@ALibri19 recensisce “I valori che contano” Diego De Silva Einaudi Editore

 

@ALibri19 recensisce “I valori che contano” Diego De Silva Einaudi Editore

Mi batterò in ogni corte dello stato! Perché posso spiegare tutto: la scala, i toast per due, la bionda in cucina!

Questo diceva Richard Sherman protagonista insieme a Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza celeberrima pellicola di Billy Wilder. E più o meno, con le giuste misure e fatte le dovute proporzioni, potrebbe essere una frase dell’avvocato Vincenzo Malinconico, il fortunato e amato personaggio nato dalla penna di Diego De Silva e che è appena tornato nel nuovo romanzo della serie a lui dedicata, con I valori che contano.

Chi ama De Silva e soprattutto l’avvocato Malinconico, non potrà che rimanere affascinato da questo libro che è probabilmente più riuscito della serie (e certo i precedenti erano del tutto pregevoli anche loro). Ma in questo ultimo lavoro è come se anche lo stesso protagonista fosse maturato e avesse preso coscienza e conoscenza dei suoi sentimenti, dei valori davvero importanti della vita, degli affetti più cari, compreso il meraviglioso felino Alfonso Gatto, che da solo merita un plauso speciale all’autore, il quale di meriti come autore ne ha anche molti altri ovviamente.

De Silva sforna un romanzo sentimentale dove le peripezie e la tensione descrittiva sono solo un bellissimo corollario a una trama tutta incentrata su principi, virtù, qualità e doti. Un racconto che pone l’accento su come si cambia quando si scopre di non essere più tanto in buona salute e nonostante tutto ci si sforzi di restare ottimista e nello stesso tempo disposto a tendere la mano agli altri.

Tutto inizia con una retata al quarto piano del palazzo dove abita l’avvocato Malinconico, solo di nome come i lettori più affezionati sanno e come i nuovi lettori scopriranno leggendo questo romanzo, quarto piano occupato da un bordello. Da qui scappa una ragazza in sola biancheria intima per sfuggire al carabiniere che cerca di fermarla e identificarla, e si va a rifugiare proprio nell’appartamento di Malinconico, che non solo la fa entrare nonostante la mise anticonvenzionale per una visita inaspettata, ma le copre anche le spalle con lo stesso carabiniere che bussa alla sua porta per cercarla e finisce pure per patrocinarla. Ma chi è questa ragazza e quanti guai si porta dietro?

Con i romanzi della serie dell’avvocato Vincenzo Malinconico l’autore ha letteralmente stregato il grande pubblico e nello stesso tempo ha cercato di raccontare le cose a cui lui teneva di più. In ogni romanzo c’è un focus su cui De Silva pone l’accento e su cui fa riflettere e meditare i lettori, un percorso sociale ed emozionale di cui lo strepitoso Malinconico ne è il vettore principale.

I valori che contano – avrei preferito non scoprirli segue assolutamente questo filone narrativo, ma anche con qualcosa in più, con una passione e una umanità che percorrono l’intera storia e rendono il romanzo il più bello e compiuto della serie.
Un libro che se finisse nelle mani di un regista come Billy Wilder sicuramente diventerebbe una commedia di successo come quella citata sopra.
Non si sa se questo accadrà. Ma sicuramente i lettori ne saranno deliziati dalla prima all’ultima pagina.

@lidiafera1975 recensisce “L’arte della felicità” Dai Lama

@lidiafera1975 recensisce “L’arte della felicità” Dai Lama

 

Dopo la lettura di questo libro capisco appieno il titolo. Ricercare e raggiungere la felicità è davvero un’arte. A differenza di quanto si potrebbe immaginare, queste pagine sostengono che per raggiungere la felicità non bisogna fare alcuna scalata sociale o cose del genere, è un lavoro che riguarda se stessi: l’anima, il proprio cuore e soprattutto il proprio cervello, è necessario operare un discernimento tra ciò che è bene e quello che non lo è per la nostra esistenza e di conseguenza per i rapporti con gli altri, da quello che ci causa disagio e ci fa provare un sentimento di disturbo e negativo come l’odio, che in realtà si rivela essere uno strumento per distruggere de stessi. Il libro ci porta a capire quanto sia utile e necessario curarci di noi abbastanza da venire a conoscenza del fatto che la rabbia ci incattivisce e ci rende ottusi, la nostra mente non è libera abbastanza e ci frena tanto da non riuscire a gioire di ciò che in realtà già possediamo in noi. Soggetti senzienti che sprecano la loro energie provando inutili sentimenti negativi verso gli altri che provocano solo malessere e ci fanno sprecare la nostra vita. Anche per i momenti tragici e di sofferenza viene sostenuta la tesi di questo tipo di discernimento e costa tanta fatica scegliere di accettare quello che siamo e non ci vuole poco, bensì costa moltissimo in termini di sforzo mentale raggiungere uno stato di consapevolezza di noi stessi e di ogni potenzialità di cui ciascuno à dotato per poter superare certi traumi oppure situazioni che ci rendono schiavi degli altri e dei sentimenti peggiori. Queste righe sostengono che provare compassione e considerarsi compassionevoli può essere uno dei doni connaturati di ogni individuo, oppure il frutto di esercizi spirituali che alcune grandi dottrine insegnano; significa idealmente condividere il peso delle sofferenza altrui ed essere quindi persone migliori per noi e gli altri che non guasta.

