@antoniettagrer2 recensisce “Disegnavo pappagalli verdi alla fermata del metrò” di @NicolettaBarto2 Giunti

La scrittrice Nicoletta Bortolotti con quest’ultimo libro ci consegna una storia vera e intensa, che insegue le tracce di tante altre storie di vita. Il protagonista, Ahmed Malis, è un ragazzo di origine egiziana, figlio di genitori immigrati a Milano negli anni Ottanta. Ha una grande passione e un eccezionale talento per il disegno autodidatta (iperrealismo). Lo scenario economico della sua famiglia, che non ha abbastanza disponibilità economica per mandarlo all’accademia d’arte, è scoraggiante. Non è facile decidere che cosa fare. Le sofferenze sociali ed economiche non aiutano Ahmed. Inoltre la sua famiglia desidera per lui un futuro solido, non certo quello da artista.

Ahmed non demorde e frequenta, insieme ai suoi fratelli, il centro di aggregazione giovanile CDE Creta, molto attivo nel quartiere milanese del Giambellino. Per questi adolescenti spesso allo sbando è uno dei pochi luoghi possibili dove, come scrive Tupac, se la realtà è sbagliata i sogni sono veri. E così Ahmed si mette a cercare se stesso, le sue origini, la storia della sua famiglia, il suo sogno. E comprende che immergersi nei sogni è possibile.

“E se una cosa non la può avere perché zero cash, lui la può disegnare, come quelle scarpe verde fluorescente Nike Magista con i tacchetti. Ahmed non poteva comprarle, ma quando le ha disegnate hanno preso vita, sono come colate fuori dalla carta, un prodigio addomesticato e tridimensionale.”

Il nuovo Paese, l’Italia, è nazione di artisti, è la terra di Michelangelo, che Ahmed chiama Micky. Ma anche l’Egitto è culla di un’arte antica e gloriosa, quella dei Templi e delle Piramidi. Per i genitori il sogno di andare, per Ahmed il sogno di tornare e di vedere il deserto in una sorta di migrazione a ritroso. E ogni pensiero del giovane si intreccia con quello dei suoi disegni, che prendono vita come se fossero veri.

“Da una tasca del giubbotto viola e giallo estraggo il mio fedele blocco e la matita, mi appoggio il blocco sulle ginocchia, e prendo a disegnare una rosa iperrealistica. L’illusione più crudele è quella che simula il reale in ogni sua fottuta ombra, cellophane, crepa, spasmo e afrore. Sì, sono un falsario, ogni artista lo è. Perché devo comprare una rosa se la posso disegnare? Perché devo mercanteggiare plastica se posso immaginare ori? La mia rosa di carta profuma di rosa”.

Il giovane Ahmed, che nelle cuffiette ha la colonna sonora di Ghali e Marracash, riesce a pubblicare i suoi disegni sul Corriere della Sera e a realizzare il suo sogno di entrare alla Naba, grazie anche a un misterioso benefattore che si fa chiamare Angel’s Silence. La storia di Ahmed, di suo fratello Islam che fa musica trap e di sua sorella Amina che ama scrivere, si intreccia con quella di un altro ragazzo, Tam, e di una ragazza, Sara. Ognuno di loro ha un sogno da realizzare e ci riuscirà. Con uno stile e una trama così accattivante, l’opera di Nicoletta Bortolotti si impone come un prezioso tesoro da leggere. La copertina è un disegno di Ahmed Malis. All’interno del libro ci sono le sue illustrazioni che sognano un mondo migliore, perché questa è la storia di ognuno e di tutti.

@lidiafera1975 recensisce La ragazza del treno di Paula Hawkins Piemme

 

@lidiafera1975 recensisce La ragazza del treno di Paula Hawkins Piemme

Le pagine di questo libro sono scritte come un diario e narrano le storie di tre donne protagoniste di un intricato quanto tragico destino.

Il loro è un vorticoso cadere verso il fondo che come conseguenza ha la completa perdita di se stesse; il tutto per inseguire qualcosa che in realtà non esiste. Purtroppo per arrivare a capire l’inconsistenza dei loro desideri devono rimetterci, per una di loro significherà perdere la vita.

