“Randagio è l’eroe” Giovanni Arpino minimum fax

 

“Fu un lungo, faticoso gomitolo di dubbi, disperazioni, ingenuità e poi soprassalti di speranza, la vicenda di troppe nubi contemplare anziché raccolti mietuti, le pietre intenzionali e i contorni sentieri del suo ragionar sul mondo, sul voler studiare e fare qualcosa per incidere in qualche parte il ventre sciagurato del mondo.”

È questo il nuovo Don Chisciotte, modello d’uomo che non si arrende alla decadenza della civiltà.

Sa riconoscere il vuoto delle città “dove nulla manca e nulla vince”, le affabbulazioni senza senso che coprono i silenzi meditativi, “l’ingordigia di carni che si divorano, “cuori sepolti in fosse d’oro.”

Lui, Giuan, ha conosciuto troppe primavere, ha sentito il vento impetuoso del tempo che imbianca i capelli e fiacca le membra.

Nel gioco scherzoso di una lingua liberatoria traccia insieme alla sua donna, Olona, spazi verbali dove tutto è consentito.

Atto rivoluzionario di sovvertimento delle regole linguistiche e sociali, ricerca spasmodica di esprimere valori.

Rispondere alla violenta volgarità con schegge sarcastiche, cancellare le ingiurie sui muri, riscrivere l’alfabeto della convivialità.

“Randagio è l’eroe”, pubblicato da minimum fax, è un testamento spirituale, la consegna ad ognuno di noi.

E il volto scarnificato dell’Essere che rifiuta l’onore del tributo, scansa il titolo di eroe perchè sa che è poca cosa ricevere allori in questa sua epoca cupa.

Nel dipingere ossessivamente il Cenacolo leopardesco cerca nei colori e nelle espressività il senso dell’Ultima Cena.

Nel mistero del sacro vuole provare una spiritualità senza rituali e obblighi.

Vuole trovare l’umanità perduta, cercare il tassello che manca per comporre un disegno alternativo dove visione, fantasticheria e realtà possono andare a braccetto.

Poliedrico nello stile, il romanzo rispecchia in pieno la variegata produzione artistica di Giovanni Arpino.

“Tu guardi ancora le facce della gente?

Per strada, nelle fotografie.

E ti sembrano di chiamarsi facce?

Stracci, pentole bucate, macchie d’inchiostro, gelatine sputate: questo sono.

E occhi che hanno paura di essere fissati.”

A tratti sembra di trovarci in un dipinto di Dalì dove la creatività scardina forme consuete e propone angoli di osservazione metafisici.

In alcune pagine invece emerge la modernità della struttura narrativa, il reticolo di una tela postmoderna.

“Sotto la cupola indifferente dei cieli” sembianze che si celano e che nascondono misteri, nubi che si tramutano in fiori, apparizioni e vertigine dei sensi.

Gli anni settanta lasciano una scia di sconfitta ed è di fronte a questa incondizionata resa che lo scrittore si ribella.

I personaggi, Giuan, Olona, Frank sono messaggeri dirompenti e anarchici, tenerissimi forieri di una innovazione intellettuale che niente e nessuno potrà fermare.

Nella emozionante postfazione di Remo Rapino tante suggestioni da visitare con la curiosità del bambino che non conosce il limite.