@cmariafranco recensisce “Salutiamo, amico” di Gianfrancesco Turano Giunti Editore

 

@cmariafranco recensisce “Salutiamo, amico” di Gianfrancesco Turano Giunti

:A Reggio scoppiò la rivolta. Io sono dimostrante e voglio dimostrare che Reggio, non Catanzaro, fu sempre e sempre sarà la città principale delle Calabbrie. Tornai ora ora per la casa dopo una giornata sana che ci spasciamo a legnate con gli sbirri, che loro ci tirano le candele lagrimoggene e noi pietrate. Habbiamo messo barricate per ogni località cittadina cioè Pineta Zerbi, centro, torrente Calopinace e pura­mente argine torrente Annunziata lato Santa Caterina. Un burdello indescrivibbile, una guerra incivile, massimamente sul Calopinace al ponte San Pietro, e più sotto verso il mare pesqoso del rione pesqatori e la ferrovia del rione ferrovieri.”

È il 14 luglio del 1970 quando Nunzio, tredicenne di vivace intelligenza ma di scarse competenze scolastiche non solo grammaticali (non per nulla è stato rimandato in tre materie a settembre) scrive al suo amico-compare-fratello Luciano, in vacanza con la famiglia a Lazzaro. Quella che doveva essere una punizione per la mancata promozione – rimanere in città senza fare i bagni nel mare dello Jonio – sembra aprirsi ad un’avventura inattesa: sentirsi protagonista di una rivolta che segnerà la storia della città, ovvero, nel suo immaginario, la storia del mondo. Potersi misurare, quasi come un paladino, con quel senso dell’onore in cui si mescolano e si concentrano il mito del padre, la voglia di crescere, il bisogno di trovare una propria strada, l’identità/sicurezza non scevra di qualche disagio poggiata su una complessa rete di relazioni familiari.

Come e perché una città che fino a quel momento se ne stava tranquilla «sdraiata come un bagnante, con la schiena sollevata dal pendio del primo Aspromonte, le braccia allargate a nord e a sud dove, paralleli alla sua spina dorsale, si stendevano i letti aridi dei torrenti Annunziata e Calopinace», nell’anno «delle proteste operaie, delle bombe, dell’agitazione socialcomunista», dà vita ad una rivolta «per avere un cerchietto più grande sulla carta geografica» e che dopo mesi di barricate, morti, scuole e negozi chiusi, si concluderà, il 23 febbraio 1971, con lo sferragliare nelle proprie strade – unico caso nella nostra storia repubblicana – dei carri armati?

Non è mancata in questi anni una memorialistica e una saggistica sui Moti di Reggio (in parte interessante, in parte schematica e ideologica) e neppure una narrativa, sebbene, quest’ultima, mai davvero in grado di cogliere la complessa articolazione di un unicum nella nostra storia, che si presterebbe anche a fiction, film, fumetti e altre rielaborazioni artistiche.

È una fortuna che a cinquanta anni dal Boia chi molla arrivi Salutiamo, amico di Gianfrancesco Turano, edito da Giunti: finalmente non “un”, ma “il” romanzo su quegli eventi. Non, naturalmente, perché non ne potranno venire altri di pregio, ma perché – ripeto: finalmente – abbiamo una storia articolata, complessa, coinvolgente, con una visione degli eventi ben precisa (e ben espressa nella postfazione e, naturalmente, discutibile), ma che, nel racconto, non si fa ideologia: e resta narrazione. Che inchioda alla lettura finché non si finiscono le quattrocento e passa pagine del libro.

