“Non lasciarmi sola” Claudia Rankine 66THAnd2ND

 

“Forse la speranza è come il respiro

Parte di ciò che significa essere vivo e umano.

O forse sperare è come attendere.

Può essere inutile.

Attendere cosa?

Che la vita abbia inizio.

Sono qui.

E sono ancora sola.”

“Non lasciarmi sola”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Isabella Ferretti, è una raccolta di pensieri sparsi in un prato di una scrittura lucida.

Forte libertà espressiva e una parola tesa, carica di significato.

Non ci sono spazi vuoti nel ritmo vorticoso dei fonemi, l’incastro perfetto di evento ed emozione crea micro storie.

“Non posso impedire alle persone di dire quello che hanno bisogno di dire.

Non so come fermare queste sequenze ripetitive.”

La solitudine è una condizione che trova spazio in un animo assetato di dubbi.

La dicotomia tra l’Io e l’Altro viene vissata come una sfida, una esigenza di toccare la parte sensibile del Tu.

È un’avvicinamento lento e non aggressivo nella speranza di trovare un presente comune.

L’ottimismo americano si è dissolto, restano le ceneri di una sconfitta collettiva e con il crollo delle Torri Gemelle si è infranta la certezza di essere intoccabili e immortali.

“Ero un prodotto, anzi ero come un prodotto, un prodotto di Walt Disney e simile ai personaggi animati della Disney, animati in modo impeccabile, e piuttosto divertenti.

Ho sempre pensato a me stessa come a una persona senza paura.”

Claudia Rankine mostra una bandiera lacerata che penzola stanca in un cielo di ghiaccio.

Racconta sè stessa e il suo disagio per esorcizzare il senso di impotenza collettivo.

La morte è presenza che appare e scompare, ombra che non può essere ignorata.

Dove finisce l’invenzione narrativa e inizia la realtà?

In questo spazio di incertezza l’autrice riesce a trovare una sua dimensione esperienziale.

Una dimensione che rappresenta in maniera netta un rifiuto all’omologazione.

Anche le parole vengono spiegate nel loro significato più autentico e quella che sembra un’esercitazione linguistica è un’appropriazione.

Tristezza, malattia, assenza non sono solo negazioni di qualcosa.

Circoscrivono un’intensità emotiva e culturale.

Uniscono e non dividono.

Sono collante per una società che sa ancora ridere e piangere insieme.

 

“Quaderni di Mosca” Osip Mandel’Štam Einaudi Editore

 

“Lontano da ancore e tridenti

Dove dorme sbiadito il continente

Ne vedesti di amanti della vita

Di signori, amanti delle forche”

Tentare di oggettivizzare il privato attraverso una scrittura che indaga moduli sperimentali.

Non cancellare o obliare la Storia ma arricchirla di figure simboliche.

“Quaderni di Mosca”, pubblicato da Einaudi Editore, è una preziosa e raffinata raccolta poetica curata da Pina Napolitano e Raissa Raskina.

La prefazione ricca di elementi biografici offre una lettura articolata del pensiero di Osip Mandel’Štam.

Si evidenzia la modernità del poeta che si definì “postumo a sè stesso” e questo scarto in avanti deriva da un necessario allontanamento dal frasario dei suoi contemporanei.

Una rivoluzione linguistica accompagnata da una percezione della realtà che non può accettare le imposizioni culturali.

Versi che nella libertà delle immagini trova una sua autonoma cifra espressiva.

Il bianco della neve, il contrasto cromatico delle rose, mentre ”

“Nel labirinto dell’umida cantilena

Così soffocante stride la tenebra”

L’Armenia è civiltà perduta, strazio di chi non vuole accettarne l’oblio.

Il ricordo è fatto di mille schegge, oggetti, affetti, luoghi.

“Ricorderai nella Dacia la vespa

L’astuccio d’inchiostro infantile

O i mirtilli nel bosco

Che non hai colto mai”.

Le parole si gonfiano fino ad esplodere in un canto malinconico.

Si percepisce una doppia voce, che fa da sottofondo ed è stridente, suono interrotto, rabbia che si cela.

L’altra si insinua nelle tortuose vie della coscienza e prova a lenire la sconfitta.

Libro in cui l’uomo è nella solitudine ancestrale, figlio e padre di sè stesso, esule e pellegrino.

“Poesia, ti fanno bene le tempeste.”

I versi sono impregnati di una sacralità che sconfina nella ricerca del dialogo con l’essere Supremo, vivono la scansione libera di ossimori e metafore, intrecciano gli estremi e mostrano la complessità dell’esistere.

 

 

Angolo Poetico tratto da “Amor” Manuel Vilas Guanda Editore

 

 

 

 

“Tutta la notte a sognarti,

ho passato la notte intera a sognare di baciarti

nel cortile di una chiesa vicino al mare.

Quanto sono stato innamorato di te,

e non te l’ho mai detto.

