“Elogio della gentilezza” Adam Phillips e Barbara Taylor Ponte Alle Grazie

“È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta e ogni attacco contro di lei è un attacco contro le nostre speranze.”

Lo psicanalista Adam Phillips e la storica Barbara Taylor in “Elogio della gentilezza”, pubblicato da Ponte Alle Grazie e tradotto da Marcello Monaldi, spiegano perché “la gentilezza d’animo è diventata un nostro piacere proibitivo.”

L’analisi storica e filosofica si avvale delle citazioni di autorevoli autori.

Seneca, Marco Aurelio, Alistotele, Rousseau, Freud: un caleidoscopio culturale accompagnato dalle riflessioni degli autori.

Una rivisitazione molto curata partendo dalle fonti in un percorso accessibile a tutti.

Interessante è la etimologia delle parole che crea un ponte tra la lingua e il pensiero.

Dall’età vittoriana ai tempi nostri seguendo un percorso che invita ad interrogarsi.

“Le domande che ci dobbiamo fare sono dunque sempre le stesse:

Chi vogliamo respingere?

Chi vogliamo continuare a tenerci stretto?

Di quali sentimenti vogliamo fare a meno, di quali vogliamo godere?”

Perché farsi carico delle debolezze altrui è diventato “un segno di debolezza”?

La nostra società emargina e classifica come perdenti coloro che si dedicano agli altri.

La responsabilità di questa nuova e tragica mancanza di disponibilità dipende da tutti noi che viviamo il sentimento con un oscillante senso di ambiguità.

Facciamo resistenza mettendo a tacere gli impulsi positivi.

“È segno di amorevolezza prendere gli individui per quello che sono e non per come vorremmo che fossero; è segno di amorevolezza prendersi cura delle persone così come si presentano.”

Purtroppo invece prevale la competizione che dividendo gli individui in perdenti e vincenti produce effetti catastrofici e genera nemici.

Altro sintomo molto diffuso dei nostri tempi è la ricerca di capri espiatori alla infelicità.

L’aspetto pedagogico del testo apre nuove prospettive nella relazione genitori figli.

Forse bisognerebbe rieducarci, partendo dai bambini e insieme a loro provare a costruire modelli solidali perchè “l’affetto è qualcosa di cui abbiamo bisogno”.

 

 

“Le inseparabili” Simone De Beauvoir Ponte alle Grazie

“Le inseparabili”, pubblicato da Ponte alle Grazie, è una storia autobiografica che fa intravedere il substrato culturale ed affettivo di Simone de Beauvoir.

Può essere considerato un romanzo di formazione perchè delinea l’infanzia e i suoi turbamenti con pennellate decise.

Ma nello sviluppo della trama si nota un graduale cambiamento di stile, l’accentuazione di elementi critici nei confronti della famiglia, monolite arroccato su posizioni rigide.

L’amicizia tra Sylvie e Andrée nasce tra i banchi di scuola in un ambiente bigotto e poco incline a favorire la creatività espressiva delle allieve.

Le diversità tra le due bambine cresciute in ambienti sociali differenti invece di essere causa di frattura cementa una relazione spontanea.

È lo spazio di libertà di entrambe, il confronto sincero tra personalità che si stanno avviando verso l’adolescenza.

Le chiacchiere, le risate, le impertinenze sono segni di un cambiamento emotivo.

Tra le righe si percepisce un’attrazione che non è fisica ma interiore.

È la paura della perdita di qualcosa di prezioso, la consapevolezza che tanti ostacoli complicheranno e travolgeranno le loro esistenze.

La descrizione delle due madri mostra un modo di essere artefatto, espressione di una fase storica.

La scrittrice con molta maestria mette in luce le crepe di un’affettività possessiva e non dialogica.

Tra i temi dominanti il rapporto tra fede e colpa, tra spiritualità e libertà.

C’è una costante ricerca di una Verità Superiore e al contempo la difficoltà ad abbandonarsi completamente ad un misticismo di facciata.

L’amore è un sogno di ragazzine e quando diventa realtà rischia di ferire.

La scrittura, a differenza delle altre prove narrative, è pacata e segue una traccia precisa.

La voce della coscienza è attutita, appena un sussurro e solo nel finale raggiunge un apice drammatico.

