Antonietta Gnerre (@antoniettagner2 ) recensisce “Guarda Che Mun Tunait” Antonio Emilio Caggiano

Antonietta Gnerre (@antoniettagner2 ) recensisce “Guarda Che Mun Tunait” di Antonio Emilio Caggiano Gruppo Albatros Il Filo

“Se fossi stato innamorato, e lo ero, l’amore avrebbe avuto come nome solo il suo.”

Un viaggio nel mondo dei ventenni universitari alle prese con la vita. Un percorso fatto di emozioni, di sogni, di aspirazioni, nel quale le differenze geografiche, sociali e culturali finiscono per avvicinare più che dividere.

In questo contesto si inserisce una storia d’amore tra persone talmente diverse da innamorarsi perdutamente, ma col rischio di perdersi per sempre.

Due giovani si raccontano e raccontano le aspirazioni e le contraddizioni di un’intera generazione.

Compiono scelte e prendono decisioni che hanno conseguenze non solo per se stessi. E la domanda se sia meglio essere o avere trova risposta in modi inattesi nei tempi e negli spazi di azione.

Su tutto una luna straordinaria e ispiratrice che infonde amore e suggestione ai protagonisti, regala anche il titolo dell’opera all’autore.

“C’era un pezzetto di gesso a terra, era perfetto per scrivere sull’asfalto nero del terrazzo. Lo raccolsi, mi inginocchiai ai piedi di Lucy, disegnati un cuore grande e dentro scrissi in stampatello: Guarda che mun tunait”.

Protagonisti anche  una Roma da cartolina, vissuta non da turisti, ma da amanti della città più bella e romantica del mondo e le radici, testimoniate dai riferimenti a una Irpinia bellissima e accogliente che si svela e offre se stessa con l’ingenuità di un bambino.

Filomena Gagliardi (@philo_gagliardi) recensisce “Il silenzio” Erling Kagge Einaudi Stile Libero

Filomena Gagliardi (@philo_gagliardi) recensisce “Il silenzio” Erling Kagge Einaudi Stile Libero

Dopo aver letto “Camminare. Un gesto sovversivo” di E. Kagge, mi ero ripromessa di leggere, dello stesso autore, “Il silenzio. Un spazio dell’anima”.
Pubblicato in originale nel 2016 e tradotto in italiano per Einaudi nel 2017, il volumetto è stato ripubblicato all’inizio del nuovo anno per il gruppo editoriale Gedi e distribuito nelle edicole.
Il libro inizia con delle considerazioni generali sull’esperienza che noi oggi abbiamo del silenzio, considerazioni che l’autore trae da esempi personali.
Questi ultimi lo inducono a riflettere su tre domande concernenti l’essenza del silenzio, il luogo dove sia possibile trovarlo e il perché della sua importanza.
Kagge elabora trentatré risposte, l’ultima della quale, emblematicamente, si identifica con la pagina bianca. Buon silenzio e buona lettura!

Arturo De Luca (@artdielle) recensisce “Sete” di Amélie Nothomb VolandEdizioni

Arturo De Luca (artdielle) recensisce “Sete” di Amélie Nothomb VolandEdizioni

“Ho sempre saputo che sarei stato condannato a morte. Il vantaggio di questa certezza è che posso accordare la mia attenzione a ciò che lo merita: i dettagli.”

Inizia così Sete, il nuovo romanzo, il ventottesimo, della scrittrice francese Amélie Nothomb, da poco pubblicato in Italia sempre da Voland, in cui si narra l’ultima notte che Gesù trascorre in cella, dopo il processo e il giudizio di Pilato.
E già qui si intuisce l’invenzione dell’autrice, la sua proposta per aprire uno spazio temporale al fine di permettere all’uomo Gesù, che non è ancora il Cristo, di riflettere sul significato della sua vita e sulla missione a cui è stato chiamato.

“La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima notte di libertà la passo nell’Orto degli Ulivi.”

Gesù racconta “in prima persona” i suoi ultimi giorni, dalla farsa del processo alla “sete” sul Calvario, ma anche di Giuseppe, che non chiama mai padre, e dell’amore per Maria Magdalena. È un Messia trasgressivo non perché disobbedisce alla castità promessa, ma perché non riesce a perdonarsi che ama essere umano, avere un corpo e provare passioni umane: amore, dolore, fame e sete.

