“Non è mica la Vergine Maria” Feby Indirani Add Editore

Un libro coraggioso, capace di sfidare ogni convenzione, ironico, spassionato, visionario: non mancano gli aggettivi per descrivere “Non è mica la Vergine Maria”, pubblicato da Add Editore.
L’autrice, Fedy Indirani, ci fa conoscere un’Indonesia insolita, certamente diversa dalle luccinanti immagini da cartolina.
Il suo è un lavoro accurato, ricco di fantasiose invenzioni.
Incontreremo personaggi irreali ma capaci di regalarci una morale.

“C’è solo una ragione per non fare la cosa giusta, volersene stare senza grattacapi nella situazione attuale”

Feroce critica ad una società che non accetta il cambiamento, chiusa in un bigottismo religioso e culturale.

Frenata da un senso di appartenenza che non è sinonimo di libertà, ma esasperazione di una identità che affossa le novità.

“Perché mai un uomo non può accontentarsi di una donna sola?”

Viene messa in discussione finalmente la poligamia e in una semplice domanda si coglie rabbia e ribellione.

Una donna che nel leggere l’Islam non mette in luce solo le storture, ne individua il punto debole e nel farlo regala pagine indimenticabili.

I racconti nella purezza di una scrittura espressiva si collocano tra il dialogare popolare e la ricerca antropologica.

Va ricordato che l’autrice nel suo paese è promotrice della libertà di espressione e di genere.

La sua performance letteraria è una conferma di un impegno che nella scrittura raggiunge l’obiettivo: raccontare al mondo che non esistono sfide impossibili.

“Persone care” Vera Giaconi SUR

“Conoscono bene quei silenzi, e le porte sbattute, e quello che viene dopo”.

“Persone care”, pubblicato da SUR e tradotto da Giulia Zavagna, riesce a raccontare le relazioni con lucidità e onestà.

Nei dieci racconti i pensieri dei personaggi si animano restituendo l’essenza profonda dell’umanità.

Si leggono aspettando quel dettaglio rivelatore di una discromia affettiva.

Si aspetta il finale con urgenza perchè è nella conclusione della narrazione che tutto quello che avevamo immaginato viene scombinato.

Si prova tenerezza per Dumas che con la nipotina ritrova un linguaggio fantasioso.

Si percepisce come nostra l’ansia di Adrían di fronte al decadimento della madre.

Le crepe di famiglie apparentemente felici sono tracce di ben altre ferite, segno di un’incomunicabilità che finalmente emerge.

Anche gli oggetti, un orologio, un vecchio armadio, una fede acquistano una simbologia emotiva.

Il pregio della scrittrice uruguaina è certamente quello di mantenere uno stile conciso e al contempo tagliente.

Ogni frase svela e nasconde, ogni verbo sottolinea un’azione anche piccola ma mai banale.

La compostezza narrativa si accompagna ad una disarmante e illuminante visione del quotidiano.

Lo sguardo è attento, nulla sfugge all’osservazione e ogni gesto si dilata, mostra la sua faccia più contorta.

La fragilità non è colpa, è semplicemente l’ammissione della complessità dell’individuo.

Eliminati i colori dominanti si è circondati da tante sfumature ed ognuna corrisponde a quella parte di reale che ci neghiamo per negligenza o per semplice indifferenza.

Un brivido freddo ci percorre , una risata ci investe, un pianto ci emoziona.

L’autrice mette a nudo gli strappi più cocenti, ma non perde di vista la perenne ricerca di solidarietà.