Con l’autore che scompone la sua voce in cinque: la propria, di “narratore onnisciente”; quella delle lettere di Nunzio e del coetaneo Luciano, alle prese con il suo primo, serio innamoramento; quella del diario e delle lettere di Rosalba, madre di Luciano e degli appunti e delle lettere di Giovanni, celerino, iscritto a Giurisprudenza, inviato dal Nord, dove si è trasferito, nella sua terra d’origine a sedare la rivolta.

Il doppio romanzo di formazione dei due tredicenni volge, nel corso del racconto, ai toni di un giallo dai torbidi risvolti familiari per i contorti intrecci tra i genitori di Nunzio, Amedeo e Giuseppina e quelli di Luciano, Rocco-Gianpaolo e Rosalba e la vicenda nel suo complesso prende il ritmo di un thriller politico-sociale che scava nel magma che ha in Reggio il suo punto di eruzione ma scorre sotterraneo anche molto lontano.

La sincera, viscerale insofferenza di tutti gli strati della popolazione al trasferimento a Catanzaro del capoluogo, che tutta Italia aveva appreso alle elementari essere Reggio, che produce una sorta di Vandea; il movimentismo eversivo della destra, che ne vuole fare la prova generale di un golpe nazionale e, quello, molto meno importante, dell’estremismo di sinistra che ne prefigura lo slancio rivoluzionario; le utopie anarcheggianti; l’equilibrismo della chiesa; gli interessi politico-economici della massoneria; i giochi della Dc e del Partito socialista e la difficoltà del Pci, stretto tra la difesa dello Stato e la sprezzatura della ribellione come neofascista ben prima che ne avesse tal guida; i rapporti sempre più stretti tra la borghesia e la ‘ndrangheta.

Salutiamo, amico privilegia il crescente potere delle ‘ndrine che, pressoché assenti, fino a quel momento in città, con la rivolta costruiscono consenso e costituiscono una prima, forte «accumulazione capitalistica mafiosa», ma restituisce l’intrigo multiforme dei Moti del Boia chi molla, con una narrazione capace di darne luce e unitarietà. Una narrazione veloce e distesa che, mentre approfondisce, senza appesantire, ogni aspetto della rivolta, disegna una galleria di personaggi ben poco raccomandabili e di deboli senza via d’uscita, senza trascurare la dignità di uomini che si dedicano con passione a lavori antichi come il vasaio e il pescatore e quella di donne che si riprendono il diritto ad esistere come soggetti autonomi. E dà spazio ai colori e agli odori della città, delle sue colline, del suo mare; al sapore dei suoi cibi cucinati da mani amorose; alla musicalità del suo dialetto, che, come per altri dialetti italiani, avrebbe dignità di lingua.

Il libro di Turano dà risposte e innesca nuove domande: lasciando al lettore il piacere di rimescolare le carte, cercando vie d’uscita ai macigni che quell’evento continua a far pesare sulla città.

@ALibri19 recensisce “Una lettera per Sara” di Maurizio De Giovanni Rizzoli

 