“Che un essere disincarnato abbia avuto l’idea di inventare il corpo è un colpo di genio.. e gli esseri umani si lamentano .. Mio padre non ha mai avuto un corpo. Per essere un ignorante, trovo che se la sia cavata egregiamente.”

Quello che viene fuori è una preghiera gridata agli uomini, un tributo alla vita e alle gioie del corpo, alle debolezze dei sensi, alla paura e alla compassione. Ma è anche un inno all’amore e alla fede: perché la fede come l’amore non va spiegato, non abbiamo bisogno di nessuna riflessione. Basta incontrare un viso, quel viso, e all’improvviso tutto cambia.

“So che per molti quel volto sarà il mio. Mi convinco che non ha alcuna importanza. Eppure, a voler essere onesto, e voglio esserlo, mi lascia senza fiato.”

Notizie biografiche.

Amélie Nothomb è nata a Kobe, in Giappone nel 1967 da genitori diplomatici ed ora vive tra Bruxelles e Parigi. Scrittrice di culto,non solo in Francia, ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino. Spesso dai suoi romanzi, tradotti in oltre 45 lingue, sono state realizzate opere teatrali o cinematografiche. A questo proposito ricordiamo Né di Eva né di Adamo trasposto nel film Il fascino indiscreto dell’amore del regista Stefan Li berski con Pauline Etienne e Taichi Inoue.
Anticonformista e eccentrica veste sempre di nero indossando un cappello da Cappellaio Matto.

 

La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Bruno Menna (Bruno_Menna) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

 

C’è un libro da leggere, e non solo in questi giorni di cattività. Racconta la storia, già nota, dei viaggi di tanti bambini del Sud, annichilito dalla guerra, verso il Nord che si risollevava velocemente e che era in grado di assicurare un letto caldo e di mettere il piatto a tavola per aiutare chi era rimasto indietro. Una vicenda che, vale la pena ricordarlo, si contaminò velocemente anche della fiera e netta contrapposizione tra due monoliti, il Pci e la Chiesa, che si trascinò fin dentro le storiche elezioni del 18 aprile del 1948 e oltre.
Ma il libro di Viola Ardone è altro, ben altro. È, nella prima, seconda e terza parte, ambientata nel 1946, un meraviglioso affresco della Napoli povera ma bella, pittoresca e malinconica, ingegnosa e carnale, che emerge dalle vicissitudini e dalle sfaccettature caratteriali del piccolo Amerigo e del suo tormentato andirivieni tra la metropoli partenopea e l’Emilia.
È, tuttavia, il capitolo finale, quello degli anni novanta, a sublimare la formidabile vena narrativa dell’autrice. Un tracciato di grande liricità, che dipinge la grande e misteriosa bellezza del ritorno alle origini e ai luoghi dell’anima; il sapore amaro della nostalgia e del rimpianto per i gesti non compiuti e gli abbracci negati; la necessità vitale di quella solidarietà che, per troppo tempo, inghiottiti dal virus dell’egoismo, ci siamo fatti mancare e che ancora oggi ci tiene a distanza. Di un metro e forse più.

Recensione di Francesca Bortoluzzi (@_FrancescaB) “Neve” Maxence Fermine Bompiani

Recensione di Francesca Bortoluzzi (@_FrancescaB) “Neve” Maxence Fermine Bompiani

Quando penso alla tenerezza, penso ad una coperta bianca che mi avvolge.

Mi sento fasciata,allo stesso modo,quando leggo gli scritti di Maxence Fermine.

Morbido,ma tagliente e penetrante,è “Neve”,edito nel 1999.

La narrazione è fragile,candida, sospesa,proprio come un fiocco di neve

.Lo scrittore francese riesce a raccontare con estrema delicatezza e sintesi,anche in ragione della struttura ad haiku, un amore lontano nel tempo,ma vicino nei sentimenti.

 

Recensione di Lisa Molaro (@LisaMolaro1) Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Recensione di Lisa Molaro (LisaMolaro1) “Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Come l’Autore specifica nell’introduzione del libro, “Mantieni il bacio” nasce come una sorta di “copione” del ciclo di trasmissioni televisive -sette- andato in onda su Rai 3 con il titolo di Lessico amoroso (gennaio-marzo 2019); monologhi di cui non mi son persa una puntata poiché avevo messo la registrazione in “collega serie”.
Psicoanalista lacaniano, saggista e accademico, Massimo Recalcati rendeva il silenzio che circondava le sue parole assoluto.

