“Le ferite” Einaudi Editore

“Le ferite”, pubblicato da Einaudi Editore e curato da Caterina Bonvicini, riunisce i racconti di quattordici autori italiani.

È un omaggio a Medici Senza Frontiere e una occasione di immersione in stili differenti.

Ad unirli è la purezza di una parola mai artefatta, di una interiorità che si mostra.

Gemme preziose per ricomporre quelle fratture grandi e piccole che sentiamo ancora dolorose.

Riviviamo la noia dei lunghi pomeriggi d’estate in compagnia di Sandro Veronesi e attraverso il suo pensiero bambino ammettiamo di “essere in grado di convivere col male che ci è stato fatto, ma anche con quello che abbiamo fatto noi.”.

Con Donatella Di Pietrantonio insieme ad una madre, ormai “bambina eterna e svampita”, sentiamo che troppo spesso non siamo arrivati in tempo per fare una carezza.

Domenico Starnone e l’amarezza di un gesto negato, Rossella Milone e la solitudine di una notte infinita, Diego De Silva e la voglia di urlare dalla rabbia di fronte ad un paese che si nutre di frasi fatte e senza senso, Marco Balzano e il gusto aspro di un’amicizia semplice che resiste nella mente.

Il costrutto perfetto di Marcello Fois nell’estrapolare uno dei tanti gesti folli che seminano sangue innocente.

La tensione emotiva di Antonella Lattanzi e il desiderio di abbracciare le bambine vittime di una quotidiana tempesta familiare e quell’incontro in un letto di ospedale dove forse non ci sono più bianchi e neri narrato da Melania Mazzucco, la capacità di dimenticare il torto grazie a Jhumpa Lahiri.

E la Storia con la S maiuscola che ci investe anche quando vorremmo scansarci.

Le parole di Hamid Ziarati si conficcano nella pelle e mostrano la disperazione di chi non ha più diritti, esule in attesa di riuscire a raccontare gli orrori delle guerre.

E la lettera scelta da Marco Missiroli, l’ultimo messaggio di Samir alla moglie prima di affogare in mare.

Le immagini di un salvataggio fallito e la sconfitta di tutti noi sono un monito e siamo grati ad Evelina Santangelo perchè ha saputo circoscrivere un evento che tenteremo di dimenticare.

Mi piace pensare che la sua narrazione sia il polo da cui ripartire.

Da una catastrofe che ci sta travolgendo dobbiamo provare ad uscirne con coraggio.

Il coraggio di affrontare gestualità dimenticate, di curare non solo le nostre ferite.

Un’opera dove si respira la passione, il lavorio incessante per rendere musicale il testo, il piacere di comunicare emozioni.

 

“Proprietà” Lionel Shriver 66THA2ND

Un’ironia sottile attraversa i racconti di Lionel Shriver.

Quadri quotidiani che sembrano insignificanti vengono osservati con sguardo critico.

Emergono così le varie sfaccettature delle reazioni umane.

Al centro di ogni storia entra sempre il paradosso.

Da un lato come si svolgono i fatti e dall’altro come potrebbero evolversi.

Lo spunto può nascere da un albero infestante, da un’amicizia invasiva, da un figlio che continua a vivere nella casa paterna.

La domanda sorge spontanea: quanto gli altri entrano nelle nostre esistenze?

“Proprietà”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Emilia Benghi, rappresenta egregiamente il nostro tempo.

Gli oggetti, gli affetti, i sentimenti diventano patrimonio privato perdendo spessore.

Ci preoccupiamo di accumulare o di disperdere secondo disegni disordinati che mostrano instabilità e insicurezza.

Si rinuncia ad un’amicizia come fosse un inutile orpello pur di crogiolarsi nel quieto vivere.

L’autore mostrando le crepe di un sistema affettivo senza solidità racconta la vulnerabilità dell’uomo contemporaneo.

Si diverte a seguire ragionamenti che servono a giustificare comportamenti errati e costruisce una trama dove l’etica è traballante.

“Harold non trattava il figlio con vera e propria sufficienza, ed Elliot si rifiutava di pensare di essere ancora in attesa dell’approvazione paterna (Anche se probabilmente lo era).

Solo che suo padre non nutriva un grande interesse per la vita del figlio.”

La scrittura è diretta e non fa sconti.

“Il matrimonio sarà anche un terno al lotto, ma è imperscrutabile sia dall’interno che dall’esterno.”

