“Storie di gente felice” Lars Gustafsson Iperborea

“Storie di gente felice”, pubblicato da Iperborea, sono luminose epifanie, sguardi profondi, confessioni e scorci di esistenze.

Racconti perfetti che aprono finestre sull’essenziale.

“Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.”

Un invito a smetterla di crogiolarci nel limbo di un sentire comune che sta appiattendo le coscienze.

Lars Gustafsson scrive un testo rivoluzionario partendo da piccole storie.

“Dipende tutto da quale prospettiva lo si guardi e soprattutto dalla prospettiva di chi.”

Mettendo al centro l’Uomo, l’autore dilata la visuale, costruisce percorsi intellettuali, figure metaforiche, intrecci di ombre e luci.

È come se tutto stesse per accadere ma resta come un fiore non colto.

Negli amori che si disperdono, negli incontri casuali, nelle passeggiate notturne è la letteratura la protagonista.

La scrittura come modello in scala ridotta riproduce “la china discendente della storia.”

“Vivevano in un mondo preconfezionato, circondati da cose che fingevano di essere desiderabili senza esserlo veramente.”

L’arte di sopravvivere in un mondo al contrario dove i sogni sono opachi, le città scheletri vuoti di senso.

Anche i sentimenti sono cristallizzati, le lacrime e le risate coperte da maschere di gesso e di egoismo.

“Se il senso non può trovarsi che dentro di noi, in quel buio che è il nostro io stesso, al di là di tutte le trappole morali, allora naturalmente non possiamo che rimanere per sempre sconosciuti a noi stessi.”

Analisi introspettiva e una patina di malinconia per ciò che sfugge alla nostra comprensione.

Trovare l’ambiguità del corpo, esplorare l’incapacità di provare dolore, comprendere “il mistero delle persone per poterle amare”.

Rivelazioni poetiche che ci fanno salire in punta di piedi oltre i nostri limiti, accogliendo la brezza che ci carezza il volto, scegliendo luoghi e compagni di viaggio pronti a cercare tutte le forme del  “possibile.”

 

“Lontano da casa” Pinar Selek Fandango Libri

Pinar Selek, costretta all’esilio dopo anni passati nelle carceri turche, accusata di un attentato inesistente, non si è mai arresa.

La sua testimonianza, pubblicata da Fandango, è una guida per chi ancora crede nella libertà di espressione.

È un invito a sentirsi cittadini del mondo, a “saper affrontare la tempesta, sapendo che lo spazio è infinito”.

“Lontano da casa” è una riflessione sui luoghi che ci appartengono, sull’identità degli spazi fisici.

È il dolore per una patria che respira gli asfittici divieti di un potere arrogante, la voce di uomini e donne che non vogliono piegarsi.

La scrittrice è riuscita a creare una rete di “solidarietà internazione” e grazie ai suoi libri ha fatto luce sulle violenze subite.

Questa prova letteraria mantiene lo stile misurato e poetico, mai ingessato in slogan ideologici.

La vediamo con quell’unica valigia fermarsi prima in Germania, poi in Francia dove riesce ad avere la cittadinanza.

Nel suo paese rischia l’ergastolo ma questa pesante condanna non spegne la speranza e la passione. Il suo segreto è vergato in poche pagine dense di interrogativi e di certezze che vanno affiorando affrontando lo straniamento.

Ogni frase va meditata, riletta, raccontata perchè è importante seminare le parole, farle crescere e maturare nelle coscienze.

Si impara che “gli orizzonti delle frontiere” devono dilatarsi fino a congiungere idealmente popoli, idee e resilienze.

“Bisogna alzare le vele prendendo venti nuovi, cercando di ritrovare “radici, storia, passato”.

“Piccolo atlante delle disuguaglianze” Edizioni Clichy

 

“Il pianeta è popolato da poco meno di otto miliardi di persone.

Almeno la metà di queste sono il proletariato del nostro tempo.

Le loro condizioni peggiorano ogni giorno, in tutte le variabili dell’esistenza: acqua, cibo, igiene, possibilità economiche.

Inesorabilmente, le condizioni di pochi, sempre meno, migliorano esponenzialmente.”

In “Piccolo atlante delle disuguaglianze”, pubblicato da Edizioni Clichy, viene analizzato lo squilibrio economico, culturale e ambientale.

Ogni capitolo analizza un aspetto degli effetti del “capitalismo finanziario.”

Scopriremo che la più bassa speranza di vita è quella degli abitanti della Sierra Leone.

La distribuzione della proprietà delle terre, il numero di medici per abitante, i tragici dati della sottoalimentazione, le disparità tra zone rurali e zone abitate delineano la mappa di una spaventosa frattura tra ricchi e poveri.

Il libro è accompagnato da statistiche e dati affidabili, utili a comprendere quanto il potere finanziario continui a creare sacche di povertà.

I paesi più connessi, la distribuzione della ricchezza mondiale, i danni causati dai cambiamenti climatici: non solo numeri ma una accurata riflessione sulle cause di tanta discriminazione.

La pena di morte, il carcere, la parità di genere sono altri tasselli di un puzzle dai colori differenti.

Che fare?

