“Il guardiano” Peter Terrin Iperborea

“Camminiamo fianco a fianco.

Descriviamo il perimetro del seminterrato evitando di tagliare gli angoli, le mani dietro la schiena.

Non stiamo passeggiando, la nostra camminata ha un ritmo lento ma costante.

Manteniamo il silenzio, in modo da poter valutare ogni suono, poterne riconoscere l’origine alla svelta.”

Harry e Michel sono custodi di un palazzo di lusso, vivono nel garage sotterraneo, compiono gesti abitudinari, non distinguono il giorno dalla notte.

“Ho il forte sospetto che i cattivi guardiani alla lunga smettano di riflettere sulla loro situazione.

L’assuefazione è un nemico insidioso.”

Sono stati assunti da una misteriosa Organizzazione.

L’atmosfera è indefinita, nebulosa.

“Il guardiano”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi, ha il ritmo di uno spettacolo teatrale.

La sospensione del tempo e la ripetitività dei gesti fanno pensare a “Finale di partita” di Beckett.

A reggere la struttura narrativa i dialoghi essenziali che mostrano i tic e le nevrosi dei personaggi.

Quando tutti i ricchi condomini abbandonano gli appartamenti si ha una prima svolta.

Iniziano le domande: cosa sta succedendo?

Il fuori diventa l’incognita, il nemico.

“Che stia per scattare l’allarme di un attacco aereo?

È possibile che il silenzio sterminato venga spezzato all’improvviso da un allarme aereo d’altri tempi?”

Cresce la tensione ma predomina il senso del dovere.

Peter Terrin evidenzia il conflitto dell’uomo di fronte alla responsabilità.

Si concentra sulle piccole tracce di incertezza, paura, confusione.

Descrive in maniera brillante lo stato subalterno dell’uomo contemporaneo.

Il suo romanzo anche nei passaggi claustrofobici gioca con le sensazioni che proverà il lettore.

Non si ha mai l’impressione di vivere un incubo, è solo il sogno di una condizione esistenziale.

Il dramma esplode quando arriva un terzo guardiano.

La narrazione si fa tesa, le immagini scorrono veloci.

Il branco ormai collaudato subisce un trauma e nell’evoluzione finale c’è un bisogno di libertà.

“Guardo la grande finestra come se fosse lo schermo di un cinema.

È uno spettacolo che non vedevo da molto tempo e che dopo una notte di tensione mi commuove fino alle lacrime: la prova confortante che almeno queste certezze – La Terra gira sul suo asse, il sole è ancora lì – non sono state intaccate.”

Un breve spiraglio che si apre sul mondo che appare gelido, chiuso in un’indifferenza che tramortisce.

Forse è tempo di scegliere dove e con chi stare.