Nelle ultime scene c’è la consapevolezza di una discrasia tra realtà e immaginazione.

Si compie l’ultimo attimo mentre il silenzio entra a coprire il dolore e la certezza che niente sarà più come prima.

Ad arricchire il testo i documenti iconografici e la corrispondenza e nello sfogliare le foto si ha la sensazione di immergersi ancora una volta all’interno della trama.

Un invito a cogliere l’eternità degli istanti vissuti, a consacrarne la memoria.

 

 

Angolo Poetico “Brevi scene di lupi” Margaret Atwood Ponte alle Grazie

 

 

“Ora sono adulta e alfabetizzata,

e siedo sulla mia sedia placida come un fuso

e si incendiano le giungle,

il sotto- bosco si fa pesante di soldati,

i nomi sulle mappe complicate salgono in fumo.”

 

 

“È pericoloso leggere i giornali.

Ogni volta che batto un tasto

su questa macchina elettrica

per parlare di un placido albero

esplode un altro villaggio.”

 

 

“Vivere in prigione è vivere senza specchi.

Vivere senza specchi è vivere senza sé.

Lei vive oltre sé stessa,

trova un buco nel muro di pietra

e dall’altra parte del muro una voce.

La voce arriva attraverso il buio e non ha un volto.

Questa voce diventa il suo specchio.”

Angolo Poetico “Tu fata dagli occhi di velluto” Baudelaire Ponte alle Grazie

 

 

“Amata indolente,

come mi piace osservare la pelle del tuo corpo bellissimo

che riflette la luce come un pezzo tremolante di stoffa!”

 

 

“Come un flutto ingrossato dallo sciogliersi di ghiacci scricchiolanti,

quando l’acqua dalla bocca ti risale su fino ai denti,

a me pare di bere un vino amaro potente che viene di Boemia,

un cielo liquido che mi dissemina di stelle tutto il cuore.”

 

 

“Madre dei ricordi amante tra le amanti,

sei tutti i miei piaceri, tutti i miei doveri!

Certo ti ricorderai la bellezza delle carezze

la dolcezza del focolare l’incanto delle sere,

madre dei ricordi amante tra le amanti!”

Agenda Letteraria 3 agosto 2020

 

 

“Attraverso di me molte voci a lungo silenziose,

voci delle interminabili generazioni di prigionieri e di schiavi,

voci degli ammalati e disperati e di ladri e nani,

voci dei cicli di preparazione e di accrescimento,

e dei fili che congiungono le stelle,

e dei grembi e della sostanza paterna,

e dei diritti di coloro che gli altri calpestano.”

 

“Contengo moltitudini”  Walt Whitman  Ponte alle Grazie

“Gli affamati” Mattia Insolia Ponte alle Grazie

 

Paolo e Antonio: nell’unione sbilenca tra fratelli si accuccia e cresce il dolore di troppe rinunce.

Un paese che non offre prospettive, sfocata immagine di un Sud raggomitolato su se stesso.

Il ricordo ossessivo di un padre violento che ha segnato profondamente non solo iĺ passato.

Una madre che ha preferito fuggire lasciando un vuoto con un retrogusto amaro.

“Gli affamati”, pubblicato da Ponte alle Grazie, è affresco di una generazione che non ha diritto ai sogni.

È lo sbandamento emotivo che porta a gesti inconsulti.

Il bisogno di essere visibili, amati, desiderati.

Il tormento di sentirsi diversi e l’incapacità di vivere appieno i moti interiori.

L’inutile tentativo di dimenticare, scansare i giorni troppo uguali.

Mattia Insolia scrive un romanzo dalle tinte forti costruendo una griglia di immagini.

Racconta la vertigine e la perdizione.

Rende viva la rabbia, le offre un volto deformato.

Pochi tratti come pennellate dove il colore dilaga sulla tela lasciando impronte che si trasformano in pozze di disperazione.

La solitudine è madre e matrigna, consigliera spudorata e amante fedele.

Un crescendo che crea vortici di vento mentre l’abbraccio può essere morsa,  vincolo che non conosce limiti.

Lo scrittore ha il coraggio di sfidare tanti fantasmi e ne esce vincente.

Nell’incipit e nel finale i due estremi si toccano e forse finalmente ci sarà pace.