“L’azione” Sara Mannheimer Safara Editore

Il pensiero che vaga liberamente tra ghirigori di parole.

La purezza delle riflessioni che sgorgano fluide nel territorio della metafisica.

Incastri di immagini che sembrano sogni da interpretare.

Paure dilaganti di qualcosa di indefinito che si fa vicino e poi scompare.

Lingua suggestiva e calda dove rotolano in una sincronia magica frammenti di altri autori.

“L’azione”, pubblicato da Safara Editore e tradotto da Deborah Rabitti, scandaglia in forma lirica le forme ineffabili dell’essere.

Si interroga su ciò che è e ciò che appare.

Si circonda di dubbi e interrogativi e lascia al lettore lo spazio interpretativo.

Più ci si addentra tra le pagine più si è calamitati nella maestosa architettura sintattica.

Una donna e la Casa: una staticità fuorviante.

Casa è simbolo o ricerca, scrigno o prigione, esistente o inesistente.

È presenza e assenza, maternità negata, amore nutrito nei silenzi.

È letteratura da comprendere, memoria delle Origini, ruolo della Cultura.

Approdo e perdizione, affermazione e negazione.

Silenzio nelle stanze di una favola infinita.

Canto antico che nei “Dorsi” entra nelle vene.

Libro che da oggetto si fa carne e si espande.

Barthes e l’arcano della comprensione, Rilke e il dolore che si fa espiazione.

Passano le stagioni, incedono lasciando una remota traccia di Tempo ormai andato per sempre.

Affiorano dal nulla versi e incidentali, analogie e metafore in un incandescente e raffinato intreccio intellettuale.

Tante le frasi da sottolineare e rileggere con un sacro rispetto.

Ombre di inciampi mai superati, voli pindarici verso il lato oscuro del sapere.

Opera di una suggestione che sconfina nella meraviglia.

Resta la voglia di abbracciare Sara Mannheimer e sussurrarle un piccolo grazie.

Per quello che ha scritto e per quello che ci ha lasciato immaginare.

Per la circonvoluzione della mente che permettono di uscire dalle usuali e sterili piattaforme del sapere.

Per la voce che arriva forte a salvarci dal vento gelato dell’ignoranza e della malafede.

Per il costrutto armonioso e per l’amore incondizionato per la parola scritta.

“Improvviso il Novecento” Giordano Meacci minimum fax

 

 

Difficile trovare un testo che sappia raccontare con tanta passione e competenza chi è stato Pier Paolo Pasolini.

“Improvviso il Novecento”, pubblicato da minimum fax, è la rappresentazione culturale di un’epoca, la rivisitazione accurata di un’esistenza.

Impossibile riuscire a rendere in poche righe quali emozioni e suggestioni toccano il lettore.

Pasolini torna a vivere, esce dal silenzio in cui è stato ingiustamente relegato e si mostra.

Impariamo ogni suo gesto, scelta, provocazione.

Seguiamo i suoi passi, ci accostiamo ai suoi scritti con quella libertà che solo la vera letteratura concede.

Ci chiediamo capitolo dopo capitolo come definire il testo.

Un saggio, una memoria storica, la peregrinazione del viandante che cerca la strada maestra.

Ogni pagina suscita stati d’animo, palpiti del cuore.

Mi piace pensare ad un’opera corale dove ognuno scrive un pezzo di storia e quella storia personale diventa collettiva.

Accanto ad intellettuali e artisti la voce di uomini comuni che ebbero la fortuna di incontrare il grande Poeta.

I suoi sorrisi, l’ironia, la rabbia, le tensioni emotive, le fughe introspettive: imnagini che scorrono come un fiume in piena.

E siamo travolti, inghiottiti dalla Parola che si fa carne, che esplode nella rima asimmetrica, nelle osservazioni pungenti, nel dinamismo mentale.

Dalla scuola ai dibattiti pubblici, dal cinema alla scrittura: la poliedrica espressività di un vate inascoltato.

La puntualità delle osservazioni politiche oggi riusciamo a collocarle nel presente, sentiamo che anticipavano il pantano ideologico e morale.

La scelta del dialetto, il rigore nella visione della società, il laicismo accompagnato dalla lettura del Vangelo, il rovello interiore, l’amore per la storia dell’arte: tasselli di un affresco immenso.

