“Il nero sta bene su tutto” Luigi Irdi Nutrimenti

Abbiamo conosciuto ed amato il pubblico ministero Sara Malerba in “Operazione Athena” e attendevamo la sua nuova avventura.

“Il nero sta bene su tutto”, pubblicato da Nutrimenti, conferma le qualità del personaggio ideato da Luigi Irdi.

Esce dalle pagine e si muove nella procura della Repubblica di Torre Piccola con determinazione e spirito critico.

“Ho scelto un mestiere che mi costringe all’opposizione, alla misura e al confronto…

Il pubblico ministero è un portatore naturale di contrasto, lo scrigno che custodisce il virus più sgradevole della vita, o almeno della mia, si disse.

Lo scontro.”

Un conflitto interiore che rende la nostra protagonista ancora più interessante.

Ha dubbi, incertezze ma non arretra.

Non si accontenta della verità, cerca cause e motivazioni, intrecci e moventi.

Nel risolvere il nuovo complicato caso non si lascia distrarre da false piste, segue un ragionamento logico che ancora una volta sarà prezioso.

Per scoprire l’assassino di una famosa “comunicatrice” bisognerà scavare nel passato, mettere insieme tasselli che sembrano differenti.

Sangue freddo, lucidità e un’ironia contagiosa trasformano il noir in un gioco ad incastro perfetto.

Lo scrittore utilizza uno schema che all’apparenza sembra lineare, gli piace provocare il lettore, inserire elementi di distrazione, inquadrare le passioni “disturbanti”.

Mostra la meschinità e la colpa, il bisogno di espiare e la vendetta.

Riesce a raccontare il lato oscuro dei suoi personaggi senza eccedere nei giudizi.

La trama regge ed è compatta ma ciò che affascina è la filosofia dell’esistenza che si va delineando.

“Io non trasmetto un accidente di niente, troppo occupata come sono a collocare fatti e oggetti nelle mie giornate, pur di non rimanere sola con il pensiero.”

I riferimenti alla Bibbia, al cinema e all’arte impreziosiscono il testo, offrono una chiave interpretativa culturale.

Interessante il dualismo tra logica e sentimento, tra felicità e infelicità.

Intrigante, carico di pathos fino alle ultime pagine.

Da leggere ricordando che “la soluzione si trova in ciò che non c’è.”

 

 

“Nostra Signora dei Sullivan” Gianfranco Mammi Nutrimenti Edizioni

 

“Sullivan è un cognome molto comune nei paesi anglosassoni.

È pieno di Sullivan in giro per il mondo, ma un Sullivan come quello della nostra città non ce l’ha mai avuto nessuno di sicuro.

Per quasi cinquant’anni non ha fatto niente di eccezionale, anzi, non ha fatto proprio niente del tutto, ma poi una mattina di metà maggio ha cominciato a farsi ammazzare e non ha più smesso.”

L’incipit di “Nostra Signora dei Sullivan, pubblicato da Nutrimenti Edizioni, suggerisce una originale chiave di lettura.

Un uomo comune improvvisamente attira l’attenzione per qualcosa che entra nel soprannaturale.

Un tema complesso che Gianfranco Manni sviluppa e alleggerisce grazie ad una verve ironica strabiliante.

“Il nostro sceriffo Smid almeno all’inizio aveva preso la faccenda piuttosto sotto gamba, ritenendola a torto una semplice buffonata o una specie di rebus o indovinello, ma ha tutte le scusanti possibili a sua discolpa.

Non poteva certo immaginare che quel Sullivan, uno che quasi non esisteva neanche, fosse proprio il tipo capace di farsi ammazzare tre volte in una settimana, per di più senza validi motivi, e poi continuare di questo passo in una progressione vertiginosa.”

L’incredulità nasce da una rigidità mentale, che non prevede scossoni fantasiosi o dubbi amletici.

L’autore riesce a descrivere brillantemente un’America statica, simile a un monolito dove ognuno si muove cercando di lasciare fuori ogni problema.

La trama scorre veloce tra imprevisti e colpi di scena creando un castello di illusioni da dipanare.

Una denuncia forte a una burocrazia ottusa che rallenta il corso della giustizia mentre si dilatano le scene surreali.

Personaggi incredibili con nomi che sembrano caricature in un teatro dell’assurdo ideato con intelligenza.

Si può costruire un mito dal nulla?

Quanto la superstizione può invadere e travolgere le nostre vite?

Vi avviso, può succedere di tutto e dietro le fantasmagorie c’è sempre uno strato di realtà.