Io ero rapita dalla sua ritmica espositiva, dal suo tono di voce pacato e sicuro, dalla sua sensibilità che trapelava dalla sua gestualità e dalle sue parole quanto dalle sue pause. Sì perché non c’erano silenzi calati senza motivo d’essere. Parole, immagini e citazioni che si amalgamavano dentro un cerchio armonico di cultura e beltà.
Avendo già letto – e adorato – “A libro aperto. Una vita è i suoi libri” ed essendo catturata dalla saggistica come i riflessi di miele che restano appiccicati all’alveare, capite bene che questo suo “copione” non me lo potevo perdere!
Peccato si sia trattato di una lettura troppo breve, in questo libro di pagine ne avrei lette ancora e ancora e ancora… anzi, certi temi li avrei proprio voluti sviscerare ancor di più!
Ma andiamo per ordine.
Una copertina meravigliosa – un fotogramma da Spellbound, di Alfred Hitchcock – mi ha fatto calare sin da subito dentro un contesto che profuma di buono, di eleganza di tempi andati (spero non del tutto), di corteggiamento, di schiene diritte e mani protese.
Com’è nato il titolo?
L’autore ci spiega che tutto è iniziato con la complicità della lezione di Pilates unita alla sua attività onirica, al suo inconscio:
“Il titolo di questo libro nasce da un mio breve sogno. Il giorno precedente Arianna, la mia insegnante di pilates che da tempo mi aiuta a tenere in sesto la mia povera schiena logorata da trent’anni di pratica della psicoanalisi, mi aveva sottoposto a un esercizio particolare: sdraiato a pancia in su, tenendo le ginocchia unite, dovevo ruotare alternativamente una delle gambe. Arianna mi invitava in questa postura scomoda e innaturale a “mantenere il bacio” tra le ginocchia che la rotazione della gamba tendeva invece a disfare. “Massimo,” mi diceva seriamente, “mantieni il bacio.” (…)”
Mantieni il bacio… che bel titolo!
“Mentre mantengo il bacio, tocco la tua lingua, la tua voce, la tua parola, il tuo nome. Mentre mantengo il bacio, trasformo il tuo corpo in una nuova lingua e in un nuovo alfabeto. Sento tutta la storia del tuo corpo depositata sul mistero unico della tua lingua. Sento tutta la vita che ho vissuto passare in questa nuova lingua che siamo diventati ora.Mantengo allora il bacio; lo trattengo nella memoria e nel tempo. La tua lingua di rosa o di caramella, di pioggia o di neve, di mare o di vento. (…)”
Per me, questo, è lirismo puro!
Ed è con questo senso di beatitudine nel cuore che ho divorato i sette capitoli del libro, capitoli in cui Massimo Recalcati narra – perché questo fa: narra, romanza, rende vivi – di Promessa, di Desiderio, di Figli, di tradimento e perdono, di violenza, di separazioni e, infine, di amore che dura.
Ovviamente la sua prospettiva è psicoanalitica e Lacan è spesso citato ma i riferimenti e le citazioni attinte dai saggi di letteratura -ma non solo- sono molteplici: s’incappa in Barthes – ma non potrebbe essere altrimenti, anzi, questo mi pare quasi doveroso!–quanto in Neruda, in Benigni, in Sartre, in Omero, in Roth, in Schopenhauer,Salter, in Gualtieri,in Lévinas e potrei proseguire ancora per una riga di certo!
D’altra parte cosa c’è di più narrato, ammirato, studiato dell’amore? Non l’odio, ché di lui ne è parte!
Come ho scritto prima, questo libro richiama alla mente il meraviglioso saggio di Barthes (che ora sto rileggendo) perché, come in quel caso, inanella tra di loro le figure composte dalle emozioni di cui questo “Sentimento” si pregna. Perché tali siamo: figure, rappresentazioni, capsule di gelosia, di ardore, di stereotipi che si credono originali… ma che di originale hanno solo la propria tela e le scelte dei colori con cui riempiranno una cornice scolpita all’inizio della Storia, quella con la S maiuscola.