E le testimonianze di Fernanda Pivano, Vincenzo Cerami e tutti quei personaggi che hanno arricchito il secolo passato.

“I ragazzi giù nel campo

Non posseggono memoria

Perciò vendono gli antenati

Poi son presi da tristezza.”

Giordano Meacci riesce a restituire la memoria, a costruire una cattedrale storica incredibile.

Il mio augurio è che “Improvviso il Novecento” diventi compagno di avventure di tanti giovani.

Da adottare come antologia nelle scuole, da leggere e commentare nelle piazze.

“Il tempo delle tartarughe” Francesca Scotti Hacca Edizioni

 

 

Figure stilizzate, immagini che sfocano verso l’indistinto.

Trame che si concentrano nella eleganza del linguaggio e prospettano un mondo evanescente.

Tempo rallentato come il respiro contratto, in attesa di una rivelazione.

Atmosfere che si specchiano nella solitudine della notte o nel baluginio del giorno.

La sospensione è segno distintivo di “Il tempo delle tartarughe”, pubblicato da Hacca Edizioni.

Racconti che nello sfiorare i personaggi fanno immaginare lo sdoppiamento del vissuto.

Da un lato il presente dall’altro la memoria.

Il volto di un’amica forse solo immaginato e la scomposizione di eventi lontani e mai dimenticati.

Un treno che si ferma nel luogo dell’inciampo, dove la terra si fa conca e accoglie la bambina bullizzata.

Amanti che non hanno più parole da consegnare all’Amore e accettano silenziosi un finale già scontato.

Un guscio di conchiglia, un paesaggio marino, una tartaruga ferita, una festa di compleanno senza luci e colori, lo schianto di una macchina, l’insonnia di una donna.

Fulminea rappresentazione del non detto, della solitaria e rassegnata campana senza rintocchi.

L’infanzia che rotola veloce e lascia rimpianti sulla riva.

Italia e Giappone e le parole si uniscono creando una intimità che nasce dalla doppia appartenenza.

Lacrime si rapprendono sulla terra e il dolore svanisce.

Complimenti a Francesca Scotti, è riuscita a farci vivere l’illusione.

Non sempre ciò che non vediamo è scomparso, forse ha solo cambiato forma.

Basta imparare a guardare fino in fondo dove il sogno diventa realtà.

“Sono mancato all’affetto dei miei cari” Andrea Vitali Einaudi Editore Stile Libero

 

“Ma non è che ero una bestia, solo che la vita è dura e tante volte per certe cose manca il tempo.

Avevo anch’io le mie belle emozioni però non mi sembrava il caso di andare in giro a dirle ai quattro venti.”

“Sono mancato all’affetto dei miei cari”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, insegna che bisogna imparare a conoscere gli altri.

Ascoltarli, percepire i pensieri più intimi, osservare senza esprimere giudizi avventati.

Il protagonista è un uomo tutto d’un pezzo, si è sacrificato giorno dopo giorno e il negozio di ferramenta è il suo regno e la sua conquista.

Tra viti e bulloni si muove con scioltezza, è il suo mondo.

Non si è concesso mai un giorno di vacanza, un momento di spensieratezza per provvedere ai bisogni della famiglia.

Attraverso un lungo monologo ci presenta i suoi cari.

La moglie, sempre pronta a dire l’ultima parola, l’Alice con il sogno di diventare maestrina, l’Alberto poco portato per lo studio e l’Ercolino chiuso in una bolla tutta sua.

Ha il diritto un povero padre di programmare il futuro dei propri figli?

È questa la convinzione del nostro personaggio.

Vissuto in un’epoca in cui al maschio tocca il compito di dirigere e raddrizzare il carattere, prova ad imporre la propria volontà.

Niente libri per la figlia, sarebbero un’inutile perdita di tempo, un avvenire a bottega per il maggiore dei suoi ragazzi e per il piccolo di casa qualcosa in divenire.

Ma le carte del destino sono bizzare e sanno complicare le esistenze.

Andrea Vitali costruisce una struttura narrativa differente dalle precedenti.

Pur mantenendo l’ambientazione provinciale gioca la carta vincente.