Lo intuivi? Lo desideravi? Lo supplicavi?”

 

 

“Con il matrimonio, con la maternità, con la vedovanza, con le botte,

loro portano il peso di questo mondo,

di questo sabato sera in cui ridono un po’

davanti a un bicchiere di vino bianco e qualche oliva.

Portano il peso di mariti insopportabili,

di fidanzati intrattabili, di genitori in coma, di figli bocciati.”

 

 

“Ci sono sempre panorami sconosciuti sulla scogliera della vita.

Mi sta uccidendo vivere una sola vita.

La grande morte di vivere in una sola forma.”

 

 

“Che bello che esistano le stelle,

io le concepisco, io perdono la loro lontananza,

io le perdono,

io perdono il loro non comparire in questa mano,

in questa carne.”

Angolo Poetico tratto da “Antenata” Mariangela Gualtieri Crocetti Editore

 

 

 

“MI ESERCITO

MI ESERCITO AL NIENTE

FINO AL MIO COLORE PURO.”

 

 

“LASCIARSI CONSUMARE,

ATTINGERE

STREMARE.

QUANDO IL SONNO

VIENE DORMIRÒ QUI.

NON RAGGIUNGERÒ UN LETTO.”

 

 

“L’ORDINE DELLE PAROLE

COME UNA RINGHIERA DIRITTA, SOLIDA.

LO STRAZIO DI UNA FACCIATA

O LE NUVOLE IMPASTATE

DEPONGONO IN NOI UNA POLVERINA,

UN SALUTO CHE NON TRADIVO.”

Angolo Poetico tratto da “Nostalgia del presente” Antonis Fostieris Crocetti Editore

 

 

 

 

“Il nero sono le parole

Cadute una sull’altra

Le poesie stampate

Una sull’altra

E tutti i colori che lì trovarono

Il rifugio definitivo.”

 

 

“Oscurità mia luce abbacinante

Sei l’universo prima della nascita e dopo la morte

Dunque sei l’universo anche in vita,

dentro di te svanisco

Sei il nulla nudo e sono il nulla

Dentro di te svanisco.”

 

 

“Niente, non aspetto più niente da te, cielo,

Dovunque mi aggrappi cado con fragore

Dal tuo tetto d’aria colmo di conchiglie

Dal mazzo arrugginito delle tue stelle;

Una luna spropositata sorge in me

S’ingrossa minacciosa sui miei crinali

Sorgerà un plenilunio a frantumarmi.”

Angolo poetico tratto da “Album” Elisa Donzelli Nottetempo Editore

 

 

 

“È mia la giovinezza che stenta a finire,

la cellula che colpisce di piú

chi si guarda ancora allo specchio

per sfidare ancora la certezza degli anni.”

 

“spostare il luogo in cui spendere ciascuno la propria moneta

che scivola e si deposita come serie d’argento

su conio di bronzo nel mare piú nostro,

rovescio in rilievo

rovescio incuso.”

 

“non sono qui i miei suoni

le mie musiche

perse le mie prime parole

bagnate dalla spuma”

 

“per nascere bisogna sporgersi

farsi ombra,

qualche volta morire.”

Angolo Poetico tratto da “Esercizi d’addio” Piera Oppezzo InternoPoesia

 

 

 

“Così andiamo avanti

Svestiti dal tempo

Non già più fatti di noi

Ma di destino”

 

“Vorrei croci di legno

Per i ricordi disperati

E cerchi nevosi di luna

Sullo specchio di umidi asfalti”

 

“Ho blande frasi sulle labbra

E abbracciati silenzi

Per lunghe ore

Per identiche stille di pioggia”

 

Ti amo, per le infinite

Strade del mondo

Per i giorni di pioggia

E l’accendersi lento del sole”

“Di tu in noi” Cettina Caliò La Nave di Teseo

 

“Canto la leggerezza della morte che talora vince sulla foga scorticata della vita.

È un dire indicibile, questo canto.”

“Di tu in noi”, pubblicato da La Nave di Teseo, è certezza di un’assenza che si fa presenza.

Ricordo del tempo vissuto insieme.

Parola intinta nelle sfumature del passato.

Presente scandito da “giorni che sono vite intere.”

Bacio, carezza, abbraccio, gestualità da ripercorrere per non dimenticare.

“Ti tengo

Nell’entroterra dell’anima

In un respiro di due sillabe.”

Cettina Caliò si offre con il corpo interpretando il suo dolore.

I versi dedicati al marito, Sergio Claudio Perroni, sono canto sommesso, abbandono alle pulsazioni del cuore.

Non ci sono filtri nè distanze.

È necessario ritrovare la voce dell’altro, resistere alla tempesta che frantuma ogni speranza.

Imparare a riempire lo spazio vuoto, stringere una fotografia, accettare “l’istante deserto.”

“Nella quotidianità scandita

Del respiro

Perdo l’abitudine del volo

Senza le tue mani.”

