“Autobiografia” Régis Jauffret Edizioni Clichy

 

“Vi racconterò storie finché non diventerò una storia anch’io, una vecchia storia, una fiaba sconclusionata, e a quel punto nessuno si ricorderà più del principe, del gufo, dell’albero dei fagioli magici.”

Régis Jauffret é maestro nel mostrare le dissonanze.

La sua scrittura scruta l’imperfezione, il cammino sghembo, le contraddizioni dell’esistenza.

I suoi sono personaggi che potremmo definire negativi, avvolti da una patina di indifferenza.

Capaci di sopravvivere in condizioni estreme, spinti da un bisogno ancestrale.

È il corpo che regola le lancette del tempo e la mente sembra assente.

Se si scruta in profondità e si ascoltano i lunghi monologhi si percepisce il disagio di chi non ha nulla da perdere.

Capace di sfidare se stesso in giochi di coppia che niente hanno a che fare con l’amore.

Le parole del protagonista di “Autobiografia”, pubblicato da Clichy Edizioni e tradotto da Giuseppe Giramonti Greco e Maria Laura Vanorio, suonano come una contnua provocazione.

Alla morale, certamente.

In questo tentativo di autodistruzione sono coinvolte le figure femminili.

Gironi danteschi dove le fiamme avvolgono carnefici e vittime.

“Mi sarei addormentato, mi sarei lasciato consumare con l’indifferenza di una sedia o di una trave.”

Ecco la chiave di accesso alla strampalata esistenza del nostro uomo.

Indifferenza, passività.

Lo scrittore apre una finestra ad una letteratura che decompone la mitologia del Bene.

Narra senza pudori perché sa che sta cercando l’essenziale, quel frammento che ci permette di confessarci.

Accanto al romanzo breve l’editore sceglie con lungimiranza di accoppiare i racconti.

Nel costrutto, nella composizione delle frasi c’è un lavoro di sintesi.

Tutto si svolge in poche scene e si ha la sensazione di osservare dei disegni in bianco e nero.

Quotidianità che hanno un attimo di luce, un piccolo barlume, un’accennata felicità.

Un cinquantenne solo convinto che il baratro della nostalgia sia difficile da colmare.

Case da abbandonare per non lasciare tracce del passato, incontri mai duraturi, manicomi come “circhi dove gli psichiatri domano il serraglio con la frusta multicolore della chimica”, confessioni in città che sono “riserve di caccia” dove ci si aggira tra volti anonimi.

Si sente che non siamo nel territorio delle “Finzioni”.

Siamo immersi nella creatività di un autore che sa sfidarci.

Una cosa é certa, quando è così libera

“La scrittura è felicità.”

 

 

 

 

 

“Papà” Régis Jauffret Clichy Edizioni

Un documentario e una sequenza di sette secondi.

“Due uomini della Gestapo escono dal palazzo con un uomo in manette.

Lo trascinano fino ad una Citroën a trazione anteriore.

Al volante c’è un terzo uomo.

Con i loro vestiti ben tagliati e i loro cappelli impeccabili sembrano i personaggi di una fiction.

La scena è in controcampo.”

In quello scampolo di immagine Régis Jauffret riconosce il padre e sente l’urgenza di capire chi sia veramente la persona che lo ha messo al mondo.

“Papà”, pubblicato da Edizioni Clichy e tradotto da Tommaso Gurrieri, è un viaggio introspettivo di grande amore.

Scoperta di una sete che non può spegnersi se non si scava in profondità.

Risveglio del bambino che cerca l’origine.

Necessità di autoassoluzione per le parole non dette.

Voglia di ritrovare nel passato della famiglia tracce di sè.

Alfred, figura assente, chiuso in un silenzio siderale, costretto dalla sordità ad escludere gli altri.

Figura che ha lasciato briciole insignificanti come piccoli indizi per studiarne la personalità.

Il fidanzamento con la madre, l’unico viaggio in Italia in una Firenze che si cede spargendo bellezza.

Il quotidiano senza scosse e la rabbia per una distanza che non prevede domande.

“Non ha mai parlato dei suoi pensieri sui tempi passati ma solo dell’adesso e del domani.

E non ricordo di avergli sentito evocare ricordi.

Nessun aneddoto della scuola, degli scout, del militare.

E non sembrava avere alcun progetto né nutrire il desiderio che il suo futuro fosse diverso dal presente.

Una vita senza prospettiva, senza passato, rinchiusa nell’istante, in quella capsula.”

Due mondi con porte sbarrate descritti come un lungo, interminabile singhiozzo.

Non resta che far collimare insieme i pezzi e cercare il disegno d’insieme sapendo che bisogna far assopire l’immaginazione.

È tempo della Verità anche se dolorosa e poco edificante.

È l’ultimo atto di onestà che un figlio ha il dovere di onorare.

Mentre Marsiglia appare come “una città liquida, cangiante” il testo subisce un cambiamento emozionale.

La prosa si fa pungente, le parole arrivano martellanti.

Iniziano gli interrogativi e in ognuno ci sono implicite risposte.

Si accede alla necropoli del passato in punta di piedi con il cuore stretto in una morsa.

Si attraversano vicoli di un’infanzia che si credeva felice, ci si infligge la colpa di non aver fatto il primo passo.

E restano piccole schegge forse inventate che permettono di non affondare, di modificare il reale e di accogliere a braccia aperte anche solo l’ombra di un padre.