“L’anarchico” Soth Polin ObarraO Edizioni

“Ogni giorno passato era per me un deperimento incessante: un petalo avvizzito, trascinato a caso dai venti, senza ritorno…”

“L’anarchico”, pubblicato da ObarraO Edizioni, è metafora della tragedia vissuta dal popolo cambogiano.

È dolore, strazio, sangue.

“La visione di una Cambogia insanguinata si fa sentire più duramente nel mio sonno che quando sono cosciente, proprio perchè nel sogno sono senza difese, mi ritrovo più bambino e vulnerabile.”

Voce che introietta la rabbia, la trasforma in sogno.

Visione di una realtà distorta, allucinata.

Un testo sofferto, amaro, testimone di una ferita mai guarita.

Diviso in due parti che nella evidente diversità stilistica mostra un unico protagonista.

L’uomo sconfitto, l’intellettuale che la Storia ha tradito offrendo il volto feroce del regime.

Leggendo la prefazione di Patrick Deville si entra nella vita privata di Soth Polin.

Ideali spazzati via mentre l’unica via per la salvezza è l’esilio in Francia.

“Non vivo nel reale e nemmeno nell’immaginario. Non c’è alcuna possibilità di fuga.

No, no, sono solo uno spettro insediato stabilmente nella derealtà, sfasato, isolato dal mondo, come un innamorato deluso.”

Le immagini sono forti, senza modulazioni cromatiche.

Necessarie finestre che si aprono con sgomento su un paesaggio desolato.

È l’anima che insegue se stessa, la immagina nascosta nel corpo di una giovane donna, la cerca nei cespugli spinosi dei ricordi.

Sono scomparsi madre, padre, moglie, amici del Mekong.

“Ma risorgono a ogni istante davanti a me, sul mio volante, alla svolta di una strada, in fondo a un bicchiere di birra o nel fumo di una sigaretta.

Mi riacciuffano come un ladruncolo.”

Ricorre come una salvezza la follia ma bisogna cogliere tra le righe il substrato culturale dell’autore.

Avvicinarsi senza timore alla morte che non è fine ma la sublime espressione del congiungimento di carne e spirito.

Nel turbamento del lettore si compie il prodigio di un confronto doloroso con abissi mai esplorati.