“Lampo all’alba” Lea Goldberg Giuntina

 

 

“Aere fosco, disfatto l’orizzonte.

Nessuna pietà, nessuna grazia nei cieli.

E ancora lampo e buio albore

A duello nel sibilo di zampilli.

Così nasce il giorno. Inizia il suo vivere

In luce bellicosa, con spada a due tagli.”

Ombre e luci, contrasti che si inseguono componendo una danza antica.

Risuona l’eco della Storia, il rito di passaggio, la spettrale presenza della guerra.

Si fronteggiano forze interiori, sguainano spade e provocano ferite.

Lea Goldberg ha una voce profonda, incisiva, colma di suoni.

La sua è una poetica visiva, fatta di luoghi e oggetti e ricordi.

Basta una strada che affiora nella mente, il rumore della pioggia, il tumulto della tempesta a creare l’atmosfera.

La Natura è vitalità che si offre come balsamo al tormento di domande senza risposta.

“Vivremo, torneremo?

E il cuore è ancora teso a udire

L’ultimo palpito di un annuncio.”

Parole chiave permettono di accedere nel groviglio di percezioni sensoriali.

Specchio che mostra e non mostra, “cieli laceri”, una stella tra i rami.

La metafora si incontra con la realtà e smette di mistificare il presente.

Diventa spazio di interpretazione del mistero mentre l’alba sa essere crudele.

Ogni verso va letto con lentezza per trovare il non detto, quel quid che definisce la personalità dell’autrice.

“Lo so, questo è un giorno senza mutamento,

E niente cade, niente accade

E niente lo distingue da altri giorni

Segno o indizio nel bene e nel male.”

Poi improvviso arriva il senso di quel momento che sembra immobile, restio a farsi attraversare.

“Lampo all’alba”, pubblicato da Giuntina e curato da Paola Messori, ha le connotazioni del sonetto con forti innovazioni stilistiche.

Si sente una libertà espressiva che precede un rinnovamento.

La nostalgia si stempera nella speranza, la nube si apre nel terso colore di un tempo nuovo.

Se è vero che la raccolta si inserisce a pieno titolo nella tradizione della letteratura ebraica, si evidenziano tematiche universali.

“In un aspro mondo irato

Sotto cieli freddi

Io resto e nel cuore ho la gioia”.

Una elegia da non disperdere, invito a trovare tra le macerie quel raggio di luminosità indispensabile per non arrendersi.

“Animali in versi” Franco Marcoaldi Einaudi Editore

 

“Dal sacrificio di animali

Alla guerra tra umani

Il passo è breve: nel sangue

Si misura, meglio che altrove,

L’irresistibile potenza

Delle nostre, luciferine leve.”

L’urgenza di creare un ponte tra noi e il mondo animale, il bisogno di accorciare le distanze, comprendere il linguaggio dell’Universo.

Essere cervo, cicogna, asinello.

Inventare un codice segreto, un’appartenenza comune.

Decifrare le gestualità, vivere quella diversità che ci rende distanti.

“Animali in versi”, pubblicato da Einaudi Editore, è un bizzarro canzoniere, un canto solitario di un’anima confinata nella precarietà dell’Essere.

E nello specchiarsi in vite altre ritrova il senso del cammino.

“Dai retta a me, padrone mio,

Pensa di meno a te

E asseconda il vento.

Svuotato l’io, sarai pieno di vita:

Importa poco se per un anno, dieci o cento.”

Si invertono le parti e siamo noi a dover ascoltare.

Imparare ad inginocchiarci alla luna, dimenticare “di essere una macchina di sopraffazione e di guerra”, volare in alto, godere delle “epifaniche presenze, momento per momento.”

Incanto e pianto di fronte alla bellezza che scompare, estasi di un attimo rubato ad una notte chiara, spaesamento e ricerca della conoscenza.

“Se è nell’intensità dei sensi

Che si gioca la partita

Sulla qualità della vita

Degli esseri viventi, allora

L’animale trionfa sull’umano:

Gigante il primo e il secondo un nano.”

Franco Marcoaldi lancia una provocazione e il suo verso è fulmine e saetta, bersaglio centrato, risposta al nostro arrogante antropocentrismo.

Ci troviamo fragili, incapaci di leggere “la mappa di un imminente, celestiale mutamento.”

La parola scorre e si fa immagine, scherzosa, malinconica, sarcastica.

Stati d’animo nell’alternanza capricciosa di un gioco improvvisato.

Altalena di simbologie che svelano l’arcano mistero che lega l’uomo alla bestia.

