“Serie fossile” Maria Grazia Calandrone Crocetti Editore

  “Sarebbe riduttivo dire amore
Questa necessità della natura
Mentre un vuoto anteriore rimargina
Tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
Usa la bocca, sfilami dal cuore Il pungiglione d’oro.”

Ritrovare il corpo nella sua consistenza a volte ingombrante.

Scavare gallerie senza cedere al dolore del prima.

Farsi “creatura adulta disarmata”.

Dalle ombre dell’antimateria esplorare le spire intricate del ricordo.

Cercare “tra le cose perdute” lo struggimento e lo splendore.

Seguire la rotta dei pianeti e rinascere “come dei semi addormentati sotto la zolla.”

“Serie fossile”, pubblicato da Crocetti Editore, è il viaggio verso la bellezza perduta.

Confronto con l’imperdonabile, inesprimibile bisogno di sentimenti estremi.

“Ti offro la mia vita come qualcosa
Che non ha più valore di un sorriso
Puoi fare del mio cuore Una canna di flauto
Per lodare, restituirmi L’inizio del mondo.”

Amore come resa o come concessione, unione di pensieri, “geroglifico e germoglio.”

Maria Grazia Calandrone descrive lo stupore di un cuore che si risveglia.

La sua parola è accorata, si aggrappa alla metafora per fermare “l’effimera grazia di un mondo fatto per finire.”

Il verso lacera la volta celeste, invoca forze primordiali, cerca il verbo.

Terra che profuma di albe e di tramonti, sangue rappreso che urla pietà.

“Costruisco un rifugio, una felicità alfabetica,
La sostengo con stecche e fili d’erba,
Premo a fondo i pollici
Nello strato di fango celeste
Affinchè tu non cada
Fin che Fresca d’acqua sorgiva, tutta nuova
Ecco la scimmia albina,
L’uno che accade Una volta, tra esseri vivi.”

Metamorfosi continue ascoltando la voce insistente della Natura.

Sonno che si fa lieve in attesa del nulla mentre “dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo.”

E finalmente si può tornare a fiorire.

“Non tutto è dei corpi” Giorgio Luzzi Marcos y Marcos

“Parlare di esistenza pensare resilienza

Nutrirsi per esistere è il modo di persistere

Distogliersi o dissolversi nell’alibi di un vino

È come opacizzare lo specchio del destino.

Ho conosciuto tempi di vento e di evasioni

Di amori e di illusioni e di cortei sonori.”

Le parole hanno cadenze musicali e nella composizione del verso creano assonanze e dissonanze.

Un concerto strano dove quello che conta è il contenuto del testo, la necessità di comunicare.

“Non tutto è dei corpi”, pubblicato da Marcos y Marcos, è un gioco fonetico, la sperimentazione di un linguaggio innovativo.

“Non La allettano i verbi sommersi?

Mi tallonano i versi e i dissesti.”

Nel costrutto delle frasi si ha la sensazione di scalare una montagna, arrivare in cima e sentire il brivido dell’insondabile.

La tensione nell’affacciarsi al Nulla, ritrovarsi “dentro un teatro festoso un atterrito evaso.”

Irreale che si fa tangibile grazie alle visioni oniriche e alla realizzazione di paesaggi che franano e debordano dai confini dello spazio.

“C’è una folla che aspetta

Con coperchi e fucili

Silenziosa ed enigmatica

Non sarà consentito di evitarla.”

Si procede incontrando miraggi, “gentildonne stinte da stoffe a paralumi azzurrochiari”, voci acute che incantano e distraggono.

Giorgio Luzzi cerca quel silenzio interiore che è incontro con il sè ma “il tempo procede tra orologi scompagnati.”

Vorrebbe che i sogni fossero protetti da limpide teche e che i versi si disperdessero nell’aria afosa.

Il tempo è una tagliola che ferisce e distrugge.

Resta la Memoria, eterna Signora a danzare in una notte piena.

“Ma ora prendi fiato

Prova a dimenticare”

Accettare un mondo che ha perso l’Io,  un mondo dove girovagare senza meta, cercando di raggiungere “la inquietante unità tra morte e vita”.