Sono tre donne molto diverse le cui vicende si incrociano loro malgrado. Il romanzo inizia col descrivere le giornate di Rachel, una persona molto fragile che piange il fallimento del suo matrimonio, una donna che vive di passato persa nei rimpianti che tenta di affogare nell’alcool. Vive un irreale riflesso di ciò che avrebbe voluto per lei nella sua casa, la vita perfetta con il marito ideale però con degli attori. Costruisce un castello di carte ma la prima a cadere è lei. Immagina una vita meravigliosa per gli altri ma lascia andare la sua in frantumi.

La storia prosegue con la figura di Anna, che è l’altra donna in un matrimonio alla deriva che praticamente non esiste più. Lei riesce a subentrare in questo rapporto prima come moglie e successivamente come madre di una bambina, del tutto inconsapevole di ciò a cui in realtà sta andando in contro.

Infine Megan,  tormentata dal proprio passato sospeso, irrisolto; che del suo presente non sa che cosa farsene, per lei ogni conquista rappresenta una cosa scaduta, che ormai non serve più. Solo quando crederà che la sua nuova e del tutto imprevista occasione sarà quella che finalmente le permetterà di risolvere il suo passato si illuderà di poter cambiare la sua insoddisfazione con l’appagamento.

Sono presenti nelle loro vite anche delle figure maschili, una è Tom un marito per due e l’altro uomo in un matrimonio subdolo, solo alla fine quando non ci sarà più la via del ritorno l’uomo rivelerà il suo terribile inganno. Queste vite insieme con altre che gravitano intorno a loro scorrono come il passaggio dei treni lungo una linea che non prosegue sempre diritta ma avanza fra curve, scossoni, fermate per poi giungere al capolinea e rendersi conto che finita una corsa bisogna iniziarne un’altra, il treno come la vita non aspetta, perderne uno non segna la fine ma lascia il tempo per recuperare con il prossimo. Ci si incontra sempre in corsa.

@MindVillage1 recensisce “Ballate non pagate” Alda Merini Einaudi Editore

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Le liriche della Merini riflettono la ricchezza, la ridondanza di immagini vissute e ricordate: “Liberatemi il cuore/ da questa assurda stagione d’amore/ piena di segreti ricordi” ( Ballate non pagate, Einaudi 1995).

La raccolta delle ballate comprende liriche dal 1989 al 1994, cioè dopo il Tutto, dopo il manicomio, dopo la guarigione e le ricadute, dopo la rabbia contro Dio, dopo quello che la Merini definì come un inferno terreno: “mi piace anche l’inferno della vita e la vita spesso è un inferno” (intervista alla poetessa).

Le ballate però dimenticano questo rapporto-scontro fra la poetessa e il mondo, raccogliendo piuttosto storie reali, tangibili, ritratti di personaggi (G. Manganelli, M. Perri, “Titano”), presenze “cercate nel quotidiano da una donna forse stanca di Dio … un Dio a lungo chiamato e oggi un poco accantonato per aprire più decisamente le braccia al pagano, da sempre rimasto sull’uscio.” (Laura Alunno, prefazione al testo).

Sono la certificazione dei legami vissuti, come in “Sei la finestra a volte/ verso cui indirizzo parole/ di notte, quando mi splende il cuore/ e il pudore è vano”.

“Ballate non pagate” sta appunto per quei passi, quei tratti di vita “non pagati”, quell’amore donato gratuitamente e ricambiato quasi sempre con poco più di niente.

Nella poesia d’apertura “Io come voi” Alda Merini che non ha mai smesso di cercare “l’altro”, cerca in queste parole un’identificazione con l’altro.

Sebbene il suo dolore sia stato intenso e non paragonabile, così come non lo è il dolore di nessuno (che non ha la stessa misura per tutti), lei non si sente diversa, sente di aver vissuto la sua storia, la sua vita, sente di far parte di quel tutto che è il dolore che accomuna ogni essere umano.

 

@MindVillage1 recensisce “Nulla succede per caso” Hopcke Libri Mondadori

 

@MindVillage1 recensisce “Nulla succede per caso” Hopcke Libri Mondadori

Nulla succede per caso propone un approccio romanzesco alla  sincronicità.Hopcke, psicoterapeuta di area junghiana, mutua proprio da Jung il concetto di  sincronicità e lo declina aiutandosi con i moltissimi racconti che gli hanno fatto negli anni le persone più diverse.

