“Gli effetti invisibili del nuoto” Alessandro Capponi Hacca

 

Acqua come elemento salvifico e protettivo.

Corpo che nel nuoto ritrova la sua identità.

Fragilità che si ricompongono.

Silenziose esistenze che spezzando i nodi del passato urlano i loro bisogni.

Incontri all’apparenza insignificanti stabiliscono sintonie.

Segreti rivelati e troppo preziosi da donare a chi non merita.

La raccolta di racconti intitolata “Gli effetti invisibili del nuoto”, pubblicata da Hacca, regala l’insoluto, quello spazio nel quale galleggiamo senza riuscire a tornare a galla.

Con una scrittura che sa entrare nella dimensione profonda dei personaggi si percepisce il bisogno di trovare una cifra letteraria alternativa, unica, soave.

Il libro è animateo da figure che ci rappresentano.

Sono quell’Io che abbiamo seppellito, sono il dissenso all’ovvietà, la rabbia per ciò che abbiamo perso.

E nelle metamorfosi che il contatto con l’acqua scatena c’è finalmente la libertà di scelta, la consapevolezza che è necessaria una svolta.

“Come aveva fatto a resisistere per così tanto tempo, come?”

È in questa domanda esistenziale la nascita di una ribellione.

Alessandro Capponi sa dosare immaginazione e realtà, le incastra e le rende indissolubili.

Crea un’aspettativa e nell’attesa di quell’ignoto che ci aspetta ci sentiamo pervasi da una carica nuova.

Siamo vivi, rinnovati, pronti ad giocare ruoli che ci eravamo preclusi.

Perfetta la rappresentazione metaforica del vissuto che acquista lineamenti e comportamenti mitologici.

Non è casuale la scelta delle creature animali che animano la narrazione.

Siamo aironi, pesci, tartarughe, gamberi.

Siamo bambini che si travestono e nel travestimento sappiamo di essere unici, vitali, creativi.

L’autore lancia una sfida, ci offre la possibilità di nuotare nelle acque limpide di una meravigliosa, magica armonia.

 

“Ricette semplici” Madeleine Thien 66thand2nd

 

“Una casa è un’idea semplice.

Chi l’ha costruita muore, ma lei rimane.

E sempre ogni infanzia è importante, come menta che cresce nascosta”.

L’esergo scelto da Madeleine Thien, tratto da “Latte” di Roo Borson, anticipa le atmosfere che vivremo leggendo “Ricette semplici”, pubblicato da “66thand2nd”.

Racconti pervasi dal sussurro malinconico di chi nel ricordo cerca un balsamo.

Ogni storia è già romanzo per la compattezza della trama, la ricchezza di particolari paesaggistici e affettivi.

I personaggi trasmettono quell’umanità fatta di piccoli pensieri, di attenzioni, di cura degli altri. Domina la scena la famiglia e non importa quanto sia segregata, acciaccata, dolorante.

È il cuore pulsante, necessario scenario anche quando si fugge.

E la partenza, spesso improvvisa, è lo scarto in avanti, il bisogno di liberarsi da un amore che può diventare purulento.

Padri e figlie nella quotidianità in relazioni che possono sfociare nella perversione o dirottare verso un maldestro senso di colpa.

“Una manciata di riso nella mia mano aperta, chicchi da setacciare in cerca di impurità, da togliere uno alla volta” per raggiungere un equilibrio tra l’amore e l’odio, per stanare le ombre di un affetto vorace.

Mogli e mariti nelle incerte sequenze di una relazione stancante, occhi che non riescono a guardarsi, mani impietrite da troppi sogni delusi.

E gli odori di una cucina immersa nel fumo di pietanze che ricordano altri luoghi, il suono di un valzer che stempera l’incapacità di accettare l’insofferenza, le strade percorse con la certezza di trovare pace.

Sorelle che spartiscono il sollievo di un abbraccio, amiche complici di segreti impronunciabili.

