“Le gratitudini” Delphine De Vigan Einaudi

“Senza il linguaggio cosa resta”?

Michka e il tempo che la sfiora lasciando svuotata.

Corpo abbracciato dalla vecchiaia, presenza che invade gli spazi senza chiedere permesso.

La gestualità lenta e il bisogno di abbandonare la casa e affidarsi alle cure in una residenza per anziani.

“Ha tenuto qualche libro, gli album di fotografie, una trentina di lettere, le carte che la burocrazia impone di conservare.”

“Le gratitudini”, pubblicato da Einaudi, è la poesia della vita che si aggrappa a poche certezze.

Battaglia impari per fermare lo strazio di fonemi che si confondono e si accumulano in frasi disarticolate.

Non luogo che si anima di presenze e di ricordi, di sussurri e  tenerezze, di rimbalzi nel passato e sottrazioni.

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Riorganizzarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

Piccole cose che scompaiono assorbite dall’Io che non ha più certezze.

Lottare per lasciare in superficie il bene ricevuto.

Guardare oltre il finito, cercare nell’indefinito senso e colore.

L’amore di Marie è il fiore consolatorio, la mano che accarezza ripercorrendo un affetto che dura da sempre.

Figura che ricorda un angelo per la leggerezza e la grazia, per la dolcezza di un silenzio e di un’attesa.

L’umanità di Jèrôme mostra il vero volto della condivisione, fatta di piccole, impercettibili attenzioni.

Delphine De Vigan regala una scrittura tersa, densa di dialoghi e di emozioni.

Canta la canzone della resistenza del corpo e della mente.

I fili che uniscono “Le fedeltà invisibili” a questa nuova prova narrativa si percepiscono nell’intreccio delle relazioni, nell’emozione di un legame ritrovato, nella sofferenza che sboccia come rosa nel deserto contemporaneo.

Come si misura la gratitudine? Nel libro la strada da percorrere.

 

 

 

“I conti con l’oste” Tommaso Melilli Einaudi

“Potrei dirvi che sono tornata perché avevo promesse da mantenere, ma forse è perché nessuno mi ha chiesto di restare”

Le parole di Joan Didion, scelte come esergo di “I conti con l’oste”, pubblicato da Einaudi, è una delle tante chiavi di lettura di un testo utile, originale e divertente.

Tommaso Melilli torna dalla Francia dove è chef e ci propone un intrigante viaggio alla scoperta di una Italia insolita.

Con lui incontreremo osti, vivremo all’interno delle cucine, scopriremo i segreti di piatti che amiamo o che non conosciamo.

Sentiamo la passione e la creatività di tanti ristoratori, percepiamo il bisogno di sperimentazione e la necessità del confronto.

Un libro di ricette? L’autore riesce a coniugare la Cucina con la Cultura.

“Si può cercare di scoprire cose nuove e lontane, che nessuno, o pochi, hanno mai assaggiato e lo si può fare verso il passato, perché la cucina antica è una scatola chiusa di cui nessuno di noi ha la chiave: non possiamo aprirla, ma solo scuoterla e muoverla, e ascoltando attentamente i rumori cercare di intuire cosa c’è dentro.

Che cosa significhi cercare nel presente sto ancora cercando di capirlo.”

Racconta un paese che sa esaltare il sapore mantenendo il rapporto con il proprio vissuto.

Rende omaggio a una Natura che regala erbe e profumi.

Mostra le nostre contraddizioni, evidenzia l’ancestrale legame con il cibo.

Parla di famiglie e di condivisioni, di campagne e di città, di ricordi e di pezzi mancanti.

Una mappa sentimentale nel tentativo di non disperdere nulla.

La memoria diventa transfer che ritrovare e ritrovarsi.

 

 

 

 

“Quattro bravi ragazzi” Lello Gurrado Baldini + Castoldi

“Quattro bravi ragazzi”, pubblicato da Baldini + Castoldi, è un poliziesco insolito.

Non mancano suspense, colpi di scena e una intrigante figura di commissario.

“Di origini pugliesi, molto stimato per il suo intuito, la sua grinta e soprattutto la sua tenacia.

