“Vivere mi uccide” Paul Smaïl minimum fax

 

“Il silenzio e la solitudine, qui, alle tre del mattino.

La penna che scricchiola sul foglio a quadretti.

Le parole una dopo l’altra.

Le frasi una dopo l’altra.

Uno dopo l’altro, i fogli riempiti da cima a fondo.

E dirmi che ho tutto il tempo.”

Scrivere assecondando il flusso dei ricordi, offrirsi attraverso le parole.

Diventare segno sulla carta, finalmente decifrabile e chiaro.

Esistere anche per chi non vuole vederti, non accetta il tuo colore, la tua “razza”.

Per chi ti ha umiliato credendosi più forte con una divisa.

Per chi ha calpestato la tua cultura, la passione per i libri, la laurea, il diritto ad un lavoro dignitoso.

Per un marocchino anche se di seconda generazione non c’è spazio nella civilissima Francia.

“Vivere mi uccide”, pubblicato da minimum fax e tradotto da Lorenza Pieri, è il nostro presente.

La zona buia dove il razzismo riesce a trionfare, il territorio brullo che ignora l’integrazione.

Paul Smaïl racconta la sua vita e quella del suo popolo.

Lo fa senza enfasi e soprattutto senza odio.

La narrazione procede per episodi, scanditi da immagini ed eventi che inchiodano alla pagina.

Il bullismo dei compagni, la necessità di imparare la boxe per difendersi, l’umiliazione di essere costretto a mostrare i documenti come fosse un malfattore.

La malattia del padre, le lacrime silenziose, le notti senza luna e le lunghe chiacchierate col fratello: fotogrammi che squarciano la nostra indifferenza.

Ci mostrano cosa significa essere “eterno migrante”, la forza e la resistenza.

I passi falsi e la paura, la sconfitta negli occhi di un ragazzo che ha perso le speranze.

Un paesaggio che ci sfugge, scomodo, insopportabile.

Eppure la poesia di un linguaggio pacato arriva come un balsamo.

È la risposta coerente, lucida, consapevole di chi non ha nessuna colpa.

È il sussurro del bambino e dell’uomo, voce che dobbiamo ascoltare se vogliamo redimerci.

Scritto per liberare il cuore, per tenere viva la memoria di chi non ha resistito.

Riportare qualche frase significherebbe fare un torto ad un testo bellissimo, intenso, profondo.

Un libro da rileggere più volte, cercando di attraversare la sofferenza dell’autore.

E nel suo ultimo gesto essere presenti ed avere il coraggio di dire:

“Mi dispiace.

Torna, ti aspettiamo, saremo insieme a costruire quel mondo dove ogni identità è ricchezza.

Grazie per averci regalato la tua anima.

A presto, fratello.”