Impedire questa fusione significa rifiutare parti di sè, sentirsi unici e irripetibili, entrare nel circolo vizioso dell’Ego.

La raccolta poetica offre chiavi di lettura e “lezioni di stoicismo e di pazienza”.

“Perché natura non è un unicum

Che procede a tutto tondo. Vive di parti

Separate e contrastanti: ciò che dà

Gioia ad alcuni, altri li trascina a fondo.”

Nella strofa breve, nel contrasto tra realtà e immaginazione si compie il miracolo dell’unità.

Insieme essere voci sincrone di una melodia che unisce in schemi casuali e divertenti le poliedriche e multiformi esistenze.

Amare e farsi amare, scoprire e farsi scoprire, cercare e farsi cercare.

Sarà questo il nostro nuovo impegno.

“Nature umane” Marco Balzano Einaudi Editore

 

“Anche foglie infrante

Scoprono vite misteriose

Cose che non ti aspetti e che non dicono

Le piante, tempi segreti

Che vanno al di là delle esistenze.”

Marco Balzano trasforma il Creato nel Paese delle Meraviglie.

Svela connessioni, vitalità, equilibri.

Agli animali regala identità, offre una possibilità di essere parte di un tutto.

Nella leggerezza del verso si ha la sensazione di sfogliare un album di disegni, colorati, espressivi, animati.

È l’esaltazione della sopravvivenza in risposta ad una violenza sottile, lama che devasta e distrugge.

Canto che si intona al vento di mare mentre la noncuranza stringe le sue catene.

Esistenze sempre in bilico in un costante pericolo, come la goccia di rugiada che precipita nel gorgo del Nulla.

Mantenere in vita, salvare il Cosmo dal delirio collettivo.

Cercare le parole per raccontare il Mistero dell’esistere.

Farsi albero, balena, alga, girasole.

Percepire il dolore e sentire compassione.

Il secondo movimento di “Nature umane”, pubblicato da Einaudi Editore, è “Testimonianza”.

Storia che esce dal contesto della brutalità e racconta i vinti e gli sconfitti.

“Il sangue che si sparge senza senso”, il burka, i morti nella terra rossa, la migrazione: immagini di un tempo che non ha clemenza.

“Il mare che scintilla, il frutto che matura.

I meschini sono simili  solo nell’ombra.

Uguali quando li schiaccia la tenebra.”

Cercare il senso di questo vivere sconnesso, di questa assenza di responsabilità.

Offrire una visione altra attraverso barlumi di esperienza.

Scompagginare le indifferenze e le ignoranze.

Inventare la lingua universale che non contiene segreti.

La poesia diventa strumento di ciò che la voce non sa dire.

I ricordi si mescolano al presente, il gioco è un filtro magico, le domande futili ricerche di verità.

Ci si muove tra le pagine attendendo una rivelazione, un segno, una speranza.

E mentre la pandemia deruba i giorni gridare forte:

“Libertà non è una porta che si apre.”

Balzano ci invita a cercare le mezze verità, a ricomporre le parti.

Una sola certezza: la poesia è viva, non conosce il tramonto ma illumina i sentieri della Letteratura.

 

 

“L’amore da quando ci sei tu” Cecilia Roda InternoPoesia

 

“Così come le mie poesie, le mie illustrazioni sono emotive, raccontano una storia ogni volta diversa che, però, è quotidiana e condivisibile.

Una storia in cui ognuno più ritrovarsi o scoprirsi, può incuriosirsi, può anche dissentire.”

In “L’amore da quando ci sei tu”, pubblicato da InternoPoesia, le due forme espressive, verso e immagine, trasmettono “una grammatica di emozioni”.

È il percorso di un’anima che non si sottrae all’intimità del suo intinerario interiore.

Lo esprime con una lingua semplice, spontanea capace di comunicare mescolando insieme le percezioni dei cinque sensi.

“Mi fai tendere

All’infinito.”

In questo spostamento fuori dal tempo reale le parole assumono lo spessore e la consistenza di rade nuvole in un cielo luminoso.

I giorni si susseguono così come i pensieri in composizioni armoniose ed essenziali.

“Mi fai espandere

Fino alle stelle.

E oltre.”

Non è casuale il titolo di ogni poesia, offre una prima intrerpretazione che presto si disperde nell’enfasi di una metrica ordinata e moderna.

Ironiche le stilizzazioni dei personaggi rappresentati, buffi omini che spezzano i contorni colorati.

“Quando ridi

Mi dimentico anche

Delle stelle cadenti.”