Il testo introduce il concetto di  coincidenza: soltanto un qualcosa di esterno dalla storia riuscirebbe a richiamare l’attenzione del personaggio sul carattere della situazione che sta vivendo.

L’evento ha un carico di significati e  Carl Gustav Jung ha chiamato questa  coincidenza significativa “ Sincronicità”.

Spesso, in  Nulla succede per caso, l’autore afferma che noi ci scontriamo con questi eventi, quasi li neghiamo, cerchiamo di non prenderli in considerazione, li sminuiamo.

Questo perché ci costringono a misurarci con il fatto che talvolta le storie che vorremmo vivere non sono necessariamente quelle nelle quali viviamo o nelle quali siamo costretti a vivere.

Un  evento sincronistico è una coincidenza dotata di un significato soggettivo per la persona coinvolta.

Trattandosi di elementi  soggettivi, ciò che un individuo ritiene significativo (e dunque carico di significati per gli effetti che produce) potrà apparire privo di significato agli occhi di un altro.
L’autore poi descrive le quattro caratteristiche che la  sincronicità junghiana possiede:

In primo luogo gli eventi che chiamiamo  sincronistici sono collegati in modo acausale.

In secondo luogo il loro verificarsi è sempre accompagnato da una profonda esperienza emotiva.

In terzo luogo il contenuto dell’ esperienza sincronistica ha un carattere invariabilmente simbolico.

Come quarto aspetto queste  coincidenze si verificano in concomitanza con cambiamenti di vita importanti.

La  sincronicità è una specie di sveglia che fa emergere alla coscienza il fatto che si sta verificando una transizione.

Per spiegare che cosa proviamo quando ci imbattiamo in coincidenze significative, Hopcke fa ricorso al concetto junghiano di percezione del Sé come totalità.

Cogliere la totalità del Sé corrisponde a quel momento di grazia in cui capisci che ogni cosa che ti è capitata, ogni persona che hai incontrato, ogni desiderio che hai avuto fa parte di un insieme coerente.

Hopcke ricorre alla metafora della storia: noi siamo personaggi di un’unica grande storia – la nostra – e, nel momenti di personale epifania percepiamo la coerenza narrativa della nostra esistenza.

È proprio la nostra capacità di cogliere i significati negli eventi casuali che ci capitano che ci fa sperimentare, dice Hopcke,  la potenziale integrità della nostra esistenza, dove integrità sta per unicità, coerenza.

Che cosa significa attribuire a un evento casuale un significato?

Significa capirne la portata simbolica, dice Hopcke, capire che cosa vuol dire per noi in quel momento della nostra vita.

Certo è che, per cogliere il significato e dargli un valore simbolico, occorre che noi viaggiamo aperti alle possibilità e alle esperienze, pronti a seguire strade diverse da quelle che magari, fino a quel momento, avevamo difeso con i denti come uniche nostre possibilità.

@ALibri19 recensisce Mystic River Dennis Lehane Longanesi Editore

@ALibri19 recensisce Mystic River Dennis Lehane Longanesi Editore

 

“Dentro di me io lo so che ho contribuito alla sua morte…ma non so in quale modo.”

Nella periferia americana degli anni Settanta dove i ragazzi si ritrovano e trascorrono il loro tempo ancora per strada si consuma un evento che vedrà il suo epilogo tragico solo molti anni dopo.

Il Tempo allora diventa il contenitore emotivo dove far maturare vendetta e odio, rancori e commiserazione, legami e distacchi.
Mystic River di Dennis Lehane non si può definire neppure un noir vero e proprio perché l’ambientazione del quartiere periferico dove tutti conoscono tutti e tutti crescono insieme, generazione dopo generazione, sembra sovrastare la struttura narrativa e imporsi come unico elemento guida per il lettore.

