“Guida alla notte per principianti” Mary Robison Racconti Edizioni

 

“Era proprio da lui.

E anche da me.

Non avevamo la pazienza di apprendere.

Noi le cose le attraversavamo di corsa: dischi, libri – mai uno intero, mai niente dall’inizio alla fine.

Tutto quello che poteva tornarci utile durante una conversazione lo ricavavamo dai programmi tv e dai film.

L’unica ragione che ci spingeva ad approfondire una certa questione era per aver qualcosa su cui blaterare – con chi poi non si sa, visto che eravamo soli come cani.”

“Guida alla notte per principianti”, pubblicato da Racconti Edizioni e tradotto da Sara Reggiani, è la replicazione di attimi che possono essere decisivi.

Si guarda in controluce la quotidianità dei personaggi e si trova il punto di non ritorno, il momento in cui si coglie la vacuità dell’esistente.

Ogni racconto parte con una scrittura lineare affidandosi ad una descrizione minuziosa degli esterni e degli interni.

Le luci sono moderate, le voci risuonano nell’essenzialità del verbo.

I dialoghi sembrano incidentali ma rappresentano raggi che si estendono in una dinamica espressiva colloquiale.

Le figure narrate sono asteroidi in un mondo che parla un’altra lingua.

Persi nelle minuzie dell’oggi prendono le distanze dalla società.

Mary Robison compone quadretti familiari scomposti, dove non conta l’armonia ma il grado di sincerità raggiunto.

In alcune storie si sente una lieve malinconia subito attutita da un pensiero furtivo che allontana dalle problematiche reali.

Nell’evoluzione della narrazione non esiste un unico finale ma infiniti possibili itinerari immaginifici affidati al lettore.

Capita di sentirsi catapultati in un non senso e perdersi diventa un gioco divertente.

Sentire la leggerezza di una parola molto curata ma non costruita, libera dalle trappole di stili o generi.

Essere sorpresi ed è questa la magia del testo.

Niente è scontato, le traiettorie mentali si dispiegano nel cielo limpido del possibile e dell’impossibile.

Una sfida ad un certo tipo di letteratura americana molto legata all’appartenenza, al luogo come simbolo, all’introspezione come obbligo.

Bellissima la postfazione di Rossella Milone che sottolinea ”

la relazione confidenziale tra l’autrice e le parole, e il modo in cui colloca le parole nel narrato, rendono i suoi racconti delle visioni.”

 

“Acari” Giampaolo G. Rugo Neo Edizioni

C’è tanta delicatezza nelle parole di Giampaolo G. Rugo.

Un’attenzione per i sentimenti nascosti, per gli attimi sospesi, per gli scarti affettivi.

“Acari”, pubblicato da Neo Edizioni, conferma un esordio letterario brillante dove la cura del linguaggio si accompagna ad immagini poetiche.

È la quotidianità che si sgrana in brevi racconti costruiti seguendo una duttilità stilistica e una visibile triangolazione dei personaggi.

La saggezza mista a sarcasmo della donna più vecchia del mondo serve a sottolineare quella cesura tra finzione televisiva e realtà.

“La verità è che capisco tutto e, quel che è peggio, ricordo tutto.

Ricordo tutto.”

La mente nei suoi percorsi non sempre lineari è luogo di incontro di scintille creative, è speranza di guarigione, tentativo di comporre dialoghi alternativi.

E Bimbo nel suo mondo a volte irraggiungibile è sintesi di un messaggio d’amore.

Roma, città infinita, nelle periferie trova frammenti di autenticità mentre il tempo incipria  di rughe e resta solo il rimpianto di occasioni perdute.

La Storia insegue i più giovani, può essere macchia che offende o triste padrona di casa.

Il dialetto si incunea a scandire un registro stilistico mentre le storie si attarcigliano, si incontrano, si allontanano.

Gioco di ruoli e di aspettative, di delusioni e mancanze.

Una scacchiera dove ognuno forse vorrebbe trovarsi per confrontarsi con lo sfumare dei giorni.

 

“Fotocopie” John Berger ilSaggiatore

 

Incontri che lasciano tracce, si insinuano nella mente, trasformano la quotidianità in una favola bella.

Donne che cercando la sofferenza degli altri danno senso al proprio dolore.

Viaggiatrici che inventano storie convincenti, mendicanti con tanta umanità.

Reclusi che attraverso la lettura collettiva trovano la normalità.

