“Papà” Régis Jauffret Clichy Edizioni

Un documentario e una sequenza di sette secondi.

“Due uomini della Gestapo escono dal palazzo con un uomo in manette.

Lo trascinano fino ad una Citroën a trazione anteriore.

Al volante c’è un terzo uomo.

Con i loro vestiti ben tagliati e i loro cappelli impeccabili sembrano i personaggi di una fiction.

La scena è in controcampo.”

In quello scampolo di immagine Régis Jauffret riconosce il padre e sente l’urgenza di capire chi sia veramente la persona che lo ha messo al mondo.

“Papà”, pubblicato da Edizioni Clichy e tradotto da Tommaso Gurrieri, è un viaggio introspettivo di grande amore.

Scoperta di una sete che non può spegnersi se non si scava in profondità.

Risveglio del bambino che cerca l’origine.

Necessità di autoassoluzione per le parole non dette.

Voglia di ritrovare nel passato della famiglia tracce di sè.

Alfred, figura assente, chiuso in un silenzio siderale, costretto dalla sordità ad escludere gli altri.

Figura che ha lasciato briciole insignificanti come piccoli indizi per studiarne la personalità.

Il fidanzamento con la madre, l’unico viaggio in Italia in una Firenze che si cede spargendo bellezza.

Il quotidiano senza scosse e la rabbia per una distanza che non prevede domande.

“Non ha mai parlato dei suoi pensieri sui tempi passati ma solo dell’adesso e del domani.

E non ricordo di avergli sentito evocare ricordi.

Nessun aneddoto della scuola, degli scout, del militare.

E non sembrava avere alcun progetto né nutrire il desiderio che il suo futuro fosse diverso dal presente.

Una vita senza prospettiva, senza passato, rinchiusa nell’istante, in quella capsula.”

Due mondi con porte sbarrate descritti come un lungo, interminabile singhiozzo.

Non resta che far collimare insieme i pezzi e cercare il disegno d’insieme sapendo che bisogna far assopire l’immaginazione.

È tempo della Verità anche se dolorosa e poco edificante.

È l’ultimo atto di onestà che un figlio ha il dovere di onorare.

Mentre Marsiglia appare come “una città liquida, cangiante” il testo subisce un cambiamento emozionale.

La prosa si fa pungente, le parole arrivano martellanti.

Iniziano gli interrogativi e in ognuno ci sono implicite risposte.

Si accede alla necropoli del passato in punta di piedi con il cuore stretto in una morsa.

Si attraversano vicoli di un’infanzia che si credeva felice, ci si infligge la colpa di non aver fatto il primo passo.

E restano piccole schegge forse inventate che permettono di non affondare, di modificare il reale e di accogliere a braccia aperte anche solo l’ombra di un padre.