In un contenitore sociale e collettivo che sembra sprangato al mondo esterno si consumano tragedie e drammi che il mondo al di fuori non può comprendere e che quindi non riesce neppure a giudicare tanto assurdo è il percorso che porta alla catastrofe.
Tutto parte un giorno del 1975 a East Buckingham, dove Sean, Jimmy e Dave stanno facendo a botte in mezzo alla strada. Qui vengono avvicinati da una macchina con a bordo due presunti agenti della polizia. Uno dei due uomini, dopo aver fatto una ramanzina ai tre, intima a uno di loro, Dave, di salire in macchina. Dave obbedisce ma da quel momento per quattro, terribili giorni, scompare e il suo sguardo colmo di terrore rimarrà impresso per sempre nella mente degli altri due.
Cosa è successo a Dave in quei terribili giorni che gli hanno cambiato la vita per sempre?
Venticinque anni dopo quel tremendo e disgraziato episodio sconvolgerà ancora la vita dei tre amici quando la figlia di Sean, Katie, verrà ritrovata brutalmente assassinata in un parco e un destino maledetto riunirà di nuovo i tre amici in un epilogo di vendetta e di morte.
Mystic River, il romanzo di Lehane e non il film di Clint Eastwood del 2003, affronta in maniera molto più lucida e tragica della pellicola la parte emotiva di una società americana spesso ignorata dai più: quella della periferia fatta essenzialmente da una classe operaia che sembra subire più di tutti le oscillazioni dell’economia e della crisi del lavoro e dell’occupazione.
Lontani, così, dai quartieri lussuosi abitati da signori che guadagnano cifre a sei zeri, i protagonisti di Lehane sembrano più vicini ai personaggi dei romanzi di Dickens, costantemente avvolti da un’aurea di sfortuna che prima o poi inevitabilmente finirà per fagocitarli.
Questo realismo rende il noir ancora più intenso e permette al lettore quello struggimento emotivo che gli fa apprezzare in egual modo la tensione del racconto e la psicologia di tutti i personaggi.
Buoni e cattivi in Mystic River sono costruiti, infatti, con la medesima cura e attenzione da parte dell’autore che più che descriverli li rende reali fino allo spasmo.
Lehane è considerato, con una bibliografia di tutto rispetto dove i lettori possono trovare titoli di successo come Shutter Island, uno dei maggiori autori di crime fiction.

Un genere che sembra vivere una seconda giovinezza soprattutto tra i lettori più giovani. E probabilmente a loro è dedicata la nuova pubblicazione di Mystic River edita da Longanesi e uscita lo scorso 20 febbraio nella nuova traduzione di uno dei thrilleristi italiani più bravi di questa generazione, Mirko Zilahy.
Insomma, un romanzo da avere assolutamente nella propria libreria.

@whatnoralikes recensisce “A proposito di niente” Woody Allen La Nave di Teseo

 

@whatnoralikes recensisce “A proposito di niente” Woody Allen La Nave di Teseo

 