E questo è bello, affascinante, carico di vita che ci si porta appresso dai tempi dei tempi. E leggerne non può che avvincermi permettendomi di continuare sempre a pormi domande senza volerne mai conoscere tutte le risposte… ché quello è impossibile, perché, come diceva qualcuno più importante di me: “So di non sapere” e voglio continuare a non sapere per sempre!
E quindi anche da queste pagine mi sono uscite riflessioni e immagini sull’amor ardente, su fiamme che rendono cenere, su lingue di fuoco che salgono al cielo in un turbinio di scintille impazzite e su braci che, invece, invece si mantengono in vita perché alimentate dal giusto alito e dal giusto bouquet di ramoscelli. Questo non significa, però, che l’amor che dura è l’amore parco, tirchio di attenzioni… tutt’altro!
L’amore non è un letto che può essere disfatto o abbandonato, spostato o cambiato. Ulisse ricava il suo letto da un albero, lo rende talamo. Sceglie un olivo, che è un albero dalla crescita lenta e longevo, un albero che conosce il mistero della durata. Il suo letto è un’immagine della forza solida del suo amore, della sua fedeltà alla promessa. Per questo può rinunciare all’immortalità offertagli dalla dea Calipso per ritornare a casa, per ritrovare la propria donna. È la follia dell’amore quando c’è: il letto degli amanti dovrebbe avere sempre la forma dell’albero.
“Per sempre” è l’espressione che abita ogni discorso d’amore degno di questo nome. “Per sempre” è il tentativo che ogni amore compie per significare la propria pura e stupida casualità in una manifestazione dell’eterno.
Mi è piaciuto molto il capitolo sulla genitorialità. Non sono madre – se non d’idee e parole -e guardandomi attorno capisco l’importanza di dover evidenziare il fatto che il figlio debba essere figlio non del seme o dell’utero, ma del desiderio di chi lo ha messo al mondo. Figlio del desiderio… che bella espressione! Una frase che sembra scontata -tanto assodata dovrebbe essere – eppure così delle volte non è.
Massimo Recalcati espone azioni e reazioni in spot amalgamati tra loro con fluidità e compartecipazione.
Temi importanti, temi di un’attualità che è tale da tempo andato e sarà tale nel futuro.
Parole come chiavi in elenco…
Sacrifici d’amore, amputazioni di parte di sé, cuori offerti, sofferti, accarezzati, sbeffeggiati. Cuori piangenti, economia del risarcimento del rimborso, donazioni a mani piene e occhi chiusi.
Istinto, parte selvaggia, fuoco, follia, passione, matrice erotica, segreto, teorie freudiane, riproduzione della specie, eccedenza lussuriosa, corpi che diventano libri.
Perdono, rielaborazione, imperfezione, consapevolezza, impossibilità decisionale, ferite che diventano poesie.
Libertà, possesso, Achille e la tartaruga, “essere in fuga”, Proust.
Separtizione, separazione, lacerazione, lutto, squarcio, buco nero, voragine, odio, attaccamento.
Amor che dura, amor che ama, amor che respira “lontananza”, amor che dà ciò che non ha.
Termino scrivendo che questa raccolta di brevi lezioni sull’amore non ha mai il tono della saccenza, della pomposità, del tedio. Com’è tipico dell’autore, invece, pare sempre di essergli innanzi, seduti insieme durante un convivio, una comunione di idee e riflessioni.
Certi pezzi – molti a onor del vero – sono di una dolcezza poetica infinita, dolcezza che però non rende mai banale ciò di cui tratta. Un libro godibilissimo!

Recensione di Serena Nascimben(@SerenaNascimben) “Funzionare o esistere?” Miguel Benasayag Vita e Pensiero

Recensione di Serena Nascimben (@SerenaNascimben) “Funzionare o esistere?” di 
Miguel Benasayag Vita e pensiero, Milano 2019.

Si tratta di un libriccino sottile ma prezioso che non deluderà chi già conosce l’Autore, sorprendendo positivamente chi ancora non ha avuto il piacere di dedicarsi ai suoi saggi, molti dei quali già tradotti in italiano a partire dal 2002.

Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, lavora oggi a Parigi dove è trai fondatori del collettivo culturale “Magré Tout”.

Di origine argentina, ha vissuto sulla propria pelle non solo la resistenza negli anni della dittatura, ma anche prigionia e tortura, ottenendo in seguito la libertà grazie alla nazionalità franco-argentina.

Un percorso di vita che è presente in questo libro, come un sigillo di autenticità che certamente non può essere contraffatto, molto simile però a quello di tutti coloro che scrivono perché hanno effettivamente qualcosa da dire e non per aggiungere voci al proprio curriculum.
Scrive Benasayag: “Ho conosciuto luoghi in cui l’odore della paura era permanente, ma non mi aspettavo di trovare lo stesso odore nelle aule universitarie (…). In tal senso neanche le persone di successo negli ambiti elitari vivono davvero più: devono stare ben attenti a funzionare.”

È centrale a questo proposito la “questione” del coraggio; coraggio che può manifestarsi solo al cospetto della concretezza del vivere e che fa parte della capacità di esistere, ben diversa dall’accontentarsi di limare il proprio profilo social come richiesto dalla società attuale,dove tutti “sono invitati, per tutta la vita, a viversi come un bilancio di competenze.” senza considerare però che “non si può conoscere senza agire, al massimo ci si può informare”.
Viviamo in un clima di costante ansia da prestazione che non tiene conto della realtà biologica dell’esistenza e che nega la negatività (della malattia, della vecchiaia, della morte …) senza ricomprenderla in una visione che permetta di accettarne le disfunzionalità.

Anche il reciproco invito delle persone a credere nei sogni, al quale si assiste così di frequente, altro non è che prendere a riferimento desideri, spesso illimitati, disancorandoli dalla realtà fisica e biologica.
“Non celebriamo del resto i disabili pieni di forze e potere, i sordi che sentono, i ciechi che vedono?”

A dispetto dell’inclusività e della tolleranza lodate nella maggior parte dei contesti pubblici:“Tristezza e debolezza sono diventati veri e propri difetti, “segni” del fatto che amministriamo male la nostra “impresa”.

Quello di Benasayag è invece un “appello a non soffocare i nostri disfunzionamenti.
È confortante poi, in pieno Spatial turn delle scienze umane (esasperato e forse frainteso), trovare in questo libro un ragionevole riferimento all’importanza del tempo; quando tutto ciò che circonda le persone, anche fisicamente (si pensi al cosiddetto web 2.0, alle apparecchiature smart per intendersi) rimanda ad una fede cieca negli algoritmi predittivi.

Con rara lucidità l’Autore fa notare come: “Di fatto, prevedere significa eliminare il fattore tempo”  e che “la vita pensata come un insieme di processi misurabili in un tempo lineare fallisce totalmente il suo obiettivo”.
A chi vive in questo mondo difficile, Benasayag intende porgere con il suo scritto un sorriso rassicurante. Quel sorriso è arrivato. Sappiamo che “non dobbiamo cedere a quella paura che ci invita a entrare in gabbia”.

Recensione di Claudia De Marino (@ClaudiaDeMarin3) “Un uomo” Oriana Fallaci

Recensione di Claudia De Marino (@ClaudiaDeMarin3) “Un uomo” Oriana Fallaci Rizzoli

 

Un uomo di Oriana Fallaci: l’intensità della vita e dell’amore
<<Un libro sulla tragedia del poeta che non vuole essere e non è un uomo-massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano; siano essi a destra o a sinistra o al centro o all’estrema destra o all’estrema sinistra o all’estremo centro.

Un libro sull’eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità>>.Si apre così il romanzo Un uomo, scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979.
Dedicato ad Alekos Panagulis di cui è stata compagna dal 1973 al 1976; “l’unica compagna possibile” come la definirà lui poco prima di morire.
Panagulis, eroe solitario, morirà in nome della libertà.
Il romanzo inizia dalla fine, dal racconto del suo funerale e così terminerà.
Oltre a narrare i fatti in successione logica, la Fallaci ci dà una profonda analisi emotiva di Panagulis, analisi in cui le emozioni della scrittrice si fondono, divenendo con il suo compagno tutt’uno.
E’ analisi e poesia, è narrazione e biografia, è storia: la storia di una vita, la storia di un amore.
Amore fatto di due solitudini che s’incrociano, due resistenze che s’incontrano ed è in nome di questa resistenza che Alekos sarà arrestato, processato, torturato.

