“Oh William!” Elizabeth Strout Einaudi Editore

 

“Non avevo più voglia di essere me stessa.

In quel periodo mi sembrava di non poterne più di essere me, era una vita che non volevo essere me.”

La risonanza delle parole ripetute è una modalità letteraria molto accentuata in “Oh William!”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Susanna Basso.

Si ha la sensazione di ascoltare una confessione, il resoconto della propria individualità, la necessità di sottolineare stati d’animo.

Il passato torna in frammenti, doloroso, divertente, sincero.

L’infanzia e l’isolamento, la povertà, la freddezza della madre.

La mancanza di un luogo fisico dove sentirsi interi.

Il presente è il divenire, occasione per guardare avanti cercando di comprendere le scelte, i passi falsi, quel costante senso di inadeguatezza.

“Ci tengo a dire subito una cosa:

Mi capita tuttora di avere molta paura.

Penso che dipenda da quello che mi è successo da bambina, in ogni caso mi spavento molto facilmente.”

Il tono è colloquiale, travolgente.

È come se la protagonista volesse narrare sapendo che il lettore è il compagno di viaggio.

Tanti i riferimenti a “Mi chiamo Lucy Barton” ma le similitudini riguardano alcuni eventi.

Cambia completamente il ritmo e lo stile.

La nuova prova letteraria non è solo la storia intima di una donna.

È la memoria di un amore senza tempo, lo strazio per la perdita del secondo marito, la gioia nel rividere un momento insieme.

È l’amicizia per William, un affetto che non si è mai spento nonostante il divorzio.

È ascolto e compassione, maternità consapevole, osservazione del vissuto con sguardo limpido.

È trama imbastita come fosse un noir, la scoperta che gli altri non sono mai come li immaginiamo.

È il bisogno di capire quanto la Storia tragica del Novecento abbia devastato le coscienze.

È inno alla scrittura che sa essere purificatrice e liberatoria.

È ricerca di quella Verità che è nel cuore di ognuno di noi.

È il perdono per i tradimenti, il sorriso evocando ciò che si è stati.

Un romanzo che contiene tante immagini, tutte nitide, malinconiche, divertenti, intime.

Si legge sentendo che Elizabeth Strout è accanto a noi.

Ci sente amici e vuole regalarci la chiave che ci aprirà lo scrigno segreto del nostro Io più remoto.

Ci regala una scrittura empatica, educativa, introspettiva.

Ci insegna ad accogliere l’altro, ad ascoltarlo, ad accudirlo.

Regala paesaggi stranianti e bellissimi.

Invita ad invocare quella mamma che ci siamo solo immaginati, ad accettarsi ed amarsi.

“Siamo tutti misteriose costellazioni di miti.

Siamo tutti un mistero, ecco che cosa voglio dire.

Potrebbe essere l’unica cosa al mondo che so per certo.”

L’infinita gratitudine ad un’autrice che sa splendere!