Mostra lo scarto generazionale, la frantumazione della famiglia operaia.

Descrive le discrepanze tra ciò che si desidera e ciò che si avvera.

Ma, elemento molto interessante, mette in scena l’ultimo atto del pater familias.

Si è inceppato il sistema che ha retto per secoli, il patriarcato subisce un tracollo, messo all’angolo dalla “modernità.”

Abbiamo occasione di studiare questa inversione di rotta, percepire pagina dopo pagina quello che sta producendo la contemporaneità.

Sarcastico e molto sincero il testo subisce durante la narrazione una lenta ma inesorabile revisione dello stile.

Questi tre giovani vivono il loro tempo senza regole, imposizioni, obbedienze forzate.

Prendono in mano le loro esistenze senza riuscire ad uscire dal circolo vizioso di un certo tipo di educazione.

Li vediamo incerti, confusi, zoppicanti.

Vogliono libertà e si imbattono in una serie di esperienze complicate e assurde.

Grandiosa la capacità dell’autore di cogliere i punti deboli di ognuno azzeccando con poche frasi le dinamiche relazionali.

Eccellente come sempre il contesto in cui si svolge la commedia e non importa se i luoghi siano sfumati.

Li ricosciamo e sorridiamo.

Ma il nostro è un sorriso amaro.

In questa rappresentazione teatrale dei conflitti generazionali tanta è la solitudine.

Qualcosa si smembra ma il nuovo corpo non ha forma, è embrione di una entità che ci sfugge.

Altra scelta geniale è quella di prepararci ad un finale a sorpresa.

Come?

Leggete il libro e lo capirete.

Tante risate e una sottile amarezza mentre il ritmo sembra una danza che muta e si espande.

Si impara tanto e si comprende che il matrimonio è un’impresa complessa.

Capire che non si può governare tutto e godersi l’attimo.

“Una giuria di sole donne” Susan Glaspell Sellerio Editore

 

 

Susan Glaspell ha vinto il Premio Pulitzer per il teatro nel 1931: premessa necessaria per comprendere a fondo “Una giuria di sole donne”, pubblicato da Sellerio Editore e tradotto Roberto Serrai.

Riesce a concentrare in un racconto la perfezione del noir.

Pennellate essenziali dove ogni dettaglio è significativo.

Una casa che già dall’esterno trasmette un’infinita tristezza.

L’interno con pochi mobili malridotti conferma uno stato di abbandono che rispecchia un malessere profondo.

È stato ucciso un uomo, soffocato da una corda.

Nessun segno di effrazione e l’unica responsabile sembra la moglie.

Il pubblico ministero e lo sceriffo cercano un movente.

Presenti nel luogo del delitto due donne.

Saranno loro a capire la dinamica dell’evento luttuoso osservando con sguardo compassionevole cosa è stata l’esistenza dell’accusata.

Minnie “era una ragazza piena di vita e cantava nel coro.”

Cosa ha provocato il cambiamento?

Perchè tanta sciatteria nella gestione della vita familiare?

Cosa l’ha spinta a chiudersi in sè stessa?

Piccole tracce portano alla verità, quella verità che è sfuggita all’occhio meno vigile degli uomini.

In un finale aperto che commuove si impara tanto.

Il romanzo fu pubblicato nel 1917 e letto oggi può essere definito un testo rivoluzionario.

Rompe gli schemi del poliziesco, introduce figure femminili che saranno le vere investigativi.

Mostra con grande intelligenza, precorrendo i tempi, le diversità di genere.

Non usa proclami ma costruisce una struttura psicologica interessante.

Immedesimarsi in Minnie significa dare un nome alla sofferenza e alla solitudine, alla mancanza di comprensione, al silenzio che oscura la mente.

Bellissima la prefazione di Alicia Giménez Bartlett.

“Non conoscevo questo racconto di Susan Glaspell.

Sono rimasta stupefatta leggendolo.

È un documento sociologico importante per comprendere la questione femminile nella storia recente.

E al tempo stesso si tratta di una narrazione scritta con straordinaria finezza.”

La speranza è che l’editore stampi altre opere di questa autrice che con piglio fiero e leggerezza di stile ci insegna cosa significa la complicità femminile.