Nella narrazione ancora una volta la scrittrice riesce a portarci verso “il paese che non è stato ancora scoperto.”

“Tra corpo e anima” Ludmila Ulitskaya La Nave di Teseo

 

“C’è solo un principio frontale come in questo verso.

Non c’è nel proscenio un poeta.

E la sala è muta.

Cala il sipario.

Uno studio nero.

C’è forse qualcuno o nessuno davvero?”

Ludmila Ulitskaya predilige il ritmo sincopato a sviluppi tortuosi.

La sua scrittura è l’insieme di ritratti collegati tra loro dall’essenzialità della forma.

Figure femminili riprese nell’atto di vivere, ritagliate e sistemate nell’album dei ricordi.

Ognuna è ricoscibile grazie a un movimento sulla scena.

È lo spostamento che permette il cambiamento.

L’impercettibile balzo della coscienza nell’atto di scegliere.

“Tra corpo e anima”, pubblicato da “La Nave di Teseo”, attraversa lo spazio tra carne e spirito, tra desiderio e azione.

Ogni racconto nella compattezza della trama che incede con passo accelerato verso un nucleo centrale è fotografia ingrandita di una o più esistenze.

“Poi la strada svoltava, sinuosa, e si apriva una nuova veduta: prevista e inattesa.”

In questa miscela di opposti la struttura narrativa riesce a mostrare momenti contrastanti.

Ma la scrittrice non cede alla lusinga del conflitto.

Le sue donne sanno di dover attraversare un confine, ne conoscono i pericoli e le allettanti promesse.

Scelgono con un distacco che nasce dalla certezza che la libertà è l’unica carezza possibile.

“No, non aveva confini quel mondo così luminoso.

Si estendeva, sviluppava, avanzava, curvava.

Come una serpentina.”

Non ci resta che camminare lasciando per strada amori ingombranti, polvere di sogni inavvicinabili.

Un libro che si avvicina all’essenza dello spirito dialogando con quel Sè che ci fa prigionieri.

Forte, duro, intransigente e teneramente generoso nel donare il segreto della tenacia.

“Non le voglio diverse, io amo queste sventate, sapienti, sfacciate, fidate, ammalianti, fasulle, stizzose incantevoli e superstiziose, svampite idiote incallite che insegnerebbero anche agli angeli in cielo… Io vi voglio così – e così io vi sono all’altezza.”

Una danza di voci che nell’alterità sono esempi preziosi.

“Come una storia d’amore” Nadia Terranova Giulio Perrone Editore

 

“Come una storia d’amore”, pubblicato da Giulio Perrone Editore, è la poesia che volevi ascoltare.

La musicalità della scrittura investe come un vento di scirocco, ti protegge, ti salva.

La città  si scompone in immagini e ti si offre come un frutto maturo da gustare.

L’infanzia ritorna liberando lacrime e ricordi.

Il grumo di disperazione di Saba, il rumore di una periferia, il colore acceso del mercato.

Andrea con quella voce “che apre molte porte, saluta come una carezza.”

La fabbrica cinese clandestina e i sorrisi forzati dei turisti.

Il tempo lungo, sempre uguale di Teresa.

Il cielo di Ostia Antica e il sogno di Elisa.

Nadia Terranova racconta l’appartenenza ai luoghi dell’anima.

Roma è metafora dell’incertezza di sfiorare l’esistenza, è terra e cielo e volti.

In ogni racconto sentiamo la presenza della scrittrice, è compagna, amica, sorella.

Ci accompagna con gesti affettuosi a cercare la felicità, a comprendere le radici del nostro disincanto, a respirare il tepore di un nuovo inizio.

È una maga e dal cesto del suo scrivere emerge il desiderio di imparare, la necessità di fuggire, “la luce dolce e disperata dell’autunno.”

Ci invita a ritrovare nell’assenza il coraggio di andare avanti.