L’autrice ci descrive con minuzia di particolari le crudeltà messe in atto durante l’interrogatorio, umilianti ma di fronte alle quali Alekos continua a combattere.

Sarà proprio durante il periodo della prigionia che conoscerà l’Oriana giornalista; successivamente conoscerà Oriana, la donna: incontro folgorante che è l’inizio della libertà e il principio della tragedia.

La tragedia di una coppia che si ama e si contrasta: da una parte l’uomo, il poeta, (l’eroe che di ritorno dall’esilio rifiuterà il compromesso e per questo sarà condannato a morte); dall’altra una donna che lo ama ma non lo comprende a fondo, vuole proteggerlo.
Il libro cerca di razionalizzare le scelte di Panagulis mostrandoci tutti gli aspetti del suo carattere.
Una donna, Oriana, che ha amato e ha perso ma “se un uomo non ha ancora scoperto qualcosa per cui morire non ha ancora iniziato a vivere” diceva Martin Luther King e Oriana e Alekoshanno vissuto intensamente, insieme per poco, quel poco che basta a dar senso ad una vita.

<<Storie come questa – infatti – rendono la vita degna di essere vissuta – scrive nella prefazione Domenico Procacci – e ognuno di noi ha forse il dovere, ma con se stesso, di vivere almeno un giorno con quell’intensità, quella forza, quell’emozione>

Recensione di Maria Franco (@cmariafranco) “Il treno dei bambini” Viola Ardone Einaudi Stile Libero

La recensione di Maria Franco (@cmariafranco)”Il treno dei bambini” di Viola Ardone (Einaudi)

viola«Mia
“Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due dei miei. (…) Mia mamma avanti e io appresso. Dove stiamo andando non lo so, dice che è per il mio bene. Invece ci sta la fregatura sotto, come per i pidocchi. È per il tuo bene, e mi ritrovai con il mellone.”
Amerigo Speranza ha quasi otto anni. Non ha mai conosciuto il padre (la madre dice che è andato a cercare fortuna in America e che tornerà ricco, ma nessuno l’ha mai visto) né il fratello, morto prima della sua nascita.
Sua madre, Antonietta, si arrangia come sarta e conservando sotto il letto il caffè del piccolo mercato nero di un uomo che frequenta casa, Capa ‘e fierro. A scuola è andato per poco tempo, prendendo molte scoppole dalla maestra, ma nel vicolo lo chiamano Nobèl perché, in strada, ha imparato tanto. Raccoglie stracci nelle case e nella mommezza e con il suo amico Tommasino ha organizzato la vendita delle zoccole con la coda tagliata e «pitturate di bianco e di marrò con la vernice per le scarpe» come fossero criceti finché una pioggia battente ha svelato il trucco.Ha un modo tutto suo di farsi compagnia: «Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. (…) sommo i punti delle scarpe per far passare la paura. Conto sulle dita fino a dieci, succederà una cosa bella, così è il gioco. La cosa bella fino a mo non mi è mai capitata, forse perché ho contato male i punti.»La camminata nei vicoli con la madre è il preludio di un grande cambiamento nella sua vita. Amerigo parte, con tanti altri bambini, alla volta dell’Emilia Romagna. Dove ci sono la nebbia e la neve (scambiata, la prima volta, con palline di pane che scendono dal cielo e ricotta sparsa sulla strada) e tante famiglie che li accolgono.

Amerigo capita, nel modenese, con Derna, sindacalista che vive sola, ma è vicina di casa della cugina Rosa, di suo marito Alcide e dei figli, Rivo, Luzio e Nario, che, chiamati insieme, fanno: rivo-luzio-nario. Scopre il sapore della mortadella, del parmigiano, della cioccolata, i regali per il compleanno e la festa per Babbo Natale e la Befana, il lavoro dei campi e l’allevamento degli animali.

