca esistenziale.

Luogo affollato di ricordi stigmatizzato da immagini affidate all’oblio.

Il settantenne Eugenio Akron diventa l’alter ego di coloro che vogliono spingersi oltre, cercare nella simbologia dell’evento astronomico l’oscurità totale.

Nel buio fare emergere “il seme dell’unicità”, l’agonia di giorni perduti, l’evocazione dell’amico che ha voluto lasciargli un messaggio.

L’inattesa amicizia con un’anziana signora crea un’intesa intellettuale, una spinta ad affrontare “ogni cupo pozzo d’ombra.”

“Accoglieva la trafittura del ricordo, con gratitudine perfino, ma non permetteva alla memoria di espandersi, di diramarsi per contagio.

E ora, invece, la memoria dilagava”.

Pentimento e senso di colpa diventano fuoco che brucia corpo e anima ma solo attraverso lo smarrimento si potrà arrivare alla rivelazione finale.

Ezio Sinigaglia ha una voce unica, ricercata, con un timbro profondo, intenso, raffinato.

È maestro nel cucire immagini di una bellezza straziante ad una modulazione linguistica fuori dal comune.

Intreccia lingue diverse, le impasta tra loro affidando all’innovazione verbale il compito di ritrovare la Babele perduta.

“Il cielo metteva in scena, su un fondale azzurro pallido, una corsa di nuvole candide e leggere”.

Perdiamoci nei colori sfumati, nella magnificenza di acqua e aria, respiriamo con emozione la Parola e attendiamo con impazienza la prossima opera dello scrittore.

Viviamo “il capovolgimento dell’intuito naturale, dell’abitudine dei sensi, della lettura umana del mondo.”

“Afferra il coniglio” Lana Bastašić Nutrimenti

Ci sono romanzi che leggi senza pause per paura che si rompa l’incantesimo e le parole sulla carta volino via impazienti di raggiungere altri luoghi.

È prepotente il richiamo di “Afferra il coniglio”, pubblicato da Nutrimenti.

Coinvolge la protagonista che ha ricostruito sè stessa a Dublino, città dell’amore e di piccole cose condivise.

Il passato è una pietra che affonda in un mare putrido e oscuro.

Basta una telefonata e l’urgenza di tornare a bazzicare nel passato è una calamita.

“Dopo dodici anni di silenzio assoluto, sento ancora la sua voce.

Parla rapidamente, come se ci fossimo separate ieri, senza nessun bisogno di scavalcare i buchi di conoscenza, amicizia, cronologia.”

È Lejla, amica di sempre, dura, determinata, compagna di follie giovanili.

Incontrarsi a Mostar significa rientrare nel paese che ci è cercato di cancellare.

Terra insanguinata, offesa, calpescata.

Luogo dove il buio è un sentimento, le donne subiscono, i bambini imparano presto a non sorridere.

La Bosnia è fantasma, è la figura di una madre che non sa stringere in un abbraccio, è la scuola e le prime esperienze di adolescente.

È Armin e una scomparsa avvolta dalla nebbia.

Al suo esordio narrativo Lana Bastašić  ha una personalità letteraria matura.

La sua voce lacera e travolge, espande le emozioni, crea una sorta di incastro tra prima e dopo.

Narra la difficoltà di dimenticare, la rabbia che in anni si è ingigantita, l’amicizia sbilenca.

“I nomi si dimenticano facilmente, basta riempirsi di parole altrui, mappe altrui, e le lettere scompaiono come zucchero sulla lingua.

Ma i colori restano, come macchie sotto le palpebre.”

Un viaggio indimenticabile dove istinto, lingua e sopravvivenza devono congiungersi per riuscire a liberarsi dal dolore.

Un quadro, un coniglio, una chimera da inseguire.

E la memoria che attraverso la scrittura  torna impetuosa, diretta, libera.

 

 

 

“La banda Gordon” Marco Dell’Omo Nutrimenti

Perchè il generale Piero Vinci decide di raccontare il suo passato al giovane atttendente?