“Il turno di Grace” William Wall Nutrimenti

Se amate lo svelamento dei segreti dell’anima “Il turno di Grace”, pubblicato da Nutrimenti è perfetto.

Sembra che le due voci narranti abbiano un ritmo simile ma è solo un’illusione.

Entrambe nel raccontare l’infanzia in un’isola dell’Irlanda vogliono capire la loro responsabilità nella morte della sorella.

Ognuna ha modellato gli eventi nel tentativo di sopravvivere.

Grace e Jeannie sono il frutto di amori incompiuti, gemme che nell’adolescenza perdono le illusioni.

La scrittura di William Wall sa essere tragica anche attraverso una frase che arriva imprevista.

Nella bellezza di una terra incontaminata il peccato è una pianta che cresce disordinata, entra nelle esistenze degli adulti, macchia la purezza dei bambini.

“Noi bambine cercavamo di trovare la nostra strada in quel mondo fatto di ostacoli che proliferavano nel caos, e sono convinta che anche gli adulti navigassero a vista.”

L’infanzia è gioco spericolato e paura di avventurarsi nell’esistenza dei genitori.

Il padre, figura enigmatica e poco presente, la madre sdoppiata tra passione e bisogno di compagnia.

“Non fidatevi mai di chi ha storie semplici da narrare.”

Un monito per chi legge e si aspetta che la trama segua una linearità.

Nel testo ci sono disgressioni, immagini, sogni, invenzioni fantasiose.

C’è l’acqua accogliente e nemica, le maree, i promontori, le risonanze dei venti, “le stelle come vetri rotti.”

Il corpo dell’altro e la voglia di saltare il limite del piacere.

Il terrore di ricordare e i frammenti che si vanno componendo.

Si oscilla tra paura e desiderio e le parole diventano infuocate.

Bisogna processare i padri e in questa necessaria evoluzione della trama il romanzo trova la sua dimensione più vera.

Non conta più chi è protagonista e chi è comparsa.

È tempo di provare a chiudere i conti con il passato, ritrovare la libertà nella verità.

“È facile diventare intrusi nella nostra storia.”

Importante è cercare la via per essere nel bene e nel male attori e non comparse.

“Black out” Roberto Delogu Nutrimenti

“In sintesi, ho ucciso mia moglie perchè mi urtava i nervi il rumore che faceva quando schiacciava le bottiglie di plastica per compattarle.”

Un incipit che disorienta ed apre senza preamboli le porte ad una storia di altissimo profilo psicologico.

“Black out”, pubblicato da Nutrimenti, indaga nei recessi dell’animo.

Chi è Emiliano Bardanzellu?

Perché non ricorda nulla dell’omicidio che ha commesso?

Quale è stata la causa scatenante di un gesto folle?

Quanto l’oblio protegge dalla verità?

Nei lunghi anni di carcere Il protagonista vive con la consapevolezza di essere colpevole e nelle ore interminabili non cerca di comprendere nè di assolversi.

“In carcere devi vivere il carcere, il mondo si restringe, le gioie e i dolori prendono le dimensioni delle mura e l’aspettativa di un sentimento diventa anch’essa sentimento.

Devi crearti un bosco di bonsai in cui le passioni sono proporzionate al nuovo universo.”

Roberto Delogu riesce a descrivere la quotidianità del sistema carcerario, regala personaggi indimenticabili che nella narrazione non sono più criminali ma uomini.

Felice che “in prigione ha raggiunto la stabilità e la serenità”, Giacomo “testimone falso”, Habib “beccato a favoreggiare un amico d’infanzia, uno scafista”.

Scampoli di esistenze, schegge di piccole storie, sommessi bisbigli di chi non può osservare il cielo.

Si ha la sensazione che lo scrittore voglia alleggerire il carico di tensione emotiva che esploderà in un finale a sorpresa.

“Ci piace leggere Pirandello, Ovidio, Murakami, Cechov, Garcìa Márquez, Dante, Poe oppure Oscar Wilde: è la meraviglia nel constatare come l’animo umano, anche in luoghi e tempi diversi, seppure influenzato da culture e religioni differenti, continui testardamente ad assomigliare a sè stesso.”

Chi è innocente fino in fondo?

Espiazione e pentimento sono solo categorie letterarie?

Dostoevskij, Freud, Hemingway diventano parametri di riferimento creando una raffinata contaminazione letteraria.

Un libro che lascia impronte tangibili nella mente del lettore e insinua infinite domande mentre la Sardegna appare con i suoi colori a riequilibrare lo spaesamento.

La conclusione è un pièce teatrale spettacolare, insegna a non fermarsi alle apparenze.

Ogni uomo ha il suo doppio, a volte celato con tanta maestria.