Michele Amoruso non mollava mai.

Per questo era conosciuto come il Cerbero.”

Un personaggio tratteggiato con un’attenzione particolare allo sviluppo ideativo che porterà alla risoluzione del caso.

Tre misteriosi omicidi di giovanissimi studenti sono il pretesto per raccontare un pericoloso e contagioso male del nostro tempo.

Il bullismo viene affrontato non solo come abusato fatto di cronaca ma cercando di comprenderne le radici profonde.

Non è casuale la scelta di adolescenti che diventano voci narrante.

Sullo sfondo il mondo della scuola, troppo spesso reticente per salvare le apparenze.

Lo spaventoso specchio malato del web amplifica cattiverie e fake news distruggendo la psiche delle vittime.

Lello Gurrado convince perché non forza la narrazione, osserva, studia comportamenti e invita il lettore a porsi interrogativi.

Crea un finale a sorpresa che lascia aperte implicazioni psicologiche.

C’è possibilità di redenzione?

Quali i percorsi possibili?

A noi lettori il compito di trovare risposte e soluzioni.

“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana” Nicoletta Gosio Einaudi

“La rabbia, l’aggressività è nell’aria: la respiriamo, la avvertiamo, la condanniamo, ne soffriamo tutti.”

Cosa sta succedendo?

Perché vediamo ovunque pericolosi aggressori?

Esistono forme d’amore che non includono la sottomissione e la prevaricazione?

Quando il linguaggio ha perduto purezza diventando sempre più frequentemente turpiloquio?

Il Super – io sociale e quello individuale non sono più in sintonia?

“Nemici miei La pervasiva rabbia quotidiana”, pubblicato da Einaudi, è un prezioso saggio che con competenza va alle radici dei cambiamenti culturali e sociali offrendo infinite occasioni di riflessione.

“Coabitiamo, viviamo in relazione con gli altri, quegli altri necessari per costruire il mondo e divenire ciò che siamo, in costante precario equilibrio tra esigenze contrapposte di appartenenza e distinzione”

Si è creato un confine interiore che ci impedisce di interagire serenamente e sempre più spesso “trascorriamo le giornate in campi di battaglia, fra incontri deludenti.”

Tragica è l’assuefazione a vivere in perenne conflitto con chi ci circonda.

La psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio, con un linguaggio chiaro ma articolato, mostra quanto le dinamiche psichiche di proiezione interiore si spostino verso l’esterno.

Si rifiuta quella parte di sé afflitta da “sensi di colpa, vergogna, invidia, angosce abbandoniche”.

La resistenza ad assumersi responsabilità porta a cercare capri espiatori, a difendere le proprie idee senza preoccuparsi di rielaborarle con spirito critico.

Il pericoloso egocentrismo, la  necessità di presidiare la propria immagine alimentano narcisismi, acuiscono le insoddisfazioni, innalzano muraglie.

L’autrice nella valutazione di visioni soggettive e oggettive mantiene un profilo professionale e ci accompagna paziente a vivere e ad accettare la nostra vulnerabilità.

Parla di amore e di famiglia, di bigotte costruzioni mentali nei contronti del migrante, di falsate valutazioni nell’ambito lavorativo.

Il testo ci offre gli strumenti per metterci al lavoro, ricominciando a comprenderci e ad amarci.

 

“Tropicario italiano”Fabrizio Patriarca 66thA2ND

“È una giovane Europa disarticolata e migrabonda che sfila verso il check- in ognuno a reclamare la sua porziuncola d’Eden con annessa spiaggia corallina, sparuti ombrelloni di paglia e un minibar.”

“Tropicario italiano”, pubblicato da “66thA2ND”, sa coniugare una pungente ironia ad una mappa geografica originalissima.

Immaginate il protagonista, “cresciuto nel Culto della Compagnia Alitalia” costretto dalla consorte ad accontentarsi di rotte low cost.

“Tu devi avventurarti fra i pericoli dei carrelli in slalom, nel fitto di fumatori in crisi d’astinenza, che un poco ti somiglia.”

In compagnia di sposi novelli che nella meta da raggiungere intravedono il sogno di una vita, “famigliole con bambini dall’all’aria impaziente, bambini assuefatti alla vista del paradiso in questione.”

