“Il piccolo serpente”A. L. Kennedy Edizioni e/o

“Questa è quasi l’intera storia, anche se non proprio tutta, di una bambina saggia e fuori del comune.”

Già nell’incipit A. L.Kennedy anticipa tratti caratteriali della giovane Mary e lo fa utilizzando una intelligente strategia narrativa.

Prepara il lettore ad un testo che contiene una morale e incuriosisce indicando che una parte della storia resterà sospesa.

“Il piccolo serpente”, pubblicato da “Edizioni e/o”, ha il grande pregio di sovvertire le simbologie, costruendone altre e modificandole nel corso della narrazione.

Il rettile che nella Bibbia è tentatore qui diventa soggetto capace di interrogarsi.

Nell’incontro tra i due personaggi si anima quella magica alchimia chiamata “amicizia”.

Un sentimento che nasce spontaneo nutrendosi di curiosità reciproca e che nel tempo acquista un valore da trasmettere.

Classificare il racconto come una favola fa un grave torto non solo al lettore ma a tutti coloro che accogliendone la profondità sentiranno un moto positivo accompagnato da un desiderio di cambiamento.

I messaggi impliciti ed espliciti sono infiniti ed è piacevole andarli a stanare.

Non è solo il rispetto e la conoscenza della diversità, è il concetto di bontà e cattiveria, la relazione tra azione e reazione, la ribellione al bullismo ad essere raccontati.

Non ci sono forzature o imposizioni, tutto accade con spontaneità, frutto del desiderio di imparare.

L’idea della morte non come fine del tutto, ma come viaggio è un altro approccio che senza forzare la spiritualità, permette una lettura individuale.

“Alcuni amano dei luoghi e altri amano oggetti, alcuni amano se stessi e altri ancora amano altre persone. Tu hai il sapore dell’amore per le altre persone.”

Viene recuperata la visione fantastica nell’accezione più pura, come necessità di sognare e mentre le pagine scorrono si sorride, ci si commuove e si impara a vedere dell’umanità non una ma tante sfumature.

 

 

“Yekl” Abraham Cahan Mattioli 1885

Avere la fortuna di conoscere Abraham Cahan grazie all’editore “Mattioli 1885” significa andare alle origini della tradizione letteraria ebraica.

Leggendo “Yekl” si percipiscono voci note ed amate e risuona quel filo conduttore che porterà a Bernard Malamud e a Philip Roth.

Pur nelle similitudini lo scrittore ha toni cangianti forse perché precursore non solo di una cultura ma anche di un’espressività linguistica.

Il racconto è metafora di un esodo e nel suo sviluppo diventa padre di altri viaggi e altre rotte.

È l’uomo confinato in una dimensione sempre in bilico tra la terra d’origine e il luogo delle promesse.

“Qui un ebreo vale quanto un gentile.”

L’America, misterioso baluardo di una conoscenza finora negata.

Spazio immaginato dove i diritti sono finalmente distribuiti equamente.

Inserirsi, essere parte di una comunità, provare a dimenticare affetti e abitudini e ricordi.

Una lotta con due identità che non collimano mentre la fabbrica e il quartiere raccontano la spaccatura tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si é.

“I bidoni della spazzatura esibivano il loro contenuto che traboccava in mucchi enormi, allineati lungo le strade punteggiandole come un sarcastico ricordo di file di alberi.”

Il realismo delle scene è arricchito da un’ironia che copre quel senso di inadeguatezza mai del tutto scomparso.

Il passato ritorna con un costrutto che ricorda la commedia greca e nell’evolversi degli eventi si è travolti da una trama che accelera vorticosamente.

Saranno due donne a costringere il protagonista a scegliere. Ma è una scelta consapevole? O un altro divertente inganno dell’autore per dimostrare che il destino a volte si fa beffe di noi?