Va a scuola, comincia a lavorare nella bottega di Alcide, che diventa il suo «babbo» e a suonare il violino. Apprende un’altra lingua e, con essa, un altro mondo: «Pure qua nell’Alta Italia già mi sono fatto conoscere da tutti quanti, dal verdummaro, che però si chiama fruttivendolo, dal chiancière, che si dice macellaio, dallo zarèllaro, che per loro è il merciaio; che ci sono dei mestieri di giù che qua invece non esistono proprio, come l’acquafrescàio e il carnacottàro.»

Quando torna a Napoli, dalla madre, non ci si ritrova più: scappa per tornare nella famiglia dove aveva trascorso un inverno diverso da quelli della sua prima infanzia.

Il treno dei bambini di Viola Ardone, recentemente edito da Einaudi – caso editoriale dell’ultima fiera di Francoforte e in corso di traduzione in 25 paesi – parte da un fatto storico. Nel secondo dopoguerra, su iniziativa del Partito comunista e in particolare dell’Udi, Unione Donne Italiane, ben 70.000 bambini del Sud e, soprattutto, di Napoli vennero trasferiti in Emilia Romagna: un “affido” temporaneo di alcuni mesi che salvò un’intera generazione dalla miseria e dalla fame.

Nel libro sono presenti alcune figure che ebbero un ruolo nell’organizzazione di quel trasferimento di massa come Maurizio Valenzi, poi sindaco di Napoli, e Gaetano Macchairoli, in seguito raffinato editore, e trova voce un giovane biondo, Guido Piegari, successivamente espulso dal Pci, che «ogni due e tre dice: questione meridionale e integrazione nazionale» (lasciando nel dubbio il nostro protagonista ormai cresciuto se «l’ha risolta poi quella questione meridionale.»)

Si sente, nelle pagine di Viola Ardone, l’impatto forte che quel movimento suscitò: «Da quando si è saputo il fatto dei treni, dentro al vicolo abbiamo perso la pace. Ognuno dice una cosa diversa: chi sa che ci venderanno e ci manderanno all’America per faticare, chi dice che andremo in Russia e ci metteranno nei forni, chi ha sentito che partono solo le creature malamenti e quelle buone se le tengono le mamme, chi non se ne fotte proprio e continua come se niente fosse, perché è ignorante assai.»

E la fatica a far accettare alle madri una tale separazione

«Quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scese in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un’altra battaglia, ma contro nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri!», dice Maddalena Criscuolo, che ha partecipato alle Quattro Giornate) e il dolore, spesso muto e scontroso delle donne che intuiscono che far andare via i figli è un amore più grande che trattenerli, e la disponibilità di tanti che aprono le loro case.

«Quando c’è la necessità, siamo tutti padre e madre di chi ha bisogno. E per questo vi stiamo portando da persone che si prenderanno cura di voi e vi tratteranno proprio come figli, per il vostro bene.») Per una forma di solidarietà politica e sociale: «Siete tra amici che vi vogliono aiutare, anzi tra compagni, che è più che amici, perché l’amicizia è una cosa privata tra due persone e può anche finire. Tra compagni invece si lotta insieme perché si crede nelle stesse cose»: «Non esistono Nord e Sud, esiste l’Italia.»

È una fortuna che arrivi un libro simile nell’Italia delle indagini di Bibbiano e della ventilata autonomia regionale dei ricchi.

Ma Il treno dei bambini non è un saggio storico né un pamphlet sociale e non trova il suo centro in una ideologia. È, semplicemente, un romanzo: meglio, un grande romanzo. Se si vuole inserirlo in un genere, è un romanzo di formazione. Per tre quarti di libro, il lettore vede e sente gli avvenimenti attraverso lo sguardo e la voce freschi di un bambino ingenuo ma non privo di malizia, non sempre capace di separare il reale e l’immaginario, che lotta per la sopravvivenza senza cattiveria ma con una certa diffidenza nei confronti degli adulti, perché ha già appreso che i grandi, almeno molti grandi, non capiscono niente dei più piccoli.

Nella quarta parte del libro, il protagonista, quasi cinquanta anni dopo, torna a Napoli dove farà i conti con il bambino che è stato, con l’uomo che è diventato e con il maturo signore che sarà ancora, e di nuovo, Amerigo Speranza.