Cosa chiedere ai governi?

Quali strategie collettive ed individuali saranno piccoli semi per il cambiamento?

Un testo da commentare nelle classi o in famiglia perchè oggi più che mai è importante dare ai nostri giovani la possibilità di conoscere, ragionare e scegliere modelli di vita sostenibili.

 

 

 

“533 Il libro dei giorni” Cees Nooteboom Iperborea

“533 Il libro dei giorni”, pubblicato da Iperborea, è viaggio nell’isola dove sai già che troverai tutto quello che cerchi.

Dario, annotazione di pensieri sparsi, riflessione filosofica, interazione con la natura ma anche critica letteraria e analisi politica: ancora una volta Cees Nooteboom si propone con quello spessore culturale che lo contraddistingue. Nella collezione di immagini ricorda “Il giorno dei morti” ma se ne distacca nella forma narrativa.

Abbandonando il genere romanzato, stigmatizza una scrittura più empatica, immediata.

Chi conosce “Lettere a Poseidon” percepirà il ritorno ad un dialogo con l’universo.

Un cactus, una palma non sono oggetti di studio, ma compagni di un poetico incontro.

“Restammo smarriti a guardarci l’uno di fronte all’altro” con quella complicità che è frutto di un amore viscerale e profondo con ogni forma vivente.

È nella ricerca della asimmetria, della imperfezione che “sta l’incanto”.

Lo scrittore riesce a farci sentire unità che si congiunge ad altre monadi.

Ambientato a Minorca, isola del vento, il testo restituisce il fascino di luoghi inesplorati dove è facile perdersi nei giochi surreali del pensiero.

” Dove ci troviamo quando altre persone sognano di noi?”

Dormendo si costruiscono nuovi scenari possibili? C’è una domanda che ci paralizza: è arrivata la fine del romanzo? Leggetelo e lo scoprirete.

“Chi ama odia” Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares SUR

 

“Chi ama, odia”, pubblicato da Sur, è esempio perfetto di come si possa realizzare una  struttura narrativa compatta, serrata, incalzante.

La trama combina gli elementi del poliziesco con la fantasiosa inventiva tipica della letteratura argentina, mantenendo un buon ritmo, arricchito da parecchi colpi di scena.

Sembra impossibile che sia stato scritto a quattro mani proprio perché non ci sono  dissonanze di forme e contenuti.

Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares si cimentano in un’avventura che si sviluppa in un mese.

Scelgono come luogo Bosque del Mar, irrequieta rappresentazione di una natura selvaggia e scalpitante.

La tempesta di vento accoglie presagi, tinge di attesa ogni pagina.

L’albergo dove si sviluppa il romanzo, descritto “come una nave sul mare, o un’oasi nel deserto” è teatro di un omicidio.

Abbiamo subito l’impressione che niente è come appare, che i sospetti possono mostrarsi fuochi vacui.

Le ore si presentano fugaci o lente a dimostrazione che anche il tempo può diventare inessenziale. Non mancano “i giochi metaletterari” inseriti con scherzosa benevolenza, quasi a sottolineare la certezza che “i delitti complicati appartengono alla letteratura”.

L’ironia sa smontare la tensione narrativa dimostrando che la realtà può essere condita dal malcelato piacere di dissacrare i modelli culturali.

“L’amore le donne e la vita” Mario Benedetti Nottetempo Edizioni

“Una speranza un orto una prateria

una briciola tra due affamati

l’amore è un campo minato

un giubileo di sangue”

Versi che esprimono il sentimento conflittuale di Mario Benedetti, autore che ha sempre trasferito nelle sue opere l’esperienza teatrale. Uno scenario che si apre su diverse e contraddittorie intuizioni, mai statiche  o eccessive.

La parola diventa la misura di quell’immediatezza linguistica che trova la sua espressione nell’accostamento di vocaboli.

Nella raccolta poetica “L’amore, le donne e la vita”, pubblicato da Nottetempo, sono incisi tutti i temi cari allo scrittore.

Si percepisce l’amarezza di una relazione finita, l’incapacità di raggiungere l’apice sentimentale.

È una lotta tra ansia, speranza e paura mentre l’oggetto del desiderio si allontana come un sogno senza risveglio.

“Oggi mi sento come una laguna insonne con un imbarcadero senza imbarcazioni.”

La solitudine dell’uomo contemporaneo si staglia in un cielo plumbeo, non è figura retorica.

È il silenzio di chi non trova risposte, l’urgenza di aggrapparsi ad un orizzonte non più agognato, il bisogno di “non essere scogliera” disabitata.

L’esperienza dell’esilio è macchia incancellabile, profonda ferita mentre “fuggono impauriti gli alberi i muri i corpi di alluminio”.

Tutto si dissolve lasciando un’infinita malinconia.

“La scatola di latta” Paolo Donini Voland Editore

Che senso ha scrivere versi? Quale ruolo ha la poesia? Quanto segna l’evoluzione linguistica?

“La scatola di latta”, pubblicata da Voland, non solo risponde ai tanti quesiti ma fa riflettere sulla relazione tra lemma e memoria, pensiero e fonema.