Immagini che si moltiplicano sul foglio, si palesano come folletti arrivati nel mondo per portare amore.

Ed è un amore sconfinato, diretto, che abbraccia e si fa abbracciare, “un Fantasy in cui tutto è possibile.”

“Vorrei essere

Un sacco di cose

Ma posso essere soltanto io

(Quindi fattelo andar bene.)

Cecilia Roda è un’artista eclettica, conosciuta con lo pseudonimo di Lilybris.

La sua raccolta evoca un’infanzia mai abbandonata e la gioia di chi nella scrittura si immerge con piglio impertinente.

Leggetela e seguite i suoi suggerimenti:

“Regaliamoci il tempo”

E sorridiamo, cantiamo, amiamo.

 

“Dio della mia giovinezza” Angelo Manfredi La Nave di Teseo

 

“Questo incrocio di strade

L’unico posto dove fermarci

Per poter parlare

Che ho trovate per vederti.”

L’intensità di versi che delimitano paesaggi, costruiscono parallelismi, si muovono negli spazi sconnessi del presente.

Luoghi periferici e distanti, strade in salita, luci intermittenti.

“Sento il tuo peso che sfugge.

Già ora ci sei e sei altrove.

Tu mi hai sedotto

E io mi sono lasciato sedurre

Ti ho lasciato fare.”

Segmenti scomposti che si ritrovano nella poetica della memoria.

Leggere “Dio della mia giovinezza”, pubblicato da La Nave di Teseo, significa sfogliare un album di frammenti.

Tra prosa e poesia cesellano “ore nascoste”, giovinezze perdute, amori scomparsi.

È come se ci si trovasse di passaggio in una terra che offre l’inconsueto.

Originali origami dai colori contrastanti.

Non c’è un unico filo che dall’inizio conduce alla fine.

Si è sballottati tra visioni e sogni, flashback e rimandi.

Il disordine che cerca un ordine mentale, la fuga non concessa, il tormento di una pena antica.

Scomparire nell’immateriale fonte del rimpianto, riproporsi nella ricerca di una fede che sia pura.

Nel delirio del dire il torrente impazzito di fonemi ha il suono glaciale di un contatto dimenticato.

“Purgatorio è una preghiera detta in modo meccanico

Che dura e che svanisce.

Ripetuta molte volte

Poter sentire la tua voce.”

Dall’esterno all’interno, dal fuori al dentro inseguendo sagome che si frantumano come nuvole all’arrivo del sole.

Essere Ulisse e solcare terre sconosciute, improvvisare giochi stilistici, comporre haiku, scrivere testi teatrali, aggiungere foto.

È la vertigine della difforme strategia letteraria, la manipolazione della realtà.

Angelo Manfredi è una scoperta, una voce che si distingue per la creatività folgorante.

Frasi sincopate, lunghe riflessioni si alternano dando al lettore la sensazione di libertà.

Nello scoramento delle allitterazioni visive luci che danno speranza.

“Sempre vento dal mare

Senti i gabbiani

Gli anni passeranno leggeri

Tanto puro è il mio amore.”

“Esili nidi” Davide Minotti Nottetempo Editore

 

“In esilio un nido

Facciamo e disfiamo

Intrecciando legni nuovi

Rintracciando idiomi.”

La geografia di un presente che si sfilaccia lentamente nella parodia di una lontananza.

Case vuote, lingue senza senso, cumuli di macerie, valigie di cartone, un treno che corre lontano, un affetto che si fa ombra.

La poetica di Davide Minotti non trova pace, artiglia questo tempo pazzo e inclemente.

Lo derubrica con frasi brevi, piccole virgole che cercano spazio nell’afrore di una società che non è più comunità.

Asmara, Massawa, non luoghi dove mani incerte provano a sostenere mura cadenti.

Chi sono i figli del rimorso?

Siamo noi, fragili fuscelli incapaci di offrire una parola, un gesto, un sorriso?

Siamo noi, esuli da noi stessi senza anima e senza umanità?

L’alba che si accede dichiarando “la fiumana di corpi stanchi”, le ore lente o accelerate in attesa di qualcosa che cambierà il destino.

Nonostante la giovane età il poeta sa scandire una voce autonoma attraverso il verso mai azzardato.

Lo studio nell’accostamento dei fonemi si accompagna ad una profondità di orizzonti che all’uomo di strada volgono lo sguardo.

“Sotto tetti di legno spopolato

E travi in abbandono

Riordinare fin qui le assenze

Chiamarle col loro nome.”