C’è l’urgenza di chiudere le pagine scolorite di un diario o la necessità di passare il testimone?

I ricordi fluiscono raccogliendo frammenti che insieme entrano nella Storia.

L’insofferenza al fascismo nasce spontanea, come una scoperta lenta.

“La banda Gordon”, pubblicata da Nutrimenti, racconta la ribellione di un gruppo di ragazzi.

Il candore e l’innocenza di chi comprende che si sta perpetrando una follia.

La scoperta del coraggio mescolato ad una forte dose di entusiasmo.

Le esercitazioni in montagna per farsi trovare pronti alla rivolta.

Sullo sfondo la città si specchia nel lago dell’obbedienza tra adunate e silenziose complicità.

“La vecchia, sonnacchiosa L’Aquila, dove da secoli non succedeva più niente, né una battaglia, né una rivoluzione, e che adesso aspettava la fine della guerra per scrollare le spalle e tornare ad essere quella che era sempre stata, una mobildonns decaduta.”

Dai testi sulla Resistenza il romanzo si allontana cercando di inquadrare il soggetto, l’artefice dell’insurrezione che è soprattutto mentale.

“Ognuno deve prepararsi sempre al peggio, ma senza rassegnarsi mai.”

Non una voce corale ma tante singole presenze che costruiscono unendosi un progetto.

Marco Dell’Omo restituisce dignità a chi ha lottato senza sentirsi un eroe.

Grazie a Carla e Marzia si regala visibilità alle tante partigiane che sono state non solo compagne ma protagoniste.

La scelta di legare la narrazione al fumetto è una trovata intrigante perchè crea una connessione tra il reale e il fantastico invitando a rileggere gli eventi con lo sguardo libero da pregiudizi.

Il paesaggio è cornice perfetta e le montagne sono sincretica rappresentazione di ostacoli fisici e mentali.

Un libro da portare nelle scuole perché è vita che si materializza nelle pagine.

È amore, tradimento, emozione, conquista.

È la strada per diventare grandi.

 

 

“Operazione Athena” Luigi Irdi Nutrimenti Editore

Torre Piccola con “il mare sincero, dove il vento non trasportava nuvole giallastre e maleolodoranti”, è teatro della morte del giovane Francesco Ramurri. Caduto da un’impalcatura durante la costruzione di una nave da crociera.

Un semplice operaio o una doppia esistenza?

Ad indagare il pubblico ministero Sara Malerba, appassionata di cinema, determinata a non seguire piste prevedibili.

Una figura che si ama subito perché non è artefatta;  nelle movenze, nei pensieri è una di noi.

Non si ferma alle apparenze, scruta nelle esistenze, cerca il punto di rottura dove la menzogna si allarga fino a diventare palude.

Ha un onesto rapporto con sè stessa e sa concedersi pianti liberatori.

Ha la capacità di trasformare la morte nel luogo dove è possibile liberare il sentimento puro e continuare un dialogo immaginario per la persona cara.

“Operazione Athena”, pubblicato da Nutrimenti, ha la struttura narrativa del poliziesco ma nasconde tra le pagine infiniti tesori culturali.

Con una scrittura pacata, non affollata da particolari insignificanti il romanzo è un viaggio colto ricco di approfondimenti.

Dai macchiaioli a Picasso nel tentativo riuscito di dimostrare che “la missione dell’arte è l’accoglienza, la protezione dell’umano, il rimedio alle nostre paure e ai nostri fantasmi.”

I personaggi sono delineati con cura ed ogni aggettivo o spinta caratteriale emerge lasciando intravedere frammenti di verità.

Il testo ha il coraggio di parlare del ruolo complesso dei magistrati, delle incertezze e del timore di sbagliare.

“Ogni giorno sarai costretta a premere un interruttore dopo l’altro.

Un clic e potrai togliere la libertà.