@ALibri19 recensisce “Una lettera per Sara” di Maurizio De Giovanni Rizzoli

Il Destino ha la pessima abitudine di farsi largo al di là della volontà degli uomini, di scardinare porte chiuse, di scombinare percorsi pianificati, di annientare sogni e vite normali.
Romanzo del Destino è Una lettera per Sara, terzo capitolo che vede come protagonista il potentissimo personaggio femminile di Sara Morozzi, creato da Maurizio De Giovanni, e la cui bellezza poggia sull’equilibrio perfetto di tutte le sue debolezze e della sua indiscutibile forza di volontà e intuizione quasi sovrannaturale. Un destino che proprio in questo libro è il vero fil rouge dell’intera narrazione, sparso in mille frammenti tutti di forma e dimensioni diverse, e che il lettore vede riunirsi e ricomporsi sotto i propri occhi pagina dopo pagina, fino ad arrivare al senso compiuto di tutta la storia.
Anche il Dubbio, però, ha i suoi poteri e il suo fascino nascosto. Sa insinuarsi nelle certezze più granitiche, perforarle con pervicacia, minare emozioni ancestrali e sbriciolare sentimenti eterni. Sara lo apprende in questo percorso e lo impara sulla propria pelle.
Ma Una lettera per Sara parla anche di sensi di colpa, di cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte al momento giusto, o non si sono fatte per paura o peggio per pigrizia. Ogni personaggio di questo libro ha un ruolo. Non una parte come in una pellicola cinematografica o come al teatro, ma un ruolo vero e proprio, perché ognuno di loro ha come missione rendere la storia completa e compiuta.
Ha un ruolo di prim’ordine l’ispettore Davide Pardo, che una mattina al bancone bar che frequenta ogni giorno, si trova davanti il vicecommissario Angelo Fusco. Un uomo che il tempo e la vita hanno reso il fantasma di sé stesso. L’ex superiore di Davide sembra tornato dall’oltretomba perché deve chiedergli un favore. Antonino Lombardo, un detenuto che sta morendo, ha chiesto di incontrarlo e lui deve ottenere un colloquio. In realtà la richiesta è complicata, il piacere richiesto prevede una procedura che potrebbe mettere Pardo in seria difficoltà, e quindi l’ispettore prende tempo, esita, ma il Destino lo punisce e l’errore si trasforma in una vera catastrofe.
E quando Pardo si rivolge a Sara per ovviare almeno in parte al disastro che si sta consumando sotto i suoi occhi, nella mente della donna scattano mille campanelli di allarme tutti insieme e in maniera fragorosa: chi è Antonino Lombardo, perché vuole incontrare Fusco, e perché proprio ora che sa che sta per morire?
Con il sesto senso proprio di essere speciale quale è, Sara intuisce immediatamente che sta per affacciarsi sull’abisso e sa anche che l’abisso le ricambierà lo sguardo.
Romanzo di Rivelazioni Una lettera per Sara dove le verità nascoste possono trasformarsi in uno tsunami esistenziale e demolire buona parte del futuro dopo avere spazzato via la torre eburnea delle certezze in cui ci si era barricati per continuare a combattere contro il dolore.
E infine romanzo Al Femminile, perché anche se è scritto da un uomo Una lettera per Sara affronta in maniera emozionante, lucida e precisa l’attualissimo tema del femminicidio e della condizione della donna.
Maurizio De Giovanni in questo romanzo si è superato sotto molti punti di vista. Ha reso più maturi e compiuti i suoi personaggi, ha affinato e modificato i rapporti tra loro, ha raccontato più storie in una sola narrazione e lo ha fatto con il talento con cui sa usare parole e stati d’animo.
Infine, una piccola curiosità: questo libro era già pronto per essere pubblicato a febbraio scorso, ma il lockdown ha impedito che arrivasse nelle librerie, e l’autore non ha voluto che i lettori lo trovassero solo sulle piattaforme di acquisti on line.
E questo si chiama rispetto. E di solito qualifica la linea sottile che separa i grandi da tutti gli altri.
Buona lettura.

@filo_gagliardi recensisce “Il libro dell’estate” Tove Jansson Iperborea

@filo_gagliardi recensisce “Il libro dell’estate” Tove Jansson Iperborea

 

Se vi siete sintonizzati già sull’estate e se comunque la quarantena vi ha fatto recuperare l’attenzione verso il silenzio e la tranquillità, allora certamente fa per voi Il libro dell’estate della scrittrice finlandese Tove Jansson edito nel 1972 in lingua originale, poi nel 1989 per Iperborea, una casa editrice italiana che ultimamente sta riconoscendo, giustamente, una buona visibilità per le sue edizioni particolari e sempre curate. Non è un caso che nel 2018 i classici di questa casa editrice siano stati riproposti in allegato con il Corriere della Sera.
Ebbene Il libro dell’estate, un libretto di nemmeno centocinquanta pagine diviso in ventidue capitoli brevi, asciutti, scritti con stile realistico ma non per questo privo di tocchi di lirismo, racconta le vicissitudini di due donne, una nipotina e una nonna, in un remoto villaggio finlandese durante la breve estate tipica dei paesi nordici. Tra l’esplorazione dei misteri della natura e il costante dialogo fra le due protagoniste che, partendo da situazioni concrete, spazia in vari ambiti della realtà, la vita scorre nella sua quotidianità in un mondo tanto appartato quanto caldo nel suo interno. Sullo sfondo appare una figura maschile, silenziosa ma non per questo meno importante nell’economia di questo piccolo nucleo familiare, ovvero il padre di Sofia. Tutto ciò in un contesto fatto di precarietà, come precaria è la breve estate finlandese: “Ogni anno le notti diventano scure senza che nessuno se ne accorga. Una sera d’agosto si esce di casa per qualche faccenda, e d’improvviso tutto è nero come il carbone, un enorme, caldo e nero silenzio circonda la casa. È ancora estate ma l’estate non c’è più, si è fermata senza avvizzire, e l’autunno non è ancora pronto a venire”.
Del resto anche alle nostre latitudini agosto, pur essendo considerato il mese cardine dell’estate, è quello in cui le giornate diventano vistosamente e inesorabilmente più corte.
Ma intanto godiamoci queste giornate lunghissime di inizio estate, anche con un bel libro come questo.