 

 

“Akhenaton” Dorothy Porter Fandango Libri

 

“Sono la danza

Che imparerai

 

Sono la rupe

Da cui salterai

 

Sono il respiro dell’amante

 

Nella mia dolce mano

Ti frantumarai

 

Nel mio seno

Ti ricomporrai

 

Conoscerai me

Conoscerai Dio.”

 

“Akhenaton”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Maurizio Bartocci, ricostruisce in forma poetica l’esistenza dell’omonimo faraone.

Uomo poliedrico impose il monoteismo, mescolando il culto di Atos alla sublimazione di sè.

Dorothy Porter si stacca dalle poche notizie storiche ed edifica un poema epico molto originale.

Mostra il vero volto del potere egiziano, ne esaspera i lati bui.

“Nell’harem di mio padre

Sdraiato sui pesci di mosaico

Del pavimento

Mentre donne velate (le sue)

Mi fluttuano intorno.”

Versi che nella rappresentazione plastica creano effetti scenici.

Ridondanze linguistiche accompagnate da visioni ancestrali.

Il personaggio alterna vari stereotipi.

È vate di verità che distrugge gli idoli e a sua volta è costruttore di nuove chimere.

“Possiamo andarcene

Dalla tana dell’idolo

Solo per un momento

E fermarci nel Sole?”

Osserva la sua Ombra, se ne compiace, si muove all’interno del Fuoco.

Gioca con la propria invincibilità spezzando ogni somiglianza con la famiglia d’origine.

Alterna disprezzo ad esaltazione, follia a malinconia.

“I dirupi s’inchinano

A noi due

Il deserto dispiega

Un tappeto incastonato

Di pietre roventi.

Non posso guardarlo.”

Sfida dell’Io che vuole varcare le soglie della vulnerabilità, delirio di onnipotenza.

“Al risveglio la mia città

Luccicherà

Lungo il fiume

Come seta bagnata.

Avvolto in essa

Mi intratterrò col mio Dio.”

Tentativo di simbiosi, ricerca della perfezione.

Il testo naviga nelle acque agitate del desiderio, provoca i sensi, regala colori.

Esplicito il rimando alla contemporaneità che incespica davanti al Sacro e prova a ritoccarne i contorni.

Il fuoco e la luce attraggono e impauriscono mentre un grido strozzato risuona nel silenzio:

“Sono stanco

Ecco tutto

Sono esausto.”

 

 

“Queste voci mi battono viva” Tiffany McDaniel Atlantide

“Il paradiso è parcheggiato

sulla sommità del muro

su cui tutti noi abbiamo scolpito i nostri nomi.”

Un cammino nella speranza che “la strada arrivi abbastanza lontana.”

Enigma che si imprime sulla pelle.

“Campi nuovi da piantare” in attesa della rinascita.

Corpi contro corpi, rabbia per un sentimento non ricambiato, sorrisi forzati.

“Sono una musa per il re.

Gli offro i miei dolori e vanifico i miei sforzi

Di essere bella tra gli applausi.”

“Queste voci mi battono viva”, pubblicato da Atlantide, sono l’Alfa e l’Omega dell’universo femminile.

Danza di strofe che animano il silenzio.

Fiamma che distrugge il ricordo e la parola è strumento di purificazione.

Assenze e case vecchie e dannate.

Giorno raccolto in un pensiero.

“Mi sento piccola, nella clessidra

mentre faccio l’autostop lungo l’universo.”

Ogni ferita un fallimento mentre l’umanità si disperde nell’indifferenza.

Stelle passeggere, forse miraggi.

Seguire il ritmo dei demoni cullando “direzioni come un bambino che cresce in un senso e nell’altro,

verso immense ma tristi ragioni.”

Essere fantasma nudo, amante galleggiante, giocattolo frantumato.

Leggere le poesie di Tiffany McDaniel significa avere il coraggio di afferrare la metafora dell’esistenza.