L’espressività delle frasi, il ritmo ora concitato ora pacato, le assonanze linguistiche, la ripetizione di un fonema scandiscono lo stile della poetessa.

Casa, vuoto, voragine, buio cercando l’incompiuto, il frammento mancante per completare il puzzle.

Nella consapevolezza del “provvisorio” costruire una trama che contenga il noi.

“È uno straripare di mondo

Che uguale si ripete

Ignaro

Di noi a occhi chiusi

In un presente con gli argini

Rotti.”

Nella solitudine comprendere “la contrazione”, “il respiro strappato”, “la fede taciuta.”

Un’elegia di infinito amore che non si spegne ma arde sempre più vivace.

“Nel forse di ogni passo

A ridosso del silenzio

Tu mi parli ovunque.”

 

 

 

 

“Serie fossile” Maria Grazia Calandrone Crocetti Editore

  “Sarebbe riduttivo dire amore
Questa necessità della natura
Mentre un vuoto anteriore rimargina
Tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
Usa la bocca, sfilami dal cuore Il pungiglione d’oro.”

Ritrovare il corpo nella sua consistenza a volte ingombrante.

Scavare gallerie senza cedere al dolore del prima.

Farsi “creatura adulta disarmata”.

Dalle ombre dell’antimateria esplorare le spire intricate del ricordo.

Cercare “tra le cose perdute” lo struggimento e lo splendore.

Seguire la rotta dei pianeti e rinascere “come dei semi addormentati sotto la zolla.”

“Serie fossile”, pubblicato da Crocetti Editore, è il viaggio verso la bellezza perduta.

Confronto con l’imperdonabile, inesprimibile bisogno di sentimenti estremi.

“Ti offro la mia vita come qualcosa
Che non ha più valore di un sorriso
Puoi fare del mio cuore Una canna di flauto
Per lodare, restituirmi L’inizio del mondo.”

Amore come resa o come concessione, unione di pensieri, “geroglifico e germoglio.”

Maria Grazia Calandrone descrive lo stupore di un cuore che si risveglia.

La sua parola è accorata, si aggrappa alla metafora per fermare “l’effimera grazia di un mondo fatto per finire.”

Il verso lacera la volta celeste, invoca forze primordiali, cerca il verbo.

Terra che profuma di albe e di tramonti, sangue rappreso che urla pietà.

“Costruisco un rifugio, una felicità alfabetica,
La sostengo con stecche e fili d’erba,
Premo a fondo i pollici
Nello strato di fango celeste
Affinchè tu non cada
Fin che Fresca d’acqua sorgiva, tutta nuova
Ecco la scimmia albina,
L’uno che accade Una volta, tra esseri vivi.”

Metamorfosi continue ascoltando la voce insistente della Natura.

Sonno che si fa lieve in attesa del nulla mentre “dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo.”

E finalmente si può tornare a fiorire.

“Non tutto è dei corpi” Giorgio Luzzi Marcos y Marcos

“Parlare di esistenza pensare resilienza

Nutrirsi per esistere è il modo di persistere

Distogliersi o dissolversi nell’alibi di un vino

È come opacizzare lo specchio del destino.

Ho conosciuto tempi di vento e di evasioni

Di amori e di illusioni e di cortei sonori.”

Le parole hanno cadenze musicali e nella composizione del verso creano assonanze e dissonanze.

Un concerto strano dove quello che conta è il contenuto del testo, la necessità di comunicare.

“Non tutto è dei corpi”, pubblicato da Marcos y Marcos, è un gioco fonetico, la sperimentazione di un linguaggio innovativo.

“Non La allettano i verbi sommersi?

Mi tallonano i versi e i dissesti.”

Nel costrutto delle frasi si ha la sensazione di scalare una montagna, arrivare in cima e sentire il brivido dell’insondabile.

La tensione nell’affacciarsi al Nulla, ritrovarsi “dentro un teatro festoso un atterrito evaso.”

Irreale che si fa tangibile grazie alle visioni oniriche e alla realizzazione di paesaggi che franano e debordano dai confini dello spazio.

“C’è una folla che aspetta

Con coperchi e fucili

Silenziosa ed enigmatica

Non sarà consentito di evitarla.”

Si procede incontrando miraggi, “gentildonne stinte da stoffe a paralumi azzurrochiari”, voci acute che incantano e distraggono.

Giorgio Luzzi cerca quel silenzio interiore che è incontro con il sè ma “il tempo procede tra orologi scompagnati.”

Vorrebbe che i sogni fossero protetti da limpide teche e che i versi si disperdessero nell’aria afosa.

Il tempo è una tagliola che ferisce e distrugge.

Resta la Memoria, eterna Signora a danzare in una notte piena.

“Ma ora prendi fiato

Prova a dimenticare”

Accettare un mondo che ha perso l’Io,  un mondo dove girovagare senza meta, cercando di raggiungere “la inquietante unità tra morte e vita”.