“Il più grande spettacolo del mondo” Don Robertson Nutrimenti

“Quei serbatoi di gas erano i più sicuri al mondo.

Lo dicevano tutti.

Erano stati costruiti nel 1941 dalla East Ohio Gas Co., che forniva gas di riscaldamento a tutta la città di Cleveland e all’Ohio nordorientale.

Erano quattro, ed erano stati progettati per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto.”

L’esplosione che nel 1944 costò la vita a centotrenta persone viene rielaborata da Don Robertson in un romanzo magistrale.

“Il più grande spettacolo del mondo”, pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Nicola Manuppelli, può essere letto come romanzo di formazione.

“Morris Bird III aveva nove anni ed era innamorato di Veronica Lake.

Era anche innamorato di una ragazzina di nome Suzanne Wysocki (anche i suoi capelli erano lunghi e biondi e talvolta le cadevano sull’occhio sinistro come quelli dell’attrice), ma l’amore per Veronica Lake era molto più forte.”

Nel pensieri del giovane protagonista si coglie quel fermento interiore che caratterizza lo scrittore.

Nella sua prosa c’è un costante richiamo ai temi fondamentali dell’esistenza lanciati come per gioco all’interno del canovaccio narrativo.

Le riflessioni nascono spontanee e nel prendere corpo sublimano stati d’animo che non sono mai statici.

È sempre presente il dubbio e quella che può sembrare un’incertezza è la rappresentazione di un alternarsi di ombre e luci.

La caratterizzazione dei personaggi è netta, impeccabile lasciando intravedere sfilacci della caratterialità.

Madre, padre, nonna e sorella fanno parte di una bolla affettiva privata mentre la scuola è luogo della conoscenza dell’altro.

“Amore e coraggio: Morris Bird non capiva nessuno dei due.

Nel senso di capire davvero, cioè.

Pensava di avere un’idea di cosa significassero, ma erano solo un’idea, non una vera e propria conoscenza.”

Il linguaggio mantiene la purezza dell’infanzia pur lasciando spazio ad un monologo interiore che coglie impreparati i lettori.

Sullo sfondo la guerra, macchia nera in un quadro dai colori accesi.

E l’onestà, il bisogno di affrontare le piccole e grandi menzogne.

La nascita del senso di colpa, l’espiazione che diventa un sintomo.

Intacca il corpo perché non riesce ad evolversi in autoassoluzione.

L’autore è uno psicologo dell’anima, maestro nel descrivere l’essere e il desiderio di essere.

L’amicizia del nostro piccolo compagno di viaggio con lo sfigato della classe è sperimentazione della diversità, affetto che non conosce barriere.

Spinta ad affrontare la paura di una città ignota pur di raggiungere un obiettivo.

Ma lo scoppio dei serbatoi di gas cambia le carte in tavola.

Rovescia le prospettive, mostra il senso profondo della solidarietà.

I valori, quelli veri, sinceri, inviolabili ci sono tutti e dopo la lettura si esce rinati.

È come se una pioggia d’aprile sia arrivata a purificare il mondo mentre il sorriso di un bambino apre spiragli di speranza.

 

 

“Il disagio della sera” Marieke Lucas Rijneveld Nutrimenti

“Dal giorno in cui Matthies non è più tornato, chiamo me, Hanna e Obbe “i Re Magi”, perché un giorno ritroveremo nostro fratello, anche se per riuscirci dovremo fare un lungo viaggio portando dei regali.”

In “Il disagio della sera”, pubblicato da Nutrimenti, la morte è presenza che fin dalle prime pagine si mostra con tutta la sua violenza.

È l’ingiustizia che cala sulla famiglia di Jas, avvolge con la sua ombra l’esistenza travolgendo la normale routine.

Osserviamo la protagonista, una bambina di otto anni, costretta a crescere in fretta, impantanata nel rimorso.

Sola insieme ai due fratelli in una casa che ha il colore smunto del dolore.

I genitori si isolano nelle loro pozze di disperazione, perdono il ruolo di educatori, diventano fragili.

“Alla gente mancano più i vivi che i morti.”

Il posto vuoto a tavola è assenza che si sublima in un rito.

Continua il lavoro nei campi e nella fattoria ma tutto é rallentato, indistinto.

La madre si assottiglia, “ha gli occhi più infossati, come la mia vecchia palla bucata che sprofonda sempre di più nel letamaio dietro alla stalla.”

L’affetto si sbriciola, il freddo invade il cuore, non basta quel cappotto impregnato di vita fuggita a scaldare.