Cogliere i barlumi di luce, perdersi nel buio di una percezione, correre inseguendo l’incertezza.

Assistere alle tante metamorfosi, incontrare Lucifero, accettare il peso del proprio corpo.

“Tengo l’universo tra le ginocchia.

Il suolo è duro e freddo.

Rocce incastrate nella mia pelle

che lasciano tatuaggi vuoti.

Questa notte non avrà mai giorno.”

Un canto intimo e un invito a guardare giù dentro le ferite.”

 

“Schiuma di quanti” Durs Grünbein Einaudi Editore

“Nella stanza splende la luna.

Nulla è reale.

Ogni istante insondabile,

il mondo un’eco colossale nel labirinto dei sensi.”

Durs Grünbein entra nell’impalpabile universo dell’inconscio attraverso la rilettura del quotidiano.

Introspezione spinta accentuata dalla ricchezza di metafore che spezzano la simmetria della Realtà.

Immagini percorrono la scrittura disegnando l’inaccessibile.

La musicalità del verso accentua lo stupore di chi legge.

“Schiuma di quanti”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Anna Maria Carpi, raccoglie poesie tratte dalle ultime tre raccolte pubblicate in Germania insieme a versi inediti.

La compattezza stilistica mostra il raggiungimento di una cifra letteraria personale curata nei fonemi e nei contenuti.

Importanti sono i colori, netti, brillanti, testimoni di una Natura che ancora regala emozioni.

“Il dente di leone combatte con la pioggia e la polvere,

Il trifoglio ingoia i gas sul bordo della strada.

Basta che guardi il trifoglio: un verde mascherato.”

Si sfoglia “un inventario di giorni”, si impara ad esercitarsi nell’assenza, si percepiscono “le fasi del silenzio.”

Le città registrano rumori, voci senza senso mentre “Il fuoco di fila dei manifesti ci fa lacrimare gli occhi.”

Vero e falso si incontrano al crocevia di strade senza uscita ed il rischio è essere immersi nella “ridda dei surrogati.”

“Una città sogna l’altra.

Si chiamano coi nomi dei marchi e l’eco

risuona nelle strettoie delle strade.”

I luoghi sono rappresentazioni di un presente che appare sfocato.

L’autore sa raccontare la malinconia e la solitudine, il delirio di una contemporaneità che corre smarrita verso il nulla.

Un testo prezioso perché sa conciliare la visione con la percezione del non senso.

Un inno alla scrittura che “ci argina e ogni singola parola è centrale.”

Non resta che raccogliere l’invito a tracciare su carta mediocrità e debolezze, liberarsene e finalmente trovare il lato B della vita.

“Dodecafonico, 

Anche per orecchi non esercitati.

Comunque cresce la commozione

D’ora in ora.

Si vorrebbe non cadere così in basso.

Si vorrebbe essere 

Di nuovo il foglio bianco.”

“Serie fossile” Maria Grazia Calandrone Crocetti Editore

 

“Sarebbe riduttivo dire amore

Questa necessità della natura

Mentre un vuoto anteriore rimargina

Tra fiore e fiore senza lasciare traccia:

Usa la bocca, sfilami dal cuore

Il pungiglione d’oro.”

Ritrovare il corpo nella sua consistenza a volte ingombrante.

Scavare gallerie senza cedere al dolore del prima.

Farsi “creatura adulta disarmata”.

Dalle ombre dell’antimateria esplorare le spire intricate del ricordo.

Cercare “tra le cose perdute” lo struggimento e lo splendore.

Seguire la rotta dei pianeti e rinascere “come dei semi addormentati sotto la zolla.”

“Serie fossile”, pubblicato da Crocetti Editore, è il viaggio verso la bellezza perduta.

Confronto con l’imperdonabile, inesprimibile bisogno di sentimenti estremi.

“Ti offro la mia vita come qualcosa

Che non ha più valore di un sorriso”

“Puoi fare del mio cuore

Una canna di flauto

Per lodare, restituirmi

L’inizio del mondo.”

Amore come resa o come concessione, unione di pensieri, “geroglifico e germoglio.”

