“I viaggiatori” Regina Porter Einaudi Editore

 

Signori, pronti a partire, l’America ci aspetta.

Entreremo nel cuore di una terra che ci apparirà non come un sogno o un miraggio.

Niente immagini tratte da cartoline patinate o menzognere storielle di potere e ricchezza.

Regina Porter ci accompagna mostrandoci i colori, i luoghi, i sentimenti.

“I viaggiatori”, pubblicato da Einaudi, è l’epopea di un popolo che non fa notizia, non affolla le pagine dei rotocalchi.

Dalla metà degli anni Cinquanta alla presidenza Obama, un tempo lungo come è lo sguardo acuto della scrittrice.

Sono i personaggi a raccontare o meglio a vivere le trasformazioni sociali, i cambiamenti culturali, le difficoltà del quotidiano.

Famiglie che si incontrano, si scontrano.

Padri e figli nell’eterna e complessa conflittualità generazionale, donne che non si arrendono, sognano, inventano, cercano l’amore.

Ragazzini che si affacciano all’adolescenza con il cuore traboccante di dubbi.

Tradimenti, menzogne piccole e grandi, perdite e nuovi inizi.

Con un ritmo vigoroso, arrichito da domande esistenziali e battute ironiche, in un continuo flusso di  memoria, il romanzo prende la forma di un grande affresco antropologico.

Essere neri, imparare a difendersi, sentire sulla pelle l’aggressività e la diversità, scegliere un percorso e doverlo abbandonare.

“L’amore era un muscolo.

Lo usavi, lo allenavi, e l’amore ti ripagava mantenendosi robusto e flessibile.”

Il pianto liberatorio e il ricordo della guerra in Vietnam.

“Laggiù Eddie si sentiva sempre alla mercè della natura, dell’acqua sottostante e della volta celeste.

Adesso era un sollievo che in certe notti, nel Bronx, fosse ancora possibile contare le stelle e penetrare con lo sguardo oltre lo smog.”

Fotogrammi offuscati dalle macchie di torti subiti.

Shakespeare presente come un direttore di scena e si ha la sensazione che tutto sia teatro ma poi rileggendo un passaggio, ritornando su una pagina ci si accorge che l’autrice volutamente crea un palcoscenico virtuale.

Prende le distanze, si avvicina, diventa protettiva o terribilmente intransigente.

“Al giorno d’oggi la gente tratta i bambini come se fossero di carta.

I bambini non si strappano.”

Gli anni Ottanta e l’epoca di Regan che “credeva di restituire qualcosa all’uomo comune, così che l’uomo comune non dovesse restare comune a lungo.”

Le analisi politiche sono lucidissime, lineari, essenziali.

Le foto a segnare il racconto, i capitoli a stabilire confini e finalmente la libertà di poter creare figure che difficilmente dimenticheremo.