“Il lavoro di una vita” Rachel Cusk Einaudi Editore

“Il lavoro di una vita Sul diventare madri”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Anna Nadotti, non ha la pretesa di essere un saggio.

È rivisitazione scomoda e dolorosa di una donna che con coraggio e senza infingimenti racconta la sua esperienza.

Va letta con attenzione l’introduzione alla seconda edizione per poter cogliere in maniera libera e priva di pregiudizi il messaggio del testo.

Rachel Cusk conosce bene il ruolo della letteratura che attinge ad esperienze personali.

Cerca la purezza del sentimento e non ha timore nel tradurlo in parola.

Sa che sta infrangendo le regole sacre di una società che ha una visione congelata della maternità.

Dimostra con un percorso lineare cosa significhi vivere a pieno la gestazione, lasciarsi attraversare dalla paura e dal dubbio.

“L’ho scritto perché sono una scrittrice, e l’ambivalenza che contraddistingue le prime fasi della genitorialità mi sembrava parente stretta della sostanziale ambivalenza degli scrittori verso la vita; un’ambivalenza che viene oscurata dai sistemi sociali complessi escogitati dalle comunità umane.”

Una scrittura che si offre per comprendere e per interpretare, per accompagnare nel percorso troppo spesso affrontato in solitudine.

Per parlare del corpo che perde la sua autonomia ed accoglie.

Per smontare sublimazioni che sono solo sterili categorie sub culturali.

Molto interessante il riferimento a “La Casa della gioia” di Edith Wharton che esalta il possesso.

Essere madre significa impossessarsi di un altro corpo o esserne semplicemente guscio?

Le pagine dedicate alla relazione con il neonato sono commoventi; inizia un dialogo che non ha bisogno di fonemi, accompagnato dal pianto che va ascoltato.

“Ho urlato con la bambina, confesso.

Finisco per confessarlo a varie persone, e nessuno mi dà l’assoluzione che vorrei.

Oddio, dicono.”

Nella bolla che isola la donna non c’è posto per nessuno, mentre “non ci sono parole per esprimere le dimensioni del cambiamento da donna a madre o da uomo a padre.”

Mi chiedo perché un testo tanto utile, ricco di spunti culturali sia stato attaccato alla critica.

Pian piano comprendo il valore rivoluzionario del libro che difende gli spazi vitali della coppia, trasforma il bambino da oggetto a soggetto, descrive i conflitti e le limitazioni della libertà.

Cerca di costruire un legame affettivo non ricattatorio ma vitale.

Sente il peso della responsabilità, memorizza l’angoscia di essere inadeguati.

Insegna che non esistono manuali.

Basta “far scorrere l’archetto e scoprire che le sue note suonano ancora veritiere”.

Producono suoni che rompono il silenzio e svelano “un nucleo d’amore”.