“A proposito di niente” (ed. La Nave di Teseo) è la tanto attesa autobiografia di Woody Allen, e senza ombra di dubbio è una delle autobiografie più belle e divertenti che abbia mai letto.
Ironico, schietto, creativo, ansioso, paranoico, inconcludente, pessimista, racconta la sua vita personale e professionale saltando da un argomento all’altro senza mantenere un filo logico – ma del resto a 84 anni puoi tranquillamente permetterti di fare quello che ti pare, no? Del resto parliamo di una persona che giudica cosi la sua vita: “Alcuni vedono il bicchiere mezzo vuoto, altri lo vedono mezzo pieno. Io ho sempre visto la bara mezza piena”.
Già la genesi del libro potrebbe sembrare uno strano intreccio di avvenimenti di uno dei sui film.
Tralasciando le faide familiari e le successive prese di posizione di Hachette, l’editore americano, va riconosciuto a Elisabetta Sgarbi il merito di esser riuscita con La nave di Teseo, editore indipendente, a bypassare completamente ogni forma di censura e uscire a metà aprile rispettando gli accordi con l’autore con l’ebook dell’autobiografia (scelta anomala, ma in realtà durante la quarantena c’è mai stato qualcosa di normale?!)
Ma tornando al libro, è un memoir sempre in bilico tra l’atteggiamento ironico e autodenigratorio del cineasta, leggero, ma non per questo superficiale, suddiviso fondamentalmente in due grandi sezioni.
La prima, quella più divertente, che vi terrà incollati al libro e non vi farà mai smettere di ridere, è incentrata sulla descrizione dei primi anni di Allen, gli esordi come comico, l’inizio della sua folgorante carriera nel cinema, i suoi film, gli incontri, simpatie, antipatie e le sue infinite conquiste femminili – lo sapevate che era un tombeur de femmes?
Parla della sua infanzia di giovane ebreo ateo a Brooklyn, il rapporto con la famiglia, i pomeriggi al cinema con la cugina, quelli in cui inizia a sognare – “Non voglio la realtà, voglio la magia” dice, e, incredibile ma vero della sua passione e bravura negli sport.
E ancora, gli esordi come comico, l’avvio della carriera cinematografica, la prima moglie, gli aneddoti con attori, altri registi e personalità del suo mondo, l’incontro con la meravigliosa Diane Keaton.
Tante le tematiche inserite, spesso sono le stesse che ricorrono nella sua filmografia, ma un paio sono quelle che colpiscono maggiormente perché fanno emergere la incredibile umiltà di un artista che secondo me ha dato prova più di una volta nella sua carriera di non essere esattamente un tipo ordinario.
Prima di tutto, una che spiazza. L’eterno insicuro e, passatemi il termine, sfigato cronico, ribadisce tantissime volte che nella sua carriera è sempre stato baciato dalla fortuna (anche con le donne!!).
I fan di Allen sanno che quello del Caso è uno dei topoi più famosi della sua opera, l’esempio più lampante è in Match Point, un film geniale, per me il più bello tra i suoi ultimi lavori e sicuramente il più interessante tra quelli girati lontano da NY: “Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. […] A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.”
Tantissime le passioni del cineasta in diversi ambiti; la letteratura, il jazz, il clarinetto.. la cultura di Allen è impressionante e non manca mai di ribadirlo nel testo, un po’ come non mancano mai citazioni colte nei sui film.
Altra considerazione è quella sui suoi lavori. Ha all’attivo una cinquantina di film, di cui parla con leggerezza e ironia, e di cui racconta aneddoti e curiosità. Ad esempio: lo sapete che non rivede mai le sue opere? Che non legge mai recensioni? E, soprattutto, ci credete se vi dico che dichiara di non aver mai girato un vero capolavoro e di essere ancora alla ricerca del suo più grande film? Onestamente gli suggerirei di guardare un paio di suoi lavori per rivedere questo giudizio…

La seconda parte è quella più incredibile e difficile da leggere: dopo anni Allen ha finalmente l’opportunità di parlare della relazione con la Farrow e dire la sua sul presunto caso di molestie alla figlia di Mia Farrow, Dylan, e dedica tantissimo spazio alla vicenda. Per gli amanti del gossip sarà oro, io onestamente non mi sarei dilungata così tanto ma immagino volesse togliersi qualche sassolino dalle scarpe dopo trent’anni.
Ora, sicuramente il punto di vista è quello del regista, e altrettanto certo è che sono talmente fan di Allen da non riuscire a concepire l’idea che sia effettivamente colpevole, ma ne esce indubbiamente l’immagine di uomo innocente e al contempo quella di una Farrow cinica, che vuole colpire l’ex compagno trascinando nella vicenda anche i figli. Per dirla con le sue parole: “Se faccio un passo indietro, devo dire che è stato molto divertente vedere tutta quella gente scalmanarsi per aiutare una squilibrata a realizzare la sua vendetta. Non sarebbe una cattiva idea farne una satira”.
Insomma, dati alla mano, sembra che sia stata una macchinazione della Farrow che mirava a danneggiare Allen perché si è sentita tradita dopo aver scoperto la relazione del filmaker newyorkese con una delle figlie adottive, Soon Yi.
(Tra l’altro, piccolo inciso: Allen e Soon Yi sono insieme da trent’anni, e con lei ha raggiunto la serenità a cui ha sempre ambito e le parole che dedica all’attuale moglie sono sempre dolcissime).
Comunque se non fosse già abbastanza evidente, lasciatemi dire che sono convinta al 100% della sua innocenza, e ritengo scandaloso che la fama di un artista del suo calibro venga danneggiata da accuse del genere.
E da donna ci tengo anche ad aggiungere che Allen si dichiara assolutamente a favore del movimento MeToo, di uno dei fautori è il figlio Ronan, che ha vinto il Pulitzer per le sue inchieste giornalistiche – e che ha fatto saltare l’accordo con l’editore americano per la pubblicazione.
Per tutti i fan di Allen, questo libro rappresenta l’occasione di conoscere meglio un uomo geniale, e per tutti quelli della mia generazione è un modo di scoprire film grandiosi che forse non hanno mai visto (mi rendo conto che non sono tutti vecchi dentro, come la sottoscritta).
Alla fine, nella carrellata di film da Prendi i soldi e scappa a Manhattan, da Annie Hall fino a Un giorno di pioggia a New York… quale film di Woody correrete a rivedere dopo questo libro?