“Nel locale senza finestre la storia parlava di montagne, di silenzio, di ballo, di scelta della strada da percorrere, di privacy e di quel speciale dono che è l’intimità, del decidere da soli che cosa mangiare e quando, dell’aprire una finestra senza pensarci, del prendere un treno o fare un bagno, di porte attraverso le quali nessuno può vedere…”

“Fotocopie, pubblicato da il Saggiatore e tradotto da Maria Nadotti, ferma l’attimo, ne fa percepire la magia.

Ogni racconto è una piccola sorpresa, l’accesso ad un luogo dove tutto è meraviglia.

Ogni personaggio si fa voce narrante di eventi vissuti, di memorie disperse.

John Berger fotografa la varietà della folla, la scompone e cerca l’anima della gente.

Ha un tocco delicato, una scrittura che sa sorprendere.

Regala scorci di campagne e città, luoghi sperduti e grandi metropoli.

Usa una linguaggio molto familiare dove il dialogo accompagna la scena.

Accanto a figure anonime incontreremo pittori, guerriglieri, fotografi, filosofi.

Non cambia l’approccio narrativo  come a sottolineare che ogni identità ha una ricchezza interiore da scoprire.

“Avrebbe potuto raccontare storie per un mese.

Oltre al proprio fondo, aveva quello della nonna cui attingere.

Buffe, vere, immaginarie, tutte le storie rivelavano come il mondo sia fatto di persone che, come gli uccelli durante un inverno rigido, hanno bisogno in un modo o nell’altro di essere nutrite.”

Il rapporto tra disegno e interiorità, la passione in un verso di Lamartine, lo sguardo senza tempo di un anziano, l’importanza del pensiero che dissolve la finzione, i disegni a matita di Klee: esuberante, ricco, sorprendente.

Non manca la denuncia al libero mercato e agli strappi che ha creato.

Un viaggio infinito nella complessità dell’essere umano.

 

 

“Cosa faresti se” Gabriele Romagnoli Feltrinelli Editore

 

“Era il momento della verità, quello in cui la vita esce dal gioco delle ipotesi e diventa un labirinto di realtà, ogni scelta ti porta in una direzione senza ritorno e alla fine puoi non sapere più dove sei, ma sai per certo chi sei.”

Mi piace pensare che “Cosa faresti se”, pubblicato da Feltrinelli Editore, sia un incrocio di destini.

Vite che nella casualità degli eventi entrano in contatto creando una collisione che induce a cambiare rotta.

Sei giorni come quelli della Creazione e la metafora non è casuale.

Il tempo è una meteora che fugge, quasi un miraggio.

Bisogna cogliere l’attimo cercando di compiere la scelta giusta.

I personaggi devono fare i conti con la propria coscienza, scendere a patti con sè stessi in un vorticoso gioco tra un si e un no.

Non ci sono alternative e soprattutto niente è gratuito.

Raffaele e Laura hanno solo una lunga notte per decidere, per capire cosa vogliono e quanto lo vogliono.

“Dire sì avrebbe significato aprire una porta senza sapere su cosa: un pavimento o un vuoto.”

Una donna “capace di senza replica nè ritorno. Per lei il tempo non aggiustava, abituava e basta.”

Una trasmissione televisiva e una rivelazione potrebbero frantumare quel muro di passività ma spesso il passato diventa una lama tagliente.

Una hostess che vuole comprendere i sogni, un tassista che studia la psicologia dei suoi clienti, un bambino in transito tra un genitore e l’altro: intrecci di una trama che ha infinite interpretazioni psicoanalitiche.

“Se siamo errori non siamo riparabili, siamo strade che non incontrano mai il bivio.”

Gabriele Romagnoli ha il dono della sintesi, non spreca aggettivi, va diretto al messaggio.

La sua scrittura, curata nei dettagli, è un gioiello prezioso perchè sa dare voce ai disillusi, agli indecisi, ai fragili.

Insegna che “i due istanti, nel tempo che fluisce, sono collegati in modo inevitabile, non è possibile tornare indietro, dal secondo istante non si ritorna al primo. Mai.”

“Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata” Raphael Bob – Waksberg

Raphael Bob – Waksberg conosce bene l’arte scenografica e lo dimostra in “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto Marco Rossari.

Racconti perfetti dove la parola stigmatizza una filosofia esistenziale.

Nella diversificazione dei contesti sanno mantenere più fili conduttori che si intersecano in una ideale cattedrale fantasiosa.

Dietro la specificità simbolica i significati sono infiniti e anche nei momenti narrativi fortemente surreali c’è un equilibrio spazio temporale e ci si trova all’interno di una realtà sdoppiata.

Quale la verità e quale la sua sublimazione è impossibile stabilirlo.