I personaggi appaiono senza luci o musiche si sottofondo.

Un realismo arricchito dalla verve sarcastica e dal ritmo accelerato delle scenografie.

I dialoghi a volte sembrano estranei al contesto ma anche questa è l’originalità dello scrittore.

Sa far sbocciare un’idea da una situazione normale, riesce ad individuare le ombre caratteriali, gli atteggiamenti sospetti, le rese incondizionate.

Una voce certamente alternativa nel panorama letterario internazionale capace di far sorridere dei piccoli e grandi stratagemmi interiori che ognuno costruisce per proteggersi dall’ignoto.

 

 

“Prima persona singolare” Murakami Haruki Einaudi Editore

“Prima persona singolare”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Antonietta Pastore, è un album di ricordi, un viaggio a ritroso nel tempo.

Lo scoccare di una scintilla, il volto di una ragazza amata, una percezione che ritorna vivida.

È la musica di una generazione, la magia di un accordo, il virtuosismo di una sinfonia.

È l’esistenza che si snoda attraversando il treno del rimpianto.

“Nel mondo in cui viviamo tutto dipende dall’angolo da cui si osservano le cose.

Cambiando l’esposizione dei raggi del sole, l’ombra diventa luce, la luce diventa ombra.

Il positivo diventa negativo, e viceversa.”

I racconti di Murakami Haruki ci permettono di cambiare prospettiva, di osservare con meraviglia, di amplificare le emozioni.

Nella perfezione di una scrittura asciutta, nella ricerca del dettaglio, nella cura del linguaggio c’è armonia.

Diversi strumenti convergono nel costruire figure immaginifiche.

“Ci sono diversi centri, anzi, infiniti centri, ma in un cerchio che non ha circonferenza.”

Se la figura geometrica è una metafora non importa.

Quello che conta è il messaggio che lancia.

L’inesistente può contenere l’esistente se si fa lo sforzo di crederci.

E tutto diventa possibile mentre la vita diventa una passeggiata fantasiosa.

Non manca una nota malinconica che si ravvisa come un presagio.

È il tempo che le sue spire acuminate a ricordare che ci sono scadenze che dovremo attraversare.

“Ci rivedremo

O finirà così

Qui e ora?

La luce mi invita

L’ombra mi calpesta.”

Un gioco di doppi che si ripete costante, passato e presente, fuga e ritorno.

Cose e persone scompaiono, affetti si perdono, la notte nasconde le tracce.

Resta la parola a colmare il senso di smarrimento.

È la parola di chi ci regala se stesso, si offre e ci invita a mostrarci in un tempo in cui tastiere e cellulari oscurano l’Io.

“Spezzare

Essere spezzati

Se poso la nuca

Sul cuscino di pietra

Ecco, è diventato polvere.”

 

 

“Fino ad agosto” Josephine Rowe 8ottoEdizioni

 

“Quando è stata l’ultima volta che hai desiderato qualcosa di diverso?

E la risposta come è ovvio sarà tutt’altro che a portata di mano.”

 

Il desiderio resta incistato nella mente, come una conchiglia portafortuna.

Amuleto che bisogna nascondere e proteggere.

Sublimazione di un qualcosa che non riesce a prendere forma e resta a galleggiare in una pozza di scelte mancate.

Josephine Rowe in “Fino ad agosto”, pubblicato da 8ttoEdizioni e tradotto da Cristina Cigognini, crea una sospensione, respiro che si fa flebile e si spegne nel finale che potrebbe essere nuovo inizio.

I racconti procedono in un’atmosfera soporosa nella lentezza di un gesto o di una frase che tenta di svelare il tassello mancante.

“È questo guardare che importa, questa traversata.”

L’attimo in cui la cinepresa dilata l’immagine, la blocca nella sua drammatica staticità.

L’affettività è graffiante, conflittuale, invasiva.

Si resta distanti ad osservare mentre il silenzio entra sbigottito a riempire gli spazi.

“Io ero sola con il rumore del calorifero e i colpi di tosse di altre vite oltre le pareti.”

La realtà si palesa attraverso presenze che si muovono come estranei e non riescono a spezzare la cortina di protezione.

Incidenti di percorso, voci fuori campo, sussurri di città rarefatte.

Oggetti a scandire il quotidiano, a ricordare che esiste la materia.

“Solo questa calda corrente oceanica dove una volta c’era il linguaggio.