Se i protagonisti bambini nella nostra letteratura sono pochi (bellissimi l’Arturo dell’omonima isola della Morante e il Michele di Ammaniti in Io non ho paura, ma anche Lenù e Lila dell’Amica geniale della Ferrante) ancora meno sono quelli che, fatto il viaggio di andata verso la maturità, tornano, come gli eroi greci, nel luogo di inizio: l’allontanamento e il ritorno per arrivare al sé più profondo e più vero.

Amerigo Speranza, con i tutti i suoi compagni, nonché la sua famiglia naturale e quella affidataria, entra a far parte dei personaggi (piccoli solo per età) più belli della nostra narrativa.

Romanzo tenero e forte, intenso e delicato, ironico, profondo con leggerezza, Il treno dei bambini accompagna una trama sapientemente semplice, la cui carica emotiva è trattata con sorvegliato equilibrio, con una lingua affabulante, che fa rientrare nell’italiano cadenza e ritmo di un napoletano antico, più dolce di quello attuale.

Lascia il cuore smosso e nello stomaco quel tipo di languore che danno le lacrime trattenute di una commozione genuina e senza sdolcinatezze.

Un libro per tutti, adulti e ragazzi. Da leggere dovunque: a Sud e a Nord.

Nota personale: Viola Ardone è tra gli autori (uomini e donne) che hanno partecipato al Laboratorio di Scrittura dell’IPM di Nisida. Lo farà anche quest’anno. Uno dei racconti che ha scritto all’interno del Laboratorio continua ad essere il più recitato dal Laboratorio di Teatro di Nisida. Ritrovare Nel treno dei bambini, appena rielaborata, una frase di Roberto Dinacci, posta nell’omonima aula dove il Laboratorio si svolge – «Tutto quello che si può si deve fare» –è stata un’emozione in più.

 

Recensione di Margherita Ingoglia (@fimminachelegge” “La straniera” Claudia Durastanti La Nave di Teseo

Margherita Ingoglia (@fimminachelegge) recensisce “La straniera” di Claudia Durastanti La Nave di Teseo

Strutturato come le voci di un oroscopo, raccontato con un lessico famigliare rotto dal silenzio di una guerra di voci assenti.

Ricostruito con ritagli di memorie sparse necessarie a riunire la moltitudine di un’esistenza a pezzi da restituire ad un unico corpo; intanto vagare, alla ricerca di un approdo in mezzo una maiolica di radici.

Sentirsi appartenere ad ognuna di queste, tuttavia estranea a tutte.

“La Straniera” di Claudia Durastanti è il libro degli occhi che rivivono gli anni dell’infanzia, il ritorno dall’America, il trasferimento in Basilicata, il riflesso di sé in centinaia di specchi.

Rivedersi estranea a quell’evasione nel Sud del mondo, poi riscoprirsi costola di quella periferia visionaria, anarchica e magica, ma solo dopo averla lasciata.

Ripartire con una valigia carica di determinazione per farcela in un mondo di sofisticate apparenze, nonostante il sospetto d’esser in fondo, solo un animale domestico con addosso ancora l’odore di quella povertà che hanno i diversi e che, nonostante le bugie, i mascheramenti e la teatralità degli atteggiamenti, avere la taciuta consapevolezza che il corpo non sa mentire e presto o tardi potrà tradire, svelando ogni mancanza.

Tornare quindi al principio e a quella lingua rotta. A quei genitori tanto appariscenti da non aver bisogno di parlare, o almeno questo è quello hanno voluto far credere, esibendo una forza che hanno solo potuto dimostrare senza poter urlarla, come fanno i normali.

Suoni di voci rubate a una diversità che dialoga attraverso un alfabeto inventato, una lingua di contrabbando che si è trasformata in quotidiana normalità.

E ancora, tornare diversi, estranei al vento, in pace solo in quel silenzio perfetto tanto diverso, quello d’una camera anecoica che riconduce alla madre.

Quindi viaggiare, come una spora in costante mutazione senza voler scegliere, senza preferire al resto, senza il ‘preferisco e resto’.

Ricostruire l’identità con la nostalgia e la memoria, forse occhi nuovi per cercare la definizione più giusta di sé restando al confine di ogni contesto senza contorni certi.

Vagare quindi, alla ricerca di un approdo senza porto.

Ricomporre i pezzi di una storia d’eccezionale normalità e di una esistenza in perenne sfumatura, e alla fine forse decidere di restare così, unica e ancora per un po’ La Straniera.