Un altro ancora e manderai fallita un’azienda.”

Le pagine dedicate a Carlo Levi sono uno un commovente omaggio ad una figura che tanto ha dato senza chiedere.

Il ritmo è serrato e non ha sbavature linguistiche perchè “abbiamo una lingua, l’italiano che va rispettata.”

Nel finale a sorpresa lo scrittore dimostra che niente è come sembra anche nella vita.

Il lettore vorrà riincontrare la protagonista in un’altra intrigante avventura dove è di scena l’intuito e la razionalità.

 

 

 

 

Intervista a Lorena Spampinato autrice di “Il silenzio dell’acciuga” Nutrimenti Editore

@CasaLettori dialoga con Lorena Spampinato, autrice di “Il silenzio dell’acciuga”, Nutrimenti

La famiglia in “Il silenzio dell’acciuga” ha diverse sfumature. Quale la più significativa rappresentazione?

“La famiglia nel romanzo è un perimetro, uno spazio che suggerisce un’appartenenza, la prima unità di misura – il primo strumento – per stabilire le distanze che ci separano dal resto. Quel perimetro è prima confine invalicabile, poi varco, possibilità.”

 

 

Diversità e similitudine, una correlazione con il presente?

“Il romanzo è ambientato nella Sicilia degli anni ’60. Da allora la superficie è mutata: le dinamiche familiari e relazionali sembrano essersi liberate dalle costrizioni di una volta, ci sentiamo furbi, moderni, emancipati. Il silenzio però resta, spesso a coprire retaggi che fanno fatica a lasciarci. E intanto il sessismo si fa sotterraneo, la sopraffazione velata, le pretese vengono normalizzate. E noi ci ritroviamo ad arredare questo mondo senza preoccuparci di cambiarlo. Compriamo tappeti colorati per non vedere la polvere.”

 

 

La madre è appena accennata, la necessità di definire un’assenza?

“La madre è il frutto di un immaginario, quello che Tresa si crea per buona parte della sua vita. Tresa non fa che interrogarsi sulla sua morte e sulla sua natura di donna, al punto da assegnare alla morte della madre un peso quasi politico, rivoluzionario.
La madre è morta quando Tresa era troppo piccola per ricordare: non c’è un lutto da digerire, solo il bisogno di una storia che dia senso all’assenza.”

 

 

“Un posto dove si poteva consumare la felicità”, la sua scrittura ha una cadenza molto poetica. Si possono conciliare narrativa e poesia?

“La forma romanzo non è un sistema chiuso, ha natura metamorfica: è duttile, inclusiva, onnivora. Io sono per la contaminazione, per l’ibrido.”

 

Nella vita di Tresa c’è una svolta significativa: un invito a cercare sempre la libertà interiore?

“Libertà” è una parola chiave nel romanzo. È apertura, rivoluzione, possibilità. L’unica via per scardinare ogni tabù e affrancarsi da un destino già scritto. Dopo un’infanzia di costrizioni Tresa imparerà a scegliere, a riappropriarsi di ciò che le è stato negato: il suo corpo, la sua voce.”

 

 

Dietro l’arroganza maschile quanta fragilità si nasconde?

“L’arroganza maschile è il frutto di una storia – una storia di attitudini cui aderire: virilità, violenza, misoginia, assenza di emotività – che per anni ha ingabbiato il maschile in uno stereotipo da cui è difficile tirarsi fuori. E come sempre accade, l’urgenza di soffocare ogni inclinazione naturale per aderire a tutti i costi a un ruolo che altri hanno stabilito per noi nasconde fragilità profondissime.”

 

 

Come definirebbe in 3 aggettivi Rosa?

“Vitale, scomoda, carnale.”

 

 

Il personaggio più difficile da delineare?

“Gero, il fratello gemello di Tresa. È il personaggio più ambivalente, più ambiguo. In lui coesistono istanze contrapposte: da un lato la meraviglia della scoperta, dall’altro il terrore del cambiamento.”