Insondabile.”

L’acqua è elemento costante, attrazione verso la vertigine del non ritorno.

Si può rendere liquida e divisibile la colpa?

Ombre senza volto, suoni svaniti, pensieri come “una matassa di fili sciolti.”

Un libro suggestivo che nelle analogie, nelle metafore introspettive mostra il nostro lato nascosto.

Da leggere “ancora in attesa di qualcosa su cui puoi mettere il tuo peso senza timori.”

 

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia” Castelvecchi Editore

Sedici scrittrici e altrettante brillanti traduttrici compongono un’antologia letteraria che pur nella diversità di stili e tecniche narrative mostra un disegno comune.

È il bisogno di dar forma alla parola, estrapolarla dal contesto e darle vita.

Il fonema che si intreccia ad aggettivi e verbi costruisce vertigini immaginifiche, sogni impossibili, ritratti che si specchiano su vetri frantumati.

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia”, pubblicato da Castelvecchi Editore, è come l’omonimo frutto.

È il profumo di una Terra, la generosità del corpo che si dona, l’abbraccio che protegge.

Consapevolezza di qualcosa che sfugge alla comprensione, bisogno di evadere da prigioni familiari.

Domanda che distrugge il dogma della figura femminile statica, arresa, incapace di scegliere.

Prezzo da pagare per conflitti che non appartengono al popolo.

“Voglio solo raccontare la mia storia, condividerla in qualche modo con qualcuno…

Ho deciso di lasciare questa confessione qui, tra queste pagine.

Così la troverà solo chi ne avrà bisogno.”

Perché la scrittura è condivisione del pensiero.

E i pensieri nel testo si rincorrono: malinconici, audaci, provocatori.

Lanciano idee che restano sospese, pronte per essere decifrare dal lettore.

L’amore può essere tormentato, insufficiente, lacerante mentre “il disamore è la peggior forma di espropriazione, il disamore è l’esilio.”

L’oscurità è paura di essere invisibili, la luce l’accecamento dei sensi.

“Non ha più paura di piangere e le lacrime hanno cominciato a pulire i cristalli opachi della sua anima.

La sua vita tornerà a splendere dopo, forse più nitida, all’altro lato dei suoi occhi, e potrà sedersi, come in una sala cinematografica, a contemplare le immagini di quegli ultimi mesi come se fosse solo una tra i tanti invitati al duello.”

Essere distante, osservarsi da lontano, accettare le ombre, improvvisare segreti e non svelarli.

Non costruire finali perché la letteratura non si può chiudere nel recinto di un prima e un dopo.

“Non sarebbe tornata, e se qualche volta lo avesse fatto, il paesaggio sarebbe stato diverso e lei stessa sarebbe stata un’altra donna.”

Importante è accorgersi del cambiamento ed andare avanti.

“Daddy” Emma Cline Einaudi Stile Libero

I racconti di Emma Cline aprono una finestra su una realtà dilatata.

L’atmosfera inizialmente pacata fa intravedere le nebbie di una società al bivio.

Ogni storia ha un’accelerazione nel finale e descrive brillantemente l’imprevedibilità dell’esistenza.

La verve narrativa vivace riesce a rendere unico ogni evento, ad ingigantirlo e ad evidenziarne l’essenza.

“Daddy”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Giovanna Granato, è stato definito da The Guardian “splendido e selvaggio”.

Spietato nel raccontare il non senso di tante scelte, provocatorio nell’indicare il tassello difettoso.

I personaggi cercano di uscire dalla piattezza del loro tempo inventando stratagemmi che risultano fallimentari.

Il momento della verità arriva come imprevisto e crea sospensione.

L’originalità dell’autrice sta nel non cedere alla tentazione di dare giudizi.

Il suo compito è fotografare la gestualità attraverso un fermo immagine.

“All’improvviso gli venne in mente che qualcosa non andava.

Rimase seduto, immobile, il bicchiere tra le mani.

Era una sensazione che risaliva alla sua infanzia, alle notti in cui restava pietrificato nel lettino a castello, senza quasi respirare per la paura, convinto che qualcosa di malvagio si accumulasse in silenzio, scivolando senza fare rumore verso di lui.”

Si ha la percezione che non si arrivi alla completa consapevolezza dello stato d’animo.

È come se altri avessero scelto le carte da giocare e questa intuizione regala il volto dell’America contemporanea.