Per conoscerne la vita molto approfondito è il ritratto proposto da Gianfranca Balestra.

Un’esperienza letteraria di grande valore culturale, una lezione per tutte noi.

 

“Scuola di apprendisti” Marina Garcés Nutrimenti

 

“Da chi e insieme a chi possiamo apprendere l’essenziale per vivere meglio?

Che abitudini, valori e modi di vivere vogliamo trasmettere?

A chi e perchè?

Perché possiamo arrivare a sapere tante cose e invece non impariamo ciò che abbiamo piu bisogno di apprendere?

La domanda cruciale, che nessuna società ha mai smesso di riproporsi, è:

Come educare?”

Marina Garcés, docente universitaria e filosofa spagnola, ribalta la nostra visione della realtà educativa.

Partendo da situazioni vissute invita ad imparare a pensare e a scegliere ciò che vogliamo comprendere.

“Educare è guidare il destino della comunità e di ciascuno dei suoi membri.”

A causa della pandemia il presente si è fatto oscuro, l’isolamento ha azzerato le occasioni di confronto, la scuola è rimasta deserta.

È necessario capire se si è perso tempo prezioso e se sí come recuperarlo.

Prima tappa indispensabile è quella di aprire gli occhi e imparare a guardare il mondo.

È necessario saper “accogliere l’esistenza”, cercando di realizzare il proprio potenziale.

Avere il coraggio di cogliere le contraddizioni della scuola e correggerle.

Evitare la segregazione, la gerarchizzazione, invitare a reinventare il sapere.

Educare a “pensare per sè stessi in relazione agli altri.”

“La coscienza non può essere ridotta né a una conoscenza catalogabile nè a un comportamento verificabile.

È un’esperienza del limite capace di costruire senso a partire dall’attività del pensiero.

Pensare per proprio conto è un’attività che parte da un interrogarsi che nasce attorno ai limiti del sapere.”

Un testo che si legge come fosse una mappa sociologica,  filosofica, letteraria.

Insegna ad “accogliere la sproporzione di ogni verità”, senza sottometterla né violentarla.

Per insegnanti, genitori, alunni e per tutti coloro che rifiutano il mercato dell’istruzione.

Nell’epilogo una sorpresa che non anticipo.

Certa che vi piacerà e che sarà stimolo per nuovi interrogativi.

 

 

 

“La più bella estate” Federico Pace Einaudi Editore

 

“Sono così tanti gli impercettibili confini che si valicano d’estate spronati da slanci mai avuti prima.

È così forte la spinta a inoltrarsi in spazi sconosciuti, che ci avventuriamo senza neppure sapere ciò che ci incanta e ci attrae.

O che invece ci impaurisce.”

In “Senza volo” Federico Pace ci ha insegnato la lentezza, il gusto della sperimentazione di luoghi e conoscenze, il brivido di mete impossibili.

Ci ha dimostrato che niente è irraggiungibile se si ha il coraggio di attraversare il nostro limite.

“La più bella estate”, pubblicato da Einaudi Editore, sfida il tempo, esalta il nostro irrefrenabile desiderio di raggiungere “quei vascelli schierati dove la terra si congiunge con il cielo.”

Indica il cammino verso quella metamorfosi che ci trasformerà in farfalle, ci farà sentire

“l’ebbrezza del tuffo.

La persistenza del desiderio.

Quel che finisce.

Quel che inizia di nuovo.”

Identifica nell’estate la trascendenza del rito di passaggio, l’attimo in cui il destino sembra un nemico da sconfiggere.

Il testo ha tratti poetici dove la parola è purezza assoluta.

Racconta l’inesprimibile, il pensiero che si crogiola col futuro, la carica emotiva dei sogni inafferrabili.

Ogni capitolo è dedicato ad una figura che ha segnato la Cultura e nel tratteggiare le esistenze c’è l’urgenza di comporre un nuovo alfabeto letterario.

Incontreremo il giovane Nabokov e Petja, ragazzino descritto in una delle storie di Čechov, entrambi colti dalla sorpresa di fronte ai cangianti richiami dell’adolescenza.

Sentiremo anche noi il canto ammaliante delle Sirene e dovremo decidere se fermarci o continuare a incedere.