L’esordio narrativo di Marieke Lucas Rijneveld rivela una scrittura che sa essere crudele e realistica.

Un viaggio verso le acque profonde di una riva che potrebbe essere salvifica.

La perdita dell’innocenza che ha le sfumature di un sacrificio.

Saltare il fosso e ritrovarsi con un corpo che si libera dalla morsa della paura.

Il trauma assume le sembranze bizzarre di un sogno ad occhi aperti e la scoperta degli istinti è conferma di una materialità incandescente.

L’autrice descrive una comunità contadina bigotta, rattrappita su un’idea di Dio che non sa dare conforto.

Un libro che va letto con lentezza, fermandosi a riflettere, a far fluire le tante emozioni che scatena.

“Ci siamo smarriti e non c’è nessuno a cui chiedere la strada.

Persino l’Orsa Maggiore, che nel mio libro illustrato preferito porta giù la luna all’Orsa Minore, che ha paura del buio, è in letargo.”

Andarsene, fuggire o forse semplicemente trovare il sentiero che porta verso l’Ignoto.

“Ogni perdita ha in sé tutti i precedenti tentativi di tenere con te qualcosa che non volevi perdere, e che però devi lasciare andare.

Da un sacchetto pieno di splendide biglie a un fratello.

Nella perdita troviamo noi stessi e siamo ciò che siamo: esseri vulnerabili come pulcini di storno ancora implumi, che ogni tanto cadono giù dal nido e sperano di essere recuperati. Piango per le mucche, piango per i Re Magi, piango per compassione, e poi piango per la ridicola me avvolta in un giaccone di paura, quindi mi asciugo in fretta gli occhi dalle lacrime.”

 

 

“Il libro di Katerina” Auguste Korteau Nutrimenti

 

“Siamo tutti in fondo a un inferno dove ogni attimo è un miracolo”

Le parole di Cioran sono preludio perfetto a “Il libro di Katerina”, pubblicato da Nutrimenti.

La tragedia si mescola alla commedia in un continuo rimando al passato.

Una verve narrativa travolgente narra un secolo di storia con leggerezza e autoironia.

Una famiglia con le sue zoppie e le sue indecifrabili follie.

“Nel 1931 mio padre Minas conoscerà mia madre Irini, più piccola di dieci anni, se ne innamorerà follemente e la sposerà.”

Sintesi perfetta di una relazione che mostrerà tutte le sue fragilità.

“Padre invisibile: se l’è ingoiato il negozio.

Madre: ugualmente assente.

Quando non è in giro per i negozi a scialacquare la sua paghetta inesauribile in oggetti di antiquariato, parrucche e tailleur color pastello, è in viaggio con suo marito.”

Quattro fratelli descritti con brio senza trascurare le innumerevoli paranoie, le invidie, le cattiverie e i legami indissolubili.

La penna di Auguste Korteau, scrittore greco molto affermato, è graffiante, ironica, coinvolgente.

Attraverso la voce della protagonista, che da il titolo al romanzo, conosciamo i segreti e le bizzarrie, le instabilità emotive, “l’architettura del caos.”

Assaporiamo il disagio mentale sempre narrato come incidente legato a motivazioni psicologiche.

La scrittura è un atto salvifico ed il diario una forma di resistenza.

“Non scrivo però impressioni sparse e sensazioni e nemmeno momenti importanti.

No.

Io registro accuratamente, minuto per minuto, la vita di Patros.”

Figlio che avrà un ruolo fondamentale, sarà inizio e fine, attore e spettatore.

L’autore ha la capacità di tratteggiare l’enigmatica consistenza della psiche.

“Ho paura di perdere me stessa, la mia mente.”

Spietato, tenero, avvolgente non nasconde e vanifica la sofferenza.

“Amore significa sollevare croci”.

In un finale dove si svela la vera essenza della maternità si placa il senso di colpa e si trova la strada che porterà pace.

 

 

Agenda Letteraria del 19 marzo 2020

 

“Mercoledì pomeriggio, mentre scagliava lo sguardo dalla cima di una roccia verso l’indecifrabile orizzonte e percorreva l’Atlantico burrascoso lungo una rotta di nord ovest, quasi in cerca di un’Islanda introvabile, più lontana della Luna, Irene gli era apparsa ad un tratto, ritagliata dentro una di quelle gocce calde di gioia che gli traboccavano dalla palpebra di sotto, simile a una figura danzante dipinta sul globo di vetro di una lampada.

Era lei, inconfondibile, ma insolitamente lieta, invitante, perfino, nelle sue membra agili e risanate.”

 

Ezio Sinigaglia  “Eclissi”  Nutrimenti Edizioni