Si assiste alla disgregazione affettiva, all’incapacità di comprendere un figlio, una moglie, un amico.

“Un minuto prima la sua vita era una cosa unitaria, e quello dopo era estranea, inspiegabile, ancora riconoscibile ma cambiata in maniera fondamentale.”

Non ci sono certezze, si naviga a vista nello sconfinato mare delle conflittualità irrisolte.

Da leggere con il piacere di vivere la provocazione e la rottura di sistemi perfetti ma assolutamente falsi.

Una scrittura non edulcorata nè manipolata arricchita da un linguaggio genuino, fluido, divertente.

 

“Gli effetti invisibili del nuoto” Alessandro Capponi Hacca

 

Acqua come elemento salvifico e protettivo.

Corpo che nel nuoto ritrova la sua identità.

Fragilità che si ricompongono.

Silenziose esistenze che spezzando i nodi del passato urlano i loro bisogni.

Incontri all’apparenza insignificanti stabiliscono sintonie.

Segreti rivelati e troppo preziosi da donare a chi non merita.

La raccolta di racconti intitolata “Gli effetti invisibili del nuoto”, pubblicata da Hacca, regala l’insoluto, quello spazio nel quale galleggiamo senza riuscire a tornare a galla.

Con una scrittura che sa entrare nella dimensione profonda dei personaggi si percepisce il bisogno di trovare una cifra letteraria alternativa, unica, soave.

Il libro è animateo da figure che ci rappresentano.

Sono quell’Io che abbiamo seppellito, sono il dissenso all’ovvietà, la rabbia per ciò che abbiamo perso.

E nelle metamorfosi che il contatto con l’acqua scatena c’è finalmente la libertà di scelta, la consapevolezza che è necessaria una svolta.

“Come aveva fatto a resisistere per così tanto tempo, come?”

È in questa domanda esistenziale la nascita di una ribellione.

Alessandro Capponi sa dosare immaginazione e realtà, le incastra e le rende indissolubili.

Crea un’aspettativa e nell’attesa di quell’ignoto che ci aspetta ci sentiamo pervasi da una carica nuova.

Siamo vivi, rinnovati, pronti ad giocare ruoli che ci eravamo preclusi.

Perfetta la rappresentazione metaforica del vissuto che acquista lineamenti e comportamenti mitologici.

Non è casuale la scelta delle creature animali che animano la narrazione.

Siamo aironi, pesci, tartarughe, gamberi.

Siamo bambini che si travestono e nel travestimento sappiamo di essere unici, vitali, creativi.

L’autore lancia una sfida, ci offre la possibilità di nuotare nelle acque limpide di una meravigliosa, magica armonia.

 

“Ricette semplici” Madeleine Thien 66thand2nd

 

“Una casa è un’idea semplice.

Chi l’ha costruita muore, ma lei rimane.

E sempre ogni infanzia è importante, come menta che cresce nascosta”.

L’esergo scelto da Madeleine Thien, tratto da “Latte” di Roo Borson, anticipa le atmosfere che vivremo leggendo “Ricette semplici”, pubblicato da “66thand2nd”.

Racconti pervasi dal sussurro malinconico di chi nel ricordo cerca un balsamo.

Ogni storia è già romanzo per la compattezza della trama, la ricchezza di particolari paesaggistici e affettivi.

I personaggi trasmettono quell’umanità fatta di piccoli pensieri, di attenzioni, di cura degli altri. Domina la scena la famiglia e non importa quanto sia segregata, acciaccata, dolorante.

È il cuore pulsante, necessario scenario anche quando si fugge.

E la partenza, spesso improvvisa, è lo scarto in avanti, il bisogno di liberarsi da un amore che può diventare purulento.

Padri e figlie nella quotidianità in relazioni che possono sfociare nella perversione o dirottare verso un maldestro senso di colpa.

“Una manciata di riso nella mia mano aperta, chicchi da setacciare in cerca di impurità, da togliere uno alla volta” per raggiungere un equilibrio tra l’amore e l’odio, per stanare le ombre di un affetto vorace.

Mogli e mariti nelle incerte sequenze di una relazione stancante, occhi che non riescono a guardarsi, mani impietrite da troppi sogni delusi.

E gli odori di una cucina immersa nel fumo di pietanze che ricordano altri luoghi, il suono di un valzer che stempera l’incapacità di accettare l’insofferenza, le strade percorse con la certezza di trovare pace.