 

@nerys__ recensisce “La radio nella Rete” di Giorgio Zanchini (Donzelli Editore)

@nerys__ recensisce “La radio nella Rete” di Giorgio Zanchini (Donzelli Editore)

Giorgio Zanchini scrive un libro denso e necessario, un saggio sulla trasformazione vissuta dalla radio, una fotografia del suo rapporto con la Rete che ne sta mutando tempi e modi di fruizione. Zanchini inizia da lontano ricostruendo la storia di questo medium, partendo cioè dalla profonda vocazione comunicativa che riecheggia nello scambio vocale come necessità di base e fondante della civiltà umana e lo fa con un linguaggio chiaro, scorrevole e ricco proprio della sua semplicità divulgativa.
La radio è il medium che più felicemente e con maggior naturalezza si è ibridato con le rivoluzioni tecnologiche e sociali e conferma, anzi rafforza, questa virtù anche nell’era digitale: i social, infatti, attraverso gli strumenti dei commenti e delle condivisioni replicano quella dimensione partecipativa e di conversazione collettiva che, a partire dalla rivoluzione delle radio libere, è stata e continua ad essere la sua cifra distintiva. Nessun altro mezzo di comunicazione di massa possiede il rapporto quasi confidenziale che offre la voce; tra ascoltatore e conduttore davvero si crea una prossimità unica, peculiarità questa appunto rafforzata dall’interscambio rapido ed immediato che la Rete offre. Internet sta quindi rafforzando la radio, espandendone il bacino d’utenza e permettendo, tramite il podcast, un ascolto non più in sincrono che frammenta, decostruisce la contemporaneità produzione fruizione, cambiando quindi profondamente la fisionomia della comunità degli ascoltatori.
Ed eccoci arrivati ad una delle parole chiave del lavoro di Zanchini: la frammentazione che non è solo un progresso ma pretende un prezzo alto, la disattenzione.

Nell’era in cui il nostro tempo è sempre più parcellizzato, interrotto da mille notifiche, segmentato e distratto, quale spazio può esserci per una radio di contenuto, di parola seria, scheletro storico del servizio pubblico radiofonico?

Questa domanda è l’ossatura dell’intero saggio e Zanchini attinge alla sua pluriennale esperienza di conduttore per delineare lo scenario attuale e cercare di intuirne le conseguenze nel futuro prossimo. Il viaggio del libro è completo a 360 gradi ed esplora con competenza mai pedante ogni direzione: una panoramica delle abitudini di ascolto negli altri Paesi; il primato sempre più frequente della radio di flusso specchio ed accompagnamento della frammentazione; i cambiamenti della conduzione e la rivoluzione nel modo di preparare e vivere una trasmissione come Radio Anch’io, imperniata su una reattività immediata all’attualità in cui la prontezza del conduttore, che deve scegliere in tempo reale fra innumerevoli stimoli (ospiti, plurimi contenuti degli ascoltatori, visione di tv e giornali), diventa cruciale.
“La radio nella Rete” è un viaggio estremamente piacevole che il suo Autore struttura in capitoli agili, dal tono immediato che danno l’impressione di stare ascoltando un dialogo snello, ritmato che, seppur nei limiti dello scritto, pare un rimando allo stile radiofonico.

Tutto il libro raccoglie e sintetizza conoscenze profonde, regalando al lettore punti cardine dei saperi di base sulla radio, creando un patchwork chiaro e contestualizzato tramite un percorso lineare, omogeneo e coerente nonostante l’ampiezza del tema. Da sottolineare ed apprezzare come, in un tempo di autobiografia e autoreferenzialità imperanti, Zanchini faccia della propria esperienza personale non un vanto, bensì un ponte di senso e conoscenza, il che coincide, e chi lo ascolta tutti i giorni lo sa, con la sua concezione ed esercizio della conduzione.

Ciliegina sulla torta sono le note assolutamente imperdibili: una sorta di testo nel testo che unisce rimandi precisi e spiegazioni utilissime ad aneddoti utili e spassosi. Zanchini coniuga in modo unico, efficace, e personalissimo il suo essere conduttore, esperto e studioso ma soprattuto amante della radio: un lavoro prezioso, una bussola realizzata con competenza e passione per orientarci, capire e vivere attivamente le trasformazioni mediali che stiamo vivendo.