Piccoli passi come i suoi racconti, luci soffuse nel deserto di un quotidiano che non sa più raccontarsi.

Imparare “l’alfabeto originario”, scoprire che sei tu “casa”, che gli amori possono morire ma resta la malinconica certezza che ogni ora non è stata sprecata.

E forse è tempo di cercare quella parola che sappia coniugare tutti gli estremi.

Grazie, Nadia, per averci mostrato il percorso.

 

 

 

“Non è mica la Vergine Maria” Feby Indirani Add Editore

Un libro coraggioso, capace di sfidare ogni convenzione, ironico, spassionato, visionario: non mancano gli aggettivi per descrivere “Non è mica la Vergine Maria”, pubblicato da Add Editore.
L’autrice, Fedy Indirani, ci fa conoscere un’Indonesia insolita, certamente diversa dalle luccinanti immagini da cartolina.
Il suo è un lavoro accurato, ricco di fantasiose invenzioni.
Incontreremo personaggi irreali ma capaci di regalarci una morale.

“C’è solo una ragione per non fare la cosa giusta, volersene stare senza grattacapi nella situazione attuale”

Feroce critica ad una società che non accetta il cambiamento, chiusa in un bigottismo religioso e culturale.

Frenata da un senso di appartenenza che non è sinonimo di libertà, ma esasperazione di una identità che affossa le novità.

“Perché mai un uomo non può accontentarsi di una donna sola?”

Viene messa in discussione finalmente la poligamia e in una semplice domanda si coglie rabbia e ribellione.

Una donna che nel leggere l’Islam non mette in luce solo le storture, ne individua il punto debole e nel farlo regala pagine indimenticabili.

I racconti nella purezza di una scrittura espressiva si collocano tra il dialogare popolare e la ricerca antropologica.

Va ricordato che l’autrice nel suo paese è promotrice della libertà di espressione e di genere.

La sua performance letteraria è una conferma di un impegno che nella scrittura raggiunge l’obiettivo: raccontare al mondo che non esistono sfide impossibili.

“Persone care” Vera Giaconi SUR

“Conoscono bene quei silenzi, e le porte sbattute, e quello che viene dopo”.

“Persone care”, pubblicato da SUR e tradotto da Giulia Zavagna, riesce a raccontare le relazioni con lucidità e onestà.

Nei dieci racconti i pensieri dei personaggi si animano restituendo l’essenza profonda dell’umanità.

Si leggono aspettando quel dettaglio rivelatore di una discromia affettiva.

Si aspetta il finale con urgenza perchè è nella conclusione della narrazione che tutto quello che avevamo immaginato viene scombinato.

Si prova tenerezza per Dumas che con la nipotina ritrova un linguaggio fantasioso.

Si percepisce come nostra l’ansia di Adrían di fronte al decadimento della madre.

Le crepe di famiglie apparentemente felici sono tracce di ben altre ferite, segno di un’incomunicabilità che finalmente emerge.

Anche gli oggetti, un orologio, un vecchio armadio, una fede acquistano una simbologia emotiva.

Il pregio della scrittrice uruguaina è certamente quello di mantenere uno stile conciso e al contempo tagliente.

Ogni frase svela e nasconde, ogni verbo sottolinea un’azione anche piccola ma mai banale.

La compostezza narrativa si accompagna ad una disarmante e illuminante visione del quotidiano.

Lo sguardo è attento, nulla sfugge all’osservazione e ogni gesto si dilata, mostra la sua faccia più contorta.

La fragilità non è colpa, è semplicemente l’ammissione della complessità dell’individuo.

Eliminati i colori dominanti si è circondati da tante sfumature ed ognuna corrisponde a quella parte di reale che ci neghiamo per negligenza o per semplice indifferenza.

Un brivido freddo ci percorre , una risata ci investe, un pianto ci emoziona.

L’autrice mette a nudo gli strappi più cocenti, ma non perde di vista la perenne ricerca di solidarietà.