“Quando abbiamo smesso di capire il mondo” Benjamín Labatut Adelphi

Mi sono accostata a “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”, pubblicato da Adelphi e tradotto da Lisa Topi con curiosità.

Già il titolo promette uno sviluppo insolito.

Fin dalle prime pagine la scrittura mi ha trascinato con una forza attrattiva dirompente.

Storie su storie si intersecano e si allontanano in una concatenazione brillante.

Scienziati spogliati dall’aura di mistero appaiono nella quotidianità.

Si assiste alla ricerca, al logorio mentale, agli intoppi.

Ogni racconto conduce ad un bivio, bisogna continuare o fermarsi?

Quanto una scoperta può essere rischiosa?

Come manipolare i risultati ottenuti?

Benjamín Labatut sa introdurre l’attesa, ferma il momento della scelta.

Non è casuale il riferimento al blu di Prussia, credo sia la simbologia perfetta che si insinua in tutta la narrazione.

Partendo dalla purezza di un colore si può incontrare il Male Assoluto.

La scienza è creatività, studio, sofferenza.

È esaltazione e paura.

È interrogativo e in questa rivelazione sta la grandezza dell’autore.

“Il punto di non ritorno – il limite oltre il quale non si poteva andare senza rimanere intrappolati – non era indicato in alcun modo.”

Entra in gioco l’etica e la morale ed ecco che il percorso viene rischiarato.

Quando si varca il confine che porta alla singolarità?

Si può tornare indietro?

Tocca al lettore il compito di tracciare una mappa concettuale, di svegliare la coscienza, di non dare per scontato quello che viene propinato come progresso.

Un libro indispensabile per rimettere insieme i pezzi del puzzle dell’esistenza.

Per rileggere la Storia, la matematica, la fisica divertendosi a creare interazioni.

Per sentire il battito del cuore di scienziati che ci hanno regalato l’oggi.

Ma attenzione: bisogna imparare a capire il mondo per dirci liberi.

Perché?

Leggete il libro e lo capirete.