@heavyrock70 (@libri_saggi) recensisce “Wild” Reinhold Messner Corbaccio

@heavyrock70 (@libri_saggi) recensisce “Wild” Reinhold Messner Corbaccio

In questi giorni è uscito un documentario, prodotto da ESPN, NBA e Netflix, che racconta la stagione 1997-98 di una delle squadre sportive più forti di sempre, i Chicago Bulls (per chi non fosse ferrato in materia, si parla di pallacanestro statunitense). In quella stagione i Bulls conseguirono il record di vittorie (72 partite su 82, playoff esclusi), oltre a vincere per la sesta volta, in otto anni, il titolo di campioni NBA. Era la squadra di Michael Jordan, forse lo sportivo più conosciuto di sempre.

Tuttavia, nonostante prestazioni clamorose nei primi anni di carriera, Jordan non era riuscito a trascinare i Bulls alla vittoria. Fu così che venne aggiunto Scottie Pippen, giocatore tuttofare e collante della squadra, il cui contributo fu senza dubbio fondamentale nelle vittorie degli anni successivi. Vi chiederete cosa c’entrino i Bulls di Jordan e Pippen con la nostra recensione. è presto detto.

Nel suo nuovo libro, Messner riprende una delle avventure più rocambolesche e straordinarie della storia delle esplorazioni, la spedizione dell’Endurance nel 1916. La storia è già stata raccontata in diverse opere. Partita con l’obiettivo di raggiungere il Polo Sud, l’impresa fallisce e si trasforma in una lotta per la sopravvivenza dopo che l’Endurance, rimasta incastrata tra i ghiacci, viene distrutta dalla pressione degli stessi. Per trarre in salvo i propri uomini, Ernst Shackleton, carismatico capo della spedizione, si imbarca su una delle scialuppe con cinque uomini per raggiungere, a millecinquecento chilometri, l’isola della Georgia del Sud e cercare soccorsi. Gli altri ventidue membri dell’equipaggio dovranno aspettare e sperare nel ritorno del loro capo.

Ed è qui che entra in scena lo “Scottie Pippen” della squadra, Frank Wild. Ed è proprio la sua storia che Messner decide di raccontare. Non quella della superstar, Shackleton, bensì del gregario di lusso che, nei quattro mesi che trascorsero tra la partenza e l’arrivo di Shackleton, contribuì a mantenere unita e compatta la squadra, a tenere il morale alto, ad impedire che l’irrazionalità prevalesse in un ambiente completamente deserto, ghiacciato, completamente buio nei mesi invernali. A fare in modo che ventidue uomini potessero convivere in rifugio d’emergenza, tra le fuliggine, il russare, la puzza, il freddo e l’umidità.

Lo scopo di “Wild” non è ristretto alla semplice narrazione, è più profondo. È un viaggio attraverso la volontà umana, l’istinto di sopravvivenza, ma soprattutto le modalità con cui costruire fiducia e credibilità, il ruolo fondamentale dell’empatia nelle relazioni interpersonali. In tempi in cui sembrano prevalere individualismo ed egoismo, in cui la competizione sfrenata premia esclusivamente i migliori, i numeri uno, “Wild” è un racconto che evidenzia la necessità di solidarietà e aiuto reciproco, ma anche l’importanza dei ‘secondi’, di coloro che svolgono ruoli essenziali pur senza finire nelle prime pagine o sotto i riflettori.

Una lezione che, portando il lettore ai confini estremi della natura umana, dovrebbe fungere da ispirazione nella vita quotidiana.


	

@CloeMarcian recensisce “E da una lacrima la felicità” Marco Posata – Editore: Santelli

@CloeMarcian recensisce ” E da una lacrima la felicità” Marco Posata – Editore Santelli


Quando devo parlare di un libro mi capita raramente di dover attendere qualche giorno per metabolizzare quanto letto.

Stavolta ho avuto bisogno di fare un lungo respiro ante scripturam. Ero a conoscenza della ‘politica’ della Santelli editore volta a prediligere testi innovativi e dal contenuto pregnante e incisivo, ma qui si è andati un tantino oltre, poiché “E da una lacrima… la felicità”, è un libro che lascia il segno e una traccia importante oltre le righe.

Nel romanzo di Marco Posata ci sono tante cose. E tutte importanti. È un pugno allo stomaco che ti fa venire voglia di urlare a gran voce nonostante, nel frattempo, ti tolga il fiato dando vita ad un grido muto, scatenato dalla rabbia provocata da un sentimento di impotenza di fronte alla prepotenza.
Nasce l’amara consapevolezza di essere infinitamente piccoli in un mondo troppo grande e spesso ingiusto. Ma è anche voglia di riscatto della protagonista e tenace conquista della preziosa pietra della speranza da scagliare contro il muro di un destino avverso, che le ha portato via il frutto del suo grembo per il quale ora è disposta a tutto, pur di riabbracciarlo.
Questo il filo conduttore della storia di Lora, una donna nord africana, piegata dalla vita e dalla vita di nuovo costretta a rialzarsi.