Saremo funamboli nei cieli di una Parigi magica, “la febbrile necessità di afferrrare il cielo” insieme ad Amy Winehouse, proveremo il bisogno di fuggire insieme a Carlos Kleiber, accoglieremo il dolore di Persefone, l’abbraccio di Demetra.

Ad Arles l’emozione ci travolgerà.

Con Van Gogh ci chiederemo quanto è difficile “arrivare al vero colore delle cose.”

La magnificenza del “Cielo stellato”, la perferzione dei Girasoli, la magia delle pennellate e il desiderio di liberarsi delle tenebre dell’anima.

Lo scrittore entra nell’intimo di uomini e donne, a Marilyn Monroe affida il compito di narrare lo spaesamento e il bisogno di solitudine, ad Emil Cioran le sollecitazioni di un miraggio, ad Ingmar Bergman la percezione di precipitare “al centro dell’eternità.”

Simone Weil e Gustav Klimt, la luce e il buio, l’alba e il tramonto, la meraviglia e il disincanto.

La sospensione delle paure, il salto verso l’ignoto, il confine da attraversare.

Prima che torni l’autunno, prima che le nuvole soffochino i sogni, prima che gli aneliti si affievoliscano.

Una prova letteraria dove “si mescolano, in maniera inspiegabile, realtà e immaginazione.”

Una scrittura che affascina e commuove, una lingua che ci fa sentire vivi.

“Quando tutto è detto” Anne Griffin Atlantide

 

Una resa di conti onesta, emozionante, poetica.

La confessione di chi sente di essere arrivato al capolinea dopo un viaggio tortuoso e complicato.

È tempo di rileggere le pagine sciupate della propria esistenza, riannodare i ricordi, trasformare la memoria in un inno di gratitudine a coloro che ci sono stati.

Presenti ancora con le loro movenze e le loro parole.

Il fratello, compagno di giochi e amico nei momenti difficili, scomparso prematuramente.

Restano le sue parole:

“Io e te contro il mondo, vero? Io e te.”

Evocare la perdita con frasi dirette, pugnali nel silenzio del passato.

“È così difficile perdere il tuo migliore amico, in qualunque tempo, ma perderlo a un’età così giovane è pura crudeltà.

A sedici anni, mi stavo avviando verso la mia vita.

Avendo viaggiato per tutti quei preziosi anni con Tony al mio fianco, ora dovevo andare incontro al tempo più importante da solo.

Senza la sua guida, il suo incoraggiamento, i suoi scherzi.

Non mi sembrava possibile.”

“Quando tutto è detto”, pubblicato da Atlantide e tradotto da Bianca Rita Cataldi, ha uno stile composto, tratteggiato da frasi essenziali, da una lingua che sa tradurre i moti del cuore.

Siamo in Irlanda, in un bar.

L’atmosfera è sbiadita, di una normalità quasi surreale.

È in questo scenario che il signor Maurice Hannigan sceglie di dedicare cinque brindisi.

È il suo modo di confidarsi, di riprendere in mano i frammenti d’infanzia, di scorrere un film in bianco e nero.

L’amore per la sua donna, quei giorni passati nella semplicità e la voglia di rivedere anche per un attimo il volto amato.

Il legame con il figlio e il bisogno di lasciare una traccia, di spiegare scelte e rinunce.

“La mia vita è stata inscatolata, ben impacchettata, ordinata e classificata per categorie.

La mia notte di celebrazioni è completa.”

Anne Griffin ci invita ad avere il coraggio di amare fino all’ultimo respiro.

Un romanzo vivido, commovente, una carezza letteraria in questa fase storica incapace di unire presente e passato.

 

 

 

“Il giardino di marmo” Alex Taylor Clichy Edizioni

 

 

Un viaggio in America in un vortice di paesaggi.

Non una meta ma una fuga che trasforma “Il giardino di marmo”, pubblicato da Clichy Edizioni e tradotto da Giada Diano, in una appassionata e impetuosa storia.

Non un solo protagonista ma tanti attori che inscenano la danza del Bene e del Male.

Uomini abbrutiti dell’alcool, inferociti da passioni ormai spente, ossessionati da un passato che ha lasciato piaghe aperte.