Maria Grazia Calandrone descrive lo stupore di un cuore che si risveglia.

La sua parola è accorata, si aggrappa alla metafora per fermare “l’effimera grazia di un mondo fatto per finire.”

Il verso lacera la volta celeste, invoca forze primordiali, cerca il verbo.

Terra che profuma di albe e di tramonti, sangue rappreso che urla pietà.

“Costruisco un rifugio, una felicità alfabetica,

La sostengo con stecche e fili d’erba,

Premo a fondo i pollici

Nello strato di fango celeste

Affinchè tu non cada

Fin che

Fresca d’acqua sorgiva, tutta nuova

Ecco la scimmia albina,

L’uno che accade

Una volta, tra esseri vivi.”

Metamorfosi continue ascoltando la voce insistente della Natura.

Sonno che si fa lieve in attesa del nulla mentre “dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo.”

E finalmente si può tornare a fiorire.

“I colloqui e altre poesie” Guido Gozzano InternoPoesia

“O non assai goduta giovinezza,

Oggi ti vedo quale fosti, vedo

Il tuo sorriso, amante che s’apprezza

Solo nell’ora triste del congedo!”

I venticinque anni diventano tappe di un dialogo interiore che sminuzza l’esistenza in immagini.

Ho letto “I colloqui e altre poesie”, pubblicato da InternoPoesia, seguendo questa suggestione, cercando di cogliere ogni respiro, ogni pausa, ogni musicalità.

“Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

Sorrido e guardo vivere me stesso.”

Sono questi versi ad accompagnarmi e già so che partendo da una assenza del sè troverò la magnificenza del tutto.

Nella impalpabile differenza tra sogno e ricordo si entra nella dimensione della possibilità che si fa aerea presenza.

“L’azzurro infinito del giorno

È come una seta ben tesa;

Ma sulla serena distesa

La luna già pensa al ritorno.”

È lo stupore che illumina il tempo, circoscrive la bellezza del Creato, improvvisa una danza colorata.

La scelta dei versi di Guido Gozzano mostra lavoro di ricerca e passione nella realizzazione della raccolta poetica.

Dalla “Signorina Felicita”  a “L’amica di nonna Speranza: la scoperta della finzione che è un tratto distintivo del poeta.

Mi piace pensare che “Totò Merúmeni” sia alter ego di tutti coloro che vogliono esplorare corpo e spirito.

È Torino città che abbraccia e che consola, patria che sa conservare

“l’infanzia remotississima,

la scuola,

la pubertà,

la giovinezza accesa,

i pochi amori pallidi,

l’attesa delusa

Il tedio che non ha parola.”

Mentre “I sonetti del ritorno” invitano a specchiarsi in vetri rotti, nelle “Poesie Sparse” emerge il bisogno di ritrovare la bellezza dell’arte e della Cultura.

Solo così la Morte sarà un soffio che arriva da lontano e non spegne la giocosa voglia di comprendere la giostra del Tempo.

Mentre la malinconia si stempera in un sorriso resta in alto, come un aquilone che vuole toccare le stelle, lo scintillio della parola Amore.

 

“Addio” Cees Nooteboom Iperborea

“Nessuno sarà più lo stesso

Nessuna apparizione

La ritirata dopo la sconfitta

Ma senza una meta.”

Lo spaesamento dopo una pandemia che ha inventato un presente sbilenco.

Le forme degli oggetti pur non essendo modificate mostrano “la grammatica dell’espropriazione.”

Cees Nooteboom racconta “un mondo che non era un mondo”, tra specchi e maschere di una spettrale realtà.

Continenti senza tempo, nuvole che contengono il mistero, promesse vane.

“Sento la musica ma non le parole

Movimento di danza

Senza lì nessuno.”

Un silenzio da spezzare con la forza della poesia.

Magma fantasioso di passato e presente oscillanti sull’asse instabile dell’imprevedibile.

“Addio”, pubblicato da Iperborea, contiene il nostro urlo rappreso, la ricerca di senso.

