“Montpelier Parade” Karl Geary Playground

 

Si può amare teneramente in un presente che sa di scoperta.

Vedere nell’altra il sogno di una passione che nasce spontanea.

E non importa se si è solo ragazzini perché  il cuore non conosce differenze di età.

“Montpelier Parade”, pubblicato da Playground e tradotto da Massimo Bentini, è la storia di Sonny e Vera.

Lui adolescente, lei adulta e ferita dalla vita.

Un incontro che segnerà il destino di entrambi lasciando la scia di un sentimento che è tangibile testimonianza che non si è mai soli.

Ambientato nella Dublino degli anni ottanta, in un contesto di povertà il romanzo ha una sua poesia.

Anche nelle pagine più dure, quando conosceremo la famiglia del giovane protagonista sentiremo affetto per quel modo sgraziato di vivere.

Nelle movenze ruvide della madre, nell’isolamento del padre, in una scuola repressiva, nelle strade allagate di pioggia si avverte una corrente empatica.

È la scrittura che sa comunicare il brusco incedere dei giorni.

Una narrazione serrata che attrae e incuriosisce, una pulsazione che cresce quando due mondi così diversi convergeranno.

È come se finalmente nella vita di Sonny entrasse la luce e la conoscenza.

Ci si commuove osservandolo mentre sfiora i primi libri con timore, come fossero preziose reliquie.

C’è il bisogno di inventarsi un futuro e Vera diventa un tramite.

In quel corpo maturo c’è il mistero del piacere e la sconfinata solitudine.

Scoprire la sofferenza e viverla insieme, il miracolo che Karl Geary sa raccontare.

Le parole non sono essenziali, contano i silenzi e gli abbracci, il modo di dividere attimi in un’atmosfera che cela l’incanto della conoscenza.

Corpi e anime in un intreccio che non potrà scogliersi e nel finale la certezza che si può percorrere insieme un tratto di strada.

Non importa se ad un certo punto bisognerà imparare a camminare da soli.

Resta l’emozione di un tempo di perfetta comunione.

Un testo che coinvolge ed emoziona.

Da leggere provando a sentire sulla pelle il calore di passioni che si diffondono lente e diventano carezze.

“Bill” Helen Humphreys Playground

“Non parla molto.

Non vive in una casa.

Non ha un vero lavoro.

Né una famiglia.”

 

“Bill”, pubblicato da Playground, entra nelle vene, invade l’anima, si fa spazio tra i pensieri.

Travolge la nostra idea di normalità, ci costringe a fare i conti con la coscienza.

Spazza via i preconcetti e le sovrastrutture psicologiche mostrando le barriere che delimitano il territorio della follia.

L’amicizia tra un bambino e un adulto, due solitudini che nel silenzio costruiscono un cerchio d’amore.

“Non so spiegare la sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro della prateria.

È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di solitudine che nemmeno sapevo di provare.”

Leonard Flint è un ragazzino spaesato in un mondo che non comprende.

L’amico protegge, rassicura, tesse una tela di affetto, offre un rifugio.

È porto sicuro e con le sue stranezze esprime e rappresenta il mito dell’infanzia.

Infanzia che ascolta la voce degli alberi, si specchia nell’azzurro del cielo e cerca l’oblio da una quotidianità dolorosa.

Helen Humphreys, partendo da una storia di sangue realmente accaduta, si stacca dalla cronaca e scrive un romanzo intenso, palpitante, introspettivo.

Un omicidio e il rosso si espande sulla trama, scuote e distrugge.

L’uomo uccide per difendere il bambino e in quel gesto folle c’è un amore viscerale, animalesco.

I due vengono separati, ma quel legame fatto di piccoli gesti non potrà cancellarsi.

Il tempo non aiuta a dimenticare e nelle scelte professionali di Leonard si stampa l’immagine ricorrente di Bill.

Entriamo con l’autrice nell’ospedale psichiatrico, assistiamo ad esperimenti scientifici che scardinano ogni morale.

“Nelle cartelle, nella casella destinata alle caratteristiche della loro malattia, si legge Rinchiusi in manicomio.

Non hanno mai conosciuto nulla al di fuori di questo posto, e per quanto vengano istruiti per riuscire a vivere nel mondo esterno, viene da chiedersi come sopravviverebbero alla confusione e all’imprevedibilità della vita normale.”

Si può sondare il subconscio?

Si può riportare a galla il passato?

Si può perdonare?

Un romanzo tragico e poetico, armonioso e pacato.

Un inno che si leva dal marciume e dalla violenza e restituisce dignità a chi ha perso il senso del sè.

“Mi manca quel pezzo del mio passato in cui ci conoscevamo e ci appartenevano.”

Appartenersi, trasformare “un’azione sbagliata in pensiero, la rabbia in amore.”