“Chiaroscuro” Raven Leilani Feltrinelli Editore

Un uomo incontrato su Internet: due solitudini si incrociano, improvvisano una sincerità che suona subito artefatta.

Edith, ventitreenne afroamerica, “prova a riempire spazi vuoti”.

La madre tossicodipendente, il padre “burbero ex militare di Marina” devastato da una guerra che lo ha usato, una stanza che puzza di muffa e povertà.

“Il mio stipendio è molto basso.

Ho difficoltà a fare amicizia, e gli uomini, appena mi sentono parlare, perdono interesse nei miei confronti.”

“Chiaroscuro”, pubblicato da Feltrinelli Editore e tradotto da Stella Sacchini e Ilaria Piperno, offre un quadro di ciò che rimane del mito americano.

Terra dove il razzismo continua ad essere forza che esclude e minaccia.

Dove le classi sociali sono impenetrabili, circondate da fortezze di pregiudizi.

La narrazione è lucida, provocatoria.

Le convenzioni borghesi si sgretolano e restano le macerie di matrimoni disfunzionali.

La famiglia è un teatrino dove si recita senza conoscere il copione.

Raven Leilani compone un romanzo che ha come punto di forza l’autenticità.

La realtà non viene edulcorata, i sentimenti appaiono come macchie con forme indistinguibili, il sesso una tragica deriva.

I corpi non sanno più esprimersi, restano imprigionati nel labirinto dove troppe parole affollano l’emozione.

La figura dell’amante sembra una caricatura, incapace di scegliere, protetto dell’ambiguità.

La moglie ha la freddezza di chi non ha niente da perdere e vuole capire.

La figlia adottiva si muove nelle sabbie mobili dell’incertezza affettiva con l’ingenuità dei suoi tredici anni.

La trama è lineare con qualche svolazzo immaginifico.

Si ride e ci si emoziona seguendo la giovane protagonista.

È una eroina perché sa interrogarsi e non dimentica mai lo spazio che le è concesso.

“Io stessa sono entrambe le cose, iper-visibile e invisibile: nera e sola.”

Reagisce con la magia dei colori e delle tele e in questa arte esprime rabbia e dissenso.

Un testo che indaga su una generazione alla quale abbiamo rubato i sogni.

Per fortuna esiste un piano B che nel finale mostra che “ci si apre sempre una strada per documentare come riusciamo a sopravvivere.”