“Esili nidi”, pubblicato da Nottetempo Editore, è una finestra sul mondo dimenticato da tutti.

È la pietas di chi nell’altro cerca radici comuni.

Inseguire “la cosmogonia”, fermarsi nelle sale d’attesa, aspettare chi arriva con passo pesante.

La marginalità e la droga, la migrazione e la periferia, il disamore e l’epifania di rintocchi asimmetrici.

Una poesia visiva, fiera e mai sommessa.

La malinconia è reattiva, sale sul Golgota delle passioni finite, sogna “un consesso di rivoluzione”.

È tempo di resa?

Non credo, bisogna inventare altre storie, ricominciare “imparando nuove stanze.”

“Cuore” Beppe Salvia InternoPoesia

 

“Non voci non serene passioni di

Nuda castità dimorano gli Umani,

Ma vagabonde mete ed improvvise

Rauche voci come fosser nodi.”

Legami che nella trasparenza di veli immaginati sfiorano la pelle che brucia.

Arde ogni cellula al contatto di un verso che non si genuflette alla ragione.

Cerca la libertà di un canto sciolto, composto da aguzzi cocci di dolore.

L’ombra non si dilegua e non scompare, è segno di qualcosa che resta impresso nella mente.

Materia che si disfa in illusorie asimmetrie e rinasce nel gioco antico del poetare.

Immagini scomposte in suggestioni che appaiono surreali, sono invece fluttuanti riflessioni di chi cerca e cerca e cerca.

Ricerca che annaspa e poi riparte tra “miti fili danzanti, la danza di luci notturne, prone ametiste avverse.”

Essere reale o clone che imita l’esistenza.

“Cuore”, pubblicato da InternoPoesia, ha un’impronta sperimentale nel costrutto e nella realizzazione del senso.

Una malinconia che riaffiora a tratti nel tentativo forse di esprimere l’incomprensione del mondo.

Un mondo che si chiude nell’ottusa permanenza dell’ovvio e non vuole entrare nelle labirintiche forme del pensiero.

Pensiero che deve espandersi, rompere il ritmo noto, sparpagliare le carte di vocaboli nuovi.

“Questo v’insegno: v’è arte e sappiatela usare;

È possibile altrimenti sapere di sè.”

Nella prigione di una torre deserta arrivano “linee di luce lunghe fredde, e l’ombra.”

Beppe Salvia sa regalarci l’ambivalenza inquieta di una generazione.

Culla il passato e al futuro volge lo sguardo teso a comprendere le istanze innovative.

Insegna ad amare “cose lontane e vicine”, a vedere chimere, ad accettare l’assenza mentre “come fiori di mandorlo e di pesco” risuonano le parole.

“La casa vuota” Yari Bernasconi Marcos Y Marcos Editore

 

Leggendo la raccolta poetica “La casa vuota”, pubblicata da Marcos Y Marcos Editore, ci sentiamo “in fuga dal miraggio di qualcun altro.”

Siamo trasportati in un tempo dove tutto perde consistenza, si dissolve, sta per scomparire.

Restano le rovine di una civiltà che sentiamo lontana, non più nostra mentre “il vento dissolve i confini con musiche antiche, giunte alle nostre orecchie come un regalo.”

Esistono gli eroi?

Che senso ha la guerra?

Martellanti domande entrano nel vivo dell’attualità, trasformano il verso in strumento di denuncia.

La parola stride, si contorce, allude.

Viola i confini del non detto, esprime sentimenti contrastanti.

“Non ci sono stendardi e mitologie

Da rianimare: solo sofferenze minime,

Comuni sacrifici.”

E noi superstiti cerchiamo di colmare i solchi profondi dell’odio.

Luci vuote di colori mentre il sole impazzito penetra tra i dirupi.

Vertigini nuove e vecchie alle quali ci aggrappiamo.

Restano a mostrarci il limite del nostro vagare.

“Ti seguo

Siamo due punti di un bianco senza fondo

I due brevi respiri di un immenso

Polmone.”

La lirica si contamina con la prosa, le frasi si allungano, si sfilacciano nella fuga dal centro di gravità.

Domina l’imperfezione, pietraie e vecchi tronchi piegati in una preghiera laica.

Si torna nella casa, quella dei ricordi, ma la porta è sbarrata e il silenzio evoca presenze di un altro tempo.

“In questo inverno

Che cancella l’eterno

Il tuo assoluto

È una vetrina vuota.”

Esiste un noi senza tempo?

L’immagine dell’Europa unita e un sogno impossibile.

Solo “un disordine di desideri”.