@ALibri19 recensisce “I valori che contano” Diego De Silva Einaudi Editore

 

@ALibri19 recensisce “I valori che contano” Diego De Silva Einaudi Editore

Mi batterò in ogni corte dello stato! Perché posso spiegare tutto: la scala, i toast per due, la bionda in cucina!

Questo diceva Richard Sherman protagonista insieme a Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza celeberrima pellicola di Billy Wilder. E più o meno, con le giuste misure e fatte le dovute proporzioni, potrebbe essere una frase dell’avvocato Vincenzo Malinconico, il fortunato e amato personaggio nato dalla penna di Diego De Silva e che è appena tornato nel nuovo romanzo della serie a lui dedicata, con I valori che contano.

Chi ama De Silva e soprattutto l’avvocato Malinconico, non potrà che rimanere affascinato da questo libro che è probabilmente più riuscito della serie (e certo i precedenti erano del tutto pregevoli anche loro). Ma in questo ultimo lavoro è come se anche lo stesso protagonista fosse maturato e avesse preso coscienza e conoscenza dei suoi sentimenti, dei valori davvero importanti della vita, degli affetti più cari, compreso il meraviglioso felino Alfonso Gatto, che da solo merita un plauso speciale all’autore, il quale di meriti come autore ne ha anche molti altri ovviamente.

De Silva sforna un romanzo sentimentale dove le peripezie e la tensione descrittiva sono solo un bellissimo corollario a una trama tutta incentrata su principi, virtù, qualità e doti. Un racconto che pone l’accento su come si cambia quando si scopre di non essere più tanto in buona salute e nonostante tutto ci si sforzi di restare ottimista e nello stesso tempo disposto a tendere la mano agli altri.

Tutto inizia con una retata al quarto piano del palazzo dove abita l’avvocato Malinconico, solo di nome come i lettori più affezionati sanno e come i nuovi lettori scopriranno leggendo questo romanzo, quarto piano occupato da un bordello. Da qui scappa una ragazza in sola biancheria intima per sfuggire al carabiniere che cerca di fermarla e identificarla, e si va a rifugiare proprio nell’appartamento di Malinconico, che non solo la fa entrare nonostante la mise anticonvenzionale per una visita inaspettata, ma le copre anche le spalle con lo stesso carabiniere che bussa alla sua porta per cercarla e finisce pure per patrocinarla. Ma chi è questa ragazza e quanti guai si porta dietro?

Con i romanzi della serie dell’avvocato Vincenzo Malinconico l’autore ha letteralmente stregato il grande pubblico e nello stesso tempo ha cercato di raccontare le cose a cui lui teneva di più. In ogni romanzo c’è un focus su cui De Silva pone l’accento e su cui fa riflettere e meditare i lettori, un percorso sociale ed emozionale di cui lo strepitoso Malinconico ne è il vettore principale.

I valori che contano – avrei preferito non scoprirli segue assolutamente questo filone narrativo, ma anche con qualcosa in più, con una passione e una umanità che percorrono l’intera storia e rendono il romanzo il più bello e compiuto della serie.
Un libro che se finisse nelle mani di un regista come Billy Wilder sicuramente diventerebbe una commedia di successo come quella citata sopra.
Non si sa se questo accadrà. Ma sicuramente i lettori ne saranno deliziati dalla prima all’ultima pagina.