Siamo aironi solitari in volo verso lidi sconosciuti, viaggiatori senza illusioni.

“Non si può dare un nome a ognuna delle immagini

Ma per quanto ponga domande sulle forme,

All’ombra e su bocche quasi invisibili

Sulla minaccia di nomi e numeri

La risposta resta vuota.”

Ci si chiede insieme al poeta quanto sia utile interrogarsi.

È tempo di ricomporre le tante vite che ci appartengono, sottrarre il superfluo, ritrovare nomi e identità di chi ci circonda.

Non possiamo permettere che la nebbia faccia sparire i segni della nostra resistenza.

Destino e sorte si prendono gioco di noi, offrono visioni che alternano le percezioni.

Dobbiamo vedere, sopportare, arrivare ai confini del delirio, sentire “il malefico abbraccio, il bacio del tradimento calcolato.”

“Cosa volevi conservare?

Il suono di una voce

Il ricordo di una spalla

Di una mano

Il colore dei suoi occhi

L’odore di un corpo

Per sempre svanito?”

Verso dopo verso l’autore si mostra nella nudità emotiva di chi ha percorso troppe strade.

Gli resta il silenzio che è conforto, meditazione, preghiera laica.

E nella trasmutazione del sè in nessuno avviene il miracolo e il canto penetra la roccia erosa delle nostre anime.

Abbiamo una guida che ci farà uscire dal pantano delle nostre ossessioni e forse si potrà cominciare a ricostruire.

Angolo Poetico “Senza ritorno” Carmen Yáñez Guanda Editore

 

 

“Eravamo così felici

E non ci accorgevamo della dimensione della vita.

Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga

Della paura,

Noi non sapevamo nulla, insolenti.”

 

 

 

“Mi commuovono

Le cose più vicine

Le ombre, le pieghe della terra

Da dove partì l’intimità

Del tutto.”

 

 

“La bambina che sono stata

Tiene in mano una bambola di porcellana rotta,

Le rompono l’infanzia.”

 

 

“Groppi d’amore nella scuraglia” Tiziano Scarpa Einaudi Editore

“S’addormono l’ommene,

S’addormono li fimmeni.

S’addorme lu prete,

S’addorme lu sindoco.”

“Groppi d’amore nella scuraglia”, pubblicato da Einaudi in un’edizione rivisitata, è teatro di strada, improvvisazione di un gergo creativo e al contempo musicale.

È un gioco di suoni, vocali e lettere che creano un linguaggio alternativo.

È la voce del popolo dimenticato da tutti.

È la periferia, centro vitale dove si intersecano con ironia esistenze marginali che nel testo si muovono da protagonisti.

Sirocchia, Cicerchio, lu sindoco e lu prete interpretano la parodia di una comunità mentre la scuraglia offusca il reale e offre scorci immaginifici.

“Quanto sí brutta a la lampa,

Ma quanto sí bella a l’immaginata.

Picché l’immaginata ié più verace de la lampa.”

Un testo politico, provocatorio che riflette sulla difesa del territorio.

Cosa succede se una discarica di rifiuti riscrive il paesaggio?

“Li fimmeni cu lu prufumu de la violacoccia su le bumbe ” e “l’ommene de lu paese cu li lanzuoli scrittati”, immagini di un tempo che è presente con i colori di una storia antica.

Tiziano Scarpa si fa cantastorie e la sua voce ha mille inflessioni.

Raccoglie la trama del pensiero che diventa parlata collettiva, espressione di azzardi stilitisci, eco di una cultura millenaria.

Il dialogo intimo e divertente con Gesù è pretesto per sottolineare le catastrofi del mondo.

È la rabbia di chi non sa trovare risposte alle ingiustizie.

La solitudine dell’uomo contemporaneo mentre la televisione assorda con le sue illusioni.

Resta il poeta nella piazza deserta ed un fantasma che ci rappresenta tutti.

Si spengono le luci, si perde e sfuma l’orizzonte e si ritrova il piacere di ascoltare, sperimentare, credere che la parola scritta è libertà.