C’è un crescente bisogno di raccontare la quotidianità alterandone i contorni e creando un pamphlet esagerato.

L’organizzazione del matrimonio diventa una farsa con forti accenni sarcastici e le invenzioni rituali sconfinano nel territorio della destrutturazione di modi e usi borghesi.

“Mi sono un pò innamorato di te, in quel modo sciocco che capita quando costruisci tutta una versione fittizia della persona che stai guardando e ti innamori di quella persona.

Eppure sono convinto che in quel momento è successo qualcosa.”

Un amore senza parole che dura sessant’anni e il vagone ferroviario è emblema di un viaggio che non ha termine.

La difficoltà nella scelta del partner in “una città piena di trappole.”

New York soffocante, invadente, sfugge ad ogni classificazione.

Mortifica la relazione, diventa luogo della volubilità e del fallimento.

È esaltante varcare l’Anti – Porta e trovarsi negli di possibilità opposte.

“Non è quello che facciamo a renderci ciò che siamo.

È quello che non facciamo a definirci.”

Una visione filosofica diretta che arriva quando non ce lo aspettiamo.

È questa sorpresa continua, l’incedere tra parentesi, l’accumulo di sorprese e di effetti speciali a rendere il testo davvero unico e speciale.

Il “Catalogo dei pranzi con la persona che ti ha scaricato”, la paura di pensare troppo, il viaggio “sperando che la Tristezza non ti trovi” sono pedine di una scacchiera molto insolita.

Non importa chi vince e chi perde, essenziale è vivere con leggerezza.

Le pagine dedicate all’amore sanno essere emozionanti e al contempo taglienti.

Gli infingimenti sono banditi mentre le banalità affettive vengono sostituite dal disincanto.

Bellissimi gli elenchi puntati, compongono un aforismario variegato, essenziale, realizzato in seguito a lunghe meditazioni.

“Le persone si dividono in due tipi, pensava: quelle che non vuoi toccare perchè hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perchè hai paura che ti spezzino.”

Un libro come compagno nelle notti in cui tutto sembra un gigantesco inganno.

“Le ferite” Einaudi Editore

“Le ferite”, pubblicato da Einaudi Editore e curato da Caterina Bonvicini, riunisce i racconti di quattordici autori italiani.

È un omaggio a Medici Senza Frontiere e una occasione di immersione in stili differenti.

Ad unirli è la purezza di una parola mai artefatta, di una interiorità che si mostra.

Gemme preziose per ricomporre quelle fratture grandi e piccole che sentiamo ancora dolorose.

Riviviamo la noia dei lunghi pomeriggi d’estate in compagnia di Sandro Veronesi e attraverso il suo pensiero bambino ammettiamo di “essere in grado di convivere col male che ci è stato fatto, ma anche con quello che abbiamo fatto noi.”.

Con Donatella Di Pietrantonio insieme ad una madre, ormai “bambina eterna e svampita”, sentiamo che troppo spesso non siamo arrivati in tempo per fare una carezza.

Domenico Starnone e l’amarezza di un gesto negato, Rossella Milone e la solitudine di una notte infinita, Diego De Silva e la voglia di urlare dalla rabbia di fronte ad un paese che si nutre di frasi fatte e senza senso, Marco Balzano e il gusto aspro di un’amicizia semplice che resiste nella mente.

Il costrutto perfetto di Marcello Fois nell’estrapolare uno dei tanti gesti folli che seminano sangue innocente.

La tensione emotiva di Antonella Lattanzi e il desiderio di abbracciare le bambine vittime di una quotidiana tempesta familiare e quell’incontro in un letto di ospedale dove forse non ci sono più bianchi e neri narrato da Melania Mazzucco, la capacità di dimenticare il torto grazie a Jhumpa Lahiri.

E la Storia con la S maiuscola che ci investe anche quando vorremmo scansarci.

Le parole di Hamid Ziarati si conficcano nella pelle e mostrano la disperazione di chi non ha più diritti, esule in attesa di riuscire a raccontare gli orrori delle guerre.

E la lettera scelta da Marco Missiroli, l’ultimo messaggio di Samir alla moglie prima di affogare in mare.

Le immagini di un salvataggio fallito e la sconfitta di tutti noi sono un monito e siamo grati ad Evelina Santangelo perchè ha saputo circoscrivere un evento che tenteremo di dimenticare.

Mi piace pensare che la sua narrazione sia il polo da cui ripartire.

Da una catastrofe che ci sta travolgendo dobbiamo provare ad uscirne con coraggio.

