“La sera il giorno e la notte” Octavia E. Butler SUR

 

Octavia E. Butler ci conduce per mano nel suo mondo fantastico.

Ci offre una realtà alternativa intrecciando creatività e provocazione.

Scardina il concetto di letteratura statica, inventa una dialettica mobile.

Passa da un’immagine all’altra dosando la suspense, usa la forma breve ma ogni sua storia è già romanzo.

La fantasiosa costruzione di luogi inesistenti è tanto dettagliata da farli apparire veri.

“La sera il giorno e la notte”, pubblicato da SUR e tradotto da Veronica Raimo, si arricchisce di brevi postfazioni.

In ognuna infinite le interpretazioni del testo invitano il lettore a rileggere e ad approfondire il nucleo centrale della storia.

Si evoca uno spazio in cui possono convivere diversità, si spezza l’ideologia della sacralità dell’uguale.

Si impara a superare i traumi, a cogliere nella malattia la solidarietà, ad osservare la patologia mentale con rispetto.

Ci si commuove per la carezza di una madre, per una giovane che si vede come “una figura che rimpiccioliva in lontananza, fino a svanire.”

“Le malattie genetiche, in particolare, possono insegnarci molto su chi siamo e su cosa siamo.”

Ogni storia contiene questa ricerca di identità soggettiva e oggettiva, si pone come specchio che pur creando suggestioni deformate approda a un frammento di verità.

Nella libertà di un amore proibito, nella solitudine in compagnia di una bottiglia, nelle ossessioni positive si ritraggono i tabù della società contemporanea.

Ancora una volta l’autrice non teme di andare fino in fondo, sa che la scrittura è salvifica e magica.

Parla di salvezza e di dimentanza, di un Dio molto umano e insegna la perseveranza quando si insegue un sogno.

“Non ho alcun dubbio che la parte migliore e più interessante di me stessa sia la mia narrativa.”

Come darle torto!

Raffinatissimo esercizio di funambolismo letterario.

 

“Legami di sangue” Octavia E. Butler SUR

“Era il mio ventiseiesimo compleanno e fu allora che incontrai Rufus, fu quello il giorno in cui mi chiamò a sé per la prima volta.”

Tutto è possibile seguendo Octavia E. Butler.

Il suo “Legami di sangue”, pubblicato da SUR e tradotto da Veronica Raimo, è un viaggio che può apparire surreale.

Leggendo con attenzione si intuisce che obiettivo dell’autrice è quello di raccontare con voce originale lo schiavismo nell’ottocento.

Per farlo non costruisce il solito romanzetto storico ma inventa una trama pazzesca.

La protagonista Dana, che vive nel 1976, entra inspiegabilmente in un altro tempo.

A chiamarla è il piccolo Rufus, figlio di un proprietario terriero.

“Il bambino, non so come, mi convocava quando si cacciava in un guaio più grosso di lui.

Non avevo idea di come facesse.”

La giovane si trova, senza comprendere le dinamiche del suo spostamento, in una piantagione schiavista e da nera vive sulla propria pelle la violenza dell’uomo bianco.

In questo continuo entrare e uscire da un secolo all’altro si percepisce la necessità di dare al lettore la possibilità di riflettere e mettere insieme i tasselli di una storia che ha visto uomini, donne e bambini vittime inermi.

La ricostruzione storica è rigorosa ed ha risvolti di infinita umanità.

“Erano le pattuglie. Gruppi di giovani bianchi che nominalmente servivano a far regnare l’ordine tra gli schiavi.

I pattugliatori.

I precursori del Ku Klux Klan.”

Può un bambino vissuto in un’atmosfera di odio e terrore cambiare?

L’animo umano può piegare il corpo ma non lo spirito.

È questa una delle lezioni della scrittrice che riesce a narrare piccoli moti di insurrezione anche silenziosa.

Assistere alla vendita di uno schiavo, alla fostigazione, ai continui soprusi è non solo la narrazione di un’epoca passata.

È la conferma che abbiamo tutti il dovere di difendere e proteggere chi oggi è considerato diverso solo per il colore della pelle.