Il viaggio si svuota di ogni valore simbolico trasformandosi in una commedia tra selfie e sorrisi forzati.

Le Maldive “una succursale dell’inferno”, Bora Bora “una tortura d’infrarossi”, Bangkok “governata da un potere depresso”.

Un’analisi interessante tra luogo e non luogo, apparenza e realtà.

Fabrizio Patriarca svela l’artificio costruito ad arte, modellato con un preciso obiettivo: spegnere la magia della scoperta, inaridire il bisogno di conoscenza.

Un folclore forzato, la sceneggiata di un mondo privilegiato dove resta confinata fuori la conflittualità.

L’anima del paesaggio, la storia di un popolo diventano cartoline dai colori sgargianti.

“Nella sua dimensione di immensa e incredibilmente redditizia industria globale il turismo ha soppiantato le motivazioni personali al viaggio in una pletora di urgenze collettive.”

Contemporaneamente la sovraesposizione mediatica di archivi altrui, tra video e post è la dimostrazione di “esserci, di esistere”.

Al nostro viaggiatore resta il conforto di quei letterati che nel partire hanno cercato un proprio spazio identitario.

Poeti e scrittori ci accompagnano in questa passeggiata mentre insieme a Montale “il cammino finisce a queste prode, che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno.”

“La ragazza con la macchina da scrivere” Desy Icardi Fazi Editore

“Senza memoria, ogni cosa perde di valore e di utilità”

Le dita ritrovano l’entusiasmo di un tempo e danzano sui tasti dell’Olivetti rossa.

Una sfida all’oblio che ha invaso la mente lasciando un ingombro sempre più flebile di immagini.

Dell’anziana Dalia ci si innamora subito per quel guizzo di vitalità che la rende umana.

Come nasce l’impellente necessità di lasciare un segno tangibile della propria esistenza?

Quanto l’ictus ha intaccato e diviso in due la sua personalità?

Come coniugare il prima e il dopo?

Tornare indietro attraverso il potere lenitivo della parola scritta.

“Questo pomeriggio ti sei proprio divertita, è a tratti intenerita, nell’osservare la te stessa di tanti anni fa”.

Un album di foto color seppia e i turbamenti amorosi,  “in una sinuosa danza di stupore e perplessità”.

“La ragazza con la macchina da scrivere”, pubblicato da Fazi, è un omaggio al passato, un memoriale che si scompone in piccoli eventi.

La Casa del Fascio, le Piccole Italiane, la guerra alle porte, il matrimonio, le sconfitte e le ferite diventano pretesto per trasformare la Storia in percorso personale.

Desy Icardi riesce a passare dalla prima alla terza persona senza intoppi, propone un affresco carico di ombre da decifrare.

Il romanzo prende le distanze dalla commedia, si muove con disinvoltura confrontandosi con quella parte di sé che aveva fatto intravedere in “L’annusatrice di libri”.

Sceglie un linguaggio essenziale ma sa nascondere nell’intreccio una interessante analisi psicologica dei suoi personaggi.

Offre uno spiraglio di normalità non solo alla sua protagonista, ma a tutti coloro che affrontano la salita finale.

 

 

“Non superare le dosi consigliate” Costanza Rizzacasa D’Orsogna Guanda Editore

“Mi chiamo Matilde, ho quarantaquattro anni e peso 130 chili”

Una frase che si ripete come un mantra, scandendo il ritmo articolato di una scrittura coraggiosa.

“Non superare le dosi consigliate”, pubblicato da “Guanda Editore”, è testimonianza che si diluisce nel tempo.

Voce che spezza il silenzio, liberando un fiume di parole.

Ed ognuna ricostruisce un percorso, rivendica un dolore, scompone un’esistenza.

“Se l’anoressia suscita compassione, tenerezza, senso di protezione, persino l’invidia, quando si parla di binge, quando si spiega cos’è il binge, perché tanti ancora non lo conoscono, le reazioni sono solo di disgusto.”

“L’ironia tagliente della madre”, frustante reazione al bisogno di essere viva.