Nonostante le terribili esperienze, decide di combattere la paura, quella stessa paura che l’aveva accompagnata come il più fedele dei compagni, non l’aveva mai abbandonata e aveva preso posto nella sua essenza vitale.

Lottando contro la propria coscienza per rispolverare un tragico passato dimenticato, cerca di capire cosa ne sia stato di suo figlio, abbandonato trent’anni fa quando era piccolo per volontà dell’amato che poi si rivela persona malvagia. Ma la voglia di ritrovare quegli occhi è troppo grande per Lora:
“Lo gridò al mondo, lo ripeté all’infinito al cielo e alla terra, lo fece ascoltare all’acqua e al fuoco che la circondavano. Ma sopra ogni cosa lo gridò a sé stessa. Doveva ritrovare il suo cucciolo”.
Comincia così un lungo e tormentato viaggio che vede protagonista una donna sola contro tutti, persino contro sé stessa e contro il destino, che parte da un piccolo villaggio alle pendici del monte Akrom, sfidando l’infido mare per giungere in Italia, fino ad arrivare in Florida. Sul suo cammino Lora incontra esseri meschini, ma anche amicizie sincere, incontra il bene e il male ‘brenifieriano’ per dirla letterariamente, o il taoistico yinyang, qualora se ne preferisca un’accezione più orientale, insomma, dualismi che la protagonista affronta con un approccio maieutico verso sé stessa, imbattendosi in difficili momenti di autoanalisi, alla volta di un viaggio introspettivo nel quale ella troverà la verità e rinnoverà la sua muta più volte.
Marco Posata ci mette dinanzi ad una scrittura raffinata, a tratti quasi poetica, intrisa di metafore, che rendono la lettura estremamente godibile e ci fanno immaginare che al posto della penna ci sia stato un pennello a dipingere stati d’animo .

Meticolose e riuscite sono le descrizioni di luoghi e sensazioni, si percepisce il lavoro che c’è dietro sull’organicità complessiva del racconto; le descrizioni sono lo specchio dell’anima del romanzo di Posata e ricordano, per certi versi, quelle della Cuernavaca messicana descritta nei romanzi di Lowry. Se chiudo gli occhi posso ancora vedere i colori dei posti visitati, toccare le sfumature, sentirne i profumi, soprattutto nel primo capitolo, nel quale Posata assume il punto di vista del narratore onniscente, che guarda i luoghi dall’alto verso il basso, e che va dal generale al dettaglio dedicandosi alla descrizione paesaggistica sempre con zelo.

Forte, per tutta la narrazione, la presenza di climax (ascendente in questo caso), che raggiunge alti picchi di emozione che accompagnano la drammatizzazione della storia, a tratti avvolta da una tensione insostenibile.

Della tecnica narrativa dello ‘show don’t tell’ secondo la quale uno scrittore deve dirci solo il necessario lasciando intendere, qui non c’è traccia e quando accade, da lettrice, sono contenta.
E questo è un libro forte nel vero senso del termine. Senza addolcire nulla, l’autore ci mostra una parte di mondo che troppo poco conosciamo, ma che altrettanto spesso giudichiamo senza pietà, senza empatia. Lora sono io, Lora siamo tutte. I temi trattati sono molti e te li senti addosso tutti: l’abbandono, la pena di morte, la droga, la prostituzione, la violazione dei diritti, il dolore, la speranza, la commozione, fino al perdono.
Ci sono personaggi che ti restano dentro e se è vero, come ricorda George R.R. Martin, che “Chi legge vive mille vite prima di morire”, mi sento di dire a Lora che è stato un piacere conoscerla e fare un pezzettino di strada insieme e che le sue mille vite, ce le ha fatte vivere tutte con lei, in queste duecentoventisette pagine. Mi ha lasciato tanto, ma più di tutto mi ha fatto riflettere sul fatto che a volte, anche da una lacrima, può nascere la felicità. E che non c’è amore più grande di quello che una madre prova verso un figlio.
Non era facile parlare di questo argomento senza risultare banali, poiché la figura della madre è un topos della letteratura di ogni tempo, soprattutto di quelle madri che vivono in funzione del figlio, come Teti con Achille, o Venere con Enea nell’Eneide, o come la Vergine che osanna i figli, omaggiata nel Canto XXIII del Paradiso da Dante, per cui l’autore ha un debole intellettuale. Ma Marco Posata non ha esitato a fare il suo esordio proprio con tematiche austere. Si narra che una mattina di dicembre di qualche anno fa, si sia svegliato nell’amato paesino vicino Pescara dove vive, e abbia promesso a sé stesso di scrivere un romanzo, ma non un romanzo semplice, una storia che avrebbe lasciato qualcosa al lettore, un’avventura che avrebbe portato a molteplici riflessioni.
Che questa sia o meno una leggenda, la promessa è stata mantenuta.