 

 

Quello che più le assomiglia?

“Tresa. Mi ricorda molto la bambina e la ragazzina che ero. Forse questo libro è il tentativo di parlare a lei, di dirle di non preoccuparsi, di non avere paura.”

 

 

È stata molto parca nell’uso del dialetto, come mai?

“Nel romanzo i dialoghi sono pochissimi. Volevo che il silenzio si prendesse tutto.”

 

 

La sua Sicilia è appena accennata, sono le figure del romanzo a definirla?

“La Sicilia è dentro Tresa. Tresa è l’isola a sud del sud, separata da tutto.”

 

 

La violenza e l’amore: il romanzo si muove su due traiettorie. Quanto è doloroso confrontarsi con le ferite dell’anima?

“L’idea che Tresa si fa dell’amore tiene insieme due opposti: da una parte l’emozione di una vita che si affaccia alle nuove scoperte, dall’altra il sentore dell’errore, dell’abbaglio. Il dolore viene da questo conflitto; così come il senso di colpa che allarga la sua ombra su tutto.”

 

 

“Il nero della pietra lavica, la cenere di terra scura”: un colore dominante che rappresenta stati d’animo?

“La cromia dei ricordi è simbolica. I primi anni di vita – quando Tresa e Gero vivono con il padre nella provincia catanese – sono cupi e grigi, quando invece ci si sposta nell’entroterra siciliano insieme a Rosa tutto si fa rosseggiante.”

 

È riuscita a far emergere la parte più nascosta di se stessa attraverso la narrazione?

“Dal silenzio qualcosa è venuto fuori.”

 

 

Progetti futuri?

“Per adesso porterò un po’ in giro Tresa, ne ha bisogno. Poi sono certa che sarà lei a portarmi da qualche parte.”

“Storia di Anna” Giuliano Gallini Nutrimenti

 

 

Ferrara avvolta da mutevoli sentimenti.

Città che si apre mostrando intimidita la sua bellezza cangiante.

Uno scenario trasognato, dove si muovono danzando i personaggi creati da Giorgio Bassani.

Testimoni di una frantumazione storica ed esistenziale che Giuliano Gallini riesce a ricomporre.

“Storia di Anna”, pubblicato da Nutrimenti, scioglie enigmi e ne inventa altri.

Scava nell’esistenza della protagonista, ne coglie impercettibili fiammate, ne restituisce entusiasmi e sogni.

Figura che sfugge e che attrae, polo incandescente di lacerazioni profonde.

Il ricordo dei genitori scomparsi prende le forme di un’apparizione nella necessità di non perdere quel legame inscindibile.

Donna colta, vittima di un tempo liquido dove non c’è posto per la fantasia, si lascia trascinare sulle sponde di un matrimonio infelice.

Madre che non sa intuire il disagio del figlio, amante posseduta dal demone di un desiderio che trafigge ogni tabù.

“La moltiplicazione dell’Io”: è questa la forza del romanzo.

Creare uno spazio aperto, intravedere orizzonti assolati,  smaltire la tristezza nella periferia desolata dell’animo.

Cogliere l’incanto di un incontro e sentire il terrore della perdita.

Affidarsi e negarsi, cercare il territorio sabbioso della follia, scegliere il silenzio mentre le ore si allungano trasformando le ombre in fantasmi.

Una storia scritta con la passione di chi non edulcora il presente.

Lo mostra con cura in tutta la sua ferocia.

Nel gioco tra vita e morte non ci sono vincitori e vinti, solo lo sguardo che si dilata sui binari in corsa mentre si continua a incedere in un dedalo inesplorato.

Chi siamo e dove andiamo? Riusciremo a trovare tracce e indizi che ci condurranno alla pace?

Pagine accorate, appassionate, mai distanti.

La dialettica del pathos si lascia toccare, esplorare, vivere e negli  infiniti possibili finali si percepisce il canto libero delle nostre nonne, madri e figlie.