@lidiafera1975 recensisce “L’arte della felicità” Dai Lama

@lidiafera1975 recensisce “L’arte della felicità” Dai Lama

 

Dopo la lettura di questo libro capisco appieno il titolo. Ricercare e raggiungere la felicità è davvero un’arte. A differenza di quanto si potrebbe immaginare, queste pagine sostengono che per raggiungere la felicità non bisogna fare alcuna scalata sociale o cose del genere, è un lavoro che riguarda se stessi: l’anima, il proprio cuore e soprattutto il proprio cervello, è necessario operare un discernimento tra ciò che è bene e quello che non lo è per la nostra esistenza e di conseguenza per i rapporti con gli altri, da quello che ci causa disagio e ci fa provare un sentimento di disturbo e negativo come l’odio, che in realtà si rivela essere uno strumento per distruggere de stessi. Il libro ci porta a capire quanto sia utile e necessario curarci di noi abbastanza da venire a conoscenza del fatto che la rabbia ci incattivisce e ci rende ottusi, la nostra mente non è libera abbastanza e ci frena tanto da non riuscire a gioire di ciò che in realtà già possediamo in noi. Soggetti senzienti che sprecano la loro energie provando inutili sentimenti negativi verso gli altri che provocano solo malessere e ci fanno sprecare la nostra vita. Anche per i momenti tragici e di sofferenza viene sostenuta la tesi di questo tipo di discernimento e costa tanta fatica scegliere di accettare quello che siamo e non ci vuole poco, bensì costa moltissimo in termini di sforzo mentale raggiungere uno stato di consapevolezza di noi stessi e di ogni potenzialità di cui ciascuno à dotato per poter superare certi traumi oppure situazioni che ci rendono schiavi degli altri e dei sentimenti peggiori. Queste righe sostengono che provare compassione e considerarsi compassionevoli può essere uno dei doni connaturati di ogni individuo, oppure il frutto di esercizi spirituali che alcune grandi dottrine insegnano; significa idealmente condividere il peso delle sofferenza altrui ed essere quindi persone migliori per noi e gli altri che non guasta.

@cmariafranco recensisce “Salutiamo, amico” di Gianfrancesco Turano Giunti Editore

 

@cmariafranco recensisce “Salutiamo, amico” di Gianfrancesco Turano Giunti

:A Reggio scoppiò la rivolta. Io sono dimostrante e voglio dimostrare che Reggio, non Catanzaro, fu sempre e sempre sarà la città principale delle Calabbrie. Tornai ora ora per la casa dopo una giornata sana che ci spasciamo a legnate con gli sbirri, che loro ci tirano le candele lagrimoggene e noi pietrate. Habbiamo messo barricate per ogni località cittadina cioè Pineta Zerbi, centro, torrente Calopinace e pura­mente argine torrente Annunziata lato Santa Caterina. Un burdello indescrivibbile, una guerra incivile, massimamente sul Calopinace al ponte San Pietro, e più sotto verso il mare pesqoso del rione pesqatori e la ferrovia del rione ferrovieri.”

È il 14 luglio del 1970 quando Nunzio, tredicenne di vivace intelligenza ma di scarse competenze scolastiche non solo grammaticali (non per nulla è stato rimandato in tre materie a settembre) scrive al suo amico-compare-fratello Luciano, in vacanza con la famiglia a Lazzaro. Quella che doveva essere una punizione per la mancata promozione – rimanere in città senza fare i bagni nel mare dello Jonio – sembra aprirsi ad un’avventura inattesa: sentirsi protagonista di una rivolta che segnerà la storia della città, ovvero, nel suo immaginario, la storia del mondo. Potersi misurare, quasi come un paladino, con quel senso dell’onore in cui si mescolano e si concentrano il mito del padre, la voglia di crescere, il bisogno di trovare una propria strada, l’identità/sicurezza non scevra di qualche disagio poggiata su una complessa rete di relazioni familiari.

Come e perché una città che fino a quel momento se ne stava tranquilla «sdraiata come un bagnante, con la schiena sollevata dal pendio del primo Aspromonte, le braccia allargate a nord e a sud dove, paralleli alla sua spina dorsale, si stendevano i letti aridi dei torrenti Annunziata e Calopinace», nell’anno «delle proteste operaie, delle bombe, dell’agitazione socialcomunista», dà vita ad una rivolta «per avere un cerchietto più grande sulla carta geografica» e che dopo mesi di barricate, morti, scuole e negozi chiusi, si concluderà, il 23 febbraio 1971, con lo sferragliare nelle proprie strade – unico caso nella nostra storia repubblicana – dei carri armati?