 

@antoniettagner2 recensisce “I soldi della Chiesa” di Mimmo Muolo Edizione Paoline

@antoniettagner2 recensisce “I soldi della Chiesa”  di Mimmo Muolo Edizione Paoline

Quando si parla di soldi della Chiesa, spesso a fare la parte del leone sono i pregiudizi. “La Chiesa è ricca”, “lo Ior ricicla denaro sporco”, “le strutture ecclesiastiche non pagano l’Imu”, “l’accoglienza dei migranti nasconde in realtà un vero e proprio business”. Il libro del vaticanista e vice capo della redazione romana di Avvenire, Mimmo Muolo – “I soldi della Chiesa” – Ricchezze favolose e povertà evangelica (Edizione Paoline) – è in realtà una rassegna di questi luoghi comuni e offre dati, numeri ed spunti di riflessione per sfatarli, a partire da una constatazione che è da 2000 anni sotto gli occhi di tutti, ma alla quale pochi anche oggi prestano attenzione. Non esiste “la” Chiesa, esistono “le” Chiese. Esiste cioè una comunità ecclesiale che vive nella comunione gerarchica, ma conosce una sua precisa articolazione nel tempo e nello spazio ed ha una sua organizzazione anche economica e amministrativa.

La prima operazione compiuta dall’autore del volume è proprio questa. Spiegare ai lettori l’articolazione territoriale che va dal Papa e dalla Sede Apostolica all’ultima parrocchietta di montagna, passando per conferenze episcopali, metropolie, diocesi, zone pastorali e distinguendo altresì tra Chiesa secolare e Chiesa regolare. Non siamo in sostanza di fronte a un monolite, un unico calderone in cui tutto confluisce, ma di fronte a un “edificio” complesso, in cui tener conto della diversità dei piani è di fondamentale importanza.

Questa prima rettifica di una credenza popolare ha riflessi concreti anche ai fini del secondo luogo comune di cui il libro cerca di dimostrare l’infondatezza. La Chiesa è ricca? Se noi la guardiamo come un tutto indistinto, fa notare Muolo, potremmo davvero essere tentati di rispondere affermativamente. Se invece cominciamo a visitare l’edificio piano per piano esaminando i bilanci dei diversi organismi in maniera analitica, dovremo prendere coscienza che spesso quei bilanci si chiudono in rosso, perché le uscite superano le entrate. Succede persino in Vaticano.

E perché chiudono in rosso? L’autore spiega – ed è un’altra distorsione informativa che viene corretta – che dei soldi della Chiesa si parla quasi sempre dal punto di vista delle entrate. Quasi mai i mass media considerano le uscite, che invece sono consistenti e che – al netto delle spese di funzionamento della macchina – sono destinate esclusivamente all’annuncio del Vangelo e alla carità. I capitoli dedicati all’8xmille, ad esempio, ma anche quelli sulla Santa Sede passano in rassegna i vari settori di intervento di una azione caritativa che sta diventando sempre più strutturale: mira cioè a insegnare alla gente a pescare, più che a regalare semplicemente del pesce.

Infine Muolo entra nello specifico di singoli casi, dimostrando – numeri alla mano – che la Chiesa paga l’Imu, che i famosi 35 euro per migrante (tanto criticati da certi politici), lungi dall’arricchire le realtà del settore, sono appena sufficienti per garantire un’accoglienza degna. L’autore ricorda inoltre che lo Ior non è – come si sente ripetere da decenni – il ricettacolo di tutti i mali finanziari del mondo, ma un organismo che pur essendo passato attraverso pagine non propriamente gloriose, ha da tempo intrapreso un percorso di sempre maggiore efficienza e trasparenza, oggi documentato anche su internet. Proprio quest’ultimo esempio ci fa comprendere l’importanza di una pubblicazione come quella di Muolo. Un libro frutto di una accurata ricerca su fonti certe e non inquinate da sottrazioni di documenti o prese di posizione preconcette. Un lavoro da leggere, e con cui confrontarsi, per parlare dei soldi della Chiesa al di là degli stereotipi e con buona cognizione di causa.