Il perfezionismo del padre, “la sua violenza distruttiva”.

Una famiglia disfunzionale come tante che Costanza Rizzacasa D’Orsogna anima di luci e ombre.

Nel suo narrare non ci sono vuoti, dimenticanze, frasi spezzate.

C’è la scrittura compatta che dal giornalismo eredita la capacità di sintesi.

Ci sono i libri che segnano un percorso, gli amori che possono ferire, lo studio come riscatto.

La paura di mostrarsi e il desiderio di trovare l’identità negata da una società costruita su misura per i magri.

L’autrice rivoluziona l’idea di femminile. Mostra le crepe, le violenze, le dissonanze.

Concede al lettore una lettura psicologica dell’essere marginale.

Raggiunge apici poetici nel mescolare ricordi, insegna ad urlare quando la rabbia diventa una gabbia insopportabile, a entrare in contatto con le proprie emozioni.

Parla di relazioni familiari evidenziando le debolezze di ognuno.

Torna all’infanzia e all’innocenza perduta.

Pagine laceranti perché autentiche lasciano intravedere una sottile ironia.

“L’odio può dare dipendenza, e finisce per divorare te”.

Un romanzo da rileggere con parsimonia assaporando la cura del fonema, la raffinatezza del linguaggio.

Da regalare a chi rischia di perdersi e a chi non ha il coraggio di mettersi in discussione.

“Insegnami la tempesta” Emanuela Canepa Einaudi Stile Libero

“Quand’è che le cose con Matilde avevano cominciato a peggiorare?

Emma se l’era chiesto spesso, ma l’origine del disagio le sfuggiva.

Sapeva solo che sempre più di frequente le capitava di sentirsi inutile.

Una madre superflua.”

Due figure e un’increspatura affannosa che prende corpo, cresce come un malsano nemico lasciando entrambe su due sponde opposte.

La percezione di distanza si costruisce tra le mura di un silenzio dilagante, uno sfregio affettivo, un marchio che ha i colori cangianti della rabbia.

“Insegnami la tempesta”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è la sensazione che si fa scrittura.

Immagine riflessa di una privazione a lungo trattenuta tra le maglie del non detto.

È la maternità genuflessa in un atto di abbandono, come una promessa mancata.

Adolescenza spigolosa dove i perché si confondono lasciando una gestualità intirizzita.

Il nostro tempo si stigmatizza feroce, aggressivo nella simbologia di una bufera che allaga e distrugge.

Roma sta a guardare trasferendo il suo caos e le sue disarmonie nel chiuso di una casa.

Prigione che non concede scampo, ingorgo di frasi smozzicate e di frammenti di verità.

Cocci di vetro affilati che feriscono e allontanano.

Emanuela Canepa ribalta ruoli avvizziti da modelli ormai poco credibili, elabora uno schema che percorre un cammino in salita.

Un romanzo pensato, articolato in più risvolti, curato nella forma.

Pur nella diversità si coglie un legame con “L’animale femmina”. Rivediamo tratti di quella consapevolezza graduale raggiunta da Rosita.

Per la scrittrice fondamentale è trovare non una strada, ma la propria strada.

Una ricerca all’ultimo sangue, senza sconti a sé stessi.

Irene è baricentro di un destino che capriccioso scompagina le carte.

Voce che arriva da lontano, coscienza che prova ad assolvere, corpo che sa accogliere e ascoltare.

E nella “Vocazione” di Caravaggio si concentra un segnale che trasfigura il testo, lo illumina di una luce accecante, lo spinge verso una svolta decisiva.

“La libertà di essere totale.

La libertà di non coincidere con niente, di non essere definita da nulla.”

 

 

Un volano che spinge in alto, verso mete che conoscono la pace.

Lo scivolamento lento di due anime che provano a conoscersi

 

“I bambini spaccapietre” Felicia Buonomo Aut Aut Edizioni

 

Benin, Africa Occidentale, “uno dei principali empori per la tratta degli schiavi”.

Incontriamo spose bambine, ragazzini sfruttati nei campi, rinchiusi negli orfanotrofi, ragazzine vittime di violenza.

La giornalista Felicia Buonomo sa testimoniare l’infanzia negata.