Il coraggio di affrontare gestualità dimenticate, di curare non solo le nostre ferite.

Un’opera dove si respira la passione, il lavorio incessante per rendere musicale il testo, il piacere di comunicare emozioni.

 

“Proprietà” Lionel Shriver 66THA2ND

Un’ironia sottile attraversa i racconti di Lionel Shriver.

Quadri quotidiani che sembrano insignificanti vengono osservati con sguardo critico.

Emergono così le varie sfaccettature delle reazioni umane.

Al centro di ogni storia entra sempre il paradosso.

Da un lato come si svolgono i fatti e dall’altro come potrebbero evolversi.

Lo spunto può nascere da un albero infestante, da un’amicizia invasiva, da un figlio che continua a vivere nella casa paterna.

La domanda sorge spontanea: quanto gli altri entrano nelle nostre esistenze?

“Proprietà”, pubblicato da 66THA2ND e tradotto da Emilia Benghi, rappresenta egregiamente il nostro tempo.

Gli oggetti, gli affetti, i sentimenti diventano patrimonio privato perdendo spessore.

Ci preoccupiamo di accumulare o di disperdere secondo disegni disordinati che mostrano instabilità e insicurezza.

Si rinuncia ad un’amicizia come fosse un inutile orpello pur di crogiolarsi nel quieto vivere.

L’autore mostrando le crepe di un sistema affettivo senza solidità racconta la vulnerabilità dell’uomo contemporaneo.

Si diverte a seguire ragionamenti che servono a giustificare comportamenti errati e costruisce una trama dove l’etica è traballante.

“Harold non trattava il figlio con vera e propria sufficienza, ed Elliot si rifiutava di pensare di essere ancora in attesa dell’approvazione paterna (Anche se probabilmente lo era).

Solo che suo padre non nutriva un grande interesse per la vita del figlio.”

La scrittura è diretta e non fa sconti.

“Il matrimonio sarà anche un terno al lotto, ma è imperscrutabile sia dall’interno che dall’esterno.”

I personaggi appaiono senza luci o musiche si sottofondo.

Un realismo arricchito dalla verve sarcastica e dal ritmo accelerato delle scenografie.

I dialoghi a volte sembrano estranei al contesto ma anche questa è l’originalità dello scrittore.

Sa far sbocciare un’idea da una situazione normale, riesce ad individuare le ombre caratteriali, gli atteggiamenti sospetti, le rese incondizionate.

Una voce certamente alternativa nel panorama letterario internazionale capace di far sorridere dei piccoli e grandi stratagemmi interiori che ognuno costruisce per proteggersi dall’ignoto.

 

 

“Prima persona singolare” Murakami Haruki Einaudi Editore

“Prima persona singolare”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Antonietta Pastore, è un album di ricordi, un viaggio a ritroso nel tempo.

Lo scoccare di una scintilla, il volto di una ragazza amata, una percezione che ritorna vivida.

È la musica di una generazione, la magia di un accordo, il virtuosismo di una sinfonia.

È l’esistenza che si snoda attraversando il treno del rimpianto.

“Nel mondo in cui viviamo tutto dipende dall’angolo da cui si osservano le cose.

Cambiando l’esposizione dei raggi del sole, l’ombra diventa luce, la luce diventa ombra.

Il positivo diventa negativo, e viceversa.”

I racconti di Murakami Haruki ci permettono di cambiare prospettiva, di osservare con meraviglia, di amplificare le emozioni.

Nella perfezione di una scrittura asciutta, nella ricerca del dettaglio, nella cura del linguaggio c’è armonia.

Diversi strumenti convergono nel costruire figure immaginifiche.

“Ci sono diversi centri, anzi, infiniti centri, ma in un cerchio che non ha circonferenza.”

Se la figura geometrica è una metafora non importa.

Quello che conta è il messaggio che lancia.

L’inesistente può contenere l’esistente se si fa lo sforzo di crederci.

E tutto diventa possibile mentre la vita diventa una passeggiata fantasiosa.

Non manca una nota malinconica che si ravvisa come un presagio.

È il tempo che le sue spire acuminate a ricordare che ci sono scadenze che dovremo attraversare.

“Ci rivedremo

O finirà così

Qui e ora?

La luce mi invita

L’ombra mi calpesta.”

Un gioco di doppi che si ripete costante, passato e presente, fuga e ritorno.

Cose e persone scompaiono, affetti si perdono, la notte nasconde le tracce.

Resta la parola a colmare il senso di smarrimento.

È la parola di chi ci regala se stesso, si offre e ci invita a mostrarci in un tempo in cui tastiere e cellulari oscurano l’Io.