Bar fumosi dove regna la legge del più forte, lugubri case abbandonate, avvoltoi pronti a ricordare l’eterna lotta con la morte.

Un romanzo d’avventura con rivoli che attingono al noir mentre si compie la caccia al colpevole.

È stato ucciso un ragazzo in una lotta per la sopravvivenza.

A macchiarsi involontariamente del crimine è Bean, figlio di Clem e Derna.

Spinto dal padre il giovane cerca di scappare dalla vendetta del cattivo, Loat, feroce, brutale, incapace di pietà.

Inizia la caccia all’uomo in una ridda di colpi di scena, rivelazioni di segreti, spiacevoli imprevisti.

Il testo ricorda i vecchi western per le atmosfere costruite con rigore.

Una domanda domina la trama.

“Si può cambiare il modo in cui si è?”

Si può trovare pace mettendo a tacere la coscienza?

Impossibile dimenticare, bisogna che avvenga una catarsi.

Ed ecco l’angelo buono, il vecchio Pete.

Una guida nel percorso di cambiamento.

Importante il ruolo delle donne, prima di tutto madri.

Un altro tassello nel quadro di un canovaccio che non dà respiro.

Anche i repentini passaggi da una scena all’altra sono modulati con intelligenza, scanditi da capitoli che sono già piccole storie.

L’esordio narrativo di Alex Taylor è convincente sia nella forma che nella traccia introspettiva.

C’è un elemento molto interessante legato alla terra che sa essere giardino se riesce a raccontare le vite di chi ci ha preceduto.

Una forma alternativa di spiritualità, intima, profonda.

Il finale conferma le qualità di uno scrittore che ci riserverà certamente altre sorprese.

“Un amico di Kafka” Isaac Bashevis Singer Adelphi Editore

 

“Gli scrittori possono stimolare la mente, ma non possono dirigerla.

Il tempo cambia le cose, Dio cambia le cose, i dittatori cambiano le cose, ma gli scrittori non possono cambiare nulla”.

La convinzione di Isaac Bashevis Singer sul ruolo degli scrittori è smontata dalle sue opere dove è sempre presente una visione polimorfa della società.

Sfaccettature dell’animo filtrate dall’attenta osservazione della relazione uomo tempo.

Una scrittura che inquadra la Storia partendo dall’essere umano.

“”Un amico di Kafka”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Katia Bagnoli, è una raccolta di racconti dove tutto ruota intorno ai personaggi.

Alle loro stranezze, ai pensieri, alle grandi domande, quelle capaci di spostare le montagne.

“Che cosa mi dà la forza di sopportare la povertà, la malattia, e peggio di tutto, l’assenza di ogni speranza?”

La filosofia si intreccia con la spiritualità e il Destino appare come rivale durante una partita di scacchi.

Impariamo che l’immortalità è meta da raggiungere, che “la verità non si manifesta immediatamente, che ci sono serrature che non hanno bisogno di chiavi.

Scene familiari, feste ebraiche, strane apparizioni, immagini impresse “nella quarta dimensione” e premonizioni che leggiamo con la consapevolezza che ci appartengono.

“Ben presto la tecnologia si disintegrerà.

Gli edifici crolleranno, le centrali elettriche smetteranno di produrre elettricità.

I generali sganceranno bombe atomiche sui loro connazionali e rivoluzionari folli correranno per le strade urlando slogan fantasiosi.”

È fondamentale per gustare questa splendida collezione di vissuti elaborare una strategia.

In una prima fase seguire le trame bizzarre, divertenti, provocatorie.

Godersi l’inventiva dello scrittore, fare amicizia con le figure che ci presenterà.

A questo approccio deve seguirne un altro più letterario.

Cogliere i passaggi vocali, le simbologie, gli accostamenti sintattici, in sintesi vivere la parola.

E per ultimo godersi i paesaggi, lasciarsi guidare come bambini nel mondo realistico e in quello fantastico.

Molto intrigante è l’approccio religioso, utile a capire che non bisogna venerare idoli.

Un testo così ricco di suggestioni da lasciare disorientati.

Il capolavoro di un genio, un artista, un visionario, un incantevole compagno di viaggio.