Sorelle che spartiscono il sollievo di un abbraccio, amiche complici di segreti impronunciabili.

Nella narrazione ancora una volta la scrittrice riesce a portarci verso “il paese che non è stato ancora scoperto.”

“Tra corpo e anima” Ludmila Ulitskaya La Nave di Teseo

 

“C’è solo un principio frontale come in questo verso.

Non c’è nel proscenio un poeta.

E la sala è muta.

Cala il sipario.

Uno studio nero.

C’è forse qualcuno o nessuno davvero?”

Ludmila Ulitskaya predilige il ritmo sincopato a sviluppi tortuosi.

La sua scrittura è l’insieme di ritratti collegati tra loro dall’essenzialità della forma.

Figure femminili riprese nell’atto di vivere, ritagliate e sistemate nell’album dei ricordi.

Ognuna è ricoscibile grazie a un movimento sulla scena.

È lo spostamento che permette il cambiamento.

L’impercettibile balzo della coscienza nell’atto di scegliere.

“Tra corpo e anima”, pubblicato da “La Nave di Teseo”, attraversa lo spazio tra carne e spirito, tra desiderio e azione.

Ogni racconto nella compattezza della trama che incede con passo accelerato verso un nucleo centrale è fotografia ingrandita di una o più esistenze.

“Poi la strada svoltava, sinuosa, e si apriva una nuova veduta: prevista e inattesa.”

In questa miscela di opposti la struttura narrativa riesce a mostrare momenti contrastanti.

Ma la scrittrice non cede alla lusinga del conflitto.

Le sue donne sanno di dover attraversare un confine, ne conoscono i pericoli e le allettanti promesse.

Scelgono con un distacco che nasce dalla certezza che la libertà è l’unica carezza possibile.

“No, non aveva confini quel mondo così luminoso.

Si estendeva, sviluppava, avanzava, curvava.

Come una serpentina.”

Non ci resta che camminare lasciando per strada amori ingombranti, polvere di sogni inavvicinabili.

Un libro che si avvicina all’essenza dello spirito dialogando con quel Sè che ci fa prigionieri.

Forte, duro, intransigente e teneramente generoso nel donare il segreto della tenacia.

“Non le voglio diverse, io amo queste sventate, sapienti, sfacciate, fidate, ammalianti, fasulle, stizzose incantevoli e superstiziose, svampite idiote incallite che insegnerebbero anche agli angeli in cielo… Io vi voglio così – e così io vi sono all’altezza.”

Una danza di voci che nell’alterità sono esempi preziosi.

“Come una storia d’amore” Nadia Terranova Giulio Perrone Editore

 

“Come una storia d’amore”, pubblicato da Giulio Perrone Editore, è la poesia che volevi ascoltare.

La musicalità della scrittura investe come un vento di scirocco, ti protegge, ti salva.

La città  si scompone in immagini e ti si offre come un frutto maturo da gustare.

L’infanzia ritorna liberando lacrime e ricordi.

Il grumo di disperazione di Saba, il rumore di una periferia, il colore acceso del mercato.

Andrea con quella voce “che apre molte porte, saluta come una carezza.”

La fabbrica cinese clandestina e i sorrisi forzati dei turisti.

Il tempo lungo, sempre uguale di Teresa.

Il cielo di Ostia Antica e il sogno di Elisa.

Nadia Terranova racconta l’appartenenza ai luoghi dell’anima.

Roma è metafora dell’incertezza di sfiorare l’esistenza, è terra e cielo e volti.

In ogni racconto sentiamo la presenza della scrittrice, è compagna, amica, sorella.

Ci accompagna con gesti affettuosi a cercare la felicità, a comprendere le radici del nostro disincanto, a respirare il tepore di un nuovo inizio.

È una maga e dal cesto del suo scrivere emerge il desiderio di imparare, la necessità di fuggire, “la luce dolce e disperata dell’autunno.”

Ci invita a ritrovare nell’assenza il coraggio di andare avanti.

Piccoli passi come i suoi racconti, luci soffuse nel deserto di un quotidiano che non sa più raccontarsi.

Imparare “l’alfabeto originario”, scoprire che sei tu “casa”, che gli amori possono morire ma resta la malinconica certezza che ogni ora non è stata sprecata.

E forse è tempo di cercare quella parola che sappia coniugare tutti gli estremi.

Grazie, Nadia, per averci mostrato il percorso.