Le poesie di Yari Bernasconi non celano nulla, non fingono passione, non improvvisano costrutti.

Raccontano il nostro oggi, difficile, doloroso, angusto, frastagliato.

Un plauso per una sincerità che non maschera ma esplora.

E … si riprende a camminare cercando

“Un carruggio, un vano fra le case,

Il vicolo più stretto.”

 

“La prima parte” Carlo Carabba Marsilio Editore

 

 

“La prima parte”, pubblicato da Marsilio Editore, è viaggio poetico a tappe.

La raccolta mostra l’evoluzione stilistica di Carlo Carabba, poeta con una voce pacata e al contempo significativa.

Il suo poetare è frutto di un cammino di ricerca interiore, una sperimentazione di suoni.

Se si ravvisa il legame con la tradizione culturale italiana c’è quel segmento, quell’arpeggio che scandisce la modernità.

“L’esistenza

Di chi non sono io sempre è un mistero”

Il percorso introspettivo non è un cerchio chiuso nelle gabbie dell’Io, nel superamento dell’egocentrismo si crea un ponte con l’umanità.

L’attenzione per l’altro diventa comunicazione e comprensione.

“Stare insieme

Conoscere l’amore e l’amicizia

Osare attraversare

Il mare e il deserto

Sognare nuovi mondi

Il movimento eterno delle sfere

L’infinito universo, il primo scoppio

Pensare non all’utile ma al cielo.”

Nella semplicità dei fonemi si concentra il desiderio di Armonia.

L’amore è accettazione del cambiamento, rivisitazione dell’attimo magico dal quale tutto è partito per arrivare all’oggi.

“Siamo tornati insieme, eri diversa

Qualcosa si era rotto ma lo stesso

Volevamo provare a ripararci

Tornare quelli che eravamo primi.”

Se il senso è nel futuro, lo sguardo va al presente, alla percezione di una Natura che sa trasmettere emozioni.

I ricordi, frammenti da riordinare, compagni non sempre graditi, vorrebbero affollarsi per riempire di ombre il quotidiano.

La madre, il padre, l’amico pervadono la tela della memoria, diventano icone di un patrimonio incancellabile.

Scende la pace come un manto ed il lettore se ne sente protetto.

Mentre è tempo di interrogarsi sui segni che lasceremo nel mondo il sipario lentamente si cala.

Resta la dolcezza di una esperienza sensoriale che non dimenticheremo.

“L’amore viene prima” Andrea Bajani Feltrinelli Editore

 

“Questi canti minuti che raccontano ciò che non si riesce a spiegare forse perchè è troppo complesso e al contempo troppo semplice: un neonato nel suo primo mese di vita, quel poco che è tutto e che sconvolge l’esistenza di due persone.”

“L’amore viene prima”, pubblicato da Feltrinelli Editore, riesce a mettere in scena un sentimento profondo, viscerale, intimo.

Essere padre e vivere ogni istante con l’emozione dello speleologo.

Sentire che quel piccolo fagotto è carne della carne, mistero che si svela.

Vivere il passaggio dal non essere all’essere.

Osservare le prime movenze e provare a percepirne i desideri.

“È stato il primo numero nel mondo,

la tua prima stravaganza: eri enorme

nella pancia – tua madre si muoveva

con fatica – sei minuscolo qua fuori.”

Sperimentare gli spazi di una nuova appartenenza.

Dal dentro al fuori nella meraviglia del primo abbraccio.

Offrirsi come corpo e come anima: esserci senza riserve.

“Sei già alfanumerico ma ancora

analfabeta: come tanti

o come tutti, esisti per il fisco, partecipi

del debito statale. Ma quando esco

devo infilarti nel marsupio

anche solo per scendere le scale.”

Andrea Bajani annota riflessioni e pensieri, utilizza un linguaggio immediato per l’urgenza di comunicare al lettore il suo cambiamento di stato.

Il tempo che si annoda nel vortice di un pianto, la gioia di essere “padre vincitore, fiero di carte e borse della spesa”, il bisogno di specchiarsi nel volto dell’amato e cercare lineamenti comuni che sanciscono il senso di famiglia.

Cercare un verso da recitare per donare il sonno, scoprire che le lancette sono coordinate ai bisogni del piccino, la sorpresa per uno sbadiglio.

Commovente l’attenzione alla madre, lo sguardo vigile a proteggere entrambi.

Liriche brevi che scaldano il cuore, libere si librano nei cieli trasognati di una parola priva di retorica.

Da leggere per tornare a meravigliarsi di fronte all’arcano enigma della nascita.