Usa parole d’amore, abbraccia da madre corpi sofferenti, regala un sorriso e mostra il suo “universo emotivo”.

Conosce il dolore, lo estrinseca attraverso una scrittura misurata.

Sceglie due tonalità cromatiche: l’arancione dei tramonti infuocati e il grigio della roccia.

Vita e morte, paradiso e inferno in un canto che esce dalle viscere della terra ed esplode in immagini che l’Occidente vuole ignorare.

“I bambini spaccapietre”, pubblicato da Aut Aut Edizioni, è il  fascino esotico della città e la decadenza delle baracche in legno.

È ricchezza e povertà, prova estrema di un mercato globale che schiaccia gli ultimi.

Ecco gli spaccapietre.

Dieci ore al giorno, sotto il sole, senza nemmeno sapere che quello è un lavoro, che quello che le tue mani consunte racchiudono è la materia prima di un’industria feroce e spietata.”

Mentre i martelli sbattono sulle pietre con un rumore dissonante un’altra colonna sonora lascia sgomenti.

“Sono molto stanco.”

Il testo, diviso per argomenti, permette al lettore di orientare i suoi passi.

Lo sguardo dell’autrice propone un ampio scenario, arricchito da una parola incalzante, emozionata e al contempo decisa.

Celestine, Benedicte, piccole fanciulle che nel raccontare le loro storie mostrano dignità.

Controllate nei gesti, con pacatezza cercano di spiegare che non sempre è possibile scegliere il futuro.

I numeri delle morti premature causate da condizioni ambientali insalubri non sono fredde statistiche.

C’è un lavoro accurato di ricerca per denunciare con coraggio “l’annientamento più totale dell’essere umano.”

Non solo un paese ferito, tanti gli esempi di resistenza e in quei volti ci specchiamo cercando di annodare invisibili fili di fraternità.

Un libro prezioso e un invito a rimanere umani.

“Le ribelli” Chandler Baker Longanesi

“Le ribelli”, pubblicato da Longanesi, lascia senza parole per il coraggio che trasmette, per l’attualità di una storia che ci coinvolge tutte.

Un atto d’accusa, la necessità di rompere il silenzio, di raccontare la prepotenza maschile.

La scrittura è incisiva, essenziale, scorre veloce ideando un thriller che ribalta ogni canone narrativo.

Chandler Baker è geniale nel creare un falso sviluppo fin dalle prime pagine.

“Finchè tutto cambiò.

Il giorno in cui morì il nostro CEO, d’un tratto ci rendemmo conto che il nostro treno aveva una ruota difettosa e che stavamo per essere scaraventate fuori dai binari.”

Inizia per il lettore l’attesa, qualcosa sta per succedere mentre entrano in scena le protagoniste.

Sloane, Ardie, Grace, Rosalita, Katherine: personalità differenti che improvvisamente trovano un comune nemico.

Del superiore Ames Garrett i dettagli sono pochi.

Intuiamo l’arroganza e il predominio maschile attraverso piccoli scorci.

Una strategia non solo narrativa.

Alla scrittrice non serve un capro espiatorio, l’obiettivo è ben più profondo.

È messa in discussione una società che riserva alle figure femminili ruoli subalterni, le educa all’accettazione e alla sottomissione.

Un evento inaspettato riorganizza la trama e mostra le reazioni emotive, le paure, le rabbie, le incertezze dell’universo femminile.

Unite finalmente, pronte a sfidare la menzogna, a svelare le trame di un potere sessuale devastante.

La velocità dei dialoghi, la concatenazione degli eventi, il respiro lungo delle analisi introspettive ci regalano una storia importante.

Un urlo di ribellione che è corale, un invito a denunciare i carnefici.

“Quando una di noi parlava, non lo faceva solo per sè. Era per noi. E si offriva come vittima sacrificale.

Un altro ciocco aggiunto alla pira delle nostre storie, delle nostre voci.

E noi avremmo alimentato le fiamme.

Propagato la verità.

Avremmo raso tutto al suolo, se necessario.

Per ricominciare da zero.”

L’importanza della parola che nel testo si fa speranza di cambiamento.