“Spezzare

Essere spezzati

Se poso la nuca

Sul cuscino di pietra

Ecco, è diventato polvere.”

 

 

“Fino ad agosto” Josephine Rowe 8ottoEdizioni

 

“Quando è stata l’ultima volta che hai desiderato qualcosa di diverso?

E la risposta come è ovvio sarà tutt’altro che a portata di mano.”

 

Il desiderio resta incistato nella mente, come una conchiglia portafortuna.

Amuleto che bisogna nascondere e proteggere.

Sublimazione di un qualcosa che non riesce a prendere forma e resta a galleggiare in una pozza di scelte mancate.

Josephine Rowe in “Fino ad agosto”, pubblicato da 8ttoEdizioni e tradotto da Cristina Cigognini, crea una sospensione, respiro che si fa flebile e si spegne nel finale che potrebbe essere nuovo inizio.

I racconti procedono in un’atmosfera soporosa nella lentezza di un gesto o di una frase che tenta di svelare il tassello mancante.

“È questo guardare che importa, questa traversata.”

L’attimo in cui la cinepresa dilata l’immagine, la blocca nella sua drammatica staticità.

L’affettività è graffiante, conflittuale, invasiva.

Si resta distanti ad osservare mentre il silenzio entra sbigottito a riempire gli spazi.

“Io ero sola con il rumore del calorifero e i colpi di tosse di altre vite oltre le pareti.”

La realtà si palesa attraverso presenze che si muovono come estranei e non riescono a spezzare la cortina di protezione.

Incidenti di percorso, voci fuori campo, sussurri di città rarefatte.

Oggetti a scandire il quotidiano, a ricordare che esiste la materia.

“Solo questa calda corrente oceanica dove una volta c’era il linguaggio.

Insondabile.”

L’acqua è elemento costante, attrazione verso la vertigine del non ritorno.

Si può rendere liquida e divisibile la colpa?

Ombre senza volto, suoni svaniti, pensieri come “una matassa di fili sciolti.”

Un libro suggestivo che nelle analogie, nelle metafore introspettive mostra il nostro lato nascosto.

Da leggere “ancora in attesa di qualcosa su cui puoi mettere il tuo peso senza timori.”

 

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia” Castelvecchi Editore

Sedici scrittrici e altrettante brillanti traduttrici compongono un’antologia letteraria che pur nella diversità di stili e tecniche narrative mostra un disegno comune.

È il bisogno di dar forma alla parola, estrapolarla dal contesto e darle vita.

Il fonema che si intreccia ad aggettivi e verbi costruisce vertigini immaginifiche, sogni impossibili, ritratti che si specchiano su vetri frantumati.

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia”, pubblicato da Castelvecchi Editore, è come l’omonimo frutto.

È il profumo di una Terra, la generosità del corpo che si dona, l’abbraccio che protegge.

Consapevolezza di qualcosa che sfugge alla comprensione, bisogno di evadere da prigioni familiari.

Domanda che distrugge il dogma della figura femminile statica, arresa, incapace di scegliere.

Prezzo da pagare per conflitti che non appartengono al popolo.

“Voglio solo raccontare la mia storia, condividerla in qualche modo con qualcuno…

Ho deciso di lasciare questa confessione qui, tra queste pagine.

Così la troverà solo chi ne avrà bisogno.”

Perché la scrittura è condivisione del pensiero.

E i pensieri nel testo si rincorrono: malinconici, audaci, provocatori.

Lanciano idee che restano sospese, pronte per essere decifrare dal lettore.

L’amore può essere tormentato, insufficiente, lacerante mentre “il disamore è la peggior forma di espropriazione, il disamore è l’esilio.”

L’oscurità è paura di essere invisibili, la luce l’accecamento dei sensi.

“Non ha più paura di piangere e le lacrime hanno cominciato a pulire i cristalli opachi della sua anima.

La sua vita tornerà a splendere dopo, forse più nitida, all’altro lato dei suoi occhi, e potrà sedersi, come in una sala cinematografica, a contemplare le immagini di quegli ultimi mesi come se fosse solo una tra i tanti invitati al duello.”

Essere distante, osservarsi da lontano, accettare le ombre, improvvisare segreti e non svelarli.

Non costruire finali perché la letteratura non si può chiudere nel recinto di un prima e un dopo.

“Non sarebbe tornata, e se qualche volta lo avesse fatto, il paesaggio sarebbe stato diverso e lei stessa sarebbe stata un’altra donna.”

Importante è accorgersi del cambiamento ed andare avanti.