Una storia fantasiosa ambientata nel paesino di Ics dove per un misterioso incidente gli abitanti non ricordano più le parole. Sono costretti a balbettare frasi senza senso, incapacaci di accettare la loro sconfitta lessicale.

È divertente assistere alla misteriosa scomparsa e ci si chiede a quale involuzione si stia assistendo.

Cambiamenti climatici, spostamenti prospettici e divertenti aneddoti trasformano la trama in un esercizio stilistico architettato con ingegno e creatività.

“I giorni passavano in quel trambusto di ammanchi e stranezze, dove tutti balbettavano frasi bucherellate”.

Paolo Donini inventa figure caricaturali con pochi tratti.

Il personaggio che ameremo profondamente è P, isolato dalla comunità, perso in un mondo tutto suo. Costruttore di rime per il piacere di leggerle.

Sarà lui a regalare un finale bellissimo restituendo all’arte poetica e alla Cultura il compito di salvare il mondo.

“Figure nel salotto” Norah Lange Adelphi Editore

 

“All’epoca mi irritavano tante di quelle cose che le poche da cui ero attratta divenivano un’ossessione.”

A sedurre la protagonista di “Figure nel salotto”, pubblicato da Adelphi, sono tre volti dietro la finestra.

Passa ore a spiarne la quotidianità, inventa possibili scenari, immagina un passato misterioso.

“Era inutile lottare contro il destino.”

C’è qualcosa di indefinito, presenze o assenze ingigantite dalla luce tenue della sera, “dall’alluvione bianca di un lampo.”

Nell’immobilità delle donne osservate c’e la funesta traccia della morte, il sentore di una staticità forzata.

“Io le guardavo come se avessi trovato, finalmente, quello che cercavo da molto tempo, senza sapere cosa fosse.”

Il lettore si trova avviluppato ad una narrazione che procede creando un pathos crescente.

Cosa si nasconde dietro l’attenzione morbosa della giovane?

La noncuranza della famiglia è il lasciapassare per un’alternativa, uno sguardo accorato verso “una galleria di ritratti che non mutano.”

Studiare le facce, entrare nel circolo vizioso di un’abitudine, valcare la soglia di quel salotto, ascoltare le voci, vivere un’avventura pericolosa perché troppo vicina al confine con la normalità.

Norah Lange scrive un testo che come un albero protende i suoi rami verso l’inconscio.

La tela narrativa si dipana con disinvoltura nel territorio della fantasia, esce dagli schemi del realismo magico, dai giochi di specchi della letteratura latino americana.

C’è uno stile forte, evocativo in una costruzione che appare circolare.

Ma niente è come appare e in questa mistificazione del reale sta la grandezza dell’autrice.

Ci sono anche momenti identificativi molto interessanti che rimandano all’introiezione di precedenti vissuti.

Un film in bianco e nero, con immagini sgranate, illividite dalla paura dell’ignoto, tumefatte dal respiro affannato del trascendente.

“Forse io stavo cambiando…”

In questa radicale mutazione prospettica è coinvolto il pubblico che assiste in uno stato di trance all’evoluzione del racconto.

Cosa si prova? Quali stati d’animo si alternano?

Impossibile svelare l’evanescente percezione di un altro esistere..

Affidatevi alla parola scritta e certamente diventerete parte attiva nella strategia letteraria del testo.

 

“Il Mediterraneo in barca” Georges Simenon Adelphi Editore

Solcare “Il Mediterraneo in barca” in compagnia di Georges Simenon è un’esperienza che non speravamo.

Abituati alla voce di Maigret, alla lungimiranza e alla strategia intuitiva dei gialli tanto amati, scopriamo il gusto dell’avventura nel viaggio proposto da Adelphi.

In goletta con “le vele quadrate spalancate contro il cielo, il superbo bompresso, e i fiocchi spiegati come ali”: un’immagine poetica che ricorda vecchie cartoline ed evoca avventure verso lidi mai esplorati.

Ad accompagnare il testo le splendide foto anticipano una scrittura diaristica, ricca di aneddoti.

È lo sguardo di chi non si sofferma sul reale ma riesce a restituire l’anima dei luoghi.

In Costa Azzurra dove tutto è in vendita, sul Bosforo ad ammirare antiche moschee, tra le insenature verdeggianti dell’isola d’Elba, mentre il tramonto impone il suo fuoco e narra di popoli  millenari.

Un libro d’avventura? Non illudetevi, state leggendo e vivendo l’identità di un mare che ieri come oggi è origine e fine.

È incontro di voci e personaggi, è la solitudine dei pescatori, la ricchezza dei vacanzieri.

È la filosofia racchiusa nell’immensità delle acque, bisogna saperla decifrare ascoltando ogni sussurro, scrutando ogni sguardo.

Nella “sottile porzione d’infinito” ci si sente parte di una cultura che non conosce Oriente e Occidente, che si mescola e rinasce.

Ci si chiede perché gli abitanti sulle coste “non si ribellano, non accusano la malasorte. Sono senza speranza e senza disperazione”.

Lo scrittore sa essere vate di un presente che ci appartiene e che ci ha rubato la voglia di essere viaggiatori.