Non è mancata in questi anni una memorialistica e una saggistica sui Moti di Reggio (in parte interessante, in parte schematica e ideologica) e neppure una narrativa, sebbene, quest’ultima, mai davvero in grado di cogliere la complessa articolazione di un unicum nella nostra storia, che si presterebbe anche a fiction, film, fumetti e altre rielaborazioni artistiche.

È una fortuna che a cinquanta anni dal Boia chi molla arrivi Salutiamo, amico di Gianfrancesco Turano, edito da Giunti: finalmente non “un”, ma “il” romanzo su quegli eventi. Non, naturalmente, perché non ne potranno venire altri di pregio, ma perché – ripeto: finalmente – abbiamo una storia articolata, complessa, coinvolgente, con una visione degli eventi ben precisa (e ben espressa nella postfazione e, naturalmente, discutibile), ma che, nel racconto, non si fa ideologia: e resta narrazione. Che inchioda alla lettura finché non si finiscono le quattrocento e passa pagine del libro.

Con l’autore che scompone la sua voce in cinque: la propria, di “narratore onnisciente”; quella delle lettere di Nunzio e del coetaneo Luciano, alle prese con il suo primo, serio innamoramento; quella del diario e delle lettere di Rosalba, madre di Luciano e degli appunti e delle lettere di Giovanni, celerino, iscritto a Giurisprudenza, inviato dal Nord, dove si è trasferito, nella sua terra d’origine a sedare la rivolta.

Il doppio romanzo di formazione dei due tredicenni volge, nel corso del racconto, ai toni di un giallo dai torbidi risvolti familiari per i contorti intrecci tra i genitori di Nunzio, Amedeo e Giuseppina e quelli di Luciano, Rocco-Gianpaolo e Rosalba e la vicenda nel suo complesso prende il ritmo di un thriller politico-sociale che scava nel magma che ha in Reggio il suo punto di eruzione ma scorre sotterraneo anche molto lontano.

La sincera, viscerale insofferenza di tutti gli strati della popolazione al trasferimento a Catanzaro del capoluogo, che tutta Italia aveva appreso alle elementari essere Reggio, che produce una sorta di Vandea; il movimentismo eversivo della destra, che ne vuole fare la prova generale di un golpe nazionale e, quello, molto meno importante, dell’estremismo di sinistra che ne prefigura lo slancio rivoluzionario; le utopie anarcheggianti; l’equilibrismo della chiesa; gli interessi politico-economici della massoneria; i giochi della Dc e del Partito socialista e la difficoltà del Pci, stretto tra la difesa dello Stato e la sprezzatura della ribellione come neofascista ben prima che ne avesse tal guida; i rapporti sempre più stretti tra la borghesia e la ‘ndrangheta.

Salutiamo, amico privilegia il crescente potere delle ‘ndrine che, pressoché assenti, fino a quel momento in città, con la rivolta costruiscono consenso e costituiscono una prima, forte «accumulazione capitalistica mafiosa», ma restituisce l’intrigo multiforme dei Moti del Boia chi molla, con una narrazione capace di darne luce e unitarietà. Una narrazione veloce e distesa che, mentre approfondisce, senza appesantire, ogni aspetto della rivolta, disegna una galleria di personaggi ben poco raccomandabili e di deboli senza via d’uscita, senza trascurare la dignità di uomini che si dedicano con passione a lavori antichi come il vasaio e il pescatore e quella di donne che si riprendono il diritto ad esistere come soggetti autonomi. E dà spazio ai colori e agli odori della città, delle sue colline, del suo mare; al sapore dei suoi cibi cucinati da mani amorose; alla musicalità del suo dialetto, che, come per altri dialetti italiani, avrebbe dignità di lingua.

Il libro di Turano dà risposte e innesca nuove domande: lasciando al lettore il piacere di rimescolare le carte, cercando vie d’uscita ai macigni che quell’evento continua a far pesare sulla città.