“Di pipistrelli di scimmie e di uomini” Paule Constant L’orma editore

 

“Un grappolo di capanne costruite a distanza dal fiume, la cui presenza invisibile, tuttavia, era segnalata dalle fitte e compatte curve di vegetazione che ne puntellavano le sponde.

Il paesaggio era piatto, quasi cupo.”

In “Di pipistrelli, di scimmie e di uomini”, pubblicato da L’Orma Editore, l’immagine dell’Africa è un contrasto di colori.

“Il cielo grigio screziato di malva”, le sponde limacciose del fiume, il giallo acceso del sole, il verde di “foreste sterminate”.

Alla teatrale rappresentazione scenica dei luoghi si contrappone il ritmo lento della popolazione.

Gestualità che si ripetono in una sincronia che nasce dall’urgenza di preservare regole ataviche.

La piccola Olympe è l’elemento di rottura, l’anello che frammenta la catena.

“Non aveva né un letto né una coperta, soltanto una vecchia stuoia consunta, e a volte neanche quella.”

Una figura che mette il primo tassello ad una trama che riesce a mostrare le disparità di opportunità.

Paule Constant attraverso i personaggi riesce a delineare il solco profondo che esiste tra le civiltà.

“Chi non viaggia, racconta e inventa per esplorare un universo sconosciuto.”

La scrittrice ci invita ad entrare nel villaggio, a percepire cosa significhi non avere istruzione, farmaci, acqua potabile.

Ci mostrerà il volto del volontariato, i tentativi spesso fallimentari di salvare una vita, la dedizione, la voglia di cambiare il mondo.

Le suore della missione, la dottoressa Agrippine, il giovane ricercatore sono ponti d’amore.

Il romanzo ha la forza della preveggenza nel narrare la nascita di una epidemia e nel leggere ci sentiremo coinvolti.

Avremo il dubbio di essere responsabili del devastante cambiamento del pianeta e sentiremo il peso della colpa.

I volti affilati delle donne africane, il silenzio rassegnato dei bambini, il sangue di piccoli innocenti saranno sudari da stringere, abbracciare.

Il messaggio che ci viene lanciato è inequivocabile e anche se addolcito da visioni oniriche è lo specchio del nostro tempo.

Non possiamo sentirci assolti, non sarà facile dimenticare che un continente è abbandonato a sè stesso.